Posts Tagged ‘bambini’

Le uova della nonna

Ogni anno la mamma vecchietta compra le uova di Pasqua, ai nipoti e alle nipoti. La più grande ha 19 anni, il più piccolo 11. Qualche giorno prima degli acquisti iniziano le consultazioni. Le compro o sono ormai troppo grandi? Latte o fondente? E la grandezza, e la marca e dove? Poi le acquista e le tiene nascoste, come i regali di Natale per i bambini che ancora non sanno che Babbo Natale è la nonna. Le lascia nella stanza buona, il salotto, che tiene chiuso a chiave. Due mandate ma con la chiave nella toppa. Del perché lo faccia da sempre,  non ho mai avuto risposta razionale. Dice che si sente al sicuro. Dai ladri che possono entrare dal balcone, anche se abita al quarto piano, le serrande sono abbassate e comunque la porta è di legno solo nel perimetro, per il resto c’è il vetro. Mia madre è così, tra il naif e il realismo magico di chi ama follemente Manzoni, la letteratura greca e noi. I nipoti, le uova, le avranno il giorno di Pasqua, perché l’attesa fa parte del rito.  

Anche la mia nonna faceva così, la nonna Bianca. Uova di Pasqua anni ’70 e poi ‘80. Non ricordo quanto grandi fossero o se il sapore fosse migliore. Ricordo il rumore della carta che le confezionava, lo stesso delle uova di oggi.  Come quello della carta delle caramelle, ma più importante. Perché ci sono cose che non cambiano, a dispetto di un mondo mutevole e tragico. Che vanno oltre il gesto ripetuto di anno in anno, di generazione in generazione, fino ad assumere la consistenza di una tradizione intima, che ci riporta all’infanzia, al luogo del tutto è possibile e della fiducia cieca e riposante. Come la fiducia della mamma vecchietta nella stanza che custodisce le uova, nascosta al mondo da una porta fragilissima, da una chiave che rimane nella toppa e che basta girarla due volte per entrarci. Un po’ come i bambini che per giocare a nascondino coprono la faccia con le mani, ma lasciano scoperto tutto il resto. E ti tocca crederci che in quello spazio visivo, sono davvero altrove, invisibili al mondo, fino a che non ritornano, mostrandoti gli occhi e la felicità del gioco, la loro sorpresa di stare tra le cose, ancora.

Tizianeda

Stanchi di essere bravi

Letterina a Santa Claus.

Ciao Santa Claus, che tutti ti prendono in giro perché sei grassoccio, vestito male e hai amici strani tipo le renne, i folletti e la Befana.
Volevo dirti che per me, non chiedo niente. Anche perché tu porti i doni ai bambini bravi. E non chiedo nulla, non perché non sono più bambina, perché a volerla cercare, questa bambina dentro di me la trovo. Come tutti del resto. Ma per quei pezzi di “non brava” che sono lì. Non chiedo niente, per tutte le volte che non sono riuscita a capire, a vedere con gli occhi giusti, a dare un nome alle cose, a fermarmi in tempo, ad andare via prima e non dopo. Per tutte le volte che non ho trovato le parole per dire, o quando ne ho lasciato andare anche una sola di troppo. Non chiedo niente per tutte le volte in cui il lamento è stato una guida di pensiero e non avrei dovuto e per quando mi sono persa di vista e non avrei potuto e per quando mi sarei dovuta arrendere invece e non me lo sono concesso. Per tutte le volte che non ho saputo dare risposte, o peggio, non ho cercato la domanda esatta. Non chiedo per quando non ho saputo liberare la generosità del cuore, o non ho saputo dire con forza le offese, allontanandole da me. Per le mancanze verso me stessa, per ogni volta che ho preteso da chi poteva darmi solo quello e nient’altro, per quando non ho usato un tanto così di benevolenza che consola. Non chiedo nulla per quando non ho saputo lasciare andare, e io lasciarmi andare. Non chiedo niente perché in fondo non voglio essere “brava”, che poi non so neanche cosa sia. E non dovremmo insegnare ai bambini a essere bravi, ma buoni sì. Anzi dovremmo imparare da loro la differenza. Loro la sanno. Chi è buono sa riconosce, scava nelle profondità del cuore e della vita. Se sei bravo finisci per accontentare e accontentarti. Quindi Santa Claus, vai dai bambini piccini, che loro sono buoni veramente, mentre gli adulti hanno imparato a essere bravi. Per esempio bravi a fare le guerre, a uccidere, offendere, gettare ombre sull’innocenza.
Vai dai bambini piccini che hanno smesso di chiedere giocattoli, perché se devi sopravvivere non pensi più a giocare. Vai da loro che non hanno più una casa dove festeggiare i momenti di pace e non sanno più i giorni. Vai nei luoghi che sono uno strappo sanguinante di ventre. Prenditi i bambini, portali via da lì, allontanali dagli adulti bravi. Chi troverà il bambino? Lo troverà la bontà , qualcuno ha scritto. Allora portali via con te, ché tu, Santa Claus, un po’ bambino sei, se non ti importa di vestirti in quel modo buffo e credi nelle renne parlanti, nei folletti e la Befana. Portali via con te. Restituiscili soltanto quando gli uomini si saranno stancati, ma stancati veramente, di essere bravi.

P.s.: da qui i miei auguri, per come so e posso. Che sia un tempo di attese serene.

Tizianeda

A heaven in a wild flower

Ieri – nella casetta montanara dove, ancora per poco, abiterà la famigliola – ho visto il mondo nel seme piccino di una pianta e il paradiso in un fiore selvatico, e l’infinito nel palmo della mia mano e l’eternità nel tempo di un abbraccio.
Questo grazie a Nicolò (- Con una sola “c” vedi – Ok Nicolò starò attenta) e Matilde.
Nicolò ama le piante, è un esperto botanico. Di molte di loro conosce il nome in latino. Ne osserva i dettagli, scova la bellezza nascosta, le stacca con cura con le radici, le ripianta in contenitori provvisori per poi portarsele a casa e arricchire il suo giardino distribuito nei vasi. Nicolò ha due occhi grandi e neri che sembrano essergli spuntati sul viso, così all’improvviso, proprio come due fiori bellissimi. E’ gentile, parla senza smettere e cerca pazienti ascoltatori con cui condividere le passioni. Gli occhi diventano più grandi quando racconta, come una fiaba, le sue piante carnivore e il loro meccanismo di adescamento e inclusione degli insetti. Belle e spaventose e inconsapevoli, ma anche, alcune, capaci di affidare alla vita la scelta di digerire la preda o impollinarla per poi lasciarla andare a spargere le sue essenze fertili tra altri fiori. E mentre Nicolò concentrato parla, ti dice di un meccanismo misterioso in cui ogni granello di esistenza è legato all’altro, nel trascorrere della vita e della morte. E guardi ammaliata Nicolò con una sola “c”, nei suoi sei anni immensi, che senza saperlo ti ricorda il prodigio di tutto questo esistere.
Matilde ha un nome morbido proprio come lei, sorride sempre fiduciosa, come se il male del mondo non esistesse e riuscisse a dissolverlo nei suoi momenti di presenza lieve.
Cammina dondolando e oscilla in un eterno presente. Anche i suoi occhi sono neri, come quelli del fratello Nicolò. I suoi sembrano essersi posati un giorno, lì proprio in mezzo al naso di soli due anni. Sembrano venire da lontano i suoi occhi, da civiltà antiche e calde. Matilde ha la bellezza fiduciosa e non corrotta dei suoi pochi anni. Se le dici “andiamo?” lei sorride e infila la sua mano nella tua. E non sai bene se a condurre sei tu oppure è lei a portarti nel suo mondo altro dove tutto è immenso.
Quando le ho chiesto, nel momento dei saluti, “Matilde ci abbracciamo forte forte?”, lei ha detto “sì”, ha sorriso, allargato all’infinito le braccia e poi mi ha attratta a sé senza nulla chiedere in cambio, regalandomi l’eternità nel tempo impreciso di quel gesto morbido e consolatorio.

P.s.. Ringrazio William Blake per avermi prestato i suoi versi, e per avermi dato il consenso (tacito) a una loro leggera alterazione per adattarli al testo. Grazie William!

P.p.s.:
Mercoledì 24 alle 19,00 un’altra insolita presentazione del mio libro “La medaglia del rovescio”. QUI una bella assai recensione del Direttore di Zoomsud, Aldo Varano. Giù la locandina dell’incontro. Mi farò condurre dalla bravura di gente bella. Se potete siateci! Se non potete pensateci.

14022166_10207017251366788_8174769578737344256_n

Tizianeda

La bambina tartaruga

C’era una volta una bambina che guardava i passaggi del cielo da una finestra piccina, da una stanzetta, da un letto, da una sedia sopra il pavimento freddo, e sul muro c’era un quadro che dentro il mare era arrabbiato e la notte sopra indifferente.
C’era una volta una bambina che era piccola, che gli occhi erano grandi e seguivano l’andare delle cose.
C’era una volta una bambina piccina, che gli occhi erano grandi, che il cielo passava e passava e lei lo guardava e lo interrogava. Chiedeva al sole di non bruciarla e alla luna di chiamarla e alle nuvole di stupirla e alla pioggia di farla sorridere e al vento di portarla via da lì.
C’era una volta una bambina che un giorno cominciò a camminare, che gli occhi erano un universo di pianeti e stelle, che il cielo non passava più dalla finestra, che il sole divenne cattivo, che la luna si fece piccola, che il quadro dalla parete franò, che la pioggia si fermò in nuvole lontane, che chiese al vento di portarla via.
C’era una volta una bambina, che gli occhi divennero fermi, che aprì la porta, che uscì senza scarpe, che il cuore batteva forte, che aveva paura, che era coraggiosa, che la porta si chiuse alle sue spalle, che iniziò a camminare, che i piedi si ferivano, che lei non lo sentiva, che nessuno la vedeva, che respirava senza fare rumore, che non si fermava, che arrivò davanti al mare, che un tronco forte passò, che sopra il tronco si sdraiò e gambe e braccia lo abbracciarono.
C’era una volta una bambina, gambe e braccia e guance sdraiate su un tronco che galleggiava sopra il mare. E la pancia respirava sopra il tronco, che navigava e navigava e lontano la portava.
E la bambina sopra il tronco, divenne tartaruga e sorrideva e galleggiava. E c’era il cielo e c’era il sole che non bruciava e la luna sbiadita e piena e la pioggia lontana e il vento sopra che azionava meccanismi di nuvole e passaggi.
C’era una volta una bambina tartaruga con la casa nel cuore e nel respiro e nella pancia e un tronco che all’improvviso lasciò andare, per altri bambini sulle rive dei mari.
Ora lei sola, nuota tartaruga dentro l’acqua, lei che è acqua, lei che scorre silenziosa, che sorride coraggiosa, che la stanza non c’è più, che la casa è dentro di lei e guarda i passaggi del cielo che la riconoscono, perché è ingranaggio del loro meccanismo misterioso.

Ai bambini di ogni altrove che guardano i passaggi del cielo.

Tizianeda

Il paese smarrito

La storia che state per leggere, è stata scritta per dei bambini di una scuola del mio Sud Suddissimo, che si trova dopo aver attraversato un paese chiamato Riparo, che a pensarci è un nome bellissimo. Nella scuola ci sono bambini piccini e tantissimi pre adolescenti. La scuola ha un nome evocativo: San Sperato. La favola è stata scritta per una festa. Chi voleva comprava un biglietto, entrava nell’istituto, ascoltava musica e parole e gli ospiti specialissimi che erano tutti sportivi di squadre sportive. Con i soldi ricavati si potrà costruire un campetto per fare tanti sport all’aria aperta. E insomma c’ero pure io con la mia storia e con me, la donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra, Eleonora. Perché ormai siamo una squadra, o una coppia frizzante, come dice lei. Io scrivo, lei fa uscire dal foglio le parole in modo lieve. I bambini hanno ascoltato incantati mentre io guardavo incantata i ragazzini che poi si sono complimentati chiamandomi “signora”. C’è anche una fatina che ha reso possibile tutto questo e ha chiesto a me e a Eleonora di esserci. Si chiama Silvia che vive nel sud suddissimo anche se viene dall’Umbria. Lei ama questa terra sbilenca di un amore puro, al punto che vorrebbe che nelle sue vene scorresse lo stesso sangue della mia gente. Non esiste dichiarazione d’amore più profonda. Per lei, per la mia gente, per mio figlio che mi ha aiutato a scriverla e soprattutto per tutti i bambini con i loro sguardi stupiti, questa storia.

Il paese smarrito

Ora vi racconto una storia.
Questa è la storia di un luogo smarrito, senza Riparo e senza Santi. E’ la storia dei bambini di un paese che avevano smesso di parlare, neanche una parola, niente di niente. Anche quando starnutivano o tossivano facevano così ………………….. Questa cosa spaventosa era successa perché pian pianino nel tempo i grandi avevano smesso di ascoltarli. I bambini parlavano, parlavano parlavano, raccontavano, chiedevano e i grandi rispondevano: dopo, aspetta, non ora, cosa hai detto, non ho tempo.
I bambini avevano notato che i grandi non soltanto non ascoltavano, ma avevano anche smesso di guardare attorno a loro. Avevano smesso, per esempio, di vedere il cielo grande grande sulla loro testa che quando ci sono le nuvole bianche che passeggiano, puoi giocarci a cercare nelle loro forme quello che vuoi. Un gioco bellissimo a pensarci, basta sollevare lo sguardo e se hai un prato sdraiartici sopra e lasciare che il vento le trasformi. Ma i grandi , niente di niente, tutti tristoni e senza stupore negli occhi, camminavano a testa china. E i bambini erano sicuri arcisicuri e superarcisicuri, che i grandi passassero tutto il tempo a guardarsi i lacci delle scarpe. Che come gioco, pensavano, è quanto di più triste ci sia. Il lacci delle scarpe possono solo slacciarsi con il rischio di farti ruzzolare giù giù da qualche parte e ammaccarti un po’ dappertutto, farti grossi bernoccoli sulla testa, o spezzarti le ossa.
E successe così, che questo paese un giorno fu rapito da una folata di vento e iniziò a sparire nell’aria senza un posto dove andare e dove fermarsi. E senza più un nome. E così il paese smarrito e senza nome, galleggiava e galleggiava nel cielo immenso e bellissimo, che i grandi non riconoscevano più.
E nel paese smarrito, per i grandi le giornate trascorrevano così. Si alzavano tutte le mattine dai loro letti, facevano le cose della mattina quando ti alzi, compreso allacciarsi molto bene i lacci delle scarpe. Così uscivano dalle porte delle loro case, tutte chiuse con millemila giri di chiavi per essere sicuri che di notte non potessero entrare ladri, malfattori, pirati, orchi, alieni, streghe… E i bambini tutte queste minacce, mica le capivano. Ma si sa, le paure non sempre vengono dal mondo fuori, sono dei mostri che facciamo crescere nei nostri cuori e ci fanno fare cose strane, come millemila giri di chiavi nelle toppe delle porte.
Così uscivano a sbrigare le cose dei grandi. E a volte succedeva che qualcuno di loro, si perdeva dentro le cose dei grandi. Che a pensarci è una cosa pazzesca. Perdersi sotto una montagna di cose dei grandi in un paese smarrito. E succedeva che nessuno li trovava più, perché nessuno pensava di cercarli. E succedeva che anche gli oggetti intorno pian pianino scomparivano o si sgretolavano, a furia di prendere aria e vento e pioggia. Così succedeva alle case, ai cinema, alle ludoteche, alle palestre e alle scuole. E il paese che aveva quel cielo così bello sopra di lui e tanto vento e aria, a furia di sgretolarsi diventava brutto, ma così brutto che i grandi non se ne accorgevano più.
E ora è arrivato il momento di parlare dei bambini di questa storia. Come dicevamo, tutti i bambini del paese smarrito avevano smesso di parlare. Osservavano gli adulti che non rispondevano più alle loro domande e che avevano troppa fretta di essere altrove. E così non chiedevano più, non aspettavano, lasciavano i grandi alla loro vita tristona, mentre loro continuavano a stupirsi delle nuvole che cambiavano forma nel cielo. Loro giravano per le strade del paese, per le viuzze piccine, per le salitone che arrivi alla fine con il fiatone e il cuore ti batte fortissimo come tanti tamburi . Poi tutti ma proprio tutti i giorni, si radunavano dentro l’Incompiuta. Questo era il nome specialissimo e malinconico che avevano dato alla palestra dove avrebbero voluto fare giochi e gare e salti e corse e capriole e squadre. Ma come succede nei paesi smarriti, qualcuno aveva iniziato a costruire la palestra e aveva promesso ai bambini che sarebbe venuta bellissima e che lì si sarebbero divertititi e blablablablabla. E invece all’improvviso i grandi e i loro blablabla abbandonarono i lavori iniziati e lasciarono la palestra senza tetto e senza pavimento. La lasciarono senza stanze e con tanti ferri che fuoriuscivano dai mattoni, come dei vermi giganti e puzzoni pronti a morderti. Anche per questo i bambini smisero di parlare. Per protesta ai blablabla dei grandi e a tutto ciò che lasciavano incompiuto. Come la palestra. E così il tempo passava e passava in questo paese galleggiante dove i bambini non parlavano e i grandi non vedevano.
Poi un giorno, mentre il paese smarrito fluttuava nel cielo, successe qualcosa di inaspettato.
Arrivò dal cielo azzurro, bucando una nuvola che se ne stava tranquilla per i fatti suoi…un pallone. Di quelli che se lo spingi con i piedi, stai giocando a calcio, se lo fai rimbalzare con le mani sul pavimento, a basket, se lo sollevi verso l’alto con le dita a palla a volo, se lo scagli contro qualcuno per colpirlo, a palla avvelenata e così via. Uno di quegli oggetti magici e perfetti, che puoi farci un mucchio di cose. E il pallone arrivò proprio nel momento preciso in cui i bambini erano dentro l’Incompiuta. Atterrò nel centro di quel triste edificio, rimbalzò sul pavimento che non c’era e continuò a rimbalzare scavalcando i muri. I bambini allora balzarono in piedi e iniziarono tutti insieme a inseguire il pallone che rimbalzava e rimbalzava senza mai fermarsi. Rimbalzava sulle strade strette, su quelle in salita e quelle in discesa, rimbalzava sui tetti, sui balconi, sulle antenne, sui tavolini del bar, sulle teste dei passanti e i bambini gli correvano dietro. E mentre correvano all’improvviso uno di loro iniziò a gridare ed era un grido bellissimo, di quelli che arrivano dal cuore. Era il grido della felicità. E anche gli altri bambini iniziarono a gridare la felicità che veniva dal cuore. E tutti a correre dietro il pallone che rimbalzava e rimbalzava gridando e dicendo finalmente …. parole! E tutto questo gridare fu notato dai grandi tristoni, che sentirono un suono che avevano dimenticato. Le voci felici dei bambini. E uno, due cinque, cento, millemila adulti alzarono lo sguardo dai lacci delle scarpe e videro il pallone rimbalzare e videro il cielo. E così tutti lasciarono le cose che stavano facendo e iniziarono a correre dietro i bambini che rincorrevano il pallone. E tutto il paese correva e correva gridando di felicità. E queste grida che echeggiavano nel cielo, fecero fermare il vento e il paese così si poggiò su una vallata bellissima. E quando si fermò, uno dei bambini, in quell’attimo preciso, riuscì ad acciuffare il pallone, lo tenne stretto tra il fianco e il braccio e disse: “Ora giochiamo!”.
E da quel giorno, il paese non fu più smarrito e trovò un Riparo alle sue spalle e il Santo che avevano tanto Sperato. Da quel giorno i bambini ritornarono a giocare e a parlare e a chiedere quello che spettava loro. E i grandi, che avevano smesso di guardarsi i lacci delle scarpe, ripresero ad ascoltarli. La prima cosa che i bambini chiesero, fu di finire l’Incompiuta. Perché volevano un luogo dove giocare. Perché tutti i bambini del mondo, hanno il diritto di avere un luogo dove giocare e di non pensare mai che chiederlo sia inutile.

Tizianeda

Come solo i bambini sanno

Click! Le ha viste sotto il tavolo e non ha resistito. Era mattina nell’ora della prima colazione, della voce impastata di sogni, dei movimenti lenti, dei capelli sparati in testa, del bacio del buongiorno, del latte caldo nella tazza, del miele, degli occhi cisposi, dell’odore di cuscino sulle guance. Lui era scalzo come al solito, in canottiera e mutande, con lo sguardo fisso altrove, come al solito. Si è seduto al suo posto, è rimasto immobile per un po’ e in quell’attimo Tizianeda ha fatto “click”. Ha fotografato da sotto il tavolo, le gambe del novenne penzoloni sulla sedia, i piedi sospesi nel vuoto a qualche centimetro dal pavimento mollicoso del mattino. Lo ha fatto perché quell’immagine le è apparsa bella, come bella e irripetibile è l’infanzia. E’ un po’ che Tizianeda osserva questa foto scattata in un mattino qualunque dei 90 mq. La osserva e non trova le parole per dire che, per dire cosa. Osserva quei piedi poggiati sul vuoto e forse il bello è tutto lì, è nella calma placida che solo i bambini sanno, nella fiducia distratta per il pavimento che tanto c’è sotto e che quando scivolano giù, li acciuffa e libera.
Stasera ha di nuovo ricercato quell’immagine, come un talismano consolatorio. L’ha ricercata dopo aver sentito al telefono una madre, la madre di una sua amica. E la madre parlava e dava a Tizianeda le notizie sulla figlia e una mano reggeva il telefono poggiato all’orecchio che ascoltava e ascoltava in silenzio e l’altra mano preparava rapida la cena imminente ed è stato un po’ come avere un’anima divisa in due ed è stato un po’ come la vita che ti racconta quello che non vorresti e nello stesso tempo non smette mai di chiamarti con le sue urgenze minute. E poi è tornata a guardare la fotografia dei piedi sospesi del novenne. Perché vuole continuare a credere nel pavimento sotto che sorregge il vuoto e acciuffa, credere come solo i bambini sanno.
E questa foto, non proprio a fuoco e imperfetta come la vita, ve la regalo.

piedi penzoloni

Tizianeda

Che cos’è l’amor

Ieri Tizianeda, ha visto in rete un video, pieno di bambini. Un signore che senti solo la voce, ha chiesto cosa fosse l’amore. I bambini hanno risposto senza inutili pudori e Tizianeda ascoltandoli ha pensato che l’amore non è, almeno non subito. L’amore ancor prima di essere, lo senti. I bambini questo lo sanno.
L’amore lo senti nel cuore, lo senti nello stomaco, nelle gambe emozionate, sulla pelle, sulle spalle, sulle dita, nel mondo fuori che gira come una giostra piena di lucine colorate e pacchiane. E sudi, ti arresti, sorridi, ti viene la pelle d’oca, sei rilassato, confuso, lucidissimo, protetto, sperduto, invincibile, vulnerabile, solido, coerente, contraddittorio, vuoi restare, vuoi andare, sei piccolo, sei immenso, sei adulto, sei un bambino.
E allora Tizianeda ha pensato alle volte in cui sente tutto questo amore qui.

– lo sente, per esempio, quando si avvolge con lo scialle di lana scudoprotettivo di sua nonna Bianca. Grigio, con le frange e le maglie larghe. Lo sente sulle spalle calde, sulle braccia e dentro i suoi ricordi. E poco importa se lo scudo protettivo la rende la donna meno attraente dell’universo interplanetario. A lei proprio non interessa, perché con quello addosso è felice.

– lo sente in bocca e ha il sapore del caffè. Ma di più alle sette del mattino quando è sabato, perché non è sola ad assaporarlo, e in quel momento si sente consolata. Lo sente alle nove, nei giorni lavorativi, tranne il lunedì e il venerdì chè non lo beve in compagnia, e alle undici preannunciato da un messaggio a cui segue una risposta a cui segue un’altra risposta e a volte un’altra ancora.

– lo sente sullo stomaco e sulle gambe. Ha il peso di braccia e ginocchia ossute di un bambino di otto anni, nell’ora delle coccole e del sonno.

– lo sente tra la spalla e il collo, su quella curva fatta apposta per accogliere. Ha il peso della testa di una ragazzina di dodici anni che la sta abbracciando.

– lo sente nelle orecchie, ed è un suono che si chiama voce e la voce racconta e confida sapendo di potersi affidare, facendo fluttuare storie che a Tizianeda rimangono incastrate per sempre dentro il cuore che batte forte.

– lo sente nei piedi, quando cammina la mattina davanti al mare, veloce e allegra, ché lì in quel luogo sospeso ci si sorride tutti e c’è chi poggia la mano sul cuore, per salutare. Ed è bellissimo.

– lo sente sui palmi delle mani quando stringe mani altre, per consolare o essere consolata o semplicemente per riposarsi un po’ dal rumore e dal caos.

– lo sente sulla guancia, quando le arriva inaspettato un bacio caldo che sprofonda sulla pelle e le viene da sorridere.

E lo sente in un mucchio di altri posti, come tutti del resto. E certo, lo sente anche nel cuore, nello stomaco e nelle gambe, all’occorrenza.
Lo sente quando è a casa nei suoi 90 mq che l’avvolgono e quando è fuori, esposta e vulnerabile, chè la vita e l’amore per essere accolti ti vogliono così a braccia spalancate. Come i bambini del video che con limpidezza innocente ce lo hanno ricordato, facendoci sentire tutti innamorati.

Tizianeda

Da qualche parte

“Mamma non lo troviamo da nessuna parte”
“Come non lo trovate, non può essere sparito in 90 mq”
“Mi sto preoccupando, mamma, veramente anche i suoi amici si stanno preoccupando…”

Domenica l’ottenne ha allietato le sue ore pomeridiane, in compagnia di due amici che ama molto: G. suo “opposto e completamento” e D. che ha il suo stesso sguardo visionario e folle.
Poi c’era anche la dodicenne, che guarda come un fenomeno strano e una certa tenerezza, questi maschi che vivono in un mondo così diverso dal suo. Però, domenica pomeriggio, un po’ per rassegnazione, un po’ perché l’entusiasmo di chi ci circonda per quanto incomprensibile, è sempre coinvolgente, anche lei ha giocato con loro, a quel gioco antico come la terra di cui tutti i bambini non possono non sentire la forza attrattiva : nascondino. Che è una sfida che solo menti eccelse, solo fantasie sopraffine e visionarie, solo esseri dotati di fantasia ipertrofica e quindi solo dei bambini, possono affrontare nei 90 mq della famigliola.
Se poi a giocare c’è un ottenne folle, allora è probabile che questo, una volta nascosto, non si riesca più a trovare.
E così – mentre i tre restanti minori lo invocavano per le stanze senza ricevere risposta alcuna, facendo montare l’ansia irrazionale della sorella – Tizianeda, che nel frattempo stava infornando una torta, elaborava ipotesi sulla sua scomparsa: 1. Ha trovato un portale magico nell’armadio, è entrato in uno dei mondi che disegna sui fogli bianchi, ora sta volando tra stelle e pianeti e di tornare non ha intenzione alcuna 2. È stato rapito dagli alieni nascosti dentro l’armadio. Tra non più di cinque minuti ce lo restituiranno, per sfinimento. Degli alieni. 3. È nell’armadio, nella parte ordinatissima dello Sposo Errante, nascosto tra vestiti e maglioni che ha accuratamente sparpagliato per nascondersi creando un caos cosmico. Tra poco lo troveranno. L’armadio resterà nel caos cosmico.

Solo una di queste ipotesi si è rivelata, poi, corretta. Indovinate un po’….

Tizianeda

La promessa dell’insegnante

E’ sbrindellata, maltrattata, trascurata, con pochi soldi. E’ un po’ come i treni malfermi su cui viaggia lo Sposo Errante. Che sono pochi e sopprimono le corse. E invece di portarne nuovi e funzionanti a vagonate, lasciano invecchiare e morire qui al sud suddissimo quelli consuntissimi, che d’inverno il riscaldamento è in modalità “ocongelioarrostisci” e d’estate l’aria condizionata è perennemente accesa sul tasto “comediotelamanda”.

Così è la scuola pubblica, che la carta igienica te la porti da casa, che si fanno collette, che ci si organizza, che è a volte un percorso arduo e periglioso . Ma poi si sa, che è proprio nei posti imperfetti che fiorisce l’umanità, la passione per il proprio lavoro e per i bambini e i ragazzi a cui tramandare la conoscenza e la bellezza del sapere. Dove i minori, che minori non sono, sentono di essere ascoltati e importanti anche per il mondo fuori. Non sempre succede di incontrare insegnanti così, ma succede. Come succede per esempio, che una maestra il primo giorno di scuola detti ai bambini di una quarta elementare, per esempio, una serie di parole con sopra il titolo: “La promessa dell’insegnante”. E lì dentro leggi una dichiarazione d’amore, di quelle bellissime, di una maestra a tutti i suoi bambini, che non è che sono veramente suoi, ma un po’ è come se lo fossero. Insomma ai bambini con quelle testoline e gli occhi grandi che sono pieni di sorprese e stupore, ma che sanno anche essere molesti fino all’inverosimile e ci vuole un mucchio di pazienza e tanta forza per non fuggire certe volte. E poi è successo che la maestra abbia chiesto ai bambini di scrivere le loro promesse, dei buoni propositi da lasciare a lei, alla maestra. Tizianeda non lo sa in realtà cosa abbiano scritto tutti quei mocciosi dai pensieri iperattivi, eccetto che per uno di loro di cui ha potuto leggere il componimento sul quaderno, ma sa, perché le è stato riferito da un affidabile testimone oculare, che la maestra leggendo si è commossa tanto, ma così tanto che non è riuscita ad andare oltre.

E Tizianeda pensa che quando succede una cosa così, dentro l’aula di una scuola pubblica che non è perfetta, ma sbrindellata proprio come i treni su cui sale lo Sposo Errante, ecco lei pensa che se lì dentro si lavora con tanto sentire, qualche pezzo di questo mondo che a volte va in frantumi, si riattacchi all’altro, come delle dita che si intrecciano o un bottone che si sistema perfettamente nella sua asola o le ciocche dei capelli che formano una treccia lunga lunga e finisce con un bel fiocco colorato.

Ecco, questo è quanto ha pensato Tizianeda, in questa prima settimana di scuola.

Tizianeda

Le tre cose che i bambini devono assolutissimamente imparare. E un pensiero

Prima ha imparato a pedalare. Una bicicletta, due ruote e ostinazione. Ora quando è sul sellino, i piedi veloci sui pedali, sorride. E se cade pazienza, uno slancio e ancora, ché alla libertà non rinunci per un inciampo o qualche graffio. Un bambino con le ginocchia sbucciate, è un bambino felice.

Poi ha imparato ad annodare le stringhe delle scarpe, che sembra facile, ma non lo è. Le dita si ingarbugliano e viene fuori un groviglio stronzettino che si scioglie appena inizi a camminare. E allora ricominci. Pieghi giri tiri, finché ci riesci, trovi il movimento giusto, dopo almeno cento tentativi. E poi cammini e corri e salti senza il rischio di inciampare, chè se si sciolgono, ancora pieghi giri tiri. Liberandoti di quel limite che ti fa fermare.

L’ultima cosa che ha imparato a fare, di quelle che tutti i bambini devono assolutissimamente, è stato nuotare. La più difficile. Con l’acqua non è stato amore a prima vista. Paura e diffidenza per quel cambiamento radicale, nei movimenti e nelle sensazioni. Ma quando impari a stare dentro il mondo marino, gambe e braccia in movimento, quando la terra sparisce dai tuoi i piedi, capisci che quella strana aria acquosa che ti costringe al cambiamento è bellissima. E quell’immenso sforzo di comprensione che il suo corpo ha dovuto fare e con lui il suo sentire dentro, è una rivincita sui limiti che ci imponiamo solo per paura o diffidenza.

E ora l’ottenne, nuota e nuota e dall’acqua non vorrebbe uscire mai più, nuota con la maschera e il boccaglio che porta a mare e anche in piscina. Sempre. Lui l’acqua, la maschera e il boccaglio, con cui si è esercitato nel lavandino di casa riempito fino all’orlo. Il suo “simulatore di mare”. Così galleggia tranquillo a guardare giù giù. E quello che vede lo sa solo il suo sguardo visionario da bambino.

P.s.. in questo blog, racconto la vita minuta, la vita nella sua normalità. Come quella dei bambini, attraverso i miei figli. Imparare a pedalare senza le rotelle laterali, imparare ad allacciare le stringhe delle scarpe o andare al mare o in piscina con la maschera e il boccaglio, fa parte della loro normalità. Tutti i bambini ne avrebbero diritto. Eppure ci sono luoghi, in questo nostro mondo così eterogeneo e con dolorose chiazze di orrore, in cui ai bambini la normalità è rubata, l’innocenza è negata. A loro, i miei pensieri e questo post.

Tizianeda