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L’onestà del mare

Erano bellissimi. Lui era accanto a lei, con il braccio appoggiato al suo fianco. A un passo della battigia, entrambi fermi rivolti verso il mare. Quando è arrivata sulla spiaggia nel suo giro mattutino di passi veloci, Tizianeda li ha visti così, come due innamorati che non hanno bisogno di parlare per dirsi. Li ha visti avvolti da una lontana malinconia che li rendeva distanti e magici. Un’immagine lieve dentro la luce del giorno e i colori di questo sud azzurro, bianco e rosso delle reti della pesca.
Lui è l’amico pescatore di Tizianeda e lei la sua compagna di viaggio e di raccolto, la barca. La mattina lo incontra quando arriva sulla spiaggia. Si salutano, si sorridono, poi lei prosegue. A volte si ferma un po’ di più, quando capisce che il vecchio pescatore ha desiderio di parole. “Non l’ho vista in questi giorni” “Ero a pescare in Sicilia. Un giorno di questi la porto con me”. E a Tizianeda piacerebbe davvero un giorno di questi partecipare al raccolto del mare con il suo amico pescatore, partire per le onde della Sicilia e sentire lo stupore di un mare ancora pieno.
Ora si porta questa immagine, come un amuleto scaccia tristezza. Si porta l’intimo gesto d’amore del pescatore e della sua barca. Si porta la loro maestosa immobilità. E anche il mare si sarà inchinato davanti alla devozione di chi sa il richiamo delle onde, di chi ne riconosce il linguaggio e i mutamenti, di chi si rivolge alla sua onestà, volgendo le spalle alla terra e alle sue vicende caotiche e incomprensibili.

Tizianeda

L’impervio e oscuro linguaggio velesco

“No non posso pronunciarla, sembra una parolaccia…”
“Ma ottenne, non è una parolaccia, indica tutt’altra cosa e se la devi dire la devi dire…”
“Non credo di riuscirci mamma…”
“Ma dai non è così difficile…e se devi chiedere all’istruttore e non avrai tempo da perdere…come fai? Lì sì che è uguale uguale alla parolaccia…ci dobbiamo esercitare”
“Mmm…”
L’ottenne, ora che l’anno scolastico è terminato, frequenta una scuola di vela in compagnia di sua sorella dodicenne, in compagnia dell’amica C. che viene da un paese lontano lontanissimo, insieme alla sua maschera e al suo boccaglio dai quali non si separa mai e a una discreta moltitudine di bambine e bambini. L’istruttore, che è riuscito a non farsi intimorire dalle domande dai dubbi dalla curiosità dalla diffidenza e dal bisogno di rassicurazioni dell’ottenne – e questa pazienza indomita lo pone agli occhi di Tizianeda sullo stesso piano di un eroe coraggiosissimo e invincibile dotato di super poteri- insomma l’istruttore che non mostra alcun segno di cedimento emotivo dinanzi all’ostinazione di quel bambino, evidentemente non è riuscito a infrangere le barriere linguistiche del ragazzino di casa, che sta affrontando l’impervio e oscuro linguaggio velesco.
E Tizianeda è molto molto preoccupata, perché si immagina il preciso ottenne, che nel tentativo di governare la barca in preda alle onde, si chiederà : “è il caso che tendo le cime per correggere il posizionamento della grande vela a poppa dell’albero facendo sì che rimanga tesa e così non avere il vento ostile e poter continuare a navigare?”. E nel tempo di questo pensiero articolato, vedrà la barca porterselo via fino alle Isole Eolie.
E tutto questo per non voler dire: “Cazzo la randa?”.

Tizianeda

Come il mare

E mica è facile raccontare l’emozione che risale dal respiro, come le onde del mare risucchiate dal maestrale. Come le onde che si intrecciano e vibrano una dentro l’altra e ti sperdono a furia di guardarle. Come la bellezza che ad un tratto ti vince.
E lo sapeva, lo sapeva Tizianeda che quella cosa immensa, lo sapeva che tutto quel mare ed il vento che ti entra sotto le gonne e ti trapassa toccandoti ovunque, facendo galleggiare in aria i capelli, lo sapeva che il cielo che sembra inghiottirti e lei, la ragazzina undicenne, dentro tutto questo, piccola immensa femmina spaventata con la voglia di fuggire e anche affrontarlo quel mare , cavalcarlo sola, con la forza del coraggio e della paura. Lo sapeva Tizianeda che quella cosa, l’avrebbe sommersa di emozione, come un liquido caldo.
“Mamma domenica c’è una regata. Gareggiamo anche noi ragazzini”
“Che meraviglia. Così finalmente ti vedo andare in barca a vela”
“Ho paura…e se perdo se arrivo ultima se sbaglio tutto… se scuffio…”
“Non importa tesoro, ci avrai provato”
“…”
Per questo domenica tutta la famigliola è andata vicina vicina al mare, dove c’è la scuola di vela della undicenne, in un ambiente calmo e sorridente, solido e semplice, con le facce di chi il mare lo ha stampato sulla pelle ed esce dalle parole e si muove con i gesti essenziali di chi è appassionato alla vita. La famigliola è andata per vedere la ragazzina tra onde e boe, in una giornata ventosa su quel mare turbolento, quel giorno.
E poi, poi, lei è salita sulla barca piccola e bianca, allontanandosi dentro tutto quel blu in movimento, lei sola, a guardare sempre avanti, a dover capire quale è la mossa giusta da fare, la strategia da applicare, l’inclinazione da dare alla vela per catturare il vento, la posizione da prendere per non scuffiare e sapere che se cadi dalla barca, lo devi trovare il modo per risalirci. Lei, sola.
Lei ed il mare a guardarsi in faccia e a sentire l’una il silenzio dell’altro. Fino a che il mare e quella barca con la vela puntata verso il cielo e la solitudine e la paura e il coraggio da trovare ogni volta, e la percezione che sì ce la puoi fare guardando sempre avanti, anche se torni indietro, non le saranno entrati dentro, saranno il sangue che le circola in profondità, rendendola viva e pulsante, saranno il marchio stampato nella mente e nel cuore.
E poi lei, piccola e fiera, è tornata sulla terra ferma, dopo aver portato a termine la sua gara, avvolta dall’emozione, perché succede che il mare che hai dentro fuoriesce, come l’acqua in una brocca, mostrandosi in tutta la sua immensa bellezza.

Tizianeda