Posts Tagged ‘amore’

La mamma circo

Da sempre lo faccio, ogni volta che accorcia i capelli e torna a casa senza ciuffi sugli occhi. Lo faccio ancora, che ha tredici anni, perché gli è toccata in sorte la mamma circo. Lasciamelo fare gli dico. Lasciamelo fare, anche quando avrò cent’anni sarò sdentata e cieca, come la nonna di Heidi. E lo accolgo scalza sulla soglia, quando torna dal barbiere e lui ride e mi dice basta. E faccio i numeri buffi che mi viene bene ed è sempre la stessa stupida battuta. E’ che mi manca la sua voce di caramella, ma non lo dico. E lui scuote la testa e non sa quanto mi salvano questi attimi e la bellezza del suo sorriso. Attimi di tempo esploso e gioioso, di tempo senza tempo. E il fuori dalle finestre di clacson e rabbia, finalmente tace.
E lei non sa cosa è accarezzare le sue guance, cosa stringere a me le morbidezze ostinate, che lei guarda con cruccio. Ma così è, e so che imparerà, e sto tra il dire e il tacere, come il mio battito nascosto. E Agnese non può conoscere cosa è la grazia dei suoi occhi e la bellezza del suo nome, caduto sul cuore quando ancora era me. E loro non sanno questo sentire che mi salva e partorisce ancora una volta, in questo tempo invecchiato. E resto ferma con il mio stupore colorato che mi ritorna bambina, mamma circo che aspetta scalza sulla soglia.

Tizianeda

Una vita come tante

Sto leggendo un libro denso e fluido, come densa e fluida è la vita che scorre. Mi è stato regalato da un’amica di storie e di assonanze, che lo ha letto in questa estate incerta, tra sole e nuvole. E’ uno di quei libri che non puoi mettere in borsa. Bisogna essere resistenti per portarlo in giro e avere una borsa molto capiente. E’ un libro che dopo un po’ le braccia si stancano a reggerlo, anche se le parole, lì dentro, scorrono ed entrano con facilità dentro. A dire il vero, spesso precipitano nel fondo del nostro fondo, toccando dolori accomodati. E’ un libro di un chilo e quattrocento grammi, circa. La mia amica lo ha pesato, come si fa con i neonati. E’ un libro di mille e novantatré pagine, ma non pensi alla fine. Ti fa stare su ogni impronta di parola.
Racconta l’amicizia di quattro uomini. Qui ho trovato l’immagine più potente e lieve di questo grande sentimento che avvicina gli esseri umani e li fa riconoscere, dentro gli inciampi e i garbugli e le dissonanti architetture. Un camminare accanto senza invadere, un tacere e un sentire. L’attenzione commovente verso il mistero che ognuno di noi è. E anche la paura di colpire fragilità mai dette, ma percepite. Una bella fatica insomma. Forse per questo il libro pesa così tanto. Devi proprio volere arrivare fino in fondo per sopportarne la stanchezza di tenerlo tra le dita.
Ma si sa, leggere è un moto d’amore degli occhi e delle mani. La ricerca di profondità in cui ritrovarsi in silenzio. Un incontro di fragilità riconosciute e custodite. Come succede tra noi umani che ci scegliamo per poterci afferrare al volo, sopra strade innevate e scivolose.

Tizianeda

Il tredicenne rampante

Ciao Domenico. Quanti, domani? Tredici. Sono tredici, lo so. Tredici anni che ti guardo. Che ti annuso come le lupe, arresa alle ossa che crescono e si allungano, alla voce che cambia, al saluto dell’infanzia. Un ibrido ora. Un ritmo di mezzo. La rincorsa prima del salto.
Ciao Domenico, che ogni anno sono qui, a dirti ciao. Con il rimestio di nostalgia, la risacca muta del mio sentire. Ciao, che l’altro giorno abbiamo parlato in macchina io e te. Che mi hai aperto un pezzo di mondo, quello fuori, che affronti solo, che devi decodificare e attraversare perché, a volte, non ne capisci le logiche. Ti fermi, davanti alle dissonanze dei marchingegni, di questo orologio che è la vita, che cambia il ritmo a ogni istante di lancette. Ciao, che sei silenzioso, riservato, gentile, altrove, un passo in là, sopra gli alberi. Il Barone rampante, che mi fa innervosire, per l’ostinazione dei pensieri. Ciao, che devi imparare a essere più morbido e duttile, quando il mondo fuori ti investe.
Ma fai anche come sai, con quel modo che mi innamora e non mi posso soffermare, di sederti composto e distante. E perdona i miei agguati di abbracci e baci, che a volte ti faccio a sorpresa, come un clown buffo. Perché, sul serio, sarebbe troppo. Sarebbe ingiusto. E tu così ridi e dici “mamma” e io mi scosto e poi ti guardo quando non vedi e dici “ciao”, di spalle, già sopra gli alberi, ad aggiungere tasselli di ore. Le tue.
Auguri Domenico, auguri mio bel ragazzo.

Tizianeda

L’amore di Ines per Antonio

Si racconta, nella mia famiglia, che la nonna Ines fosse mezza donna e mezza santa. Come le sirene, un po’ foreste, un po’ onde.
Si racconta, che vedesse quello che gli altri non vedono mai. Tipo la Madonna, le luci nelle stanze buie, e un santo che si chiama Antonio. Ora questo Antonio che in vita era santo, quando lei gli chiedeva qualcosa, pare che l’ascoltasse. Non sempre però. Perché, si dice, che i santi, per un motivo che nessuno sa, non possano raddrizzare sempre le cose storte. Anzi, pare, che spesso nella vita, ciò che è dritto all’improvviso si torce e tu, non puoi farci niente e non c’è santo che tenga. Così per la nonna Ines, come per tutti. Ma lei, non si arrabbiava mai con Antonio e la vita le piaceva uguale, nonostante gli schianti improvvisi, quello che finisce e non torna più, la fatica, i cassetti da risistemare, le ore allagate, l’incomprensibile delle parole, i giorni che non sono accaduti e quelli che sono accaduti troppo. E se proprio si sentiva triste, preparava una torta, di quelle che lei non poteva mangiare, per colpa dello zucchero che le consumava il cuore, anche se le mangiava uguale. Ma tanto il suo cuore, pure smangiucchiato e dolorante, aveva l’ostinazione. Così, tutto ammaccato com’era, amava. Dalle crepe, dai battiti scoscesi, dalle capriole, dalle corse di gambero, dai giri di altalena, dal battere dei piedi. E non si arrabbiava mai con il santo di nome Antonio, che pure a lui voleva bene, anche se arreso e impotente davanti al dolore dei vivi, e forse, proprio per questo, gliene voleva di più.

Tizianeda

Senza misura

Maria Teresa ha gli occhi verdi, le gambe lunghe e sottili, le mani che stringono e accarezzano, il sorriso che riconosce. Maria Teresa profuma di menta e limoni, profuma d’estate. La trovo nella casa dei miei genitori, mio padre seduto in poltrona, lei accanto, protesa. Mia madre una gardenia tra le dita. Maria Teresa è luglio, il caldo africano della Jonica, una casa dipinta di bianco e il tetto spiovente arancione, quella dei suoi genitori, la spiaggia che non finisce mai, i giochi di bambina, le passeggiate sul lungomare. Non la vedo da quando avevo dodici, forse tredici anni. E ora è lì nella stanza. Il tempo si annulla. Si alza e mi abbraccia. Semplice. Poi ritorna tra i miei genitori, che invece, in questi ultimi anni, avevano ripreso a vederla d’estate. E’ qui per loro. Stringe e accarezza. E’ un movimento che ha riempito la stanza e noi. Lei dice con la voce che vibra. Noi altri siamo in silenzio. Non serve parlare. Guardiamo e sentiamo lo spazio come in una protezione senza misura, che non so dire. Prima di andare via, esita ancora all’ingresso della casa. L’abbiamo seguita tutti. Mio padre no, lui è rimasto seduto in poltrona. Maria Teresa ci abbraccia ancora, ci riempie, ci dice con le mani. Strizzo gli occhi, catturo l’immagine di questa donna che avvolge. Poi va via. Per le stanze resta il profumo di menta e limoni.

Tizianeda

Il tempo concesso

Interno cucina dei 90 mq. Agnese studia l’Iliade. Io impasto. Stasera pizza con sopra i pepperoni arrivati dall’America per Domenico, il dodicenne. Regalo dei parenti made in USA venuti qui nel sud suddissimo per sentire il profumo della provenienza. Affascinati dal ragazzino che conversa in inglese e guarda i video di cucina americana. Ma questa è un’altra storia.
“Quale parte dell’Iliade è?”
“Ettore dice addio ad Andromaca, sua moglie”. Mai una gioia, direbbe Elvira, la mia amica. Parte per la guerra. Non Elvira. Ettore.
“Piango sempre quando leggo questi brani”.
“Poi muore”
“Mamma non spoilerare”
Arriva il dodicenne. Vuole impastare lui.
“Lo so che muore”
“E Andromaca?”
“E che deve fare Andromaca, mamma. Piange”
“Mai un lieto fine”
“Mamma questo piatto è troppo piccolo per l’impasto, devi cambiarlo”
“Giammai, Domenico. E’ il piatto di nonna bianca, la tua bisnonna. Trasuda amore questo piatto”
“E impasti in un piatto più grande e poi lo sposti in quello della bisnonna”
Perché gli uomini sono così pragmatici? Parlo d’amore e lui di comodità. L’amore è scomodo e richiede acrobazie.
“Scherzi! Mentre impasti, il piatto trasuda amore. E impastare è un’alchimia. E poi ci mangiamo tutto questo amore che trasuda… che ridi?”
“Io sto studiando, vi ricordo”
“Sei pazza, mamma”
Sì sono pazza. Di voi due. E di questa cucina che è un rifugio di gesti e memoria. Mia nonna, l’impasto, Ettore, Andromaca, l’America, la Grecia, le alchimie.
La guerra è lontana qui. Il luogo dell’armistizio. Attimi di tempo concesso.

Tizianeda

Forte come la dimenticanza è il mio cuore

Tengo tra le dita il foglio. E’ una lettera. Arriva dal Nord. Mia madre mi chiede di leggerla. E’ di Graziella, mi ha detto sorridendo. Doveva sorridere così, mia madre, anche quando era poco più di una bambina e la sua amica del cuore era lei, Graziella. La vicina di casa, la compagna delle scuole medie, quelle che non si sono mai lasciate, anche dopo. Mai una lite, molti cazziatoni, per lo più di mia madre con le sue visioni strutturate, dentro il triangolo delle bermude, casa, scuola, chiesa. E Graziella era contenta di questo. Mi vuole bene diceva. E poi matrimoni, figli e un mucchio di vita. Graziella e Mara le inseparabili, che era bello vederle così diverse, in tutto, a fare parole crociate e rebus, quando passeggiavano con il giornaletto in mano, zigzagando, ubriache di vocali e consonanti da sistemare.
Poi anni fa Graziella è andata via, al nord. Perché la vita ti scompiglia all’improvviso gli accordi delle parole. Hanno continuato a sentirsi, ma sempre meno. Graziella arretrava nella dimenticanza, mischiando cose e persone, ruoli, stagioni, l’ordine degli oggetti, la scansione degli eventi, resuscitando le assenze. Un miracolo della memoria rivoltata. Però a Mara non l’ha dimenticata, l’ha conservata in un pezzetto di quel muscolo strano. La voce nascosta che tiene compagnia, che ci ricorda l’alternarsi di suono e silenzio. Le ha inviato una lettera, con la grafia incerta di una bambina e la nostalgia per tutto ciò che abbiamo perso.
Il cuore sa essere ostinato, però. A dispetto della dimenticanza. Sta in ascolto del suo battere, conosce il compito. E’ un richiamo costante e innocente. Come la lettera di Graziella. Come il suo ostinato amore.
“Io sono la tua sorellina e ti voglio tanto bene”. Queste parole in fondo alla lettera. L’amore è semplice. In fondo.
E’ il cuore nascosto di Graziella. Più forte della dimenticanza.

Tizianeda

Il dolore di Agnese

Quando, lo sposo e io, siamo tornati a casa, con noi c’era un bambino, che aveva percorso lo stesso sentiero della sorella e abitato la stessa pancia, prima di diventare una poesia chiassosa di cellule e urla. Ad Agnese, i suoi tre anni, avevano fatto sentire quell’essere unico, ma quanto di più somigliante a lei sulla terra, come un dolore incomprensibile, un pericolo per la sua felicità di figlia unica, un invasore, ladro di spazi fino ad allora sereni. E poiché il dolore trova attraverso il corpo, il modo di imporsi e di dire, lei per un tempo allargato, ha smesso di mangiare, ha iniziato a incimpare in ogni parola, a segnare il territorio di notte, nel suo letto. Poi è successo che, in quella bambina, la paura e il dolore si sono trasformati. E nel tempo in cui ha imparato a scrivere i loro nomi odiosi, Agnese ha iniziato ad amare suo fratello. Lentamente. A capire che quel bambino adorante, era un’opportunità e una ricchezza dentro le ore.
Oggi osservando la quindicenne e il dodicenne e il loro modo unico di cercarsi, comunicare, proteggersi, ho pensato a tutte le volte in cui crediamo che un evento doloroso potrà solo devastarci la vita, rovinandocela. E invece, invece, proprio quella deviazione improvvisa, può essere un’opportunità, una voce nuova, un dire della vita. Un regalo. C’è che si deve resistere, stare in silenzio, respirare, osservare, non farsi travolgere dalla rabbia e lasciare scorrere. Non sempre è facile. Non sempre è così, ma a volte succede che si trovi una porta che ti fa entrare in nuove stanze, un po’ più cresciuti, anche se con uno strascico di paura pronta a risvegliarsi. Si cresce anche così, aveva detto allora il pediatra zen di Agnese, non si preoccupi signora. Si cresce anche così, imparando i tempi degli arrivi e delle attese e delle assenze, lasciando che la vita scorra in avanti. Anche con presenze improvvise e non richieste, che in quell’attimo ci sembrano il preludio del disastro. Agnese ha sopportato il suo dolore, gridandocelo con le sue proteste tacite. Aveva le fattezze di un bambino bellissimo che le straziava il cuore piccolo, per la paura della perdita. Lei ancora non sapeva che quello era il seme di un futuro amorevole, da attendere con pazienza.

Tizianeda

Filastrocca di San Valentino

Se San Valentino tu vuoi festeggiare
Non farti domande ma lasciati andare
Se un fiore ti arriva, un bacio, o un sorriso
Una torta, un biglietto, un bicchiere di vino
Una telefonata, un messaggio improvviso
Abbandona il cinismo e rallegra il tuo viso
Che poi sull’amore se ti vuoi soffermare
C’è tanto, ma tanto e tanto da dare
Ma anche da dire in questo mondo arrabbiato
Dove l’odio riesce a trovare assai fiato
L’amore non è solo questione di cuori
Di frasi d’effetto, di donne e motori
Di panchine lasciate per innamorati
Abbracciati e dal mondo dimenticati
Che se arriva così, questo amore di fuoco
Siamo molto felici e non è certo poco
Ma c’è ancora altro amore di cui abbiamo bisogno
In un mondo che è piatto e dimentica il tondo
Ci son cuori che sono intossicati
Da paura, ignoranza, desideri frustrati
Che han bisogno di odiare, perché altro non sanno
Che han perduto il linguaggio, han subito un gran danno
Io non so, per esempio, cosa induce a odiare
Un fratello affamato che viene dal mare
A insultare chi ama chi è del proprio sesso
A non capir che l’amore è sempre lo stesso
A disprezzare una donna che non crede agli schemi
Che la vita la vive senza troppi problemi
La paura è nemica dell’amore profondo
L’ignoranza una freccia che scocca l’odio nel mondo
E sapete che penso in questo giorno perfetto
Per voi tutti che odiate e che non sentite
Quanto è bello l’amore che viene dal petto?
Che vi amo lo stesso e lo dico davvero
E pazienza se poi vi arrabbiate sul serio
Ché se infine anche odiate tutto quello che ho detto
Son contenta che almeno, vi faccio un dispetto.

Foto presa dal web

Tizianeda

Accenti

“Mamma io da grande andrò a vivere all’estero, avrò un lavoro che mi farà viaggiare molto, non mi sposerò, non avrò figli e avrò tanti gatti”
“Sei sicura, quasi sedicenne?”
“Certo mamma, non voglio avere il pensiero di un marito mentre viaggio”
“Pensavo piuttosto ai tanti gatti. Le gattare sono stanziali, chi si prenderà cura di loro?”
“Non ci avevo pensato”
“Se vuoi verrò a trovarti e posso badare io a loro”
“Rinuncio ai gatti mamma”
“Scema. Certo se poi ti innamori. Insomma potresti cambiare idea. E comunque fa sempre comodo qualcuno che badi ai gatti mentre sei impegnata in giro per il mondo”
“Mamma!”
“Dai che scherzo. A me basta che tu possa scegliere quello che desideri. Non c’è una forma. Lo sai come la penso”
“Sì mamma, lo so”
“Certo se poi ti innamori…”
“Mamma!”
L’età della quasi sedicenne è piena di “o” accentate, di vaticini personalizzati, di confini dentro cui abitare. Il futuro è il talento luminoso dell’adolescenza. Per la ragazza di casa, il futuro non abiterà il sud suddissimo, parlerà una lingua straniera, sarà indipendente, errante, senza l’urgenza di un compagno con cui condividere spazio e ore, con la nostalgia dei gatti.
Cambierà idea? E’ probabile. Parecchie volte forse. E si innamorerà. Senza fretta se possibile.
Intanto, in questo presente, passeggiamo stringendoci l’una all’altra, io con il braccio infilato sotto il suo. E’ bello il futuro pensato, con lei accanto. Il suo corpo è solido. La guardo. Lei si gira verso di me “Che c’è?” mi dice. Sorride. “Niente” rispondo. Sorrido. Le do un bacio sulla guancia che accoglie. Camminiamo dentro le strade invernali. Non parliamo. Col cavolo che non verrò a trovarti, penso.

Tizianeda