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Lo stesso fiato

Arriva puntuale il bisogno  di misurare, di contare, di definire i bordi, di cucire gli orli. Di salutare un anno che va via, come fosse una persona, che afferra una valigia, un cappello e un cappotto abbottonato e prende un treno, per un altrove a noi estraneo o metafisico o solo sognato.

E gli facciamo la radiografia, anche se mai come quest’anno, l’anno si è svelato, dalle nostre abitazioni, coi filtri delle assenze, con le nostre costrizioni, con molte imprecazioni e l’impazienza di tornare interi. Anche se poi interi non siamo stati mai.

Eppure lui mi ha insegnato, maestro senza concessioni, l’impermanenza e il resistere delle  passioni. Ho ricucito pezzi di trame perse e ho osservato ché dentro a ogni assenza, da questa lontananza, nel perdonare e perdonarsi c’è spazio all’indulgenza, si lascia l’amarezza, si torna all’essenziale. E non mi serve niente se non saper contare, non di ogni cosa il quanto, ché l’infinito è fatto per i poeti e i santi. Mi serve respirare, sapere che il dolore non è il mio piedistallo.

Mi servono le sedie, così per riposare, e un posto sempre vuoto, così per aspettare. Perché io so che il molto, ma anche il poco poco, nascosto nasce in grembo, se i piedi sono a terra, la testa in un miscuglio di voci e labirinti. Ma so con maggior forza che chi mi è stato accanto in queste ore lunghe, anche se chiudo gli occhi e cerco con la mano,  lo riconosco al tatto e come in uno specchio, chi afferra e chi è afferrato, sono lo stesso fiato.  

Tizianeda