Frozen

“Esci Tizianeda?”
“No, perché?”
“Hai indossato il piumino e il cappello”
“In effetti, forse dovrei indossare anche i guanti…devo andare a casa dei miei”
“Ma vivono sullo stesso pianerottolo”
“Sì, ma è come se stessero ad Arendelle, lo sai”
“Dove?”
“Arendelle, il regno di Frozen, il cartone. Vabbe’ affronto gli eterni ghiacci, ciao sposo”.
Se non hai un’adeguata attrezzatura per le temperature polari, se vivi in paesi nordici e gelidi che il riscaldamento ti segue ovunque, se sei meridionale, ma ormai il tuo corpo si è assuefatto a case con i caloriferi sempre aperti quando il freddo diventa insostenibile (dai 19 gradi in giù), se non hai fatto la guerra, la fame, i sacrifici, non sopravvivi a una casa del sud, in inverno. In una di queste abitano i genitori di Tizianeda, che mai hanno voluto i termosifoni, ché tanto al sud l’inverno è mite e dura poco. Anche questo inverno con la neve e un freddo polare artico, almeno per fisici più avvezzi allo scirocco che alla tramontana. E così proliferano le raccomandazioni ai genitori vecchietti, che forse in quella casa nascondono il segreto della longevità e gli scienziati dovrebbero venire a studiarle le case meridionali senza riscaldamento. Non vi muovete, non vi spostate nelle stanze più fredde, abbracciate la stufa, i plaid, la borsa calda, possibilmente dormite nel soggiorno sul divano, la camera da letto c’ha l’allerta meteo incorporata, mi si è ghiacciato questo pezzo di viso scoperto, vestitevi a strati e uscite dagli strati in primavera. E cose così.
Eppure Tizianeda in quella casa, ha vissuto molti anni, ha passato inverni da era glaciale (secondo gli standard ufficiali del meridionale medio), come questo. Però il freddo se lo ricorda. Così come ricorda gli infissi con gli spifferi in dotazione, che la tenda si muoveva tutta la notte e dormiva con il cappello di lana in testa. E ricorda i risvegli drammatici per andare a scuola, con la stufa più calda contesa tra i fratelli. E ricorda la misteriosa abitudine di sua madre, di accoglierli al risveglio con tutte le finestre della casa spalancate, per arieggiare diceva, che in confronto la tundra Siberiana è una colonia estiva. Ricorda quando studiava con i guanti tagliati ma le mani erano fredde lo stesso e ricorda il letto la sera, che a entrarci si meritava la standing ovation. Chi non è abituato in case così, si influenza, si ammala, si raffredda e diventa di ghiaccio come la principessa di Frozen. Quindi se dovete sostare per un po’ in interni meridionali no-caloriferi, munitevi di abiti pesanti, sciarpe, cappelli, guanti da neve, oppure, per spezzare l’incantesimo del gelo, fatevi scaldare da ripetuti e travolgenti gesti d’amore (anche uno scaldino elettrico da asporto aiuta. La borsa calda è meglio).

Tizianeda

ἐπιϕάνεια

La donna posò la valigia sul pavimento. Era quasi arrivata. Doveva aprire la porta. Non era difficile. Aprire la porta e varcare la soglia, tutto qui. Un’altra porta, un’altra soglia. Non sapeva cosa sarebbe successo. Non poteva sapere. Quali volti, parole, e incontenibili silenzi. Quali abbandoni e incontri, quali schianti e fughe. Poteva voltarsi, vedere cosa e chi lasciava . Ogni istante di respiro e di cuore e di carne. Poteva questo e continuare a ripetersi le parole del calabrese Abate che tanto le piacevano: “Non sempre è possibile capire la vita, mia cara, né serve spiegarla. Bisogna raccontarla e basta”. Lei provava a raccontarla la vita, perché voleva spiegarla a se stessa, vederla farsi chiara dentro una composizione di parole, tutte le volte che la attraversava, la osava, la sbagliava, inciampava tra le sue gambe.
Pensava la donna che il cambiamento è sempre preceduto da una sottrazione. Lei però le cose e le persone non voleva lasciarli dentro numeri che diminuiscono fino a scomparire.Voleva lasciarli andare con rispetto.
Che tempo, pensava, che tempo questo. Accadimenti nel tempo di uno strappo. Era tutto dentro di lei. Presenze e assenze, insegnamenti e sbagli, colori e visione che solo i grigi ti danno. Quante immagini in lei, pensava la donna. Quanti anni aveva vissuto in quel tempo piccolo e quanto stupore in ogni volto, per ogni incontro, per ogni parola detta e taciuta, dolore e fatica, demoni e angeli, lei che era demone e angelo e ricerca e ritorno a sé. Prima di aprire la porta, la donna voleva portarsi un’immagine che fosse un amuleto, un’apparizione, una manifestazione del divino che è nell’universo e dentro tutti noi, pensò, un’ἐπιϕάνεια. Chiuse gli occhi per trovare un’immagine innamorata che le facesse provare tenerezza e fiducia. Chiuse gli occhi e la trovò. E vide. Vide un ragazzino di undici anni dentro una casa di 90 mq. Vide la porta che si apriva e una donna magra, ancora troppo magra che la varcava. La donna che era stata per molti anni presenza densa per le stanze di quella casa. La donna a cui era stato consegnato tra le braccia quell’undicenne quando era piccino. Che aveva aiutato nell’accudimento lei, la mamma di quel bambino. Che poi i ragazzi erano cresciuti, ma la vita aveva deciso di interrompere per un po’ il filo che li univa. Giusto un tempo necessario per riprendere forze. E poi l’incontro dopo mesi di paziente attesa. L’incontro tra la donna e il ragazzino. Era questa l’immagine che si sarebbe portata, come un dono di incenso di oro e di mirra. La manifestazione dell’amore potente che si inchina al mistero della vita. Quell’incontro atteso, di una donna e un ragazzino, quel guardarsi senza dire, quell’avvicinarsi piano e abbracciarsi senza troppo stringersi per non farsi male. Era questa la sua epifania, la visione rivoluzionaria dell’amore che tutto può e sa dire, dentro immagini silenziose.
Adesso ho tutto ciò che mi serve, la donna pensò con nel cuore la commozione di quegli attimi delicati. Questo si disse, prima riprendere la valigia e aprire la porta.

Tizianeda

Grazie, scusa, per favore

L’ho lasciato in silenzio. Senza parole. Ho chiuso la porta piano, come quando vuoi proteggere il sonno di chi ami, dentro la stanza in penombra. Piano per non fare rumore, per non scuotere i sogni. Un lento, segreto gesto d’amore. Così ho fatto con l’anno che è andava via. Un ultimo sguardo, prima di lasciarlo lì nella stanza. Amiamo celebrare ciò che finisce, per avere la speranza di un inizio. Una tenerezza che si rinnova. Così è per i compleanni. Soffiamo sul tempo trascorso, soffiamo vento sul nuovo che vogliamo, esprimiamo il nostro bisogno di essere, di una vita che ci faccia sentire presenti, cantiamo l’urgenza di abbandonare vecchi e nuovi dolori irrisolti, di rinnovare i prodigi e le felicità, di trovare altre stanze da abitare, o di continuare a entrare in quelle che ci fanno sentire salvi. Una torta di 2017 candeline. Non salutiamo solo l’anno ritornato a se stesso. C’è qualcosa di potente nel bisogno di abbracciarci allo scoccare della mezzanotte, di illuminare la notte, di rompere il silenzio con botti assordanti che spostano l’aria, di ritrovarsi insieme, per dire ciao anno, ciao. C’è qualcosa di umano e vulnerabile e innocente e ti viene da piangere e chiudere gli occhi e stare ancora un po’ in bilico tra chi va e chi arriverà o chi resta ancora accanto a te.
L’ho lasciato in silenzio senza parole. Era il giusto epilogo. L’unico. L’ho riempito di tante lettere questo anno andato via, lui che è stato così pieno di vita e vite. Così pieno questo anno che sono sembrati dieci e forse di più e so che il volto è divenuto geografia tangibile di ogni presente vissuto. L’ho lasciato con poche parole nel cuore. Le più importanti: grazie, scusa, per favore. A ogni cosa, a ogni persona, a ogni incontro, a ogni presenza e a ogni assenza. A ogni ritrovarci, a ogni scontro e abbandono. Per ogni dimenticanza, per ogni gratitudine, per ogni mancanza, la mia. Grazie, scusa, per favore. Ognuno nel mio cuore, a modo suo, per come so. Grazie, scusa, per favore, a te che ci sei e a te che non ci sei. Nel mio cuore. Varco la soglia senza voltarmi, sorridendo, oscillando. Non penso più ai passi da contare. Cammino.

Tizianeda

Stanchi di essere bravi

Letterina a Santa Claus.

Ciao Santa Claus, che tutti ti prendono in giro perché sei grassoccio, vestito male e hai amici strani tipo le renne, i folletti e la Befana.
Volevo dirti che per me, non chiedo niente. Anche perché tu porti i doni ai bambini bravi. E non chiedo nulla, non perché non sono più bambina, perché a volerla cercare, questa bambina dentro di me la trovo. Come tutti del resto. Ma per quei pezzi di “non brava” che sono lì. Non chiedo niente, per tutte le volte che non sono riuscita a capire, a vedere con gli occhi giusti, a dare un nome alle cose, a fermarmi in tempo, ad andare via prima e non dopo. Per tutte le volte che non ho trovato le parole per dire, o quando ne ho lasciato andare anche una sola di troppo. Non chiedo niente per tutte le volte in cui il lamento è stato una guida di pensiero e non avrei dovuto e per quando mi sono persa di vista e non avrei potuto e per quando mi sarei dovuta arrendere invece e non me lo sono concesso. Per tutte le volte che non ho saputo dare risposte, o peggio, non ho cercato la domanda esatta. Non chiedo per quando non ho saputo liberare la generosità del cuore, o non ho saputo dire con forza le offese, allontanandole da me. Per le mancanze verso me stessa, per ogni volta che ho preteso da chi poteva darmi solo quello e nient’altro, per quando non ho usato un tanto così di benevolenza che consola. Non chiedo nulla per quando non ho saputo lasciare andare, e io lasciarmi andare. Non chiedo niente perché in fondo non voglio essere “brava”, che poi non so neanche cosa sia. E non dovremmo insegnare ai bambini a essere bravi, ma buoni sì. Anzi dovremmo imparare da loro la differenza. Loro la sanno. Chi è buono sa riconosce, scava nelle profondità del cuore e della vita. Se sei bravo finisci per accontentare e accontentarti. Quindi Santa Claus, vai dai bambini piccini, che loro sono buoni veramente, mentre gli adulti hanno imparato a essere bravi. Per esempio bravi a fare le guerre, a uccidere, offendere, gettare ombre sull’innocenza.
Vai dai bambini piccini che hanno smesso di chiedere giocattoli, perché se devi sopravvivere non pensi più a giocare. Vai da loro che non hanno più una casa dove festeggiare i momenti di pace e non sanno più i giorni. Vai nei luoghi che sono uno strappo sanguinante di ventre. Prenditi i bambini, portali via da lì, allontanali dagli adulti bravi. Chi troverà il bambino? Lo troverà la bontà , qualcuno ha scritto. Allora portali via con te, ché tu, Santa Claus, un po’ bambino sei, se non ti importa di vestirti in quel modo buffo e credi nelle renne parlanti, nei folletti e la Befana. Portali via con te. Restituiscili soltanto quando gli uomini si saranno stancati, ma stancati veramente, di essere bravi.

P.s.: da qui i miei auguri, per come so e posso. Che sia un tempo di attese serene.

Tizianeda

Del panico e dei suoi attacchi

“Mamma…”
“Dimmi tesoro”
“Una mia amica mi ha detto che soffre di attacchi di panico. Tu sai cosa sono? “
“Sì quattordicenne, so molto bene cosa sono”
“Me lo spieghi? Mi è sembrato che stesse molto male”
“L’attacco di panico è una reazione non intelligente del cervello a degli stimoli esterni. Cioè il mio cervello crede che ci sia un grave pericolo che in realtà non esiste, quindi il corpo agisce di conseguenza. Il cuore batte fortissimo, sudi, tremi, hai voglia di fuggire e ti convinci che stai per morire”
“E si muore?”
“No tesoro non si muore, ma in quel momento pensi che ti sta succedendo proprio questo”
“E poi?”
“E poi come arriva l’attacco, va via e ti senti molto stanco e spesso hai paura che possa ritornare e allora non ripeti certi comportamenti che credi possano scatenarlo”
“Tipo?”
“Tipo uscire, allontanarti, guidare, viaggiare e tutto quello che fa di te una persona libera”
“Ma si guarisce?”
“Sì amore mio, si può veramente guarire. Bisogna farsi aiutare,parlarne e non vergognarsi, perché succede. Diglielo alla tua amica”
“Mamma…”
“Dimmi amore mio”
“Ma tu, come fai a sapere tutte queste cose?”
“Perché anche io ho avuto in passato un rapporto burrascoso con quel fetentone di Mister Panico”
“Ma non ne hai più?”
“No, niente di niente … ora che ci penso da quando ho aperto il blog. Bisogna lavorarci un po’ e fare tutto quello che ci spaventa, così la parte stupida del cervello ritorna intelligente”
“Wow mamma, figo!”
“Be’, sì, diciamo figo”.
Diciamo che la quattordicenne ha, sì, una mamma “figa” che ha fottuto il panico da ormai cinque anni. Diciamolo qui in questo blog lieve, perché Tizianeda di panico ne sente parlare spesso. Perchè molte sono le persone che lo raccontano a lei, o attraverso i social. Perché è giusto non tacerlo. Certo Mister Panico, non merita molta confidenza, ma quel tanto per far capire che lui e i suoi puzzoni attacchi attraversano la vita di molti, condizionandola. E se c’è, bisogna trovare il modo per scacciarlo, capire perchè è arrivato, capire quali sono le vere paure nascoste, o le mancanze e i vuoti.
Tizianeda conosce gli eventi burrascosi del panico, perché per un periodo della sua vita ne è stata abitata e condizionata. Oggi appartiene alla sua vita precedente. Pensa che sia giusto parlarne, per aiutare, spera, chi ne è invischiato. Oggi le energie esplosive viaggiano sulla strada della creatività, dei progetti, di una vita che le piace, nonostante le fatiche e gli inciampi e lei. Si è detta di guardare nel volto le paure più profonde, di imparare ad amarsi, a riconoscersi, di imparare ad abbracciare i limiti e a prendersene cura. Lo ha lasciato andare e gli ha sorriso. Non pensa più Tizianeda al panico, se non quando gliene parlano. E’ concentrata a camminare in un presente più indulgente dove riconoscersi anche nei grigi. Ad annusare la vita per sentirne gli odori, senza farsi spaventare dal troppo che arriva. Ad abitarsi ovunque si trovi, a fare pezzi sereni degli eventi burrascosi. E a riprovarci quando fa fatica. A pensare che in fondo è tutto qui, è tutto qui e a lei piace. Perché questo tutto qui, è una tavola apparecchiata attorno alla quale stare, per rendere il cuore a se stessi e non solo.

Tizianeda

La motociclettista imperfetta

Si sono dati appuntamento agli imbarchi delle navi che transitano verso la Sicilia e che poi tornano indietro in un via vai acquoso infinito. Alcuni erano con il passeggero, altri soli. Tutti nei loro perfetti e seri completi tecnici. Tutti tranne una, con un abbigliamento raffazzonato all’ultimo. “Non è colpa mia se le lobby internazionali dell’abbigliamento per motociclettiste non considerano quelle dal metro e settanta in giù … molto in giù vabbe’”.
Perché lo Sposo ormai Presente e Tizianeda, hanno fatto una gita in sella alla loro Enduro vintage, insieme ad altri veri motociclettisti. Erano stati invitati da amici che di moto e motori se ne intendono, per passione e lavoro.
Tizianeda – che non ha avuto il tempo e la concentrazione di sapere quale fosse la destinazione e il tragitto, che ha azionato la sua labile memoria selettiva – ha incamerato solo due dati essenziali: Sicilia e cannoli. Tanto le bastava per partire con entusiasmo e cercare, in pochi minuti, nell’armadio lo scafandro inguardabile per non patire il freddo. Le bastava sapere che era con tanti motociclettisti, che lei, imbranata fruitrice delle due ruote, ama. Per tutto quello che le trasmettono. Perché i motociclettisti incarnano un pensiero e una visione della vita. Almeno a lei sembra così. Le piace il modo in cui si piazzano sulla strada, non proprio comodissimo. Così esposti all’aria e ai suoi mutamenti e al silenzio del viaggio, anche se hai il passeggero logorroico da trasportare. Le piace la prospettiva senza ostacoli da cui guardare il mondo che scorre. Le piace l’entusiasmo sempre giovane, che a ogni gita si associa alla ricerca del paesaggio pieno di incanto e di luoghi dove mangiare bene. Tipo i cannoli della pasticceria San Nicola di Novara di Sicilia, con i pasticceri fratelli “cabarettisti”, con cui Tizianeda si è divertita a scherzare.
Insomma il motociclettista è la metafora di un modo di stare, ed è fuga anche, da una vita infilata dentro gabbie e abitacoli che limitano la prospettiva.
Poi si ritorna un po’ sfatti, perché insomma, non avere vent’anni fa la differenza. Torni e ti addormenti in orari da “Villa arzilla”. Torni che ancora l’andare della moto ti vibra dentro. Torni e ti addormenti con negli occhi e nel palato la visione dei cannoli e poi delle isole Eolie compatte e vicine come un monolite sacro. Le isole di fronte all’isola, messe sul mare, Tizianeda ha pensato, per renderli, proprio quel giorno, tutti felici.

eolie

cannoli

Tizianeda

Tappezzerie e lenti

ATTENZIONE! QUESTO POST E’ STATO SCRITTO SOTTO L’EFFETTO ALLUCINOGENO DI “HONESTY”.

“Santo cielo, Sposo ormai Presente!”
“Cosa?”
“Ma fra tutte le canzoni che tu e il tuo gruppo potevate scegliere di suonare, proprio questa!”
“Perché non ti piace?”
“Ma hai idea, hai idea quanta tappezzeria io ho fatto con questa canzone alle feste?”
“Ma veramente i tuoi compagni non ti invitavano a ballare i lenti?”
“No, mai!”
“Non capivano niente. Scommetto che eri carina”
“Ma che carina! Ero racchia e antipatica, ho conosciuto più divani io di un tappezziere”
“E che avevi mai?”
“Avevo un pallore mortale, capelli improbabili, i baffi e i maglioni fatti da mia madre … continuerai a suonarla?”
“E come faccio. E’ uno dei pezzi che abbiamo scelto”
“Ma tu lo sai che ogni volta che qualcuno suona questa canzone, da un’altra parte del mondo una ragazzina racchia viene invitata da tutti i ragazzi boni della festa?”
“Ah bene, e poi?”
“Poi si sveglia e si ritrova sul divano della festa”
“…”

Morale: invitate le ex ragazzine-tappezzeria a ballare i lenti. Ma che siano lenti, molto molto lenti…

Tizianeda

Facciamo che

Facciamo che quest’anno io gli auguri, qui, non te li scrivo.
Facciamo che ormai sono quattro anni che li racconto i miei auguri per te, in questo luogo che scorre.
Facciamo che li penso e basta, che chiudo gli occhi forte, ma così forte che il naso si arriccia. Li penso e basta e ti penso e basta, anche a te forte, più forte dei miei occhi chiusi.
Facciamo che ti guardo come tutte le mattine, quando il sonno ti impasta i contorni, facciamo che ti guardo come so, come sa il mio silenzioso sentire.
Facciamo che anche tu li apri gli occhi e mi guardi e allarghi le braccia, per prenderti la tua dose di coraggio per il giorno da affrontare.
Facciamo che ti bacio e ti dico “auguri amore mio” e tu sorridi in quel modo, in quel modo che è tuo e per un attimo anche mio, solo per un attimo anche mio.
Facciamo che penso mille cose per te, mille benedizioni per i tuoi undici anni sui quali incedi con il tuo passo buffo, ma non te le dico, per non investirti, per non caricarti di questo troppo, di questo troppo che sento.
Facciamo che non ti metto nel mio cuore, ma a un passo da lui, così puoi andare e io guardarti allontanare.
Facciamo che mi piaci e in un modo e in un modo, con tutte le tue stramberie, mi piaci in un modo che non so in questi tuoi undici anni. Tu che mi hai insegnato un altro amare gli uomini, mi hai insegnato un’altra tenerezza senza l’ombra del possesso, mi hai insegnato questo amore stupito, che non so che non so e non posso dire.
Facciamo che so sentire e ringraziare mentre ti guardo stupita, di questo tuo stare, così pieno di bellezza che non riesco a raccontare.
Auguri dolcezza, auguri bel ragazzo, auguri felice Domenico.

Tizianeda

Accogliersi dentro di sé

“Mamma smetti di guardarmi”
“Ok tesoro, non ti guardo”
“Dai che facciamo in un attimo. E poi siamo tutte donne, stai tranquilla, signorina”
“Lo so, ma io mi vergogno”
“Anche io alla tua età mi vergognavo amore”
“Sì ragazzina, tranquilla è normale, dopo una certa età non ci si vergogna più”

Mentre Tizianeda si trovava in una stanza con due infermiere gentili e con la quattordicenne, lì per un elettrocardiogramma, ha iniziato a pensare al pudore.
Ha pensato, per quelle mirate associazioni che la mente fa, a tutte le volte in cui d’estate si doveva sottoporre, insieme a migliaia di bambini sparsi per le spiagge, al cambio del costume dopo il bagno. Questo per scongiurare d’inverno, febbri, tossi, convulsioni, pertossi , terremoti, tzunami, tornado o la fine del mondo, a quanto pare, visto l’accanimento terapeutico dei genitori. Si è ricordata del compito di sua madre e poi di sua sorella di sorreggere nella spiaggia assolata e piena di ombrelloni, il telo di spugna, per coprire le parti interessate. Era un continuo “stai attenta, non ti distrarre, non mollare, controlla che nessuno guardi”. Già da quei momenti si impara l’arte dell’equilibrio. Se cadevi eri fottuto. E Tizianeda ricorda l’imbarazzo quasi doloroso, quando una volta il telo scivolò sulla sabbia calda. Nessuno probabilmente se ne accorse, ma lei avrebbe voluto scomparire insieme a quel corpo scoperto per un tempo impercettibile nella realtà, ma nella sua fantasia lungo quanto la formazione dei continenti.
Poi cresci e i costumi inzuppati di acqua e sale smetti di cambiarli. Poi cresci e attraversi quella fase in cui il corpo lo mostri a fatica, non per pudore, ma perché non ti piace. Poi cresci e il corpo lo scopri un po’ di più ed è una scoperta interiore. Poi cresci e il tuo corpo è femmina. Poi cresci e succede che diventi madre e il tuo corpo si apre dentro gli occhi e le mani di medici e infermiere e il pudore quel giorno lo butti definitivamente nel cesso. Poi cresci e crescere e inciampare nel tuo corpo, sono il prezzo per rinnovate strafottenze e sicurezze, anche loro da preservare, perché in ogni momento le puoi perdere se non diventi solido dentro il tuo corpo.
Questo pensava Tizianeda mentre si trovava nella stanza con le due infermiere gentili e la quattordicenne. Pensava che crescere è spogliarsi, è non avere paura delle proprie nudità, è guardarle, è anche imparare poco a poco quando svelarle e quando invece usare la risorsa del pudore che non è più vergogna, ma consapevolezza. E’ accettare che a volte si è dovuto camminare su cocci di vetro, per capire tutto questo, per guardarsi nude allo specchio e accogliersi dentro di sé.

Tizianeda

La costruzione di un amore

Studio con il decenne la costruzione della terra, il lavoro paziente dei continenti. Il loro unirsi, innalzarsi, scontrarsi, toccarsi per poi cambiare idea e allontanarsi e così fare spazio all’acqua. Studio la geologia e con lei il moto antiorario di alcuni continenti. Un atto di ribellione al movimento costante inverso dell’universo. Un impulso per altri pezzi di terra. La geologia celebra la necessità del distacco, per un assetto adulto degli elementi. Il suo scorrere perenne nelle profondità nascoste, la connessione di ogni singolo pezzo. Il grande dono degli animali marini alle montagne, che con le loro carcasse e i gusci hanno contribuito all’innalzamento dai fondali, dando un senso alla loro stessa morte. Studiare le possibilità della terra in un tempo non toccato dal pensiero degli esseri umani, lascia la sensazione che niente è come sembra. Le rocce nella loro materia impenetrabile sono figlie dell’acqua, di un trapasso sereno di inconsapevoli vite lontane. La terra, nella sua attuale bellezza è un atto di gratitudine al costante movimento, dentro cui ogni elemento è legato all’altro, è parte di un linguaggio semplice, di un donarsi senza nulla chiedere, se non quello di far parte di un tutto che vuole mostrarsi. E oggi il decenne che studia e io con lui in questo moto incessante, in questa danza, dove non c’è un solo danzatore. Perché questo ci racconta le geologia. Ci muoviamo e ci avviciniamo e a volte per crescere ci allontaniamo, dando spazio a un fluire liquido in cui siamo connessi. La terra ci insegna il moto sereno e paziente dei corpi, i loro cambiamenti senza l’ostacolo della paura. E’la storia dell’acqua e delle rocce, così lontane eppure così vicine. E’ la storia del passato che scrive il futuro. La costruzione della terra è la costruzione di un amore, che si offre, che non chiede nulla in cambio, se non di essere guardato e protetto.

Tizianeda