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Strana estate

Strana questa estate, che è un’estate di dita che battono sui tasti, di acqua e di vento, in questo sud che non arriva mai. Un’estate di ponti che crollano e di fiumi che travolgono e di bambini venuti da lontano che spaventano, neanche fossero orchi, su navi lasciate senza attracco. E gli orchi siamo noi. Un’estate che in montagna non ci volevo andare e poi succede di sentire, messo il piede sulla terra, che era l’unico posto dove potevo stare. In alto. Lontana a riposare a ri-posarmi dentro, che il fuori a volte urla e non lo capisco mica. Estate di vacanze e famigliola. Che il silenzio è meglio, che la cucina ti abita, che arrivano nove adolescenti nel giardino con le tende, amici di Agnese, la sedicenne. Ed è casino cosmico. Per quattro giorni. Che sono belli, rumorosi, allegri e malinconici. Che non è stato facile perché nove sono tanti, perché sono stati dentro casa, questa casa di montagna che ad agosto è la pausa e poi la restituiamo. Che è stata un’invasione di ormoni in divenire, che forse il bosco non smaltirà mai, come la plastica nei mari. Che Agnese è contenta. Che vanno via e un po’ ti commuovi, perché sono ragazzi con il futuro che gli fiata addosso.
Che hai camminato forte e chiaro qui, che gli alberi ti accompagnano e l’acqua scorre ai lati delle strade, e il cuore si rafforza e si rafforza il respiro e così il tuo sangue un po’ annacquato. E rafforzi il silenzio e il bastarsi e il sapersi allontanare e il sapere che non si rimane mai come un attimo prima. E qui scrivi, cammini, prepari cibi, crei alchimie, che sono tutti contenti e io al sicuro dalle ore. Settembre tanto arriva con le sue cose, e le tue da portare che aspettano. Che ci sono i progetti. E ritornare è ricominciare. Anche se poi imbastisci questo scritto malinconico che non volevo, ma tanto passa. E forse è colpa del cielo che restituisce i nostri tuoni e sembra già autunno. E sarà colpa dei ponti che crollano, dei fiumi che travolgono, o del silenzio dei bambini sulle navi senza attracco.

Tizianeda

I “te lo avevo detto” che non aiutano a crescere

“Pronto, mamma”
“Quindicenne…”
“Volevo dirti che sono salita sul pullman che porterà me e i miei amici in montagna e che è partito”
“Bene, mi raccomando guarda sempre la strada davanti a te e divertitevi”

“Pronto mamma”
“Quindicenne…”
“Volevo dirti che ho appena vomitato, ma tranquilla l’autista si è fermato appena in tempo e ho vomitato sulla strada”
“Ecco questo è consolante”
“Anche la mia amica ha vomitato, subito dopo di me”
“Non vi faranno più salire sui pullman. Ora come state?”
“Benissimo mamma, tranquilla (si ode risata)

“Pronto madre”
“Santo cielo, quindicenne”
“Volevo dirti che l’area pic nic qui in montagna è tutta bagnata e ci sono nove gradi. Ci sai consigliare un posto dove andare?”
“Tornate nella piazza del paese e cercate lì”
“Ok madre, grazie”
“Prego, figlia”

Nel giorno di tutti ma proprio tutti i Santi, la quindicenne, ha fatto una gita in montagna, con i suoi amici altrettanto quindicenni. Con il pullman, per la prima volta. Si è dovuta così districare con l’acquisto del biglietto, con il riacquisto del biglietto, perché il primo era sbagliato, con le curve di montagna, l’autista Barrichello, il suo primo vomito da viaggio verso i monti da sola, un’area pic nic vivamente sconsigliata da adulti più consapevoli, il tempo da gestire in compagnia, il freddo. Tutto questo in un luogo fermo, che in questo periodo dell’anno ha i colori appassionati degli animi chiassosi. Come l’adolescenza che non sa di estate, ma è mutevole e capricciosa come l’autunno in montagna. Così i quindicenni, ormai convinti che non fosse il quindici agosto, ma il primo novembre, hanno trovato rifugio in una taverna, previo acquisto di panini montanari.
C’erano molti “te l’avevo detto” in quello che è successo in montagna il giorno di tutti ma proprio tutti i Santi, alla quindicenne e ai suoi amici. Ma Tizianeda è convinta che con i “te l’avevo detto” non è mai cresciuto nessuno. Anzi. Tizianeda pensa che si cresce sbagliando il biglietto che ti deve portare altrove, si cresce guardando dritte le curve che ti portano in alto, si cresce anche vomitando, si cresce capendo che certe idee sono una cazzata e cercando la soluzione, si cresce allontanandosi dalla protezione preventiva dei genitori e dai loro postumi “te lo avevo detto”, che mettono solchi e distanze, che costruiscono insicurezze, che sono un dito sterile puntato ai loro errori.
Poi per tornare in città, i ragazzi e le ragazze hanno nuovamente preso il pullman. La quindicenne si è seduta vicina al conducente, ha guardato in avanti, non ha vomitato e non ha mai chiamato sua madre. A Tizianeda ha detto che si è divertita e che era molto stanca. Non sa se ritornerà ancora in montagna con il pullman, ma quella sera era sorridente e serena. E questo basta.

Tizianeda

Propongo mia madre

– Mamma, per la settimana dello studente, i rappresentanti mi hanno chiesto di proporre qualcosa.
– Bene quattordicenne. E tu cosa hai detto?
– Io ho detto: propongo mia madre.
– Cosa?!
– Sì mamma, tu hai scritto un libro, parli di adolescenti e poi l’altro giorno ti ho ascoltata mentre chiacchierare con G. Ecco tu devi venire in classe e parlare così…
– Ma immagino che i tuoi compagni non abbiano accettato, ti avranno detto che ci devono pensare, che è una richiesta insolita, che tu sei di parte e ne risentirebbe la obiettività…
– No mamma. Sono stati contenti e mi hanno detto subito sì.
– Ma la settimana dello studente, esattamente, tra quante settimane è?
– Esattamente questa. Venerdì mattina. Va bene?
– Santo cielo! Va bene quattordicenne. Grazie…
– Mamma…
– Sì?
– Non vedo l’ora…

L’ora è arrivata, puntuale. Alle 10,00, di venerdì 3 febbraio, Tizianeda si è ritrovata a guardarsi con il portone del Liceo Classico Tommaso Campanella della sua città. Uguale a quello che oltrepassava molti, molti, molti anni fa, con una borsa piena di libri, il diario imbottito di ritagli di giornale, frasi arrabbiate, speranzose, tristi, incomprensibili, allegre, cuori, disegni, adesivi e persino i compiti assegnati. Questa volta lo apriva come mamma di una quasi quindicenne, incosciente, orgogliosa e fiduciosa nelle risorse della sua genitrice. Il comitato accoglienza di fronte al portone sempre lo stesso: il busto del caro Tommaso.
Lo ha fatto con la felicità che deriva da inviti imprevedibili e amorevoli. Lo ha fatto con la concentrazione da mistico sperduto tra le nevi Himalayane, con la consapevolezza di non sapere assolutamente gli esiti dell’incontro e la speranza che non avrebbe sbagliato se avesse fatto l’unica cosa che spesso noi adulti dimentichiamo di fare: ascoltare con la mente libera i ragazzi e le ragazze che stava per incontrare. Nei giorni precedenti ha anche letto, studiato, pensato. Ma più di ogni altra cosa Tizianeda ha invocato come una divinità, quel tanto di buon senso e di empatico sentire, che ci fanno fare la cosa giusta. Perché gli adolescenti sono materia delicata e fragile, ma anche dura e ostica, imprevedibile e affascinante.
E così è entrata in classe, accolta dal sorriso di sua figlia e dagli sguardi curiosi dei suoi compagni. Si sono guardati e studiati per qualche minuto. In silenzio. Poi i ragazzi hanno sistemato le sedie in cerchio spostando i banchi. Nessuna cattedra, nessuna separazione. I protagonisti erano loro e i loro pensieri. Lei ha avuto il compito di stimolare la parola, l’intimo sentire, la consapevolezza di essere ascoltati, il confronto, le paure, i sogni, le recriminazioni, il bisogno di tutte le età di calore umano e comprensione. Le rigidità, le provocazioni, l’impaccio e lo stupore, gli abbracci spiazzanti – perché il corpo è un ostacolo a volte, che fa dimenticare quanto sia potente strumento di comunicazione e racconta quello che le parole non sanno – la voglia incredibile di dire come torrenti in piena.
Due ore così, senza mai distrarsi, dense e veloci. Due ore così, finite con i sorrisi. Poi Tizianeda è andata via, insieme a sua figlia, seguendo la scia degli studenti. Si sentiva spossata, come se avesse fatto una camminata infinita tra le montagne dell’Aspromonte, come se avesse fatto un discorso di dieci ore senza l’acqua, come se avesse dovuto ripetere le tabelline, come se avesse dovuto recitare, senza sbagliare neanche le pause, “Il passero solitario”.
Però ha capito, che era andato tutto bene, da come la stringeva sua figlia, con il braccio infilato al suo, dal modo in cui oscillavano sulla strada, lente, in silenzio, all’unisono.
Non sempre l’adolescenza fa paura.

Tizianeda

La pasta e lenticchie di Michela

E’ salita su un treno, alle 8,00 del mattino. Si è accomodata dentro uno scompartimento vuoto. Un’ora e mezzo di tragitto ferrato che accosta il mare.

Sentiva dentro di sé che quella giornata sarebbe stata indimenticabile, per l’entusiasmo che già le era arrivato, anche se da lontano, con messaggi e per telefono. Quando è scesa dal treno, ad aspettarla c’erano un uomo dallo sguardo gentile e una donna sorridente e colorata. Non c’erano dubbi era lei. Michela, la professoressa di filosofia del liceo “Tommaso Campanella” di Lamezia Terme. Michela dalla voce da ragazza e l’entusiasmo per la vita che non ti lascia scampo. Si sono abbracciate. Poi Gino, il marito gentile, le ha accompagnate a scuola. Tizianeda era lì perché invitata a presentare il suo libro per la settimana nazionale dedicata alla lettura, chiamata con un nome evocativo e arioso: libriamoci.

Sono entrate nel salone della scuola che in poco tempo si è riempito di ragazze e ragazzi. Tizianeda ha pensato che così tanti adolescenti messi insieme non li aveva mai visti. Con loro c’era Ippolita Luzzo, la blogger che vi invito a leggere (QUI), anche lei con il cuore assoluto di un’adolescente e con la mente che è un intreccio affascinante di sensibilità e acume. Poi, grazie al motore Michela, insieme hanno trascorso due ore piene di parole, confronti, racconti intimi, riflessioni sull’essenza femmina, sui pregiudizi che a volte ci impediscono di vedere, di affetti, di nonne, di madri e padri, di sogni e progetti, di passioni, di femminismo, riflessioni sul corpo e sul pudore. I ragazzi hanno mostrato la bellezza assoluta dentro la loro età in divenire, il bisogno di punti fermi, di essere ascoltati. Hanno mostrato curiosità per la vita, anche stimolata da incontri illuminati e illuminanti come quello con la loro professoressa Michela. Tre ragazze, Federica, Nadia e Carmen, hanno fatto il dono della lettura di alcuni brani del libro, emozionando Tizianeda fino alle viscere, con il loro modo delicato di essere.

Anche quando la campanella è suonata, gli alunni di Michela, hanno voluto fermarsi nel salone, per parlare ancora della vita e quindi di se stessi e di noi con loro. Poi è stato tempo di andare. Michela ha portato Tizianeda nella casa sua e del marito gentile. Due alunne, Federica e Lucrezia si sono unite a loro,invitandosi con la naturalezza di chi sa il piacere dell’accoglienza. E lì nella casa di Michela, la professoressa di filosofia, la ragazza dal cuore colorato, si è compiuto il miracolo dell’ affetto. Perché Michela, tra i fornelli ha cucinato la pasta e lenticchie. La stessa che Tizianeda racconta nel suo libro, quella della nonna Bianca, la nonna che la chiamava come nessun altro, quella che lei ha perso nel tempo.

In quella casa antica, piena di ricordi e di oggetti delle famiglie dei padroni di casa, piena di luce e colori, Tizianeda ha pensato che attimi così sono un regalo che la vita ti fa, un regalo inaspettato, per il quale sentire gratitudine e da conservare, come un talismano, nella memoria e a cui aggrapparsi come a una piccola, segreta risorsa, nelle giornate più sbilenche delle altre.

Tizianeda

Unire i punti

Adolescenza. Che parola. Spigolosa e ondivaga, contraddittoria anche nel suono. Indefinito, come il tempo che la percorre. Parola consegnata dai progenitori di un tempo ancor giovane. Adolescere, crescere. Tempo di mezzo e transitorio. L’infanzia si trasforma e si dissolve, manipolata dagli ormoni. L’età dei peli, della puzza di ascelle, della voce che piano sprofonda. Il magico si fa inghiottire dall’assoluto: no, sì, bianco, nero, ti amo, ti odio, bello, brutto. Si scopre l’altro, si sente a spese del corpo l’attrazione e si inizia a scontrarsi con le sfumature della vita. L’età in cui non si è sempre allo stesso modo. L’età in cui sei figlio a casa, amico fuori e a volte diverso con ogni amico diverso. L’età in cui ti confronti con i tanti modi di essere di una sola personalità. In cui prendi distanze dai genitori, per trovare una identità originale. Una terra con una sua fragilità, come tutto ciò che è estremo, come i corpi rigidi che possono spezzarsi. Li osservo gli adolescenti, nella loro forza, nelle loro incertezza di pensieri non ancora strutturati, di corpi in divenire, di ricerca di visione solida della vita. Li osservo attraverso la quattordicenne e i suoi amici. Sono belli. Mi chiedo quanto siano sereni, quanto siano arrabbiati, quanto ci sentano distanti e incapaci di comprenderli. Noi, che abbiamo lasciato la memoria della nostra adolescenza in qualche ripostiglio. Che dobbiamo imparare ad annusarli, come gli animali sanno fare. Sono belli gli adolescenti nel loro bisogno di consenso, sono difficili nel loro linguaggio da decifrare. Perché per la prima volta le due generazioni si fanno distanza e devi imparare un nuovo vocabolario interiore. Perché per la prima volta non è solo insegnare grazie, prego, per favore. Le parole si fanno tante. Come i silenzi. E’ capire cosa hanno raccolto, cosa è stato piantato dentro di loro. Per la prima volta bisogna imparare ad ascoltarli sperando che le composizioni di parole si facciano pazienti e reciprocamente clementi. C’è il suono del dolore nella parola adolescenza. L’anima si trasforma e allunga, come le ossa e con loro i muscoli e la pelle. È una terra che conquista i suoi spazi in un silenzio soltanto apparente. Li osservo gli adolescenti e loro osservano noi e osservano la vita, per trovare una coerenza di dire e di fare, i loro puntini saldi da congiungere. Per trovare dentro di loro l’ordine dei numeri, che in un’unione di linee componga gli enigmi. O semplicemente per non sentirsi troppo sperduti davanti alle costellazioni disordinate di punti, messe lì da movimenti misteriosi e continui.

Tizianeda

Sarà tutta colpa del gender

Una ragazzina di sedici anni, Juno (Giunone), fa l’amore con un coetaneo, una volta sola. Rimane incinta. Da qui parte la storia. “Juno” è un film, di qualche anno fa, visto in televisione in presenza di un novenne totalmente assorto nei suoi pensieri e una tredicenne apparentemente assorta in altro. Il film è intelligente, ironico, cinico, tenero, ribalda stereotipi e ti fa pensare. Specie se hai figli adolescenti o che lo diventeranno a breve. Specie se sai che parlare di sesso e sessualità con dei ragazzini in ricorsa dentro la vita, potrebbe avere lo stesso effetto di una fastidiosa eruzione cutanea. E mi chiedo cosa sappiano del sesso e della sessualità i nostri ragazzini, come vivono i loro corpi in divenire, insieme ai pensieri e allo sguardo sul mondo fuori. Se ne parlano tra di loro oppure no. Con i genitori non lo fanno e spesso ogni tentativo da parte dell’adulto teoricamente esperto, diventa un sforzo goffo che finisce subito con una frase del tipo : “non ne voglio parlare, grazie”. Con sollievo, in fondo, di entrambi.
Perché un genitore è geneticamente incapace a farlo, almeno una buona parte dei genitori. Noi che siamo campioni di cambio canale in televisione, al primo sospetto di strusciamento corporeo. Che deglutiamo in silenzio in preda all’imbarazzo, guardando di sbieco le reazioni dei figli, quando i dialoghi in un film si fanno espliciti. E sarebbe un gran sollievo per tutti se a scuola si introducesse l’educazione sessuale tra le materie da insegnare. Ché il corpo e i suoi meccanismi biologici ed emotivi dovrebbero essere un argomento da trattare non con fatica, ma con gioia e stupore, perché da lì, dalla conoscenza serena, dalla consapevolezza di quello che siamo, di come funzioniamo, impariamo il rispetto, impariamo ad amarci e ad amare. Mi chiedo se mia figlia abbia cognizioni distorte sulla procreazione e annessi e connessi, come l’avevo io alla sua età e anche dopo. Io che pensavo che il preservativo fosse una polverina tipo il cicatrene e che incinta si potesse restare con un bacio, ma proprio un bacetto. Un po’ come credere che un bambino nella pancia arriva con il pensiero o il teletrasporto. Come ho dipanato le mie ignoranze non lo ricordo. Io irrimediabile bacchettona. Forse grazie a qualche compagna più sgamata. Che il cielo benedica le compagne più sgamate. So che molti pregiudizi e stereotipi, che nascono dall’ignoranza e dal silenzio imposto dall’educazione, li ho lasciati andare dopo molto tempo e con fatica.
So che i tentativi criminali, in Italia, di impedire progetti volti a insegnare il rispetto, le regole del corpo, la bellezza della diversità, fanno un gran male ai nostri ragazzi. So che l’istigazione a paure irrazionali, attraverso la menzogna reiterata, attraverso la formulazioni di teorie inesistenti che solcano e corrompono i pensieri degli adulti, affossano le possibilità di volo dei nostri figli. Che imbrigliare il sesso e la sessualità dentro concetti affatto scientifici e dogmi, nega i meccanismi meravigliosi del corpo, nega ai nostri ragazzi la loro stessa identità. L’educazione sessuale non insegna solo la meccanica del sesso, come si vuole far credere attraverso la invenzione di una fantasiosa “teoria del gender”, che profetizza scene apocalittiche (e mi chiedo quale mente deviata possa aver inventato una roba del genere). Chi ha uno sguardo così povero di significati, dovrebbe porsi qualche domanda, interrogarsi, guardarsi dentro. L’educazione sessuale è molto di più. Il corpo è molto di più. Le vite dei nostri ragazzi valgono molto di più.

p.s.: solo per dire, che benché sia una irrimediabile bacchettona, sono riuscita a scrivere la parola “sesso” una quantità innumerevole di volte in questo post. E’ decisamente una rivoluzione. Sarà tutta colpa del gender.

Tizianeda

Le adolescenti e la sindrome dello Sposo Errante

“Novenne chi ha suonato al campanello?”
“Mamma sono arrivate le adolescenti!!!!!!”
Nei 90 mq della famigliola, alle 13 e 28 in punto, sono arrivate le sette adolescenti inclusa la tredicenne, con le loro risate, le scarpe da tennis, la tuta della scuola, la logorrea, il modo buffo di muoversi di chi è in bilico, la loro visione assoluta del mondo, la fame di chi ha un metabolismo impazzito.
Sono venute per festeggiare con una settimana di ritardo, per colpa di un orrido virus che l’ha costretta a letto, il compleanno della tredicenne in preda per l’occasione a contentezza estrema. Si sono sedute attorno alla tovaglia rossa, ai fiorellini primaverili, agli antipasti che sono spariti velocissimamente come la Statua della Libertà dopo i maneggi illusionistici di David Copperfield. Anche se lui poi la statua l’ha restituita.
Poi si è verificato un evento di quelli incredibili, stupefacenti, di quelli che ti fanno sbarrare gli occhi per l’incredulità e rimanere a bocca aperta per almeno 15 secondi.
Lo Sposo Errante approfittando di una sedia libera attorno alla tavola imbandita, si è seduto con le adolescenti e ha persino interagito con loro che lo ascoltavano e rispondevano alle sue domande, tutte serie serie e compite. Hanno parlato di musica, AC/DC, concerti, scuola, prove invalsi, futuro e chissà cos’altro non avendo potuto Tizianeda carpire tutti i discorsi, perché troppo indaffarata tra soggiorno e cucina.
Poi ha capito cosa possa essere successo nella mente dello Sposo Errante solitamente appartato in questi summit casalinghi dell’età di mezzo. Ha capito che lui, lo sposo, è ancora sotto l’effetto allucinogeno “concertoaRoma”, quello a cui è andato con la tredicenne per accompagnarla, quello che si è sorbito la fila, l’attesa, le urla, il concerto. Quello che è sopravvissuto miracolosamente.
Perché il punto è proprio questo. Lui ha la sindromedasopravvissutoadisastro. La sindrome che per intenderci, dopo un evento catastrofico che ne esci illeso, ti senti immortale. Così fai cose strane e pericolosissime, tipo camminare sui cornicioni, saltare da un balcone a un altro, arrampicarti sui grattacieli, andare a comizi leghisti in “padania” ed essere l’unico meridionale o migrante.
Ed è per questo che si è seduto in mezzo a loro. Ormai sente che può affrontarle in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, a qualsiasi latitudine e longitudine, non le teme più, si confronta con incoscienza, non ritenendole più entità insondabili, ingovernabili e pericolose.
Quanto al novenne, dai 90 mq è misteriosamente sparito, nascosto in chissà quale dei suoi
rassicuranti mondi paralleli, riapparendo soltanto dopo che le adolescenti erano andate via.

Tizianeda

Storia di un Super Eroe

“Lo sai che ormai, Sposo Errante, ai miei occhi sei una specie di Super Eroe?”
“Mmm…c’è poco da sfottere, Tizianeda…”
“Ma non ti sto sfottendo…magari giusto un po’, ecco…”
Chè l’Uomo Ragno, Super Man, Thor, Wonder Woman, SuperPippo, PaperiniK e Megalomen, al confronto dell’uomo adulto di casa, sono degli anonimi e inermi cittadini.
Perché quello che lo sposo andrà a fare, richiede cuore ardito e indomito, nervi di acciaio, capacità di estraniarsi, forza interiore ultraterrena.
Lui tra pochissimo si troverà in una specie di summit di super eroi tutti intenti a portare a termine la sua stessa difficilissima missione. I super eroi, una volta varcati enormi cancelli, una volta entrati in un’immensa struttura, una volta che stuoli di ragazzine e ragazzini entreranno in modalità iourlomoltopiùditeperchèèmechedevevedereenonte, loro, i super eroi li dovranno controllare, assecondare, seguire, sopportare, continuare ad amare e riportare a casa salvi.
La Kriptonite al confronto è una tisana rilassante.

Tizianeda