Siccome sono molto triste…..

Per sette lunghi giorni la decenne di casa, ha vissuto selvaggiamente tra castagneti, pini, felci, coetanei in divisa verde e marrone con fazzoletto al collo, pentole da lavare, acqua da reperire, giochi, canti buffi o malinconici, fuochi di bivacco.
Per sette lunghi giorni, il seienne di casa, ha vissuto nostalgicamente a casa, tra inquietudine, noia, bisogno di consolazione e ristoro per la subita assenza della sorella maggiore, con due genitori ancora sommersi dal lavoro, il campo estivo finito, la cugina gemella, preferita e coetanea, altrove, i nonni vecchietti fuggiti al mare, consolato dall’amata da tutti G., presenza sicura ed intermittente della casa. Il tutto farcito dalla sua innata capacità di ottimizzare anche i momenti di sconforto.
Per questo ogni richiesta del seienne, preannunciata dalla seguente premessa: “Mamma siccome sono molto triste, perché mia sorella non c’è…”, accompagnata da uno sguardo scuro e penetrante impastato di innocente dolcezza, colorata da un sorriso accessoriato di fossetta laterale, è stata esaudita.
Per questo per sette lunghi giorni, sono state svolte le seguenti attività:
1) Mangiato per cinque volte pasta e lenticchie, il suo piatto preferito.
2) Giocato alle tre del pomeriggio a nascondino..in due in una casa di 90 mq.
3) Guardato mano nella mano vicini vicini, sudati sudati, i suoi programmi televisivi preferiti.
4) Dormito in tre nel lettone “perché mamma sono molto triste e non voglio dormire solo senza mia sorella” “Si però ora dormi. Ma perché ti rigiri così nel letto?” “Perché sono molto triste ché penso che noi siamo insieme nel lettone e mia sorella no..”
5) La sua mamma ha dormito malissimo, perché, essendo il seienne molto triste, le è stato tutta la notte addosso.
6) Giocato alle tre del pomeriggio con giocattoli vari consistenti in Tuffy e Procy, peluche spelacchiati e consunti, 17 piccoli cuccioli di plastica, tutti di animo buono ed irrazionale tranne due di animo cattivissimo ed irrazionale: un gatto nero con gli occhi da drogato, ed un castoro con un fiore rosso in bocca. Un ometto di plastica che si chiama Luigi vestito con una buffa tuta verde e con improbabili baffi, tre minuscoli personaggi di carta disegnati dal piccolo e ritagliati da Tizianeda, che poi sarebbero i tre elementi della famigliola sfornita della decenne, tutti con la coda ed un buffo cappello in testa con le orecchie. L’onirico circo, ha combattuto con i due elementi disturbanti, il gatto drogato ed il castoro, ogni tanto sono morti tutti, per poi resuscitare. “Mamma ora combattono muoiono tutti ma poi si abbracciano” “Ma un po’ d’amore non c’è mai?” “Si abbracciano”.
7) Invitato a casa il suo amico del cuore dai tempi dell’asilo, Giuseppe, dotato di occhiali da vista, sguardo furbo, sorriso avvolgente. Amante del calcio, Giuseppe ha manifestato il suo affetto con tutta la sua fisica prorompenza, non lesinando scappellotti, che da sempre lasciano interdetto il seienne. I due minori sono l’ opposto ed il completamento l’uno dell’altro. Unico elemento in comune: riescono a devastare una stanza in pochi minuti.
8 ) La mamma, più di una volta, adducendo spregevoli scuse, si è rifugiata in bagno, zona franca della casa, dove si e’ chiusa a chiave senza destare sospetti, solo per godere di qualche momento di solitudine e silenzio.

Poi la decenne è tornata, la folle normalità familiare è stata ripristinata con tutti i suoi quattro elementi. Il seienne ora dorme nella sua stanza, il primo pomeriggio gioca con sua sorella, continuiamo a cucinare pasta e lenticchie, il bagno è usato per i suoi scopi naturali, almeno per ora…

Tizianeda

La ragazzina decenne

Mi aspettavo uno tsunami, un terremoto emotivo, uno struggimento nostalgico senza ritorno, ed invece….
Ti ho lasciata nella piazza calda, piena di ragazzini in divisa Scout, gli zaini accatastati in disordine, e un pulmino sonnecchiante, circondato dalle vostre presenze eccitate.
Non ho aspettato il momento della partenza come faceva mia madre, che non si scollava dalla strada con gli occhi grondanti e rossi, fino a che non sparivo dall’orizzonte.
Sono andata via prima, con tuo fratello in lacrime, lui sì, già avvolto dalla nostalgia.
Sette giorni di distanza e silenzio, senza il sollievo di una telefonata, perché queste sono le regole, affidata ad altri ed a te stessa.
Faccio i conti con il mio mutismo, il mio essere dimidiata, come tutte le donne, tutte le madri, tra il sollievo e la mancanza.
E’ una voce sorda, un silenzio ovattato, un ventre pieno.
Ora che non giri per la casa, mi scontro con quello che so, che ho sempre saputo: tu non mi appartieni, non sei mia, non sei di tuo padre, non sei del mio passato.
E’ mio però il nostro tempo condiviso, da quando tutto è iniziato, da quando mi hanno detto che c’eri, da quando hai occupato il mio respiro, allargato i muscoli prima compatti del mio corpo, cambiato per sempre il mio sguardo. E’ mio questo tempo da quando sono stata espugnata da dentro. Perché l’amore non sempre e non subito è solare e facile.
L’amore si è insidiato come un seme piccolo piccolo nella terra, non il giorno in cui hai iniziato a crescermi dentro, e neanche il giorno in cui ti ho vista per la prima volta e ti ho baciata, perché è così che si fa, e a te non è piaciuto. L’amore è successo dopo, quando eri da un mese la costante presenza nei miei giorni mutati per sempre. Dopo che mi hai stordita e confusa. Dopo che ho dato un nome alla paura. Io ero seduta sul divano di casa con fuori l’inverno, quando all’improvviso, con voce lenta ho detto a tuo padre che mi ero pentita, che non ero pronta.
Lui quel giorno mi ha guardato stupito ed incredulo con due occhi da bambino, ed io ho iniziato a guarire dallo sperdimento, ho iniziato a diventare madre.
Si è aperta una porta ed io sola, l’ ho attraversata con te, sicura tra le mie braccia.
E’ mio questo tempo dentro il quale ti muovi ed io ti guardo e ti accompagno, restando ogni giorno un po’ più in disparte. Guardo il tuo modo vibrante e già femminile di percorrere lo spazio, il tuo sguardo ironico, le tue mani mobili a volte nevrotiche.
Tra pochi giorni ci rivedremo, ragazzina. Ti troverò cambiata, impercettibilmente. Nel diverso movimento della tua testa, in un guizzo nei tuoi occhi, in un altro modo di far scorrere le dita tra i capelli o di sorridere. Ed ancora, davanti a tanto innamorato stupore, rinnoverò come una preghiera arcana quello che so e che ho sempre saputo: tu non mi appartieni, non sei mia, non sei di tuo padre, non sei del mio passato.

Tizianeda

La strada

Variegate attività commerciali presenti sulla via dove abito:
1) Investigatore privato. Si pubblicizza con vistosa insegna luminosa dove è impresso il numero di telefono.Ho il sospetto che il titolare (del tutto sconosciuto) sia un folle sociopatico che da anni usa i suoi sofisticati strumenti di spionaggio per controllare il vicinato, composto da vegliardi settantenni, oltre che dalla famigliola…..credo che l’investigatore sia diventato ancora più sociopatico.
2) Cantina o bettola. L’insegna è bianca, luminosa, le scritte sono di color amaranto. Gli astanti sono gli stessi da almeno trenta anni, e da almeno trenta anni comprano lo stesso prodotto consumato sul posto: vino al bicchiere. Il proprietario cinquantenne e i clienti, stanziano la maggior parte del tempo sul marciapiede antistante al “locale”, circondati da botti di legno, una grossa moto da città ed una sedia sull’uscio, dove è riposto seduto e sonnecchiante il padre novantenne del proprietario. Nelle infinite volte che entro ed esco da casa, loro sono lì, parlano di calcio, guardano le donne passare pur rimanendo immobili e con lo sguardo fisso. Penso siano tutti degli ologrammi. Un giorno di questi li tocco.
3) Negozio di fumetti colorato frequentato da ragazzi e ragazze. Chiacchierano a bassa voce, sono educati, distrattamente ti osservano passare. Penso che con la mia vita caotica ed il mio perenne correre, sembro a loro molto più irreale dei personaggi dei fumetti che leggono. L’insegna è a forma di nuvoletta azzurra.
4) Servizio di pompe funebri. Attività florida aperta da pochi anni tra gli scongiuri generali. L’ufficio/negozio è sito sul livello della strada, chiuso da una vetrata. È possibile, passandoci davanti, vedere all’interno l’esposizione dei prodotti. L’insegna è fissata su un grosso palo piantato sul marciapiede.
………Dimenticavo:
5) “Casa di appuntamento”. L’attività si svolgeva in un appartamento nel palazzo accanto al mio. E’ stata chiusa dopo una retata della polizia. Non c’era nessuna insegna.

Tizianeda

Le scarpe

Odio guidare la macchina. Mi piace camminare a passo svelto con la musica attaccata alle orecchie. Per questo l’altra mattina, per le strade cittadine vagavo in cerca di un paio di scarpe comode, adatte alla mia quotidiana attività motoria. Dovevano essere con poco tacco e confortevoli, come quelle che indossano le signore anzianotte, con i piedi bitorzoluti e consunti.
Mentre mi dedicavo alla noiosa attività di entrare ed uscire dai negozi, ho incontrato A., la mia amica alta ed entusiasta.
“Mi devo comprare un paio di scarpe”
“Ne ho visto adesso un paio bellissimo..sono perfette per te, seguimi!”.
Fiduciosa le sono andata dietro, perchè si sa le amiche, quelle che ti conoscono, quelle con cui chiacchieri, con cui raggiungi le alte vette dell’armonia e gli abissi del disaccordo, quelle a cui pensi se hai bisogno di un consiglio o per trovare consolazione, quando mostrano tanto travolgente entusiasmo , le segui senza discutere.
“Ti ho detto che voglio scarpe comode da passeggio?…però non correre che un passo tuo sono almeno tre dei miei!!”
“Guarda … non sono bellissime!”.
Dovevo immaginare che tanta eccitazione, non poteva essere stata generata da anonime e rassicuranti scarpe adatte a stabili deambulazioni.
“Sono da Drag Queen!”
“Misuratele, se potessi le comprerei per me…ma con questo tacco!”.
Così le ho misurate e le ho comprate, dimenticando dentro gli oscuri meandri della mente, il motivo del mio originario vagare annoiato per i negozi, travolto dall’idea che la mia amica A. mi veda come non sono: una gran figa sopra dei trampoli assurdi!
Poi ho portato i femminili oggetti contundenti a casa, che sono stati scoperti dalla ragazzina decenne.
“Mamma cosa è questa meraviglia!!!”
La mia non più bimba, in preda ad un’ eccitazione irrefrenabile ha indossato le scarpe da Drag Queen, e non le ha più tolte. Sono due giorni che passeggia per casa con loro ai piedi, come fossero confortevoli pantofoline.
Io la guardo, come si vede la bellezza che improvvisa ti si piazza davanti, come si guarda qualcosa in divenire, un cambiamento epocale, guardo la donna ancora nascosta dentro di lei che allontana un millimetro alla volta la bambina, in una lenta ed impercettibile evoluzione, come quella della terra.
A dire il vero, guardo anche le mie scarpe e mi convinco che ho fatto proprio bene a seguire la mia amica A., alta ed entusiasta.

Tizianeda

Davide e Golia

Il piccolo di casa, la sera a letto ama circondarsi di oggetti familiari e rassicuranti. Oltre al sacchettoacchiappaincubi, bisaccia di panno rosso cucita dalle mani pazienti della zia M., che di notte risucchia dalla sua testa i brutti sogni (“però mamma non funziona molto bene perché si prende pure quelli buoni”), ci sono i suoi piccoli pupazzi spelacchiati e consunti: il cagnolino Tuffy ed il procione Procy.
Il primo, il più bisognoso dell’affetto del suo padroncino ha un solo enorme sproporzionato occhio tondo, perché l’altro non c’è più, sostituito da una cavità nera e profonda come un cratere di un vulcano pronto a risvegliarsi (“ Mamma è’ stato il suo amico Procy il procione a cacciarglielo, però non lo ha fatto apposta, quindi Tuffy lo ha perdonato”).
Poi ci sono io, seduta sul bordo del letto che raccolgo le confidenze del piccolo che ignora il sonno, preso dalla serale logorrea compulsiva.
“Mamma Tuffy non vuole solo le coccole. Lui è anche un eroe! Sconfigge i giganti cattivi!”
“Ma come fa così piccino ad uccidere i giganti!”
“Ora ti spiego. Si fa ingoiare e così quasi strozza il gigante. Poi scende giù giù nell’intestino e si muove fortissimo da una parte e dall’altra . Ti faccio vedere…così…… prima che al gigante esce il vomito lui risale veloce veloce e dopo il gigante vomita e muore”.
“Molto furbo questo Tuffy”.
“Mi dimenticavo. Quando è fuori si scrolla tutto. Perché lui è un cane e non si può fare la doccia”.
“E perché si deve scrollare?”
Sgrana gli occhi e parla greve: “Perché mamma il gigante dentro……… è pieno di sangue!!”.
La sua voce trema mentre mi descrive quest’ultima scena decisamente troppo splatter per lui…..Per fortuna c’è il sacchettoacchiappaincubi!

Tizianeda

Storia triste senza lieto fine

Protagonista:
la cesta del bucato.
Coprotagonista:
tu.
Ambientazione:
stanza piccola e angusta arredata con meste mensole piene di inutili oggetti dimenticati e detersivi comprati con le offerte dei supermercati. Ci sono anche la cassetta degli attrezzi e la lavatrice.
Sceneggiatura:
la protagonista e tu vi guardate. Tu sospiri mugolando. Vorresti cospargere tutto di benzina, accendere un cerino, buttarlo sopra quella cosa informe, chiudere la porta della stanza piccola ed angusta ed allontanarti al rallentatore, spietata e fighissima, mentre alle tue spalle si innalza una massa di fuoco. Ma non lo fai.
La protagonista è un’ informe bitorzoluta montagna, immobile e affatto profumata, come roba accatastata in una discarica. Ti sei distratta e lei è di nuovo piena. La coprotagonista crede che la cesta del bucato viva di vita propria. Ha ragione. La protagonista è uno spirito maligno che agisce non visto per sfibrare i nervi della coprotagonista. Una notte mentre la famiglia è immersa nel sonno, la cesta del bucato infila una stronzettina calza rossa nella lavatrice piena di mutande e magliette bianche del marito della coprotagonista, che diventano tutte di un bel rosa brillante.
Epilogo:
“Bellissimo colore il rosa!” Esclami tu, mentre il maschio adulto di casa osservava incredulo i suoi nuovi capi di intimo.
Fine della storia triste senza lieto fine.

Tizianeda

Tiziano Ferro

Tiziano Ferro canta in televisione.
“Mi piace quest’uomo. Pensa a quanti ragazzi avrà dato coraggio facendo coming out” dico allo sposo.
“Che vuol dire ?” mi chiede il seienne.
“E’ quando una persona rivela pubblicamente chi è.Tiziano Ferro ha detto di essere omosessuale”.
“Che vuol dire eprosessuale?”
“Non eprosessuale, omosessuale”
Lo sposo ed io spieghiamo al piccolo di casa, così come si spiega perché il sole sorge ad est e tramonta ad ovest, così come si spiegano la luna e le stelle. Come si spiega perché i fiori sbocciano in primavera e le rondini migrano d’inverno. Glielo spieghiamo così come si racconta l’ordine naturale delle cose nell’universo.
“Come mamma si è innamorata di papà e papà di mamma, una donna può innamorarsi di un’altra donna ed un uomo di un altro uomo, e se ne hanno voglia vivono insieme”.
“Ho capito è come avere due papà o due mamme”.
“Già, è come avere due papà o due mamme”.

Tizianeda

Due ballerini di tango, un suonatore ed una rissa

Da un angolo della stanza, rischiarato da una luce timida, sgorgava una musica sensuale ed avvolgente. Un uomo silenzioso con il suo strumento tra le braccia, seguiva le note, che morbide riempivano l’aria.
La donna dopo una giornata calda e frenetica che le aveva risucchiato le già poche energie, procedeva con passo fiacco, consolata da quella musica suadente.
Avrebbe voluto togliersi le scarpe e spogliarsi, ma all’improvviso veniva catturata da due braccia soffici femminili che iniziavano a coinvolgerla in una danza turbinosa “Permette un tango?”…… anche se la musica era una bossanova.
Le due donne strette strette iniziarono a marciare avanti e indietro ballando a specchio, ciascuna con un braccio che stringeva il fianco dell’altra mentre gli altri due rispettivi arti, spiccavano in avanti con le dita delle mani intrecciate.
“Ora facciamo un bel caschè”.
“Non credo che la mia schiena……piano!”
Dopo pochi minuti di danza, all’improvviso un maschio ossuto, in abiti discinti, bello da impazzire, si avvicinava al duo danzante, cercando di impossessarsi della ballerina più alta e di maggiore età.
“Ora tocca a me”.
“No, ho iniziato prima io e non ho finito”.
Il disaccordo verbale sfociava in una zuffa mentre il suonatore nell’angolo, procedeva impassibile a far vibrare le corde del suo basso elettrico.
Dopo spintoni, urla, insulti e terribili offese: “stupido!!” “no! Stupida tu” la donna sedava la rissa concedendo a quei due debosciati cinque minuti ciascuno di tango .
Così l’oggetto della contesa, ha continuato a subire pericolosi caschè accompagnati da risate allegre della compagna, per poi danzare con il maschio , felicemente avvinghiato alle sue rotondità .
“Va bene bambini ora basta, la mamma deve preparare la cena!”.
E così la mamma, dopo una giornata nevrotica, dopo un insolito tango su un pentagramma bossanova, una gioiosa ragazzina decenne che attentava alla sua schiena, una rissa sedata, un seienne appassionato di donne formose, un musicista imperturbabile, ha affrontato l’ultimo ostacolo della giornata: un frigorifero vuoto ed una cena da inventare.

Tizianeda

Le donne sono ragazze……

“Non piangere….vieni a casa mia ti offro una gazzosa al caffè”.
“Ti ho portato due libri…sono sicura che ti piaceranno”
“…………………………..”
“Ho avuto un attacco di panico”
“Sei meravigliosa!”
“Usciamo solo noi ragazze?”
“Sono felice di averti conosciuta!”
“Caffè?”
“Coraggio!”
“Come stai?”
“E’ stato bello stare con voi”
“Ahahahahahahah”
“Mangi abbastanza?”
“Sei dimagrita..stai benissimo!”
“Queste scarpe sono stupende!”
“Secondo me stai sbagliando”
“Certi uomini sono proprio stronzi”
“Certe donne sono proprio stronze”
“Grazie”
………
L’amicizia tra donne è un pentagramma mutevole ed avvolgente. E’ una coperta di lana per l’inverno. E’ una lingua arcana. E’ capirsi senza spiegare, è sentirsi senza vedersi. I silenzi parlano per loro. Le donne corrono veloci anche quando il vento non le spinge. Le donne si toccano, si abbracciano, perché l’amicizia è corpo, è carne. Le donne stanno dove c’è il dolore, mani che consolano. Tra di loro ridono scurrili come rozzi galeotti, sono ragazze anche a settant’anni. Si sussurrano l’anima. Parlano dei figli. A volte dei compagni, lamentando le mancanze. L’amicizia fra donne è nuda. E’ parole esatte. E’ un sentire condiviso. E’ solitudine accolta. E’ quotidianità, piccoli gesti lievi. Due donne sedute, che si sfiorano le spalle in un salotto terso … guardano mute fuori dalla finestra.

Tizianeda

Facchiù

“Mamma, ma io posso dire ad alta voce facchiù?”.
“Direi di no. E’ una brutta parola e chi conosce l’inglese la capisce”.
“ Però in Mimiese la posso dire”
“Come!?”
Già i Miemi, quei bimbi senza naso, piccoli piccoli che abitano nel mondo “Pasticciato” che parlano una lingua oscura e mutevole che nessuno capisce, a parte il loro creatore. Che sono tantissimi ed in perenne movimento, che vivono avventure stralunate nella testa di mio figlio di sei anni e sui fogli formato A4 sparsi per la casa.
“Certo perché in mimiese facchiù vuol dire : cosa stai facendo tu?………mamma facchiù?”.
Ed io bestia che gli rispondo….”Mi sto lavando i denti… Ora però fila a letto!”.

Tizianeda