Posts Tagged ‘amicizia’

Una vita come tante

Sto leggendo un libro denso e fluido, come densa e fluida è la vita che scorre. Mi è stato regalato da un’amica di storie e di assonanze, che lo ha letto in questa estate incerta, tra sole e nuvole. E’ uno di quei libri che non puoi mettere in borsa. Bisogna essere resistenti per portarlo in giro e avere una borsa molto capiente. E’ un libro che dopo un po’ le braccia si stancano a reggerlo, anche se le parole, lì dentro, scorrono ed entrano con facilità dentro. A dire il vero, spesso precipitano nel fondo del nostro fondo, toccando dolori accomodati. E’ un libro di un chilo e quattrocento grammi, circa. La mia amica lo ha pesato, come si fa con i neonati. E’ un libro di mille e novantatré pagine, ma non pensi alla fine. Ti fa stare su ogni impronta di parola.
Racconta l’amicizia di quattro uomini. Qui ho trovato l’immagine più potente e lieve di questo grande sentimento che avvicina gli esseri umani e li fa riconoscere, dentro gli inciampi e i garbugli e le dissonanti architetture. Un camminare accanto senza invadere, un tacere e un sentire. L’attenzione commovente verso il mistero che ognuno di noi è. E anche la paura di colpire fragilità mai dette, ma percepite. Una bella fatica insomma. Forse per questo il libro pesa così tanto. Devi proprio volere arrivare fino in fondo per sopportarne la stanchezza di tenerlo tra le dita.
Ma si sa, leggere è un moto d’amore degli occhi e delle mani. La ricerca di profondità in cui ritrovarsi in silenzio. Un incontro di fragilità riconosciute e custodite. Come succede tra noi umani che ci scegliamo per poterci afferrare al volo, sopra strade innevate e scivolose.

Tizianeda

Forte come la dimenticanza è il mio cuore

Tengo tra le dita il foglio. E’ una lettera. Arriva dal Nord. Mia madre mi chiede di leggerla. E’ di Graziella, mi ha detto sorridendo. Doveva sorridere così, mia madre, anche quando era poco più di una bambina e la sua amica del cuore era lei, Graziella. La vicina di casa, la compagna delle scuole medie, quelle che non si sono mai lasciate, anche dopo. Mai una lite, molti cazziatoni, per lo più di mia madre con le sue visioni strutturate, dentro il triangolo delle bermude, casa, scuola, chiesa. E Graziella era contenta di questo. Mi vuole bene diceva. E poi matrimoni, figli e un mucchio di vita. Graziella e Mara le inseparabili, che era bello vederle così diverse, in tutto, a fare parole crociate e rebus, quando passeggiavano con il giornaletto in mano, zigzagando, ubriache di vocali e consonanti da sistemare.
Poi anni fa Graziella è andata via, al nord. Perché la vita ti scompiglia all’improvviso gli accordi delle parole. Hanno continuato a sentirsi, ma sempre meno. Graziella arretrava nella dimenticanza, mischiando cose e persone, ruoli, stagioni, l’ordine degli oggetti, la scansione degli eventi, resuscitando le assenze. Un miracolo della memoria rivoltata. Però a Mara non l’ha dimenticata, l’ha conservata in un pezzetto di quel muscolo strano. La voce nascosta che tiene compagnia, che ci ricorda l’alternarsi di suono e silenzio. Le ha inviato una lettera, con la grafia incerta di una bambina e la nostalgia per tutto ciò che abbiamo perso.
Il cuore sa essere ostinato, però. A dispetto della dimenticanza. Sta in ascolto del suo battere, conosce il compito. E’ un richiamo costante e innocente. Come la lettera di Graziella. Come il suo ostinato amore.
“Io sono la tua sorellina e ti voglio tanto bene”. Queste parole in fondo alla lettera. L’amore è semplice. In fondo.
E’ il cuore nascosto di Graziella. Più forte della dimenticanza.

Tizianeda

Sabinella bella bella

Ehi, ehi tu, Sabinella bella bella, stai festeggiando nel posto in cui ora sei? Ballerai? Organizzerai una festa, sorriderai, parlerai tantissimo, manderai scherzando a quel paese tutti? Ti vedo sai. Tu, ci vedi, ci sai e senti? Ci vieni a trovare nei sogni? Nei miei sì, sei arrivata, tempo fa, per benedirmi, senza cazziatoni. Che erano belli i tuoi rimproveri, così amorevoli e indulgenti. Ma tu lo sai che questo, per me, non è periodo di rimproveri, ma di sorridenti benedizioni. Tu sapevi sempre, accidenti a te e ora ancora di più. Sai che faccio oggi, che è il tuo compleanno? Entro in quel luogo, uno di quelli che ormai guardo solo dalla strada. Ho letto che ti ricorderanno e leggeranno tue poesie. Pensa, ti ho anche sognata dentro un libro di poesie. Componimenti e fotografie con dentro te, sorridente. Costava quattro euro, il libro, nel sogno. Quattro, il mio numero preferito e non chiedermi perché, non lo so proprio. Lo compravo, ma lo dimenticavo, come al mio solito. Distratta anche nei sogni. Oggi, in questo posto qui, che non frequento ormai più, vengo ad ascoltarle queste poesie. Le tue che non ho mai letto e che non sapevo componessi. Solo tu potevi farmi rientrare in una chiesa. Tu riuscivi a farmi fare tante cose. Perché eri speciale e indomita, come le anime bizzarre e poco allineate. Spirito libero e inclassificabile, dalle profondità sconosciute.
Mia inclassificabile amica, sai cosa mi manca di te? Cazzo, tutto mi manca. Hai visto l’ho detta. Non ho resistito. La parolaccia intendo. Che belle le parolacce, vero? Quanto ci piaceva dirle, quando chiacchieravamo.
Quanto avrei dovuto esserti più presente in quegli ultimi tuoi tempi. Commettiamo sempre l’errore di pensare di essere infiniti. Mi hai dato l’ultima lezione, andandotene da questo mondo di corpi e materia. Ma tanto lo so, che non smetterai di insegnarmi altro. Troveremo un modo per comunicare ancora. Tu lo hai già trovato. E chi ti ferma a te, amata amica. Chi ti ferma?
Buon compleanno Sabinella bella bella. Ci si incontra oggi, anima luminosa, tra le tue parole.

Tizianeda

La prima donna

Sono stata dentro la vetrina di una libreria che si chiama “Ave”, ma se l’insegna la guardi al rovescio, leggi “Eva”, il nome della prima donna, quella della mela, quella che ha disubbidito, la ribelle, la prima strega, quella che noi tutte portiamo impresso il linguaggio lontano del suo DNA, noi con il peso delle nostre azioni sulle spalle e a volte delle scelte non nostre. Il primo essere vivente che da subito si è visto immerso nelle faccende complicate della vita con la sua nudità di donna, i sensi di colpa e la paura di sbagliare.
Dentro la vetrina di questa libreria indipendente che è piccola e vitale, insomma proprio lì dentro dove solitamente si poggiano i libri per mostrarli, c’ero io per parlare del mio oggetto cartaceo. Si chiama “La medaglia del rovescio”, proprio come questo blog. E lì dentro non ero sola. Mi sono accomodata tranquilla con altre due donne. E mi sono affida a loro. Alla Donna con i capelli arancioni e alla Donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra. Che poi sono anche due amiche, con cui condivido da un po’ pezzi di strada. E lì seduta dentro la vetrina è stato bello, ché si è finito di parlare di tutte noi e della voglia di narrare il presente con passo leggero e solido.
E dopo questa festa di racconti femmina in libreria, con le due donne della vetrina siamo andate a ridere e chiacchierare nella casa di un’altra femmina dove c’erano ancora altre donne, amiche e conoscenti. Tutte legate, forse, dal bisogno atavico di sentire un’energia comune e somigliante. E anche lì, nella casa che ci ha accolto con gentilezza, è stato bello. È stato allegro e semplice.
In realtà, quella sera, c’era anche un uomo, uno solo, arrivato per caso e da lontano come una pietanza inaspettata e sconosciuta, portata da un’amica. Una presenza che a guardarla, ti aspettavi potesse sparire, per materializzarsi nel posto più sperduto e solo della terra e così godere di attimi di silenzio, o potesse levitare e galleggiare sulle nostre teste, o diventare trasparente per ascoltare non visto i nostri umori femminini, o cantare un inno sacro in un linguaggio sconosciuto e malinconico, alla memoria di Eva, la prima donna. E sentire che quel canto era per noi, che siamo tutte Eva, tutte approdate per la prima volta in un giardino sconosciuto pieno di cose cui dare un nome e così riconoscerle. Tutte a provare ad amare le nostre nudità e a non averne paura.

P.s.: Sabato 25 giugno alle 20:30, ancora una volta sarò con Eleonora in un bel teatro, per il nostro spettacolo “Ho attraversato ridendo le terra capovolta”. Se vi va, siam lì sorridenti ad aspettarvi.
locandina villa

Tizianeda

Vieni a trovarmi in sogno

E’ iniziata con un temporale. Ma al contrario. Prima il tuono, poi il colpo di fulmine. Avevamo poco più di venti anni, ci incontravamo tra le stanze dello studio legale dove facevamo pratica. Ci sfinivamo a vicenda. E’ iniziata da un vaffanculo gridato tra colleghi attoniti e da porte sbattute in faccia. E’ iniziata da una tempesta. E poi eravamo giovani e potevamo scegliere se ignorarci o diventare amiche. Per fortuna siamo state sufficientemente saggie e folli da scegliere la seconda alternativa. Per fortuna. Eravamo giovani e con molto tempo spensierato da vivere insieme. Per fare, girare, uscire, ballare, organizzare feste, chiacchierare, dire parolacce, ridere, cazziarci e tu lo facevi di più in continuazione. Poi succede che la vita sa essere bestia e indifferente alla bellezza che scorre. Succede la malattia, succede che sono lì presente e la seguo e ti seguo. Succede che guarisci. Succede che vai al nord a lavorare. Succede che mi sposo, che divento mamma. Succede che torni al sud. Succede che ti ammali ancora. Succede che non so starti vicino, non come allora. Succede che ti riprendi. Succede che mi fai il cazziatone dei cazziatoni per questa mia assenza. Il cazziatone perfetto, con amore. Succede che ci vediamo anche se non quanto vorresti e ogni volta sono risate e parolacce ché a noi dirle insieme veniva benissimo. Succede che il giorno dopo il mio compleanno te ne vai mandando tutti noi a ‘fanculo, senza tornare più, Sabinella. Tu che eri folle, bizzarra, sopra le righe, tu che parlavi tantissimo ma dentro avevi silenzi preziosi che non svelavi. Tu che avevi una fede incredibile in quel dio che io ho smesso di cercare da un bel po’ e mi cazziavi anche per questo. Tu che eri l’allegrezza e la forza che finiva tutta in quella voce roca e potente. Tu che amavi la vita e dicevi “grazie” tutti i giorni per ogni ora, per ogni secondo in più, per ogni momento di inaspettata bellezza. Tu che mi hai insegnato tanto con quel tuo modo insolito di attraversare il tempo. Tu che mi hai insegnato il valore vero e semplice dell’amicizia. Tu che non ci sei più e non mi capacito.
Ciao commarella mia bella, ogni tanto vieni a mandarmi a ‘fanculo in sogno.

Tizianeda

L’amore al tempo del sud suddissimo

E’ venuto qui nella città sbilenca per la prima volta circa quindici anni fa. O forse venti. Tizianeda non ricorda. Lei con il tempo che scorre ha un rapporto strano. E’ venuto da una città lontana dalla sua. Una città che Tizianeda non c’è mai stata e tutti dicono sia bella, austera, elegante, aristocratica, educata e ordinata. E’ venuto un giorno e della città sbilenca si è innamorato. Perdutamente. Allora ha portato la sua barchetta a vela con cui andava per mare a Genova che è vicina alla sua di città. L’ha caricata sul portabagagli di una Fiat Panda. Ha attraversato strade circondate da un’Italia cangiante a ogni chilometro, l’ha piazzata sul mare del sud suddissimo e lì mentre imparava lo stesso mestiere di Tizianeda, non appena poteva, rinnovava il suo amore per questo posto strambo perdendosi con la barchetta tra onde e vento. Poi è partito, è andando all’estero, ha iniziato a lavorare per un’organizzazione internazionale, in posti dove nessuno ci vorrebbe andare, perché la lontananza perché la solitudine, perché il clima, perché abitudini diverse, perché devi essere bravissimo e preparato, perché in fondo una vita così deve andare d’accordo con quello che sei.
In queste settimane l’amico, che si è preso un periodo di pausa dal suo vagare, ché tanto non ha fretta, è ritornato nella città sbilenca. Così per nostalgia, perché nei luoghi dell’anima si ritorna prima o poi. E sabato sera, nei 90 mq – che c’erano anche la zia Dada e lo zio Peppino con famigliola e i nonni che si festeggiava un compleanno e l’aria era carica di confusione e voci e grida e corse tra le stanze e bambini che interrompevano discorsi – c’era anche l’amico che ama la solitudine, che dalla sua vita è stato per una sera catapultato nel delirio di una famiglia allargata, meridionale, confusionaria.
Poi prima di andare via ha fatto la dichiarazione d’amore più bella che si possa fare a una persona. O a un luogo. “E’ che da voi ci sono una luce e dei colori unici. Anche il caos qui fa parte dell’arredo. E quando vado in giro e guardo gli orizzonti sul mare, li paragono tutti a questo dello Stretto e nessuno, nessuno regge il confronto…”.
Tizianeda lo sa che una cosa è vivere la quotidianità e le fatiche di un luogo e un’altra é starci per un po’ di tempo assorbendone il meglio. Ma sabato sera non si è voluta soffermare su questo. Perché ha provato una gioia piena nel sentire tanto amore per la sua città sbilenca, nel sentirla essere l’eletta di un uomo del nord nordissimo che tanto ha viaggiato. La città sbilenca eletta luogo dell’anima, come lo sono tanti altri per ognuno di noi. Perché non importa da dove vieni, chi sei, come sei stato educato o quale sia la tua cultura. Con i luoghi come con le persone l’amore succede così, all’improvviso. Ed è un’alchimia misteriosa e insondabile. E’ un’alchimia della nostalgia e del ritorno.

Un saluto allegro e innamoratevi!

Tizianeda

La Donna con i Capelli Arancioni, lo Scrittore Alto Alto e Syd

C’è qualcuno tra di voi che si ricorda della Donna con i Capelli Arancioni? Ve ne ho parlato circa un anno fa proprio qui. E’ quella mattissima, che sorride ma ha gli occhi altrove, cha ama leggere, proprio come Tizianeda e che porta nascosto in borsa – sottolineato, usato, consunto, pieno di impronte e segni come le rughe di un volto vissuto – un libro. Anzi portava. Perché è stato sostituito da un altro libro, dopo tanto ballonzolare nella borsa, tra chiavi, penne, portafoglio e miriadi di quisquiglie che risiedono dentro le borse delle donne.

Un giorno lei ha chiesto a Tizianeda di presentare nella città sbilenca una storia scritta da un suo amico scrittore che è Aquilano, ma vive in una città altra, la città delle città, piena di cupole e campanili, che è odorosa di storia ed è ariosa come se ci fosse il mare.
Così Tizianeda che ama la parola “sì” e si fida dello sguardo mattissimo della Donna con i Capelli Arancioni, ha detto appunto “sì” .

Qualche settimana dopo, poche ore prima della presentazione, ha conosciuto l’autore, Antonello, che è un uomo alto alto alto e parla e racconta come se si muovesse dentro un mondo labirintico tutto da esplorare con pudore e gentilezza. E quando ha salutato Tizianeda, che è piccola come una Hobbit, si è dovuto piegare facendosi per un attimo anche lui piccolo piccolo.

Poi nel pomeriggio, in un café, tra tavolini, sedie, rumori di tazze e piattini, bicchieri e risate, ha chiacchierato con lo scrittore alto alto parlando del suo libro e delle mille storie che lì dentro si trovano. E hanno parlato anche dei Pink Floyd, ché il libro, non a caso, si intitola “La favola di Syd”, proprio quel Syd, il genio. E Tizianeda prima ha dovuto studiare un bel po’, perché delle storie dietro tutta quella musica sapeva ben poco. E per settimane ha perseguitato lo Sposo errante, che le ha raccontato, le ha fatto ascoltare i pezzi di Syd Barret e vedere video su youtube.
E lì, nel café, quella sera, c’era tanta gente che Tizianeda ha osservato con immensa gratitudine. Perché lei pensa che non sia così scontato che un venerdì pomeriggio, si decida di vestirsi, uscire, guidare la macchina, affrontare il traffico, cercare un parcheggio e sedersi pazientemente per ascoltare. E invece è stato così e c’erano anche amici e il cuore le si è alleggerito battendole allegro nel petto.

E ora che questa avventure è finita, che ha vissuto grazie alla Donna con il Capelli Arancioni che in un pomeriggio d’inverno ha deciso di fidarsi di lei, affidandole un libro bello da raccontare. Ora che l’autore alto alto è ritornato nella sua città altra, lasciandole storie in più, quelle dentro il libro e quelle fuori, ecco ora si ricomincia con altre storie, pronte per essere accolte, sempre, con le braccia aperte.

Un saluto allegro a tutti voi e se siete arrivati a leggere fino a qui grazie e grazie.

Tizianeda

Peace&Love

Domenica 7 dicembre.
Per motivi organizzativi interni ai 90 mq, la famigliola ha montato con un giorno di anticipo l’albero di Natale che possiede da ormai 15 anni. Dei quattro elementi, tre versavano in uno stato di eccitazione caotica, uno, come tutti gli anni, era serio e concentrato, come il Capitano Kirk sull’Enterprise alle prese con un attacco alieno. Il Capitano Kirk è sopravvissuto agli alieni che hanno attentato al suo equilibrio zen, senza tuttavia scalfirlo.
L’albero ora è completo di sfere colorate e luci ipnotiche come una navicella spaziale.

Lunedì 8 dicembre.
La città sbilenca del sud suddissimo di Tizianeda, è stata avvolta dalle prime ore del mattino dal profumo antico di farina acqua e lievito, che fuoriusciva dalle finestre delle cucine per spargersi nell’aria. Poi verso mezzogiorno, l’impasto lievitato raccolto dentro due cucchiai a dargli una forma tonda, è stato immerso nell’olio bollente per uscirne trasformato in migliaia e migliaia di “zeppole”, ripiene e non. Anche Tizianeda con gli altri tre della famigliola, le ha mangiate a casa di amici che lei conosce da quando era ragazzina e con cui si vuole una montagna di bene. Poi ne ha preso altre a casa di altri amici a cui Tizianeda vuole anche tanto bene bene. Ché le zeppole non sono soltanto delle entità culinarie ipercaloriche che una volta ingurgitate non andranno mai più via dal corpo. Le zeppole sono casa e famiglia e affetti. E se vi è capitato di passare nella città sbilenca questo lunedì, e passeggiando per le strade, avete sentito dentro una strana sensazione di peace&love, non vi spaventate. E’ stato l’effetto allucinogeno dei fumi dell’olio bollente aromatizzato di zeppola, che avete inconsapevolmente sniffato.

P.S.: In questo fine settimana Tizianeda ha anche ascoltato discorsi molto dissonanti con l’effetto peace&love all’aroma di zeppola. Vorrebbe dire e scrivere tante cose, ma non lo farà, almeno non ora, perché ha bisogno di riflettere e trovare le parole giuste, che parlino di amore e sentimenti che non hanno genere, perché appartengono a ogni essere umano a cui batte il cuore a un ritmo tutto suo e di nessun altro.

Un saluto pace e amore a tutti!

Tizianeda

Che cos’è l’amor

Ieri Tizianeda, ha visto in rete un video, pieno di bambini. Un signore che senti solo la voce, ha chiesto cosa fosse l’amore. I bambini hanno risposto senza inutili pudori e Tizianeda ascoltandoli ha pensato che l’amore non è, almeno non subito. L’amore ancor prima di essere, lo senti. I bambini questo lo sanno.
L’amore lo senti nel cuore, lo senti nello stomaco, nelle gambe emozionate, sulla pelle, sulle spalle, sulle dita, nel mondo fuori che gira come una giostra piena di lucine colorate e pacchiane. E sudi, ti arresti, sorridi, ti viene la pelle d’oca, sei rilassato, confuso, lucidissimo, protetto, sperduto, invincibile, vulnerabile, solido, coerente, contraddittorio, vuoi restare, vuoi andare, sei piccolo, sei immenso, sei adulto, sei un bambino.
E allora Tizianeda ha pensato alle volte in cui sente tutto questo amore qui.

– lo sente, per esempio, quando si avvolge con lo scialle di lana scudoprotettivo di sua nonna Bianca. Grigio, con le frange e le maglie larghe. Lo sente sulle spalle calde, sulle braccia e dentro i suoi ricordi. E poco importa se lo scudo protettivo la rende la donna meno attraente dell’universo interplanetario. A lei proprio non interessa, perché con quello addosso è felice.

– lo sente in bocca e ha il sapore del caffè. Ma di più alle sette del mattino quando è sabato, perché non è sola ad assaporarlo, e in quel momento si sente consolata. Lo sente alle nove, nei giorni lavorativi, tranne il lunedì e il venerdì chè non lo beve in compagnia, e alle undici preannunciato da un messaggio a cui segue una risposta a cui segue un’altra risposta e a volte un’altra ancora.

– lo sente sullo stomaco e sulle gambe. Ha il peso di braccia e ginocchia ossute di un bambino di otto anni, nell’ora delle coccole e del sonno.

– lo sente tra la spalla e il collo, su quella curva fatta apposta per accogliere. Ha il peso della testa di una ragazzina di dodici anni che la sta abbracciando.

– lo sente nelle orecchie, ed è un suono che si chiama voce e la voce racconta e confida sapendo di potersi affidare, facendo fluttuare storie che a Tizianeda rimangono incastrate per sempre dentro il cuore che batte forte.

– lo sente nei piedi, quando cammina la mattina davanti al mare, veloce e allegra, ché lì in quel luogo sospeso ci si sorride tutti e c’è chi poggia la mano sul cuore, per salutare. Ed è bellissimo.

– lo sente sui palmi delle mani quando stringe mani altre, per consolare o essere consolata o semplicemente per riposarsi un po’ dal rumore e dal caos.

– lo sente sulla guancia, quando le arriva inaspettato un bacio caldo che sprofonda sulla pelle e le viene da sorridere.

E lo sente in un mucchio di altri posti, come tutti del resto. E certo, lo sente anche nel cuore, nello stomaco e nelle gambe, all’occorrenza.
Lo sente quando è a casa nei suoi 90 mq che l’avvolgono e quando è fuori, esposta e vulnerabile, chè la vita e l’amore per essere accolti ti vogliono così a braccia spalancate. Come i bambini del video che con limpidezza innocente ce lo hanno ricordato, facendoci sentire tutti innamorati.

Tizianeda

Il braccialetto rosa

L’ottenne ha un braccialetto al polso. Si può stringere e allargare, ci sono tre lacci annodati tra di loro, viene dall’India e il colore predominante è il rosa. Glielo ha regalato la sua compagna di scuola. Lei, è andata nel suo villaggio, che devi fare mezzo giro della terra per arrivarci. Anche se lontana lontana, ha pensato all’ottenne, e dentro un negozio chiassoso e colorato (almeno così a Tizianeda piace immaginarselo) gli ha comprato il bracciale. Poi ha rifatto un altro mezzo giro della terra, è ritornata nella città sbilenca e da lì a scuola dove ha consegnato il regalo al suo compagno gentile. Lui ha indossato subito il braccialetto rosa e ha continuato a farlo anche quando un bambino gli ha detto che il rosa è un colore da “femmina”. L’ottenne, ha attivato il suo pensiero positivo-zen, che usa come lo scudo protettivo di Guerre Stellari che si aziona contro gli attacchi intergalattici, e ha archiviato per sempre la questione giungendo a un’univoca conclusione: “secondo me le femmine ragionano meno per stereotipi rispetto ai maschi”.
Tizianeda non sa se le femmine ragionino meno per stereotipi rispetto ai maschi, anche se tende a pensare che sia vero. Però sa che lo stereotipo è un’erba cattiva che si può annidare ovunque, un buco nero in cui è facile cadere, una pozzanghera melmosa dentro la quale trovarsi invischiati.
Per questo ai due minori dei 90 mq, prova a spiegare che non esistono giochi da maschi e da femmine, canzoni da maschi e da femmine, cartoni da maschi e da femmine, colori da maschi e da femmine, che piangere non è da femminucce ed essere coraggiosi da maschietti e l’elenco potrebbe continuare per giorni e giorni. Lei dice che esiste quello che ci piace, quello che ci fa stare bene e che gli schemi rigidi dentro i quali ci collocano possono intossicarci la vita, che le verità impacchettate e consegnate tra le mani non sempre vanno bene, che il mondo fuori va osservato in profondità e da millemila prospettive diverse, se occorre.
Così ora, il braccialetto rosa può rimanere placidamente annodato attorno al polso dell’ottenne, che gode di un oggetto che gli piace, ma soprattutto del gesto gentile di una bambina che un giorno, in India, ha scelto un regalo proprio per lui.

Tizianeda