Indisposte

“Che vuol dire “indisposte”, avete detto questa parola, vi ho sentite, che vuol dire, sorelle maggiori?”
“Zitto, non gridare, fratello minore, è una parola terribile, non la devi nominare mai mai mai. E’ una parolaccia peggiore di pu, stro, mer, ca, va. Capito? Mai, mai, mai!”.
Questo dicevano le ragazzine Tizianeda e Dada al fratello, più piccolo della prima di due anni e della seconda di tre, quando erano tutti in un’età tra i nove e i tredici anni.
Parlavano di mestruazioni, che allora venivano denominate con quel termine impronunciabile che evocava disastri cosmici per la salute e l’equilibrio delle donne, rinunce apocalittiche, dinieghi pieni di presagi oscuri. Si usava come un codice segreto tra femmine, inaccessibile ai maschi dotati di buon udito, quando pronunciato. Tipo il fratello di Tizianeda e Dada che alla prima occasione di bisticcio, in cui lui si sentì come Cenerentola vessato dalle racchissime sorellastre, lo urlò alle due per le strade e tra le genti, come l’insulto più terribile dell’universo, più terribile di pu, sto, mer, ca, va. “Indisposteeeee, indisposteeee, indisposteeee”.

Trent’anni dopo (circa)

“Quattordicenne ma quando parlate di mestruazioni tra voi ragazzi che termine usate?”
“Che domanda è mamma? Usiamo mestruazioni oppure diciamo che abbiamo il ciclo…”
“Che bel termine “ciclo”, richiama l’universo. E se dico indisposta?”
“Indica che qualcuno sta male”
“Grazie tesoro, in effetti è così”.

Tizianeda

Solo non si vede padre Amorth…

“L’avete fatta?”
“No sposo presente, ti aspettiamo”
“E perché?”
“Perché voglio che condividi anche tu questo momento”
“Sgrunt!”
“Stai con me e insieme le teniamo la mano”
“No! Io me ne vado in un’altra stanza e ascolto la musica a tutto volume … e smetti di ridere”
“Ma non sto ridendo … ok sto ridendo, ti aspetto”.
Poi lo sposo presente è giunto nei 90 mq.
“Ciao caro, sei arrivato … ma dove vai?”
“Chi fa la puntura alla quattordicenne?”
“La nonna”
“Chi gliel’ha prepara?”
“Il nonno. Tu che fai?”
“Sgrunt!”.
Poi nei 90 mq, ognuno ha svolto il proprio compito. Il nonno ottantacinquenne ha preparato il medicinale. Tizianeda osservava per imparare. La nonna ottantaquattrenne si faceva consegnare la siringa. Lo sposo si rinchiudeva torvo in una stanza. Il decenne risultava non pervenuto. Poi Tizianeda si posizionava vicino a nonna e nipote. Perché a fare le punture bisogna pur imparare. La nonna mentre eseguiva con precisione infermieristica il suo lavoro, invocava Santi, Madonne e Gesù, la quattordicenne per accompagnare la nonna intonava un canto di chiesa misto a risate. Se ci fosse stato anche padre Amorth, avrebbero composto indubbiamente un’allegra comitiva.
Poi tutto è ritornato ala normalità. Le nubi si sono diradate, lo sposo ha ripreso a sorridere, il decenne è riapparso dall’oblio, Tizianeda ha pensato che sua figlia ha già capito come affrontare le insidie della vita tra canti e risate. Le punture da fare sono cinque. La nonna vecchietta possiede un vasto archivio di preghiere.

Tizianeda

La pasta e lenticchie di Michela

E’ salita su un treno, alle 8,00 del mattino. Si è accomodata dentro uno scompartimento vuoto. Un’ora e mezzo di tragitto ferrato che accosta il mare.

Sentiva dentro di sé che quella giornata sarebbe stata indimenticabile, per l’entusiasmo che già le era arrivato, anche se da lontano, con messaggi e per telefono. Quando è scesa dal treno, ad aspettarla c’erano un uomo dallo sguardo gentile e una donna sorridente e colorata. Non c’erano dubbi era lei. Michela, la professoressa di filosofia del liceo “Tommaso Campanella” di Lamezia Terme. Michela dalla voce da ragazza e l’entusiasmo per la vita che non ti lascia scampo. Si sono abbracciate. Poi Gino, il marito gentile, le ha accompagnate a scuola. Tizianeda era lì perché invitata a presentare il suo libro per la settimana nazionale dedicata alla lettura, chiamata con un nome evocativo e arioso: libriamoci.

Sono entrate nel salone della scuola che in poco tempo si è riempito di ragazze e ragazzi. Tizianeda ha pensato che così tanti adolescenti messi insieme non li aveva mai visti. Con loro c’era Ippolita Luzzo, la blogger che vi invito a leggere (QUI), anche lei con il cuore assoluto di un’adolescente e con la mente che è un intreccio affascinante di sensibilità e acume. Poi, grazie al motore Michela, insieme hanno trascorso due ore piene di parole, confronti, racconti intimi, riflessioni sull’essenza femmina, sui pregiudizi che a volte ci impediscono di vedere, di affetti, di nonne, di madri e padri, di sogni e progetti, di passioni, di femminismo, riflessioni sul corpo e sul pudore. I ragazzi hanno mostrato la bellezza assoluta dentro la loro età in divenire, il bisogno di punti fermi, di essere ascoltati. Hanno mostrato curiosità per la vita, anche stimolata da incontri illuminati e illuminanti come quello con la loro professoressa Michela. Tre ragazze, Federica, Nadia e Carmen, hanno fatto il dono della lettura di alcuni brani del libro, emozionando Tizianeda fino alle viscere, con il loro modo delicato di essere.

Anche quando la campanella è suonata, gli alunni di Michela, hanno voluto fermarsi nel salone, per parlare ancora della vita e quindi di se stessi e di noi con loro. Poi è stato tempo di andare. Michela ha portato Tizianeda nella casa sua e del marito gentile. Due alunne, Federica e Lucrezia si sono unite a loro,invitandosi con la naturalezza di chi sa il piacere dell’accoglienza. E lì nella casa di Michela, la professoressa di filosofia, la ragazza dal cuore colorato, si è compiuto il miracolo dell’ affetto. Perché Michela, tra i fornelli ha cucinato la pasta e lenticchie. La stessa che Tizianeda racconta nel suo libro, quella della nonna Bianca, la nonna che la chiamava come nessun altro, quella che lei ha perso nel tempo.

In quella casa antica, piena di ricordi e di oggetti delle famiglie dei padroni di casa, piena di luce e colori, Tizianeda ha pensato che attimi così sono un regalo che la vita ti fa, un regalo inaspettato, per il quale sentire gratitudine e da conservare, come un talismano, nella memoria e a cui aggrapparsi come a una piccola, segreta risorsa, nelle giornate più sbilenche delle altre.

Tizianeda

Avrò cura di te

Anna ha il corpo snello che muove con grazia e forza. Quando parla ti guarda in fondo agli occhi, mentre i suoi sorridono sempre, anche quando diventano fermi e severi. Un giorno di una vita fa, quando ancora il blog non era nato e neanche il decenne, ma nella famigliola era apparsa come una magia una piccola bambina, l’ho incontrata per strada. Eravamo due giovani donne con cammini diversi, due storie diverse, due corpi molto molto differenti, due modi di vestire con lontani latitudini. Io ammiravo i suoi jeans che le avvolgevano le gambe lunghe e la maglietta corta, indossata con la naturalezza di chi non sta a pensarci su. Mi chiedevo se avesse notato le mie collant bianco suorapaolina, le mie scarpe da martire ammazza erotismo e una gonna e una camicetta che non ricordo più, probabilmente per sana auto censura mentale. Abbiamo chiacchierato con l’affetto di chi ha condiviso gli stessi anni del liceo, quando eravamo adolescenti, confuse, arrabbiate e potenzialmente fuori dalle linee che altri avrebbero voluto tracciare per noi. Ci siamo riviste di sfuggita lungo gli anni da quell’incontro, che ha rivelato, forse per la prima volta, quanto mi sentissi fuori sincrono con essenze ancora senza un nome. Ci siamo riviste in questa estate fresca. Sono andata a trovarla nella sua casa. Le ho regalato il mio libro, lei mi ha offerto una tisana allo zenzero e i suoi sorrisi. Abbiamo parlato dei nostri percorsi, dei cambiamenti, dell’incontro con noi stesse, di buddhismo, di femminilità, di coraggio, forza interiore, empatia e di yoga. Perché Anna è una maestra yoga con un curriculum che molti potranno avere soltanto dopo tante reincarnazioni. Poi, in questo autunno caldo ho iniziato con lei il corso, con i tappetini yoga, le luci yoga, l’incenso yoga e la gatta yoga, che si aggira tra noi allievi con il distacco strafottente di un maestro zen. In quella stanza sospesa, Anna guida i movimenti, facendoci scoprire la dolcezza e le bellezza dei corpi, insegnandoci a respirare e a riconciliarci con giornate non sempre come le vorremmo noi. Sondiamo la potenza dei nostri muscoli e la capacità di rilassarli e di cullarli come dei bambini da addormentare. Io dal par mio cerco di seguire le linee del mio corpo, anche se spesso converto le figure in quadri cubisti incomprensibili. Poi quando la lezione finisce lei viene e ci abbraccia e questo gesto antico si dovrebbe istituire ovunque. Lo dovrebbero fare nelle palestre, in piscina, a box, a pallacanestro, scherma, pallavolo, surf, vela, calcio, calcetto, rugby, equitazione, bocce o tiro al piattello. Ogni attività dovrebbe terminare con un abbraccio. Come quello di Anna, che ci ricorda attraverso la percezione lenta del corpo, attraverso il silenzio e la pazienza, che siamo esseri speciali, di cui prenderci cura.

Tizianeda

Si vis amari ama

“Si vis amari ama, è latino gioia, se vuoi essere amato ama”

“C’è una storia dietro questo tatuaggio, vero?”

“Sì bella, anche se non la dico a nessuno. La conoscono solo i miei genitori, ma a te tesoro, la voglio raccontare”.

Lui è il mio fruttivendolo Gioiatesorobella preferito, mi ha raccontato la storia d’amore che gli ha fatto incidere sulla pelle la frase di Seneca, come atto d’amore  e gratitudine, come voto di non dimenticanza. Una storia il cui incipit ha quattro parole antiche scritte con il gesso e presto cancellate, ma preservate per sempre nel cuore di questo ragazzo gigante e morbido, con la voce da bambino. Si vis amari ama. Mi ha raccontato la storia contenuta e sorretta da questa frase. Mi ha raccontato questa storia segreta, come lo sono i sentimenti perfetti e caldi come una coperta,  da custodire nella memoria. Me l’ha raccontata in presenza di un decenne incantato, appoggiato immobile al bancone, silenzioso e trasparente, per paura di spezzare la magia di quegli attimi  avvolti dalla grazia. Me l’ha raccontata tra i colori invadenti della frutta e delle verdure, tra il giallo, l’arancio, il rosso il verde e il viola, tra le sfumature cromatiche  di un pittore felice di esistere. Una storia senza struggimenti, batticuori o spargimento di sangue. Una storia piena di devozione che non può essere raccontata per la commozione che porta dentro di sé, ma solo incisa nel segreto di quattro parole di una lingua sospesa e antica, da preservare dalla dimenticanza, da raccontare raramente a pochi fortunati.

“Grazie per avermi fatto questo regalo”

“Grazie a te gioia, mi raccomando però, è un nostro segreto”

“Sì, la custodirò nel silenzio”

Poi siamo usciti dal negozio, io e il decenne, con la frutta acquistata.

“Mamma…”

“Dimmi amore”

“Ma si è accorto che c’ero anche io?”

“Certo, si è fidato anche di te. Ma hai ascoltato?”

“Mamma, tutto e con attenzione. Tranquilla non la racconterò a nessuno, però pure tu, non la scrivere”

“No decenne, sarà il nostro segreto. Se vuoi essere amato ama. Questa frase però la racconto e tu non te la dimenticare”

Poi abbiamo proseguito in silenzio, il decenne e io. Ho appoggiato il  braccio sulle sue spalle, lui ha allungato il suo dietro la mia schiena e abbiamo camminato dondolando nel nostro incedere diverso, abbracciati e silenziosi, uniti dall nostra storia segreta e indimenticabile.

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Tizianeda

Dialoghi e flussi di pensiero in Questura

In Questura. Dialogo tra un Poliziotto serio e Tizianeda, derubata sulla propria autovettura della sua borsa rossa.
– Buon giorno signor Poliziotto serio, ero venuta ieri sera ma mi hanno detto di ritornare per la denuncia, perché dovevo portare le foto della patente che era nel portafoglio che era nella borsa che il ladro si rubò sulla mia autovettura, ecco le prenda…
– Signora, per favore procediamo per ordine, le foto dopo, mi servono delle informazioni prima …
– Va bene signor Poliziotto serio (se però avesse guardato le foto  le avrei detto che qui sono uguale a mio figlio quando fa le smorfie … nessuna considerazione che sono stata derubata e c’ho lo shock).
– Ho bisogno di sapere ora e via in cui il fatto è accaduto, se la macchina è la sua e che modello è.
– Ecco l’ora la ricordo, la via gliela spiego, ha presente quella strada vicino al ponte Calopinace, quella sotto un po’ buia, come si chiama?
– Signora io non ero con lei in macchina, non posso saperlo.
– (Magari! Così almeno la borsa non me la fregavano), erano le 19,15 circa e la macchina è una K. Bianca.
– Il modello?
– Non lo so, ha la forma di parallelepipedo ed è piuttosto bruttina, almeno secondo me … ok, signor Poliziotto serio chiamo e mi informo (santo cielo!).
– Bene. Cosa c’era dentro la borsa?
– Allora un telo giallo limone …
– Signora mi interessano i documenti …
– (Il telo era importante, ci facevo yoga con quel telo e non solo. C’erano anche due foto tessera dei miei figli piccini e una dello sposo alla loro stessa età e tanti bigliettini da visita. E poi c’era un rossetto rosso fuoco e un’agendina che mi aveva regalato l’amica scrittrice con dedica. Una quantità immonda di cartacce anche e scontrini appallottolati e quattro penne ma una sola funzionante. Per fortuna il libro che sto leggendo lo avevo tolto dalla borsa e rimesso sul comodino, le chiavi di casa non c’erano e neanche la carta di identità. C’era la patente, che odiavo tuttavia, perché quando guardavo la mia foto mi spaventavo da sola e invece in questa sembro mio figlio che fa le facce e poi c’era la borsa che era rossa e mi piaceva e l’avevo pagata pochissimo. Anche la voce ho perso se lo vuole sapere e le parole escono rauche) C’erano patente, bancomat e carta di credito, li ho bloccati.
– Numero del suo conto?
– Non lo so.
– Numero dalla carta?
– Mah.
– Numero Bancomat?
– Non ne ho idea.
– …
– Ok, chiamo e mi informo.
(…)
– Bene, rilegga gentilmente e firmi.
– Ora le posso dare le foto?
– Sì grazie.
– Eccole … sa, assomiglio a mio figlio in queste foto.
– …
– Dove devo firmare?

Tizianeda

Serpenti

Avete in mente quando guidate tranquilli dentro la vostra automobile, magari parlate al telefono con un’amica o un amico e si cazzeggia, o semplicemente ci si dice? Avete presente quando siete così, tranquilli su una strada non molto illuminata ma familiare, perché l’hai percorsa un mucchio di volte con la tua autovettura. E chiacchieri anche un po’ distratto. E mentre sei lì, ti fermi per un motivo che non ricordi. Una vettura davanti, un motorino, un passante lento, un pensiero pesante. E in quel preciso istante, forse architettato, ben studiato da meccanismi esterni a te, senti un rumore alla tua destra. Ed è il rumore della portiera che si apre all’improvviso e fa rumore in quella calma dentro la tua macchina. E ti giri e pensi ma che cazz… e non fai in tempo e ti ritrovi una sagoma, un volto, un corpo e forse delle braccia, sì per forza delle braccia che entrano dentro la pace della tua autovettura. Ed è veloce quel corpo senza gambe e con le braccia che non ricordi, è velocissimo questo busto con la faccia che è solo un’ombra. E la tua borsa rossa sguscia fuori veloce come il busto che se la prende. E scompaiono la borsa rossa e il busto e poi realizzi e gridi perché ti viene da fare così, perché ti spaventi accidenti. E avresti dovuto chiamare il 113 subito, come ti dice poi l’ispettore in Questura e tu non hai il coraggio di dirgli che eri troppo occupata a gridare e ad avere paura. E invece parcheggi e torni a casa a piedi e non ti escono le parole e il respiro è strano come un singhiozzo. E c’hai rabbia e c’hai paura. Che hai bisogno di tempo per smettere di balbettare, davanti ai tuoi figli che non ti hanno mai vista così. E poi ti passa, perché in fondo è solo una borsa rossa, una patente da rifare, un telo lì dentro giallo limone che aveva un senso per te , ma anche lui è solo un telo. E poi ti ricordi che c’era il tuo rossetto rosso fuoco che ti piaceva che forse sarà stato gettato con la borsa in qualche cassonetto. E ti chiedi cosa è veramente che spaventa quando un tizio all’improvviso ti apre la portiera e ti ruba la borsa e poi sguscia come un serpente che morde e scappa. Cosa ti rimane del gesto. E capisci, capisci cosa provi. E’ un senso di niente, di incertezza. E’ il gesto improvviso, che è uno strappo. E può essere una borsa, o in fondo a te, altro, come la fiducia per esempio, quando te la strappano dal petto. Il meccanismo è lo stesso, è un’apertura violenta di porte, senza grazie , prego, per favore. Senza chiedere il permesso. E poi la scrivi questa cosa qui e speri di non sognare questa notte la sagoma, che sembrava un serpente.

Tizianeda

E ora come faccio?

“E ora come faccio Sposo Errante?”
“Non lo so, Tizianeda”
“Cioè ti rendi conto? Tu sei da quattro anni lo Sposo Errante e non lo sarai più. Come faccio? Come gestisco questo cambiamento?”
“Troverai un modo…sei brava tu con le parole”
“MMM. Comunque a proposito di scrittura. Per il tatuaggio che hai deciso di farti sul braccio per suggellare i nuovi eventi, ho delle proposte alternative alla tua …
“Dici…”
“T&N dentro un cuore. Un classico da galeotto”
“No”
“Il mio volto sorridente”
“No”
“Il mio nome tutto intero enorme. Lo fai partire dal polso e finire sui bicipiti che ti farai appena riprendi la palestra la settimana prossima … ma è vero che ti rifarai la tartaruga come quando ci siamo conosciuti e c’avevi il super fisico?”
“Sì per la tartaruga, no per il nome”
“Una stellina? Un gattino? Una frase figa? Un delfino, un simbolo Maori, una corona, le farfalle, un teschio, la scritta “mamma”, “La medaglia del rovescio”?”
“No Tizianeda, mi tatuerò la firma di Joni Mitchell”
“Ma lo sai che tutti ti chiederanno machiègionimiccel…”
“Lo so io”
“Anche io e Gionimiccel ovviamente”
“Ma non ti piace?”
“Ma sì che mi piace se piace a te … ma veramente ti rifai gli addominali ora che ritorni stanziale, che non starai fuori casa tutto il giorno in quell’altra città per poi ritornare la sera nei 90 mq?”
“Sì Tizianeda, riprenderò a fare sport come una volta, vedrai…”
“Mi aggrada molto ciò. Ora però dimmi come ti devo chiamare sul blog …”

Tizianeda

Le costellazioni di Valeria

Ci incontriamo nel gazebo di una gelateria. Da lì il mare è una possibilità vicina. Nella città sbilenca quell’ammasso acquoso è presenza viva e odorosa. Da lì il mondo ti regala l’illusione di essere clemente e lo respiri in profondità e senza fretta. Questo è il bello del sud. Si offre in angoli fermi, come ferma è la sua luce abbagliante di settembre. Quando arrivo, lei è davanti al gazebo che mi aspetta. Ci abbracciamo con la confidenza di chi si conosce da tanto. Anche se noi ci siamo viste solo due volte. Valeria ha trentadue anni, è una giovane donna. Indossa una collana con le pietre colorate, come il vestito. La sua voce è calma e calmo è il suo sorriso. Più di ogni altra cosa, di lei ti attirano gli occhi. Sono grandi e luccicano, come costellazioni fitte di stelle. E’ una scrittrice di quelle vere, due libri, “Stelle binarie” e “ La convergenza artica”, che le hanno donato due premi importanti.
Ci sediamo attorno al tavolino. Da quell’angolo privilegiato, le montagne alla fine del mare sono una presenza prepotente. Sono lì con noi. Valeria mi regala una piccola agenda dentro cui poter fermare i pensieri che fuggono, come fanno i sogni. Parliamo, parliamo tanto e ci raccontiamo. Siamo due generazioni diverse penso. La guardo e faccio un balzo nei miei trentadue anni. Ha un fondo di innocenza intatta lo sguardo di Valeria, che non rinuncia alla curiosità per i movimenti incessanti della vita. Parliamo di donne, desideri e sogni, di maternità e progetti, di dogmi e religioni, di libertà e della nostra passione comune: la scrittura che è la ruota che fa girare le storie. La guardo, non senza tenerezza. I quattordici anni che ci separano mi concedono questo lusso. Mi rivedo alla sua età. Vedo in lei parti di me che la vita ha elaborato o che si è presa e parti di me che resistono nonostante l’incedere dei passi. E’ bella Valeria nel suo stupore generoso di cui è piena la sua scrittura. Ha la freschezza di chi crede nelle possibilità e la forza di chi sa la fatica della conquista e possiede la percezione viva dei moti dell’anima.
All’improvviso il nostro tempo finisce. Troppo presto. Succede quando si chiacchiera con felicità. Lasciamo il gazebo e il parlare intorno agli altri tavoli. Facciamo un tratto di strada insieme, poi ci salutiamo ancora in un abbraccio, che profuma di complicità.
Torno alla giornata da mettere in ordine. Penso ai miei trentadue anni e a tutti i cambiamenti avvenuti, fuori e dentro di me. Poi il presente mi distrae.

Tizianeda

Unire i punti

Adolescenza. Che parola. Spigolosa e ondivaga, contraddittoria anche nel suono. Indefinito, come il tempo che la percorre. Parola consegnata dai progenitori di un tempo ancor giovane. Adolescere, crescere. Tempo di mezzo e transitorio. L’infanzia si trasforma e si dissolve, manipolata dagli ormoni. L’età dei peli, della puzza di ascelle, della voce che piano sprofonda. Il magico si fa inghiottire dall’assoluto: no, sì, bianco, nero, ti amo, ti odio, bello, brutto. Si scopre l’altro, si sente a spese del corpo l’attrazione e si inizia a scontrarsi con le sfumature della vita. L’età in cui non si è sempre allo stesso modo. L’età in cui sei figlio a casa, amico fuori e a volte diverso con ogni amico diverso. L’età in cui ti confronti con i tanti modi di essere di una sola personalità. In cui prendi distanze dai genitori, per trovare una identità originale. Una terra con una sua fragilità, come tutto ciò che è estremo, come i corpi rigidi che possono spezzarsi. Li osservo gli adolescenti, nella loro forza, nelle loro incertezza di pensieri non ancora strutturati, di corpi in divenire, di ricerca di visione solida della vita. Li osservo attraverso la quattordicenne e i suoi amici. Sono belli. Mi chiedo quanto siano sereni, quanto siano arrabbiati, quanto ci sentano distanti e incapaci di comprenderli. Noi, che abbiamo lasciato la memoria della nostra adolescenza in qualche ripostiglio. Che dobbiamo imparare ad annusarli, come gli animali sanno fare. Sono belli gli adolescenti nel loro bisogno di consenso, sono difficili nel loro linguaggio da decifrare. Perché per la prima volta le due generazioni si fanno distanza e devi imparare un nuovo vocabolario interiore. Perché per la prima volta non è solo insegnare grazie, prego, per favore. Le parole si fanno tante. Come i silenzi. E’ capire cosa hanno raccolto, cosa è stato piantato dentro di loro. Per la prima volta bisogna imparare ad ascoltarli sperando che le composizioni di parole si facciano pazienti e reciprocamente clementi. C’è il suono del dolore nella parola adolescenza. L’anima si trasforma e allunga, come le ossa e con loro i muscoli e la pelle. È una terra che conquista i suoi spazi in un silenzio soltanto apparente. Li osservo gli adolescenti e loro osservano noi e osservano la vita, per trovare una coerenza di dire e di fare, i loro puntini saldi da congiungere. Per trovare dentro di loro l’ordine dei numeri, che in un’unione di linee componga gli enigmi. O semplicemente per non sentirsi troppo sperduti davanti alle costellazioni disordinate di punti, messe lì da movimenti misteriosi e continui.

Tizianeda