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Se un giorno l’apotema

Dentro uno spazio di 90 mq, un pomeriggio qualunque,   l’unico adulto presente   tra   minori   persi negli intrichi dei compiti scolastici, sa di non avere scampo.
Prima o poi la fatidica frase, come un mantra antico, giungerà alle sue orecchie sonnecchianti : “Mamma vieni!?”.
“Sto studiando geometria” dice un giorno la ragazzina di casa.  Mi agito.
La mia saggia non più bimba   tuttavia mi rassicura “Non ti preoccupare, voglio soltanto che ti siedi accanto a me. Devo calcolare l’apotema.”
“…….”
Mai sentito nominare.
Ripeto nella mia mente la parola  oscura, che risuona come una maledizione primitiva tra le  labbra livide di una Strega bitorzoluta .
Poi ritorno alla realtà che è questa decenne persa tra calcoli e improbabili figure geometriche, che mi chiede di starle accanto, perché   l’apotema si sopporta meglio in due.
Ma un giorno non lontano, senza chiamare nessuno,  prenderà   un apotema qualsiasi sotto braccio dimenticando la   paura. Sfrontata lo guarderà  dritto in faccia e  lo bacerà, come fa la principessa delle favole  con  il rospo bavoso. E no…… non diventerà un noioso principesempreazzurro, ma rimarrà  fermo e inebetito dallo  stupore, per tanta improvvisa audacia.

 

 

Tizianeda

Viva l’Inghilterra 2

“Mamma hai visto anche tu!”
“No”
“Guarda sono passati tutti. Hai visto!?”
“Non sono inglesi, sono sicuramente Italiani”
Le tre famigliole in vacanza, fiere portatrici   della civiltà italica, sono paralizzate davanti a un categorico segnale rosso di un semaforo pedonale, come fedeli sentinelle tuttavia …….solitarie.
Perchè   la ragazzina decenne ha ragione, l’ostinato e    ottuso  rigore pedonale di un tempo qui non esiste più.
Il popolo britannico e le sue felici contaminazioni multietniche, ignorano  quell’oggetto psicadelico tri-colore, che un tempo, monotono ed imperturbabile era il monarca  indiscusso del traffico pedonale, ed oggi pare non filarselo più  nessuno. Tranne questa   compagnia   fornita di minori impazienti, che si blocca davanti all’omino luminescente rosso    mentre  Londra gli sfila accanto, tra uno spallata frettolosa  ed un immancabile “sorry”.
I ricordi della  timorosa   quindicenne di un quarto di secolo fa, sono stati risucchiati   da strati di cambiamenti che non riguardano solo il traffico. Dalla mia memoria  sono sparite le figure austere e sprezzanti . Sono sparite le frasi sibilate, per rimarcare una presunta  genetica cattiva  educazione. Al   posto di  questi arcigni personaggi,  dentro questa moderna città vittoriana, si sono materializzati gruppi di giovani e meno giovani, uniti dal chiacchiericcio e dalle risate,  come  gaudenti e   chiassosi popoli latini. Sono spuntati, chissà da quale mutamento temporale, sguardi gentili, incredibilmente disponibili e mai spazientiti per il nostro inglese preistorico.
Ma soprattutto sono apparse  fluttuanti e leggere donne  e ragazze dall’eleganza multiforme,    originali e fighissime, mentre io   con    i miei raffazzonati completi dagli accostamenti cromatici anarchico-terroristici, sono l’unica vera anglosassone, però bloccata negli anni ottanta.
”Mamma ti devo confessare una cosa. Questi Londresi mi piacciono un sacco!”.
Circondato da tanto tripudio di bellezza umana architettonica e naturalistica, il seienne di casa, dopo avermi chiusa con lui  dentro il bagno  della stanza dell’albergo, ha dato libero sfogo ai suoi sentimenti anglofili.
Ed ha ragione, anche a me  questi  Londresi   piacciono un sacco.

 

 

 

Tizianeda

Viva l’Inghilterra

“Per i miei cinquanta anni (sig! snif!) non voglio festeggiare, voglio partire per un posto lontano… ”.
Le cinque decine anagrafiche che hanno raggiunto, battendolo sul tempo, il contrariato uomo adulto di casa, sono diventate per la famigliola, il felice pretesto per varcare compatta, i confini nazionali.
Alle nove del mattino di una sonnecchiosa giornata primaverile lo sposo errante e la ragazzina decenne sono già vestiti e con le valige in mano…… anche se l’aereo per Londra partirà tra sette ore.
Il piccolo invece, vagola semi-nudo con l’aria altrove dentro la sua misteriosa dimensione spazio-temporale.
In aeroporto ci incontriamo con mio fratello, sua moglie, il prodotto treenne divertente e folle della loro unione e una coppia di amici anche loro muniti di minori, che insieme, in preda ad un miscuglio delirante di noia ed eccitazione, rivelano ai presenti i gravi deficit pedagogici di noi genitori. Solo il piccolo di casa, si dissocia da questo tripudio. Dopo aver scoperto il tabellone degli orari di imbarco, folgorato da tanta profusione di numeri, si piazza lì davanti con aria assorta e beata.
Come un’incosciente armata Brancaleone piena di chiassosi elementi semi-irrazionali e potenzialmente pericolosi, ci imbarchiamo verso una civile, silenziosa educata metropoli, numericamente assimilabili ad una rappresentanza italiana all’estero.
Mi sale una crescente ansia da prestazione nazionalista, alimentata dal ricordo dell’Inghilterra e della sua capitale, che risale a 25 anni prima, quando appena quindicenne ho trascorso lì una vacanza studio.
Prima di toccare il suolo londinese mi spertico in raccomandazioni: 1) non gridate 2) non attraversate la strada se la luce del semaforo è rossa, anche se non si vede nessun mezzo nell’aria di un chilometro. Pena il pubblico ludibrio, il disprezzo collettivo, o peggio sonoro cazziatone di un policeman tra gli sguardi stizziti dei civili 3) se vedete tante persone pazienti e composte disposte una dietro all’altra, quella cosa lì si chiama fila: le file stanno agli inglesi come il rosario serale alla nonna Mara 4) Sulle scale mobili disponetevi sulla destra.
Soltanto nell’abbigliamento mi sono concessa l’assoluta anarchia, forte delle mie reminiscenze adolescenziali sullo stile anglosassone. Travolta da gaudente disinvoltura estetica ho accostato capi blu con capi neri, il marrone con il rosso. Ho messo in valigia calzettoni multicolori, cappello color melanzana ed informi copri pioggia.
Arrivati a Londra però, ho capito che in un quarto di secolo, lì la gente è decisamente cambiata……(to be continued)

P.S.: Mi sono chiesta, in questi giorni cupi di “invasioni barbariche”, che hanno stravolto la vita di chi le ha subite ed intorbidito gli umori dei giusti, se questi post spensierati risuonassero stonati.
Poi ho pensato che una risata lieve e non sguaiata è solo un modo per continuare ad amare la vita..nonostante tutto. Non me ne vogliate…..

Tizianeda

Forrest Gump

Il piccolo di casa, neofita alunno delle   elementari, in un bel giorno radioso:
“Mamma sai qual è la mia materia preferita ?”.
“ Non so…. religione, motoria?”
“No mamma, la Ma-te-ma-ti-ca”.
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Stupore e sconcerto:   la felicità ha bussato alla mia porta.
Avete presente il film Forrest Gump, quando  lui, Forrest vede per la prima volta il figlio di cui disconosceva l’esistenza e chiede  alla madre se quel bambino  è  intelligente? Io capisco come si è sentito quell’uomo dopo la risposta affermativa della donna!
Perché la matematica ha indelebilmente segnato il mio percorso scolastico e minato le mie sicurezze intellettive.
Io e lei due mondi paralleli in disarmonia, lei portatrice insana di un linguaggio ostile,  entità astratta ed informe.
Il tutto aggravato da una serie di zii in famiglia amanti della materia, una sorella maggiore da 10 e lode ed un professore delle   medie che mi giudicava un caso disperato ed irrecuperabile, espressione vivente del suo fallimento di docente.
Con l’età adulta, diventata    mamma correttrice di compiti di una bambina della scuola primaria, ho   in parte riscattato il   severo giudizio sulle mie doti matematiche, grazie alla comprensione  di   concetti prima del tutto oscuri.
Con sorpresa mi sono vista capace nel risolvere problemi ritenuti nella pubertà enigmi insuperabili, ho capito le frazioni e le espressioni.
Ma ora che il quinquennio scolastico si avvia al termine, dinanzi alle nuove e più complesse richieste di spiegazioni di mia figlia ed alla mia rinnovata  incapacità, sono giunta alla serena  conclusione che cerebralmente   sono come un bambino di quinta elementare, però fermo al   primo quadrimestre e più precisamente alla prima metà del primo quadrimestre.
Non volendomi più   soffermare   sui  miei limiti cognitivi, né bisticciare con i meandri oscuri della mia mente,  dinanzi ai quesiti matematici, compongo  l’unica sequenza numerica  che può giungermi in soccorso: quella dell’utenza telefonica di mia sorella,   la consanguinea da 10 e lode per intenderci.

 

Tizianeda

La Gita

“Mamma vieni anche tu?”.
L’incipit di questa storia è una domanda, fatta da una ragazzina decenne.
La mamma, ha detto si, senza pensarci, perché sa bene che i “vieni” di oggi,  presto diventeranno “vai”; sa che il desiderio di presenza si trasformerà malinconicamente in desiderio di distanza.
Così, nel mese di maggio, questa mamma,  è partita per tre giorni, verso la Sicilia, con sua figlia, il direttore della Scuola primaria frequentata dalla ragazzina, la moglie del direttore, due maestre, sei mamme , un papà e 40 decenni invasati,  nella pienezza delle sue facoltà mentali, consapevole  che la gita di fine anno di una quinta elementare sta  agli adulti  come le montagne russe ad un cardiopatico.
Ma non si è affatto pentita:
perché lì c’era sua figlia e le bastava
perché è stata in un’ isola gialla e azzurra immersa in una allucinogena luce calda
perché è stata adottata da un gruppo di bambine che la chiamavano per nome, che le prendevano la mano, che cercavano  abbracci e un po’ di consolazione   per la prima vera lontananza da casa, che le chiedevano il permesso anche per andare a fare pipì
perché c’era  la mamma “rappresentante di classe”,  che è una voce calma, una presenza attenta,  una risata che ti avvolge
perché ha impiegato cinque anni per capire che la madre di un compagno di sua figlia è una donna ironica ed intelligente con cui è piacevole scherzare
perché le bambine ogni sera per l’ora di  cena indossavano  vestiti   puliti e graziosi per poi sedersi lievi attorno alla tavola
perché c’erano due  piccoli innamorati nell’età volubile in cui   l’amore è  un silenzio innocente, bello da guardare
perché ha chiacchierato chiacchierato chiacchierato e riso tanto, dentro ad un tempo miracolosamente rallentato
Perché per fortuna, alla fine, si ritorna a casa da quelli che hai lasciato a cavarsela da soli.

Tizianeda

L’acquisto

Ironica ed empatica, parlava in un programma televisivo del suo lavoro in giro per il mondo e dei suoi    scritti in difesa dei diritti delle donne. Di lei mi sono innamorata e per questo ho cercato i suoi libri. Niente di più facile… me ne rimaneva tuttavia uno, lasciato per ultimo……
Ora vado in libreria e   lo chiedo a uno dei giovani commessi gentili e sorridenti.
“Signora la posso aiutare?”
“Ehm ! no grazie, voglio dare solo  uno sguardo!”
Vigliacca che sono, la parola mi si blocca nell’esofago e non riesco a pronunciarla.   Un animo bacchettone dentro una sedicente   progressista e  disinibita. Mi spaccio per svedese ma sono una donna delle caverne.
Mi improvviso allora stratega. “Tesoro ti lascio l’elenco dei libri che devi cercare quando vai a Roma. Qui purtroppo non si trovano”.
L’ho inserito tra “L’idea di giustizia” di Amartya Sen e l’ultimo premio Pulizer. Consegno il foglietto sgualcito all’uomo adulto di casa.
Peccato però che   non riesca a trovarlo da nessuna parte. Lui almeno, così mi dice!
Indomita, allora decido di  chiederlo alla signora dell’edicola che  mi conosce da almeno tre decenni.
Aspetto il momento propizio, quando lei è sola senza il marito. Perché tra  donne   certe parole risuonano  familiari.
“Avete per caso I monologhi della bzibzi?
“Come?”
Sudo ma continuo.
“ I MONOLOGHI DELLA vagina ?”
“Non ho sentito”.
“ I MONOLOGHI DELLA VAGINA!!!!!”.
“Non lo abbiamo ma ve lo sto ordinando via internet”.
Chi ha parlato?
Spunta da dietro una catasta di libri e riviste il marito dell’edicolante, che per tutto quel tempo è stato lì nascosto.
Dovrei rispondere grazie ha fatto bene e invece,   come un coniuge falsamente devoto scoperto a frugare tra riviste equivoche, mi spertico in giustificazioni : “Non è un libro porno anche se dal titolo…. insomma, cioè è un libro scritto da un’attivista per i diritti delle donne!”.
“Certo certo. Quando consegnano il libro se vuole  lo do a sua madre che tanto viene qui ogni giorno”.
Mi si apre una voragine sotto i piedi!
“NO!!!! A mia madre meglio di  no! Faccia una cosa, quando passa mio marito, lo dia a lui!”.
Fuggo  da quel posto, mentre penso   all’uomo adulto di casa, al signore dell’edicola ed al loro prossimo incontro … e finalmente sorrido.

Tizianeda