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Svuotare l’anima

Quando è tornato a casa, lei è andata incontro a lui, come solo le donne sanno fare. In quel modo unico. In quel modo morbido e silenzioso. Ha allargato le braccia e poi le ha cinte attorno al collo, appoggiando la  guancia alla sua. Un movimento che mi è sembrato di riconoscere, che mi è sembrato appartenermi. Lui ha sorriso e ha cinto la vita di quella ragazzina in punta di piedi. Io ero lì seduta sul lettone, con il computer acceso, in attesa che una storia arrivasse. Ho alzato lo sguardo e per incanto le parole hanno avvolto quel padre e quella figlia che si abbracciavano. Lui stringeva la figlia e abbracciando lei, stringeva in un viaggio nel tempo e nello spazio la madre che l’aveva generata. Lei, la ragazzina che abbracciava il padre, in quell’attimo intimo avvolgeva gli uomini che un giorno avrebbe amato. E c’era questo presente fugace, c’era il passato madre e un futuro da aspettare. Tutto sembrava lì immobile, in quell’ immagine, come un prodigio.
E mi è quasi venuto da piangere ché la vita, a volte, ti fa questo effetto strano. E la bellezza quando ti esplode davanti e sai che non hai fatto nulla per meritarla, ti commuove. Almeno a me succede così. Come l’amore ché anche quello, mica te lo meriti. Quello ti arriva e basta, anche se sei un essere umano piccino, pieno di limiti e piccolezze e pesi e troppi silenzi sparsi nell’anima. E però se arriva, sì se l’amore arriva così addosso come la pioggia, è perché c’è sempre qualcosa di unico e straordinario da salvare dentro di noi. E insomma tutto questo, ogni volta, mi emoziona. E come ho spiegato a un amico – per non terrorizzarlo di avere innanzi un essere irrazionale, emotivo e perlopiù incomprensibile –  a noi femmine, esplode improvvisa, l’urgenza di svuotare l’anima. E lo facciamo così, senza troppi convenevoli, trabocchiamo. E forse traboccando riempiamo questa vita imperscrutabile e sfuggente, di quel tanto di umanità intima che ci salva.

Tizianeda

Un abbraccio

Ci siamo abbracciate una settimana fa, dentro una serata festaiola, vicina al mare, con la musica e le lucine colorate, come quando eravamo insieme al Liceo, in quella classe abitata per cinque anni da ragazzetti confusi e inquieti –“Bellissima serata, mi sono divertita un casino, grazie” “Grazie a te Tizianeda per essere venuta, è sempre bello quando ci vediamo” “Vero”.
Poi è successo che ci siamo riabbracciate oggi, dopo otto giorni dall’ultima volta, di un abbraccio che senti ogni traccia pulsante dell’altro, fino al sangue che scorre dentro e fa battere il cuore. Di un abbraccio lungo, che dice aspetta, aspetta un po’ che mi riposo. Di un abbraccio che è una pausa, un attimo fermo. Ho abbracciato la mia compagnella di tanto tempo fa che aveva il fuoco dentro di chi guarda la vita e la attraversa determinata, ho abbracciato la studentessa universitaria che è andata lontano a studiare e non l’ho più vista per un po’. Ho abbracciato la donna indipendente che ho ritrovato dopo qualche anno e che mi ha accolta quando ero una mina vagante. Ho abbracciato lei il giorno delle sue nozze ed io ero lì felice con lo Sposo Errante di oggi. Ho abbracciato la mamma che è diventata, senza perdere la freschezza della ragazzetta. L’ho abbracciata oggi nella casa di sua madre che non c’è più, ma le ha lasciato il dono di continuare il disegno misterioso delle vite in divenire, come una brava atleta che passa la staffetta alla compagna di squadra senza esitare, per non farle sentire la paura.
L’ho abbracciata e lei ha abbracciato me, chè gli abbracci sono una porta d’ingresso discreta nella vita dell’altro e dicono quello che le parole non sanno dire.

Tizianeda