Filastrocca delle parole che non trovo

Dentro di me ci sono parole
Lettere arrese e lettere al sole
Una carezza, un bacio furtivo
Questi miei occhi che guardo e che scrivo
Dentro di me c’è fegato e cuore
Ci sono polmoni c’è a tratti rumore
C’è un silenzio cercato
Un altro che è andato
Che a volte anche questo bisogna lasciare
Per fare poi spazio
Per potere più dare
Dentro di me c’è un campo minato
In ogni involucro un respiro di fiato
Nessun fragore nessun boato
Che a urlare c’è il fuori, improvviso, infuriato
Dentro di me ricerco parole
Perché c’è un tempo, un posto, un dolore
Ma ora non so dove andare a cercare
E allora sto ferma ed è meglio aspettare
Stringo negli occhi questo tempo affannato
La solitudine è un lavoro di fiato.
Fuori di me c’è un mistero di specchi
E se devo trovare le benedette parole
Per potermi guardare per potermi salvare
Perché la vita è soltanto un pretesto
Cerco nel pozzo la mia parte fragrante
Ché lì trovo amore, e mi faccio guidare.

Tizianeda

Senza misura

Maria Teresa ha gli occhi verdi, le gambe lunghe e sottili, le mani che stringono e accarezzano, il sorriso che riconosce. Maria Teresa profuma di menta e limoni, profuma d’estate. La trovo nella casa dei miei genitori, mio padre seduto in poltrona, lei accanto, protesa. Mia madre una gardenia tra le dita. Maria Teresa è luglio, il caldo africano della Jonica, una casa dipinta di bianco e il tetto spiovente arancione, quella dei suoi genitori, la spiaggia che non finisce mai, i giochi di bambina, le passeggiate sul lungomare. Non la vedo da quando avevo dodici, forse tredici anni. E ora è lì nella stanza. Il tempo si annulla. Si alza e mi abbraccia. Semplice. Poi ritorna tra i miei genitori, che invece, in questi ultimi anni, avevano ripreso a vederla d’estate. E’ qui per loro. Stringe e accarezza. E’ un movimento che ha riempito la stanza e noi. Lei dice con la voce che vibra. Noi altri siamo in silenzio. Non serve parlare. Guardiamo e sentiamo lo spazio come in una protezione senza misura, che non so dire. Prima di andare via, esita ancora all’ingresso della casa. L’abbiamo seguita tutti. Mio padre no, lui è rimasto seduto in poltrona. Maria Teresa ci abbraccia ancora, ci riempie, ci dice con le mani. Strizzo gli occhi, catturo l’immagine di questa donna che avvolge. Poi va via. Per le stanze resta il profumo di menta e limoni.

Tizianeda

Appoggiare la guancia sul palmo della mano

Il telefono che squilla. Mia figlia. La voce adulta. Mamma ti devo dire una cosa. Lei che ride. Io con lei. L’attimo di tregua atteso. Il colore in mezzo ai grigi. La lontananza che non pesa. Saperla felice. Mia madre che dice santi e madonne, per incoraggiare gesti. Mia sorella, mio fratello. Pensarli bambini. Pensarci ancora da adulti. Scherzare con la madre, osare battute. Lei che si arrabbia, ma non è vero. Ridere. La casa di ora, la casa di allora. Mio padre. Lo sposo. I suoi occhi. Mio figlio. Se lo guardo. L’acqua che sale. Distogliersi per non traboccare. Lui che cucina. Farsi domande. Rimandare le risposte. La granita di mandorle e panna. Il gelato. Lo vuoi il gelato, ripetuto più volte. Mia madre. Stare in silenzio. Dire al mare. Sognare il mare. Tutte le notti. Svegliarsi con il sale addosso. Stare. Continuare a stare. Diventare madre di figli che hanno generato. Asciugare le parole. La pioggia. L’autunno a giugno. Il tempo che gioca. Le foglie che non cadono. Però. Le foglie verdi. Il pescatore che sorride. Gli amici. Le donne che ti sanno. Gli uomini. Riconciliarsi. Forse. La bellezza delle mani. Guardarsi. Sistemare le parole. I piedi nudi sul pavimento. Sempre. Il collega che parla di Pitagora. Le tristi carte. Le tristi carte. Cercare le parole. Farsi trovare dalle parole. Nascondersi. Questa città che non riesci a voler bene. Sedersi. Aspettare. Appoggiare la guancia sul palmo della mano.

Tizianeda

Per amore solo per amore

Quando Tizianeda era ragazzina e conosceva l’avvicendarsi delle lettere sui fogli, esercitava l’indifferenza ai libri. Mentre la sorella divorava storie con la consapevolezza precoce delle primogenite, lei preferiva l’ozio sciolto dei sogni, le nuvole che cambiano forma, il mento appoggiato sui palmi della mano, i gomiti sui tavoli, il cuscino, il formaggio, l’amica del cuore con cui litigare e fare pace, la cioccolata, David Bowie, Miguel Bosè e Massimo.
La figliola non legge, diceva preoccupata la madre di Tizianeda alla zia Italia, la zia signorina. Leggerà, rassicurava la prozia della figliola e quando inizierà, non smetterà più. La zia Italia, non si era sbagliata.
Tra le mani di Tizianeda un giorno della sua adolescenza, è arrivato, infatti, un libro dal titolo bello: “Per amore solo per amore” di un signore col cognome che le faceva pensare alle nuvole, Pasquale Festa Campanile. E dopo quel libro – che la Tiziana di oggi conserva con la stessa gratitudine che si può sentire per un indimenticabile amore, che ti lascia la nostalgia dell’ancóra e il desiderio di un’altra àncora – non ha più smesso. Ai libri si è aggrappata e ha lasciato che loro facessero. Perché il libri fanno parte di quelle tre L che, come dice a Tiziana un’amica, curano.
Si legge per il sentire del dolore, si legge per le attese, perché si è disperati, perché si è affamati, per il mistero delle parole, perché si è innamorati, perché non si è più amati, perché le storie hanno bisogno di noi, da sempre.
Una volta sola Tiziana ha smesso di leggere, così all’improvviso, per più di un anno, dimenticando i libri sul comodino. In quel tempo segnato dall’assenza di carta, le era arrivata una storia troppo grande. Per le altre non c’era posto. Si chiamava Agnese, una bambina uscita dalla sua pancia tipografia. Quella storia che le cresceva impercettibilmente tra le braccia e dentro gli occhi, le avrebbe insegnato parole nuove. Per amore, solo per amore.
Poi, dopo il tempo giusto dell’attesa, Tiziana ha tolto la polvere dai libri dimenticati sul comodino e come se tutti quei giorni non fossero mai trascorsi, ha ricominciato a leggere.

Tizianeda

Gesti dedicati

Michela è alla stazione. Ci aspetta, con il marito. E’ sorridente e colorata. Proprio lì, come in quella giornata di due anni fa, dove ci siamo viste per la prima volta e riconosciute, immediatamente. Ero andata per il libro “La medaglia del rovescio” a parlarne con i suoi alunni liceali, perlopiù ragazze. Un incontro indimenticabile, come la pasta e lenticchie che poi ha cucinato a casa sua, in onore della mia nonna Bianca. Le presento Eleonora, compagna di viaggi e di spettacolo. Siamo qui per questo. La sera rappresenteremo “Ho attraversato ridendo la terra capovolta… ma anche no”, con i suoi racconti molteplici. La giornata è luminosa e serena. Andiamo a casa di Michela, che ci ospita per la notte. E’ antica e piena. Ridondante direbbe lei. E’ nel centro di Nicastro, la piccola città dove è nata la mia nonna Ines, la nonna che amava la vita. Sarà forse questo il denominatore comune, che lega Michela, me ed Eleonora, questo amore. Sto bene, sono felice. Questo posto non mi è estraneo. Mi sento a casa. Respiro, in profondità. Anche Maya, il cane di Michela ci accoglie. Si fa amare, senza pudore. E’ una terapia per l’anima. Come la pasta con le melanzane e il vino, che Gino, suo marito ci versa nei bicchieri con generosità. Poi andiamo per le prove. Usciamo dal portone antico, attraversiamo la strada ed entriamo in un palazzo che una volta era un convento Domenicano, poi un liceo e oggi ospita il Sistema Bibliotecario Lametino. Proviamo i microfoni, sistemiamo gli elementi di scena, Eleonora risolve problemi tecnici, sfidando il pessimismo cosmico di un signore giunto sul luogo e poi andato via. C’è Ippolita, con il suo misto di innocenza bambina e profondità di visioni e parole. Ci scatta foto, ci inonda di gioia.
La sera lo spettacolo fiorisce. Nonostante i problemi tecnici (una mano decide di abbassare il volume da dove parte la musica e amen), le luci del salone, la processione fuori, le strade bloccate. La sala è piena. Si crea l’alchimia tra noi due e il pubblico. Quei misteri spiegabili, quelle relazioni potenti che funzionano e lo senti. Subito. Ci chiedono di ritornare, anche per gli assenti. Torneremo. Si torna sempre nei luoghi che sanno di pane e tulipani. E’ un richiamo di attesa e pazienza. Intanto si risale sul treno, per andare a casa, e poi partire ancora per altre mete da esplorare, dove si possono creare nuove alchimie… ma anche no, che servono anche le negazioni, o si fa in modo che insegnino qualcosa.
Porto con me ricordi amorevoli, e la sempre più forte percezione, che in questa vita tumultuosa e spesso dissonante, abbruttita dalla fatica di esistere, contino poche cose, le stesse da sempre. Sono quelle custodite nei gesti di attenzione amorevole, di tempo dedicato, per sé e per gli altri.

Tizianeda

Il tempo concesso

Interno cucina dei 90 mq. Agnese studia l’Iliade. Io impasto. Stasera pizza con sopra i pepperoni arrivati dall’America per Domenico, il dodicenne. Regalo dei parenti made in USA venuti qui nel sud suddissimo per sentire il profumo della provenienza. Affascinati dal ragazzino che conversa in inglese e guarda i video di cucina americana. Ma questa è un’altra storia.
“Quale parte dell’Iliade è?”
“Ettore dice addio ad Andromaca, sua moglie”. Mai una gioia, direbbe Elvira, la mia amica. Parte per la guerra. Non Elvira. Ettore.
“Piango sempre quando leggo questi brani”.
“Poi muore”
“Mamma non spoilerare”
Arriva il dodicenne. Vuole impastare lui.
“Lo so che muore”
“E Andromaca?”
“E che deve fare Andromaca, mamma. Piange”
“Mai un lieto fine”
“Mamma questo piatto è troppo piccolo per l’impasto, devi cambiarlo”
“Giammai, Domenico. E’ il piatto di nonna bianca, la tua bisnonna. Trasuda amore questo piatto”
“E impasti in un piatto più grande e poi lo sposti in quello della bisnonna”
Perché gli uomini sono così pragmatici? Parlo d’amore e lui di comodità. L’amore è scomodo e richiede acrobazie.
“Scherzi! Mentre impasti, il piatto trasuda amore. E impastare è un’alchimia. E poi ci mangiamo tutto questo amore che trasuda… che ridi?”
“Io sto studiando, vi ricordo”
“Sei pazza, mamma”
Sì sono pazza. Di voi due. E di questa cucina che è un rifugio di gesti e memoria. Mia nonna, l’impasto, Ettore, Andromaca, l’America, la Grecia, le alchimie.
La guerra è lontana qui. Il luogo dell’armistizio. Attimi di tempo concesso.

Tizianeda

La nostalgia di gatta Tàlia per le tortore

Tutti giorni dopo che ha svolto le sue principali attività, dormire e mangiare, si avvicina alla porta finestra della cucina e osserva fuori. I suoi occhi distanti di gatta guardano verso l’alto. Si immobilizza così, per un tempo che lei non sa contare e che non conta, per lei. A tratti emette un verso, che non è miagolare. E’ un richiamo, un pigolio di uccello, perché i gatti si sa, sono uno, nessuno e centomila. Gatta Tàlia guarda, verso l’alto, sul tetto del palazzo di fronte. Guarda con il corpo proteso, un attimo prima del balzo. Guarda le tortore, che ogni mattina tornano, chissà per quale architettura di volo. E ogni mattina tutti noi della famigliola, assistiamo inermi alla nostalgia di Tàlia per le tortore lontane. A separarla un vetro, la zanzariera, un balcone, il parapetto, il vuoto, l’altezza. A separarla, il suo essere gatta dentro una casa, che la protegge dal mondo fuori, dandole una vita placida, che però non la preserva dalla nostalgia per le tortore irraggiungibili. Così lei, ostinata gatta, ogni mattina, si ferma, sguardo, zampe, pelo, denti, suono, davanti alla porta finestra, e aspetta. Quando arrivano, freme guardandole. Il vuoto, tra lei e le tortore, che non basterebbe un balzo a farla arrivare, che si sfracellerebbe, molti piani più giù. Che avrebbe bisogno di ali, gatta Tàlia per raggiungerle. Che poi forse, se le mangia pure. Anche se lei è una gatta mite. Ma la mitezza, si sa, in un gatto si ferma davanti ad altri istinti, che potrebbero mostrarci il suo fascino inquieto.
Se potessi, glieli darei a Tàlia un paio di ali, per farla arrivare sul tetto di fronte, senza lo schianto dei piani più giù. Vederla felice così vicina al cielo, a fare agguati alle tortore, mentre sto ferma dietro la porta finestra della cucina, gli occhi puntati sul tetto di fronte, occhi, pelle, mani, sospiri, chiedendomi, chissà se ora torna, chissà.

Tizianeda

Il gateau e la borsa di Mary Poppins

“Che hai portato oggi, Olivia?”
“Una cosa buonissima, Tizianeda”
“Dai fai vedere…”
Olivia, che lavora con me chiusa nello studio di avvocata, ha tirato fuori dalla busta un piatto, con sopra un altro piatto. Nel centro la sorpresa. Il pranzo consolatore della nostra giornata lavorativa tra le tristi carte.
Che è vero che gli psicoterapeuti predicano, che non sta bene trovare nel cibo consolazione per le giornate che vorresti essere fuori, anziché dentro, che vorresti essere allegro, piuttosto che torvo, che vorresti incontri felici e gioviali e invece no e poi bla ba bla. Ma gli psicoterapeuti, non hanno mai provato gli effetti psicotropi delle robe buone preparate dalla signora Teresa, la mamma di Olivia, che tanto mi fanno pensare a quelle che faceva nonna santa Gina, la nonna che non c’è più.
E così all’ora di pranzo, Olivia e io, ci siamo spartite una enorme porzione di gâteau, che ci volevano due mani per reggere il piatto.
“Ce lo mangiamo con il pane?” ha detto Olivia. “Va bene” ho risposto io. Che al bisogno di consolazione non c’è mai fondo. E come due muratori alla fine di una giornata spacca cuore, abbiamo glorificato, ognuna nella propria triste postazione all’interno della medesima stanza, il gâteau della signora Teresa, protetto da un panino. La felicità ha profumo di pane e companatico, qualunque esso sia.
“Sacrilegio, nel pane!” ha detto un’amica informata.
“Tizianeda sei toppo piccola per quel paninazzo, non ti entra” ha sentenziato un’altra.
“Sono come la borsa di Mary Poppins” ho risposto “posso contenere tanta roba”. E poi sono dimagrita e voglio ingrassare e poi ho fame.
E ha pensato che dentro, in fondo, siamo tutti fatti così, come la borsa di miss perfezione Poppins. Corpi piccoli e fragili, capaci di accogliere e contenere tanta roba. Come il cibo di tutte le signore Teresa del mondo, preparato con cura, per consolare le giornate che mannaggia a loro.
Borse piene di sorprese, non sempre piacevoli, ché mica siamo come la tata londinese, senza sbavature, con tutto chiaro in testa, con le risposte pronte e un poco di zucchero e la pillola va giù e un autocontrollo da killer professionista. Noi c’abbiamo la confusione in dotazione dalla nascita, che a volte emerge prepotente dal fondo. Tuttavia le sorprese buone che abbiamo dentro, sono lì, insieme a tutto il resto. Profumano di pane e companatico e ti vien voglia di prenderle tra le mani e addentarle, piano, a occhi chiusi, come con i baci.
Così la pillola va giù, tutto brillerà di più e Mary Poppins, per foruna, vola via.

Tizianeda

La triste storia di Tizianeda e dello scaldabagno

“In cosa devi essere interrogato, dodicenne?”
“In tecnologia”
“In tecnologia? Il funzionamento dello scaldabagno si studia ancora?”
“Penso di sì mamma, perché?”
“Ehm, perché ricordo molto bene la mia interrogazione di educazione tecnica, allora si chiamava così, sul maledetto scaldabagno. La volete sapere la triste storia di vostra madre e dello scaldabagno?”
“Certo, mamma”.
Ero seduta al banco con le dita incrociate. Perché a quella età speri che se incroci le dita sotto il banco, il prof non ti potrà interrogare. Ma la legge di Murphy incombe sempre sotto il banco e se tu incroci le dita, stai certo che il prof ti interrogherà. Alla sfiga bisogna arrivare preparati da subito. Non è che non avessi provato a studiare il meccanismo interno dello scaldabagno, ma non ne comprendevo la necessità. Per me lo scaldabagno era un oggetto appeso al muro che ne rovinava l’estetica. Era l’oggetto che se ti dimenticavi di accenderlo almeno mezz’ora prima, ccol cavolo che avevi l’acqua calda. Lo scaldabagno era solo una questione tra me e l’interruttore, mica dovevo costruirlo. Per questo non l’ho studiato. Mi sembrava stupido e avevo altre cose importanti a cui pensare. Tipo sognare.
Alla lavagna Calabrò. Quando ti chiamano per cognome, nella maggior parte dei casi, sta per arrivare un guaio. Disegnami il meccanismo dello scaldabagno, Calabrò. Ancora il cognome. Doppio guaio. Mi sono appellata a sua santità della fantasia e simpatia. Ho disegnato percorsi, cerchi, lampadine e rette, blaterando parole sconnesse. E siccome la legge di Murphy bussa sempre due volte, in quel momento ha bussato alla porta dell’aula il Preside. Ho pensato, è fatta, torno al posto. Invece il Preside, vedendomi lì, come una vergine immolata a una divinità malvagia,lo scaldabagno appunto, mi ha chiesto di continuare. Ho continuato, deglutendo vergogna. Lo scaldabagno, secondo me. Cosa abbia detto non lo ricordo. Ricordo il prof però, cambiare colorito come un camaleonte schizofrenico. Bianco, giallo, verde, rosso. L’acqua è diventata miracolosamente calda, nei miei racconti alla lavagna. L’acqua calda secondo me. Nessuno ha apprezzato il valore letterario della mia narrazione, tuttavia. Il Preside mi ha guardata, ha sorriso ironico. E’ così che funziona lo scaldabagno, mi ha chiesto, sei sicura? E che ne so, avrei voluto rispondergli, a me lo scaldabagno neanche piace. Sono stata zitta, invece, e ho alzato le spalle. Quando il Preside è andato via, il prof mi ha intimato di cancellare subito l’orrore disegnato alla lavagna, imprecando, come se gli avessi offeso la madre. Fanculo alla scaldabagno. Ho cancellato e sono tornata a posto, trovando conforto nei sogni.
Ora vado da mio figlio e me lo faccio spiegare come funziona questo maledetto scaldabagno, perché sono trentacinque anni che vivo in un limbo di ignoranza. Bisogna pur riconciliarsi con i buchi neri del passato. Poi lo scaldabagno lo archivio per sempre, con tutta la sua bruttezza estetica e meccanica. Tanto, ormai, c’è il metano, che l’acqua calda ce l’hai, senza bisogno di interruttore.
“Dodicenne, allora questo scaldabagno, me lo spieghi?”
“Aspetta che lo cerco sul libro… non c’è mamma, parla solo del metano”
Fanculo, scaldabagno.

Tizianeda

Forte come la dimenticanza è il mio cuore

Tengo tra le dita il foglio. E’ una lettera. Arriva dal Nord. Mia madre mi chiede di leggerla. E’ di Graziella, mi ha detto sorridendo. Doveva sorridere così, mia madre, anche quando era poco più di una bambina e la sua amica del cuore era lei, Graziella. La vicina di casa, la compagna delle scuole medie, quelle che non si sono mai lasciate, anche dopo. Mai una lite, molti cazziatoni, per lo più di mia madre con le sue visioni strutturate, dentro il triangolo delle bermude, casa, scuola, chiesa. E Graziella era contenta di questo. Mi vuole bene diceva. E poi matrimoni, figli e un mucchio di vita. Graziella e Mara le inseparabili, che era bello vederle così diverse, in tutto, a fare parole crociate e rebus, quando passeggiavano con il giornaletto in mano, zigzagando, ubriache di vocali e consonanti da sistemare.
Poi anni fa Graziella è andata via, al nord. Perché la vita ti scompiglia all’improvviso gli accordi delle parole. Hanno continuato a sentirsi, ma sempre meno. Graziella arretrava nella dimenticanza, mischiando cose e persone, ruoli, stagioni, l’ordine degli oggetti, la scansione degli eventi, resuscitando le assenze. Un miracolo della memoria rivoltata. Però a Mara non l’ha dimenticata, l’ha conservata in un pezzetto di quel muscolo strano. La voce nascosta che tiene compagnia, che ci ricorda l’alternarsi di suono e silenzio. Le ha inviato una lettera, con la grafia incerta di una bambina e la nostalgia per tutto ciò che abbiamo perso.
Il cuore sa essere ostinato, però. A dispetto della dimenticanza. Sta in ascolto del suo battere, conosce il compito. E’ un richiamo costante e innocente. Come la lettera di Graziella. Come il suo ostinato amore.
“Io sono la tua sorellina e ti voglio tanto bene”. Queste parole in fondo alla lettera. L’amore è semplice. In fondo.
E’ il cuore nascosto di Graziella. Più forte della dimenticanza.

Tizianeda