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Avrò cura di te

Anna ha il corpo snello che muove con grazia e forza. Quando parla ti guarda in fondo agli occhi, mentre i suoi sorridono sempre, anche quando diventano fermi e severi. Un giorno di una vita fa, quando ancora il blog non era nato e neanche il decenne, ma nella famigliola era apparsa come una magia una piccola bambina, l’ho incontrata per strada. Eravamo due giovani donne con cammini diversi, due storie diverse, due corpi molto molto differenti, due modi di vestire con lontani latitudini. Io ammiravo i suoi jeans che le avvolgevano le gambe lunghe e la maglietta corta, indossata con la naturalezza di chi non sta a pensarci su. Mi chiedevo se avesse notato le mie collant bianco suorapaolina, le mie scarpe da martire ammazza erotismo e una gonna e una camicetta che non ricordo più, probabilmente per sana auto censura mentale. Abbiamo chiacchierato con l’affetto di chi ha condiviso gli stessi anni del liceo, quando eravamo adolescenti, confuse, arrabbiate e potenzialmente fuori dalle linee che altri avrebbero voluto tracciare per noi. Ci siamo riviste di sfuggita lungo gli anni da quell’incontro, che ha rivelato, forse per la prima volta, quanto mi sentissi fuori sincrono con essenze ancora senza un nome. Ci siamo riviste in questa estate fresca. Sono andata a trovarla nella sua casa. Le ho regalato il mio libro, lei mi ha offerto una tisana allo zenzero e i suoi sorrisi. Abbiamo parlato dei nostri percorsi, dei cambiamenti, dell’incontro con noi stesse, di buddhismo, di femminilità, di coraggio, forza interiore, empatia e di yoga. Perché Anna è una maestra yoga con un curriculum che molti potranno avere soltanto dopo tante reincarnazioni. Poi, in questo autunno caldo ho iniziato con lei il corso, con i tappetini yoga, le luci yoga, l’incenso yoga e la gatta yoga, che si aggira tra noi allievi con il distacco strafottente di un maestro zen. In quella stanza sospesa, Anna guida i movimenti, facendoci scoprire la dolcezza e le bellezza dei corpi, insegnandoci a respirare e a riconciliarci con giornate non sempre come le vorremmo noi. Sondiamo la potenza dei nostri muscoli e la capacità di rilassarli e di cullarli come dei bambini da addormentare. Io dal par mio cerco di seguire le linee del mio corpo, anche se spesso converto le figure in quadri cubisti incomprensibili. Poi quando la lezione finisce lei viene e ci abbraccia e questo gesto antico si dovrebbe istituire ovunque. Lo dovrebbero fare nelle palestre, in piscina, a box, a pallacanestro, scherma, pallavolo, surf, vela, calcio, calcetto, rugby, equitazione, bocce o tiro al piattello. Ogni attività dovrebbe terminare con un abbraccio. Come quello di Anna, che ci ricorda attraverso la percezione lenta del corpo, attraverso il silenzio e la pazienza, che siamo esseri speciali, di cui prenderci cura.

Tizianeda

Todo cambia

Il decenne ha superato il varco delle scuole primarie, e si è teletrasportato nel triennio della scuola media. Non sarà più “ciao maestra come stai?” ma “buongiorno professoressa” e c’è una bella differenza. Ha affrontato il primo giorno di scuola con stoica partecipazione emotiva/corporea e dopo essersi rassicurato che i nuovi compagni non sono dei mostri e le prof hanno le stesse sembianze umane delle maestre, ha inforcato come nuovi occhiali il cambiamento. Il più grande per lui, la conquista della solitudine di strada. Va a scuola lasciando che la sorella esca due minuti prima e torna a casa senza accompagnatori adulti. Solo una volta Tizianeda lo ha aspettato sul balcone, la prima volta, per non perdersi la bellezza del suo passo orgoglioso, di chi ha aggiunto qualcosa di indispensabile al suo procedere.

La ragazza quattordicenne sembra vivere i tumulti mutevoli della sua età, con una certa pigrizia distaccata. Ha un suo mondo consolidato, di cui Tizianeda vorrebbe sapere di più, superando gli ostacoli della estrema sintesi verbale della figlia. Per questo quando le apre il suo universo mutevole, lo accoglie come una rivelazione mistica. Il più delle volte osserva lei e la sua quotidianità, fatta di youtuber, fumetti manga, gruppi nerd whatsapp, piante da curare, disegni, qualche lettura, tutorial che le insegnino a truccarsi (perché sua madre …), versioni di greco e latino e altra roba scolastica che sembra vivere seraficamente, scrittura a più mani con uno dei suoi gruppi social. Tizianeda dal par suo cerca di stare in silenzio accanto a questa ragazzina – tendenzialmente solitaria e che le sembra solida – e sempre che le circostanze e l’urgenza di rapidi interventi vocali, non la trasformino in una matrigna malvagia, come con il decenne, del resto.

Lo Sposo Errante, ha ripreso il suo vagare mattutino sui treni sbrindellati e strade malferme, che lo conducono nel suo altrove lavorativo. Anche per lui stanno per arrivare importanti cambiamenti che già partono da dentro, che un po’ muteranno gli assetti familiari. Dentro una famigliola si sperimenta per la prima volta la percezione della connessione tra persone. Il cambiamento di uno inevitabilmente incide sull’altro, come nella dinamica delle placche terrestri. Ma su di lui non vi dico altro. Arriverà il momento e ve ne accorgerete. Vi accenno solo che Tizianeda è molto contenta “sarà un po’ come tornare giovani” ha detto allo sposo.

Lei i cambiamenti cerca di guardarli nel volto. La resilienza forse fa parte del codice genetico delle donne. Chissà. O forse è la vita che ti educa oppure ci nasci con la resilienza incorporata, come un accessorio di una macchina.
La verità è che tutto cambia in continuazione, anche quando ci sembra che non accada. Cambiano i rapporti tra le persone, cambiano le situazioni, cambiamo noi, cambia il colore dei capelli, il modo di vedere le stesse identiche cose, cambiano le parole, le dinamiche affettuose, il sentire e l’amare, cambia il corpo, cambia l’arredamento di una casa e il colore delle pareti. Cambiano i vestiti dentro l’armadio e il disordine di una stanza. A volte succede lentamente, a volte è un franare improvviso, a volte l’improvviso è solo apparente, perché prima c’è un percorso lento e impercettibile. Capita di spaventarsi, a volte, capita di doversi fermare per riprendere fiato, di starsene in silenzio, o di piangere perché no. Capitano un mucchio di eventi nella vita che moltiplicano i paesaggi interiori ed esteriori e a volte li sostituiscono. Intanto si spera – a furia di stare sulla strada e di camminarci sopra – di non farsi intimorire o fermare dal mutevole e incontrollabile passaggio del cielo e che le gambe diventino forti, il tronco si raddrizzi e lo sguardo rimanga innocente.

Tizianeda

Attraversate ridendo la terra capovolta

Giovedì sera Tizianeda era in un luogo incantato del suo sud suddissimo: Ecolandia. Uno di quei posti sospesi tra nuvole e tetti. Un luogo che da lì vedi l’orizzonte lontano, un luogo che il vento, quando arriva, solleva le gonne e si infila tra i capelli e tra la pelle e le stoffe leggere. Che ci sono mura spesse ma nessuna ti rinchiude. Che ci cammini sopra e pensi: prima o poi arrivo in un punto e inciampo nel cielo. Che ti viene voglia di chiudere gli occhi e stare lì ferma ad ascoltare lo spazio intorno. Un luogo aperto che evoca possibilità e libertà. Ecco un posto così. Un posto da funamboli.
In questo posto qui Tizianeda e la donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra, Eleonora, hanno portato il loro spettacolo costruito attorno alle storie contenute dentro questo blog. Che proprio “spettacolo” a Tizianeda non piace definirlo, ché è più un viaggio lieve dentro la vita minuta e le complicanze del sentire. “Ho attraversato ridendo la terra capovolta”, questo è il suo nome, ché il sorriso è un regale potente per sé e per gli altri, è un amuleto per affrontare il mondo fuori e preservare dalle insidie della vita, la bellezza dei mondi dentro.
E quando Tizianeda pensa a questo approdo magico e creativo che è partito tre anni fa con questo blog, quasi non si capacita dallo stupore. Lei che è passata tra le crepe di un muro, da un bosco buio, da un buco nella rete, da un passaggio segreto, da una porta magica sussurrandosi “abracadabra”. Lei che non si è arresa, che ha ascoltato molti consigli e non ha ascoltato chi la scoraggiava (tiè), che si è fatta trasportare dall’affetto che le ha gonfiato le vele facendola navigare tranquilla, che ha incontrato volti e storie che l’hanno ispirata, arricchita, fatta crescere, amplificato lo sguardo e reso più profondi i pensieri. Lei cha ha la sua famigliola, ché come farebbe altrimenti senza un luogo del ritorno. Lei che ha fatto un salto e non sa se ancora è atterrata. Lei che ha cercato chi potesse ornare questa avventura, rendendola più colorata e ispirata. Lei che non è mai stata sola in questo strambo navigare nella terra capovolta. Lei che ha capito che se il mondo dentro e quello fuori non coincidono, si diventa cupi e tristi.
E ora, mentre faccio un inchino a voi, che date un senso a questo mio viaggiare, vi dico di allinearli i vostri pianeti dentro, di non avere paura, di cercare persone ispirate e propositive, di cercare la bellezza ovunque allontanandovi da schemi imposti e preconfezionati da altri, da pregiudizi e pensieri rancorosi.

Non mi resta, dunque, che mandare il mio saluto allegro a tutti voi. E attraversate ridendo la terra capovolta!

Tizianeda

Dopo dieci anni

Rimandava di anno in anno, con un prima o poi, con lo farò l’estate prossima, con questa è l’ultima volta che, con un mi sento pronta ma. Poi di anni ne sono passati dieci e lei ogni estate si è ritrovata a indossare i soliti che la rassicuravano, la avvolgevano in quei punti lì, la coprivano da sguardi giudicanti tutti a osservarla (perché è così che si rappresentava il mondo fuori…). Non ascoltava i consigli dello Sposo, delle amiche tutte a dirle sei esagerata, del novenne che quella parte del suo corpo la trova bella e accogliente, della sorella saggia. Perché lei quella parte lì sulla spiaggia assolata e piena non voleva mostrarla, quella parte così cambiata e disegnata. Poi è successo che una mattina si è svegliata, che si è sentita ottimista e con la primavera dentro, che gli occhi giudicanti erano spariti ed era rimasta lei con il suo sguardo e basta, che era sabato, che era una giornata di sole, che probabilmente aveva dormito bene quella notte, che non era affetta da sindromi pre post durante che la trasformano in Maga Magò, nella strega di Biancaneve, nella matrigna di Cenerentola, in Voldemort, Sauron, nella Regina di Cuori che vuole tagliare la testa a tutti.
Così è uscita, ha passeggiato sulla via principale cittadina, senza fretta o ansia, guardandosi attorno. E’ uscita e sorrideva forse, anzi sorrideva sicuro. E’ entrata in tre negozi e poi ne ha scelto uno. Lo ha indossato nel camerino, ha guardato la sua pancia imperfetta con quei segni che oggi trova né belli né brutti, ma suoi, come un racconto intimo, come i disegni preistorici impressi nelle rocce, come la vita che accade e mentre accade lascia tracce, lascia parole scritte sulla pelle. E poi, poi dopo dieci anni ha acquistato il bikini provato davanti a uno specchio in cui si è guardata con attenzione e ha riletto la sua storia di questi ultimi dieci anni.
E basta. Fine della storia. Anzi no. Inizio della storia direi!
Un buon fine settimana a tutti, ma ancor di più a tutte voi!

Tizianeda

Cambiamenti

Ieri Tizianeda ha affrontato una di quelle imprese casalinghe che il solo pensiero incute terrore e scoramento, come a un asmatico la scalata dell’Everest, a un idrofobo un pacchetto omaggio di sedute di talassoterapia, a un bambino la parola “lavati”: ilcambiodellarmadio.
Ilcambiodellarmadio è il “metti la cera togli la cera” in versione “togli i vestiti invernali dall’armadio, metti i vestiti estivi nell’armadio” e ti senti Daniel Larusso con quella faccia vorreiesserealtrove. E anche se non hai il maestro Miyagi a farti cazziatoni per tutte le volte che ti distrai, c’è comunque il montarozzo informe da sistemare, di vestiti, gonne, pantaloni, giacche e giacchette sul letto che incute lo stesso timore reverenziale.
Eppure ieri, Tizianeda, mentre modificava gli assetti interni dell’armadio, mentre riponeva i vestiti leggeri tra grucce e cassetti, mentre selezionava gli abiti estivi e invernali che invece non avrebbe messo mai più, chiudendoli in due sacchetti, ha pensato che ilcambiodellarmadio, è qualcosa di più di una tediosa attività casalinga.
Ilcambiodellarmadio è la misura del cambiamento. Il tuo. Mentre selezioni i vestiti, questo sì questo no, mentre scarti la giacchetta bon ton, il pantalone colorato, la maglietta troppo accollata o la gonna di quella forma strana lì, prendi la misura di quello che sei oggi, di quello che non sei più, di quello che sei diventata. Non solo cambiamenti fisici, intendo, ma proprio interiori. Perché i vestiti in fondo un po’ ci rappresentano e quando non li indossiamo più è perché hanno smesso di farlo. Perché siamo cambiati o la percezione di noi stessi è cambiata o semplicemente perché quel capo lì lo abbiamo acquistato in un momento di distrazione cerebrale. E quando riponi nel sacchetto un abito, è il momento in cui ti dici “santo cielo questa Tizianeda qui, non c’è più” e la saluti senza troppi convenevoli. E’ un modo lievi di lasciarsi alle spalle il passato, quello che è andato e che non torna.
Ora ci sono due sacchetti pieni pieni in un angolo dei 90 mq. Lei li guarda sorridendo, li guarda con indulgenza. Sono cambiate tante cose in fondo in questi anni. Ora il sua armadio fluttua più leggero, proprio come si sente lei adesso.

 

Tizianeda

Un po’ più uguali adesso

Ciao. Siamo un po’ più uguali adesso? E adesso, tu adesso, sei più luna e meno sole? O non è cambiato niente in fondo. O da qui, da questo attimo preciso in cui ti guardo, sei acqua che scorre e si allontana? Sei mare o terra? O sei semplicemente tutto? Sei cerchio che si scompone e ricompone ritracciando le stesse orme? Le tue, le mie, quelle di mia madre e di mia nonna, fino all’origine della vita? Sei calore e luce, sei di più, sempre di più? Sei ora come le stagioni, come le cose che ritornano? Sei una danza ellittica come quella della terra che si strugge per il sole, seducendolo? E’ cambiato lo sguardo nell’stante del tuo big bang? E’ più triste, il tuo sguardo, cosa vedi adesso? Lo senti il silenzio che ti scorre dentro? Lo puoi toccare il silenzio? Ti attraversa al ritmo del cuore e del ventre? L’universo si è spostato, forse. Impercettibilmente per tutti. Non per noi. Non per me. Sei più lontana o più vicina? Mi guardi. Sono stata la tua porta di ingresso al mondo. Una ferita aperta.

“Oh… che gran rottura di scatole…”. Non ho saputo dirti altro. Parole maldestre, sussurrate per le stanze. Non ti ho consegnato le risposte, che non mi hai cercato. Forse la risposta sei tu, qui e ora, nel tuo corpo che cambia. La risposta è questo mistero arcano che ci è stato consegnato senza chiederlo, di cui siamo padrone solide e sacerdotesse silenti.
Siamo un po’ più uguali adesso, ragazzina?

Tizianeda

La prima volta

La prima volta che ho visto l’arcobaleno, avevo sette anni. Ero incastrata tra un banco ed una sedia , la maestra parlava e io guardavo fuori dalla finestra. Lui galleggiava colorato nell’aria. Era bellissimo e l’ho osservato fino a che non si è dissolto. Da quel giorno non ho più smesso di guardare attraverso le finestre.

La prima volta che sono stata colpita dalla maledizione: “quando sarai madre anche tu capirai”, avevo trentaquattro anni. Piangevo senza ritegno alla prima recita di mia figlia. In un colpo avevo delegittimato le proteste dell’adolescenza, verso le plateali manifestazioni emotive di mia madre. Ancora oggi mi commuovo vergognandomi come l’adolescente di allora. Solo che la mamma questa volta sono io.

La prima volta che ho capito che i nonni non sono immortali, avevo dieci anni. Le mie cugine giravano tristi tra le stanze di casa mia. La nonna delle torte, da quel giorno non l’avrei più rivista, se non nei sogni.

La prima volta che ho capito che non avrei più riavuto il mio corpo da ragazza, avevo 35 anni. Dentro di me si muoveva un bambino bello e grande. Uno spazio prepotente in un corpo inadeguato. Questo pensavo, mentre osservavo i raggi che dall’ombelico si irradiavano ondivaghi sulla pelle, sbucati a tradimento sulla mia pancia pronta ad esplodere.

La prima volta che ho sentito la libertà e la bellezza della giovinezza avevo 21 anni. Era estate, c’erano ragazzi e ragazze della mia età intorno a me, tutti sull’isola di Ventotene. Il tempo, in quei cinque giorni, si è addensato, regalandoci attimi di fresca perfezione.

La prima volta che ho capito che feste frizzi lazzi e uscite senza orari, dovevano essere archiviati per un tempo indefinito, avevo trentatré anni. Ero seduta in macchina con lo Sposo Errante, tenevo tra le braccia un corpo caldo avvolto da strati di coperte, una piccola femmina in divenire. Tornavamo a casa. Fuori nel buio delle strade il fermento giovanile dei veglioni di capodanno che stavano per iniziare.

La prima volta che un oggetto mi ha salvato la vita, avevo quattordici anni. L’oggetto era un libro e quando mi sono separata da lui perché la storia che mi aveva regalato era finita, per reggere il vuoto ne ho dovuto aprire un altro e poi un altro e poi un altro ancora. Fino ad oggi. Io a quel libro sono grata. Per questo lo tengo sul mio comodino senza rileggerlo. Per non deludere l’incanto di quella prima volta.

La prima volta che ho parlato con lo Sposo Errante, non la ricordo. Però lui sì. E questo mi basta.

La prima volta che ho sentito che stavano invadendo i miei spazi intimi e vitali, osando dove nessuno avevo mai osato , ero nuda e stesa su un lettino, in preda ad una logorrea compulsiva. Quattro mani cercavano tra costole e polmoni, i miei, di consegnare alla sua prima volta, una bambina seduta sulla mia vescica e con la testa appoggiata sul mio stomaco. Poi hanno estratta anche lei nuda e furente, e ci siamo guardate, per la prima volta.

Tizianeda

Cambiamenti

C’è chi cambia spesso casa, chi il colore delle pareti, chi mariti o fidanzati, chi la disposizione dei mobili nelle stanze, chi le scarpe o i vestiti o tutti e due, chi le macchine o i cellulari. C’è chi cambia spesso idea e opinione sulle cose, chi gli amici e chi le comitive. E poi c’è chi invece, cambia il parrucchiere. Chè arriva proprio il preciso momento, che quelle mani prima esperte, prodigiose, supreme, sublimi, virtuose manovratrici di forbici, pettini e spazzole, all’improvviso, come un amore consunto che si disvela, diventano le artefici del tuo malumore, da capello oddiocomestomaleequantopocomipiaccio. Per non parlare di quando già dal primo incontro non c’è affinità elettiva.
E così Tizianeda, che non vuole soffermarsi sui risvolti psicoanalitici di tanto cambiare, ha collezionato decine di specialisti del capello ordinato.
Perché prima c’era lei la parrucchiera, la stessa da trent’anni, della mamma ora vecchietta, dentro un appartamento arredato come un salotto zuccheroso, incastrato negli anni cinquanta. Lei padrona indiscussa della tua testa come la Regina di Cuori nel Paese delle Meraviglie. Poi sono arrivate quelle dal ciuffo tutto da una parte , poi quelle che maledizione sono troppo corti spezzettati ricci lunghi medi, quello troppo anni ottanta, poi quella scortese, quello oh mio dio sono la più tamarra del mondo tamarrissimo e molti altri ancora.
Poi dopo tanti anni, dentro la casa della famigliola un giorno d’estate è arrivato lui un ragazzo quasi cinquantenne, che tagliava e parlava con la stessa velocità. Che in un tripudio logorroico ha raccontato con generosa fiducia, la sua vita gaudente, i suoi tanti fidanzati, le sue clienti innamorate e devote, la sua filosofia di vita da ragazzo dei fiori, senza padroni o schemi complicati. Ha generosamente mostrato i suoi muscoli in una canotta stitica, i suoi tatuaggi e la sua svampita allegria, conquistando i due debosciati minori, seduti, attenti e compunti per la nuova inusuale presenza. Ha anche conquistato Tizianeda, che si è ritrovata con una testa nuova e mai vista prima. “Tesoro, la prossima volta ti faccio un taglio corto corto corto” “Più di questo?” “Sì, sarai una strafiga…immaginati con un rossetto rosso fuoco e tantissimo rimmel, un vestito nero ed i tacchi” “Mi viene difficile comunque vedremo”. E questa volta che Tizianeda sentiva che lui era l’uomo giusto, quello che è per sempre, come la parrucchiera anni cinquanta della mamma vecchietta, non aveva fatto i conti con la vita, che alle volte è proprio bastardella ed ha posato, spera in un altrove colorato e gaudente, quel bel ragazzo quasi cinquantenne.
E così, Tizianeda ha continuato a vagare tra i saloni cittadini, fino all’altro ieri, dove è approdata tra giovanotti gentili, poltroncine indemoniate e massaggiatrici del cuoio capelluto. Ha dovuto anche rispondere a un questionario. Alla domanda: perché hai cambiato parrucchiere? Lei che è sincera ha risposto: io i parrucchieri li cambio in continuazione da sempre. E si è sentita scorbutica come Lucy dei Peanuts.
Ma almeno così, già sanno cosa li aspetta.

P.S.: Non sono sicura che nei prossimi giorni riuscirò a postare. Altrimenti, vi racconterò quando la famigliola tornerà. Un saluto allegro.

Tizianeda