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Tredici

Eccoti qui, accanto a me nel lettone, che nel sonno, in mezzo ai sogni, ti stai scrollando i dodici anni per diventare tredicenne. Il tuo personale capodanno. Dormi, hai la febbre. Questa influenza ostinata, accidenti. Ogni tanto tossisci e farfugli parole sconnesse. Hai gli occhi così grandi che si capisce anche quando sono chiusi, hai lo smalto sulle unghie, nero, consumato e smangiucchiato. E’ la tua infanzia che resite in quelle isole pitturate. Hai un foulard di seta attorno al collo. Di un blu antico e sfilacciato. Della bis-nonna Bianca. No, non lo butto. Lei ci ha insegnato questo rimedio contro il mal di gola. E non lo butto il suo foulard che ha attraversato tre generazioni per approdare a te, mia tutta bella, per proteggere il tuo collo, per consolare oggi la tua gola infiammata.
Tredici. Un’età immensa, come immensa è la giovinezza e questa adolescenza, esplosa dentro, come petali incontrollabili a spargere polline. Tredici è un numero bello, nel suo essere così appuntito. Tredici è risate chiassose e silenzi improvvisi. Tredici è un corpo e una voce che cambiano, è un carattere che lentamente scolpisce il tempo e lo spazio. Tredici è assenza di grigi. Tredici non è dodici al gusto dell’infanzia. Tredici ha una suo sapore risoluto. E’ guardarti stupita, mentre dormi agitata di febbre e cerchi la mia mano a ricordarmi chi sono a ricordarmi chi sei.
Auguri mia tutta bella tredicenne, auguri ragazzina A.

Tizianeda

Lo farò sorridendo

Ti saluto, mio caro anno. Si invecchia presto dalle tue parti.
Ancora qualche ora, prima di contare al contrario, facendoti scomparire dentro i nostri zero.
Stapperemo bottiglie, ci concederemo qualche bacio commosso dentro abbracci confusi, accenderemo petardi per riempire con il rumore chissà che.
E mentre tu, andrai via scomparendo, noi saremo presenti a celebrare il nostro esserci, i giorni e le ore che arriveranno, l’amore per la vita, lo stupore per ogni ancora e qui e ora.
Lanceremo il tempo alle nostre spalle, come si fa con il sale, per scongiurare la mala sorte. Varcheremo la soglia con malinconia e sollievo. La vita ha tanti volti e maschere.
Ti lascio mio caro amico, con un soffio lieve ti farò volare dal palmo della mano. Ti vedrò scomparire. Rimarrà quello che mi hai dato e che mi ha trasformato. Porterò una valigia di inimmaginabile bellezza, di gratitudine stupita. Sentirò il peso dei giorni difficili che mi hanno segnato le mani e il cuore e con loro emozioni leggere a rinfrescare il respiro e gli occhi. Li spargerò sul pavimento del nuovo anno. Mi fermerò un attimo, prima di dirti addio. Lo farò per rinnovare la memoria.
Lo farò sorridendo.

Tizianeda

Dodici

Le scarpe da tennis. I pantaloni, jeans è meglio. Leggins scuri. Le gonne no. Neanche i vestiti. Le magliette e le felpe. I capelli lunghi, sciolti, spettinati. Dita tra i capelli. Un gesto antico, femmina. Specchio specchio delle mie brame che accidenti a te, non mi soddisfi mai. Apparecchio ai denti. Uffa. La tuta da ginnastica – divisa della scuola. Uffa di nuovo. Lo smalto azzurro sulle unghie delle mani. Consumato. Le risate con la mano sulla bocca e la testa tra le spalle. Gli occhi di quel colore strano. Azzurro, verde, grigio? Il naso. Troppo grande dici. Le prove di femminilità. I ragazzetti. Grrr. Le amiche, che a volte ci litighi. Quel cantante lì, quanto è bello. Lo stesso film visto più di dieci volte. L’imbarazzo. Studiare. Finire presto di studiare. I libri, i quaderni, il mignolo della mano sinistra sempre sporco d’inchiostro. L’ironia. Il senso della giustizia. Le bugie. Il silenzio solo tuo e poi, improvvisa, la logorrea da condividere. Baci e abbracci vi voglio bene da morire. Sguardo torvo non vi sopporto lasciatemi sola. Il corpo che cambia dentro e fuori, come la terra. La bellezza complicata di questo tempo di mezzo. L’allegria che esplode. La malinconia che arriva. Le prediche che noia. La ricerca di una forma. Solo tua. L’umore, un pentagramma pieno di note. L’entusiasmo dilatato. Le sensazioni nuove. La sera le coccole. Meno male. La sera è il tempo per ritornare bambini. Il mondo che si offre, la voglia e la paura di scoprirlo. Tuo fratello. Noi. Tu. Ragazzina. Quello sguardo che mi innamora da dodici anni ormai. Fino a oggi. E poi ancora e ancora.
Auguri ragazza mia. Auguri mia tutta bella A.

Tizianeda

Un bacio

Lui, l’ottenne, alla bambina M. – quella che con le ciglia lunghe lunghe che sembrano truccate, e che con un modo lieve di sorridere e muoversi ha conquistato il suo sguardo meravigliato – regalerà un lecca lecca a forma di cuore. Alle sue amiche scriverà una lettera, una per ciascuna, così come al suo amico G.

Lei, la quasi dodicenne, mostrerà tranquilla noncuranza, come se certe stupiderie leziose non la riguardassero. Come se l’esplosione della pre-adolescenza con i suoi effetti collaterali le conferissero una forza indifferente, una barriera magnetica, una strafottenza rassicurante. Come se, appunto.

Lo Sposo Errante, terrà tra le braccia il suo fidanzato basso elettrico supersonico, guarderà estasiato il complesso albero genealogico che ha ricostruito con cura e amore, ascolterà su vinile Joni Mitchel e altre meraviglie musicali, con cui in questi anni ha cercato di educare le orecchie analfabete e grezze dei tre quarti della famigliola. Dirà qualcosa di carino a Tizianeda, che forse lei dissacrerà perché in certi momenti le scatta in automatico, come l’ora legale, la cretineria adolescenziale. O forse no, lei non dirà nulla e sorriderà felice, perché quest’anno si sente più ispirata, romantica, fragile, forte, accogliente, divertita e cresciuta, libera e liberata e non avrà bisogno di scudi protettivi della sua vulnerabilità.

E Tizianeda, insomma io, che mi sento così, quest’anno, manderò baci e pensieri alle persone che – ognuno con il suo modo speciale di stare ed essere – hanno riempito di bellezza e gratitudine la mia vita. E continuerò a farlo anche quando il giorno di San Valentino sarà stato soppiantato dai minuti le ore e i giorni che seguiranno. Perché è bello trovare nelle persone che ami un motivo in più per proseguire.

Un bel bacio a tutti voi.

Tizianeda

Otto

C’era una volta un semino piccino picciò, nella pancia di una donna, anche lei piccina picciò. Il semino cresceva cresceva cresceva cresceva nella pancia della mamma piccina picciò, che sembrava non volesse smettere mai. Tutti pensavano che la donna, se qualcuno non l’avesse tenuta per mano, o legata ad un oggetto solido e pesante – con quella pancia grande come la mongolfiera più grande del mondo e come un pianeta tondo e lontano – avrebbe iniziato a volare dondolando verso il cielo. Così l’avrebbero persa, come un puntino inghiottito dalle nuvole morbide e grassocce.
Ma invece il semino che era diventato bambino pensò: “ora esco”. Ed uscì dalla pancia della donna piccina picciò. Il bambino che era grande grande e bello come un sorriso, decise che la donna piccina picciò che lo aspettava lì fuori con la faccia stravolta, era la sua mamma. Si abbarbicò alla sua tetta e non la lasciò più.
Il bambino che cresceva bello come un sorriso, decise che la prima parola da far risuonare dovesse essere “angolare”. Prima di camminare decise di gattonare, all’indietro come i gamberi. Prima di correre di ballare. Prima di parlare di cantare. Prima di dormire di non dormire, per una anno e mezzo. Prima di scrivere “a. e . i . o . u l’asinello che sei tu”, di disegnare il suo mondo sognato di bambini contenti e fluttuanti. E poi il bambino bello come un sorriso, ha continuato a crescere.
Un giorno ha pensato “la gentilezza mi piace” e così ha iniziato ad essere gentile. E poi ha pensato “le bambine mi piacciono” ed ha creduto che il mondo senza le ragazze sarebbe stato triste e per non sbagliare ha iniziato a giocare con loro. Poi ha pensato “le parole mi piacciono” ad ha iniziato a chiederne il significato. Poi ha pensato “vestirmi è inutile” ed ha iniziato a indossare pantaloni, magliette, maglioni, mutande e canottiere, tutti al contrario. Poi ha pensato “le storie mi piacciono” ed ha iniziato a cercarle dentro libri e fumetti. Ha anche pensato che l’ordine è un nemico, che scomparire in altre dimensioni è indispensabile, che l’ostinazione è un bel modo per sfiancare gli adulti. Ed ha pensato a mille altre cose che sono troppe da narrare. E a furia di pensare, il bambino bello come un sorriso, che all’inizio di questa storia era un semino piccino picciò, è diventato ogni secondo più grande. Fino ad oggi, che i suoi anni messi uno accanto all’altro sono diventati otto.
E ora che la storia è finita, finita non è. Lei, la storia è tutta un divenire, come il bambino bello come un sorriso che ieri aveva sette anni e oggi uno in più. Come la sua mamma, chè da quando ha deciso di uscire dalla pancia, lui le ha lasciato dentro, tra il cuore ed il respiro, un altro semino, come un fagiolo magico che la sera lo pianti ed il giorno dopo è immenso. Ed è un regalo così potente che la donna si sente come la mongolfiera più grande del mondo o un pianeta tondo e lontano, e può volare, dondolando in mezzo al cielo e sopra le case, con il bambino bello come un sorriso che la tiene per mano.

Auguri mio bel ragazzo. Auguri sorprendente D.

Tizianeda

La ragazzina undicenne

Quando ci siamo viste per la prima volta, io avevo paura, tu eri arrabbiata. Il mio sguardo era liquido, il tuo torvo di chi è stato derubato di uno spazio unico e irripetibile. Prima di incontrarci, poco prima, in quella stanza di ferro e acciaio, cantavo una canzone di Joni Mitchell, The Circle Game, quella che fa “E le stagioni girano in tondo e i cavallucci colorati vanno su e giù Prigionieri sulla giostra del tempo Non possiamo tornare indietro ma solo guardare da dove veniamo E girare e girare e girare in questo girotondo”, però in inglese. Che poi non era la canzone più adatta per la nostra prima volta, lo so, eppure mi ci sono aggrappata per non cedere e liquefarmi. E mentre cantavo con la voce che tremava, mentre appoggiavo la fronte sul petto di una donna dalle mani forti, un’altra mi infilava un ago grosso nella schiena. E mentre le mie gambe scomparivano dai sensi e file veloci di parole, le mie, coprivano l’assenza, loro, i dottori, con mani rabbiose tra le mie costole e il tuo corpo, non riuscivano ad acciuffarti, a farti traslocare dall’altra parte. Dio se hanno faticato. E dovevo capirlo già allora e anche prima di che materia sei plasmata, dovevo capirlo quando ti sei abbarbicata dentro la mia pancia, seduta come una regina sul trono o un manifestante che occupa un edificio, chè no a testa in giù non ti sei voluta girare, come tutti gli altri. Lo dovevo capire già allora di cosa sei capace, lo dovevo capire dal primo sguardo che ci siamo scambiate e in quello sguardo tu eri madre ed io figlia, tu immensa ed io piccola, eravamo le due Alice nel Paese delle Meraviglie. Io trasparente e fragile come carta velina, tu con addosso il peso di insegnarmi a diventare roccia strada e vento che soffia alle spalle. Tu che sei la misura del tempo passato insieme, con le ore e i giorni e gli anni che ti sono cresciuti addosso. Tu mia bella undicenne, tu con quegli occhi che ci hanno stupito da subito “Cambierà il colore. Noi non abbiano gli occhi così, ma che è? Azzurro grigio verde? Cambieranno”. Ed invece no, il tuo corpo è cresciuto attorno a quegli occhi dal colore che non è mio né di tuo padre, quegli occhi dal colore che non ha nome, un po’ come quelli di tuo zio Peppino, quello pazzo, che ami tanto. Tu, che sei i tuoi occhi e come loro conquisti e ipnotizzi, che non posso definirti, chè hai la complessità ossimora delle donne. Perché sei forte e fragile, sei prepotente e generosa, sei lieve, sei un muro invalicabile, sei indipendente e avida di sguardi e consenso. Sei furba ed ingenua, sei malinconica e folle, sei ironica e scontrosa. Tu che vedi l’essenza e il peso ma hai imparato la leggerezza. Sei un corpo che non si decide tra la nostalgia e il desiderio e la paura di essere finalmente ragazza. Tu sei roccia, sei strada e vento, tu sei acqua e fuoco, sei la terra, tu sei la luna, che si mostra e si nasconde. Auguri mia sorprendente undicenne, auguri mia tutta bella A.

Tizianeda

Che ci sia

Che ci sia un abbraccio che sciolga la tristezza, come la primavera il ghiaccio che copre la terra.
Che ci sia un sorriso per chi non crede più nell’uomo, come un passaggio magico che ti porta in un altrove colorato.
Che ci siano carezze per i pezzi rotti di una vita, come mani prodigiose che passano sugli oggetti frantumati per aggiustarli.
Che ci siano parole calde e lente per chi non si riconosce più, come un mantra antico o una preghiera arcana che scaldano e consolano.
Che ci sia un incontro lieve per chi ha ricordi che offuscano l’anima, perché il presente diventi la sola storia da conservare nella memoria.
Che ci siano occhi per intercettare la bellezza anche sotto un cielo nero.
Che ci sia stupore che scopre il prodigio dentro l’ordinario, come quando si era piccini .
Che ci siano tepore e mani da stringere per chi attorno alla tavola imbandita ha posti vuoti.
Che ci sia la passione che muove il tempo facendolo deviare, che fa sentire vivo un popolo anche se la storia gli sta implodendo addosso.
Che ci sia l’onestà che sberleffa i potenti chiusi nei palazzi.
Che ci sia la sagacia che non giustifica ma supera e scavalca.
Che ci sia la bontà che salva l’innocenza e che proteggerà il bambino.

Buon Natale dalla terra capovolta. Buon Natale a tutti voi da Tizianeda.

Tizianeda