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Ancora

“Mi sento come se non avessi più le braccia”, dice mia madre.
Deve essere così che accade, quando la vita partorisce al contrario presenze consolidate nelle ore e nei gesti. Non si spezza il cuore. Quello è ostinato, continua, con il silenzio e il battito, rumoroso quando tace. Come rumorosa è l’assenza, che si è presa in pegno le braccia di mia madre, diventata figlia a noi figli.
Arriva il momento del rimestio dei ruoli. Un ribaltamento. L’immagine allo specchio esce fuori.
La prendiamo per mano quando usciamo, io e i miei fratelli. Sgraniamo le raccomandazioni delle madri. Trattenendo l’ansia, come si fa con i figli. Non aprire la porta, non uscire con la borsa, stai attenta, copriti, non affacciarti sul balcone a salutare i nipoti per strada quando fuori è freddo, mangia. Lei sorride di queste attenzioni e puntualmente, le disattende. Senza braccia, esce, prende il vento, brucia le pietanze sul fuoco acceso, ci manda a quel paese, parla, parla tanto. I vecchi hanno un bisogno affannato di parole e della nostra pazienza, per ripagare le attese. Per quella tenerezza che ancora una volta ci salva, da questo urlare che è la vita, che ci tiene stretti a un àncora, o a un ancora, come ancora è Natale, come ancora è qui e ora.

Tizianeda

Mangia, prega, stira

La mamma vecchietta, da quando suo marito, cioè mio padre, da due mesi esatti e precisi, ha smesso di essere battito e respiro, si è fatta ancora più vecchietta. Tanto che a noi fratelli, i suoi figli, sembra più bambina che vecchietta. Da proteggere, ma non troppo.
La mamma vecchietta, abita le stanze della sua casa, per la prima volta, dopo cinquanta anni, sola.
Dentro la casa, la mamma vecchietta è un po’ più piccola, un po’ più accartocciata e forse anche a lei le stanze appaiono enormi, i soffitti alti, le finestre fino al cielo, le mensole inarrivabili.
Se la cava, tuttavia, anche se pare, da come fa intendere, che suo marito svolgesse il novantanove per cento delle attività familiari.
“Mamma vecchietta, ma tu, che minchia facevi?”, le ho chiesto un giorno e lei ha sorriso, che non è poco di questi tempi mesti. Non l’ho capito, tuttavia.
Però, stira. La mamma vecchietta stira tutto, da sempre. Le lenzuola, i fazzoletti, le camicie, le mutande, gli strofinacci, le gonne, i golfini, le sciarpe, le pezze, le tovaglie, le federe, le fodere e tutto lo stirabile possibile. Che non è poco in un mondo per lo più stropicciato.
Stira quando sta bene, stira quando è incazzata, stira quando deve pensare, stira quando è triste, se la malinconia persiste, se i cinquant’anni di vita insieme si appoggiano troppo pesanti sull’assenza. Stira, così come un solitario monaco zen medita.
Mangia (poco), prega (molto), stira (assai).
E lo fa dentro la sua casa, che abita da cinquant’anni e che da due mesi, le sembra troppo grande e i panni da stirare troppo pochi.

Tizianeda