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Non chiuderti a chiave

Li trovo sull’uscio ad aspettarmi. Il dodicenne e la cugina coetanea che si crede sorella gemella. Stessa lunghezza ossuta, diversi nei colori e diversi andatura. Parla lei appena mi vede. “Zia, Simone è in bagno, è arrabbiato e non vuole uscire”. Simone è il cugino più piccolo, altri colori, altro carattere, otto anni. “Va bene ci penso io”, dico ai due. Sospiro. La mattinata non facile ha terminato la corsa davanti alla porta chiusa del bagno. Dentro c’è Simone, arrabbiato.
“Ciao Simone, sono zia”
“… ciao”
“Mi spieghi perché sei arrabbiato?”
“Dice che gli hanno detto stronzo” interviene la cugina. Dentro il bagno si sente il naso di un bambino di otto anni che tira su il moccio. Alla zia il cuore fa un balzo. Ma fa finta di niente. Resiste alla tentazione di aprire la porta.
“Ma è meraviglioso, Simone. Nella vita un po’ stronzi bisogna essere, Giusto un po’”. Simone ride, ma dal bagno non esce.
“Va vene Simone, stai in bagno. Ma facciamo un patto. Tu non chiudi a chiave la porta e io ti prometto che non la apro. Ok?”
“Ok zia”. Lo lascio. A vegliare l’attesa c’è la gatta Tàlia che non si scolla dalla sua postazione di vedetta. Uscirà, penso. La sua voglia di fuori avrà la meglio sulla rabbia da smaltire dentro. Così è. Simone dopo un po’ esce, infilandosi sotto il letto grande su cui sono seduta a gambe incrociate, a smaltire in silenzio la mattinata. Poi anche da lì va via e riprende a giocare, a poco a poco.
Ognuno ha i propri meccanismi di difesa dai trabocchetti della vita, penso, e il bisogno di solitudine per ritrovarsi e poi riprendersi. Come a nascondino.
Penso al mio luogo di ristoro dell’infanzia, sotto il quale mi proteggevo dalle dissonanze. Un tavolo solido sopra un pavimento con le mattonelle rosse. Come il bagno, senza il giro perentorio della chiave.
Sono ancora al centro del letto in silenzio con le gambe incrociate. Mi chiedo se a furia di starci sotto nell’infanzia, quel solido tavolo sopra le mattonelle rosse, ora si è sistemato dentro di me. Lo spero, così come spero, in una voce calma, da fuori le mie porte chiuse. Sto ancora in silenzio e respiro. Balza sul letto la gatta Tàlia. Si avvicina. Mi gira intorno, forma cerchi, si struscia, emette vibrazioni profonde, mi massaggia il ventre con le zampe. Poi si raggomitola vicino. Io e Tàlia stiamo così, in silenzio, ancora per un po’. Poi apro le porte, appoggio i piedi sul pavimento e ricomincio.

Tizianeda

Tipo Medjugorje dei 90 mq

Giacciono sopra il pavimento. Gli abitanti passano accanto più volte e pare che nessuno li veda. Ogni tanto vengono raccolti, per l’invito poco amichevole di una voce. O perché la donna da cui la voce proviene si arrende e li fa sparire, o perché lo sposo della donna, nel vedere l’imminente deriva dei 90 mq, raccoglie e mormora. Gli oggetti però misteriosamente si riproducono come i Gremlins con l’acqua. Così le apparizioni mistiche si ripetono, tipo Medjugorje dei 90 mq. Riappare il calzino spaiato, il foglio dell’altra volta, la maglietta che era nella cesta del bucato, una scarpa solitaria. Un libro, un quaderno, le penne. Una forchetta, un tovagliolo, pantaloni, la gatta che dorme. Pinzette, reggiseni, un pezzo di carta, un cerotto usato.
L’oggetto cade, viene abbandonato, dimenticato, lasciato in circostanze misteriose. Resta, come una installazione artistica voluta da un’amministrazione sciagurata, come la spada nella roccia, come la piccola vedetta lombarda.
E si dovrebbe studiare questa roba degli oggetti abbandonati e dimenticati sui pavimenti delle case abitate. Che nessuno raccoglie fino a che non si vedono più, tipo rimozione da trauma, anche se sono sempre lì nella loro materialità tangibile.
E non c’è verso di venirne fuori. E’ un rompicapo, oppure una importante metafora della vita, risolutiva di tutto l’incomprensibile natura umana. Per esempio, forse abbandoniamo le cose perché non sono importanti, oppure non le vediamo perché altrimenti dovremmo confrontarci con il nostro disordine interiore, come se dentro fossimo solo un groviglio di calzini e scarpe spaiate, di fogli stracciati, magliette sporche, cerotti con la crosta attaccata. Oppure perché ognuno spera nell’altro, nel suo estremo sacrificio da raccoglitore rassegnato.
Oppure no. Forse quasi niente ha un significato. E un calzino abbandonato sul pavimento di una casa abitata, è quello che è. Un piccolo pezzo di cotone che prima o poi qualcuno rimuoverà, da rimettere al suo posto, fino alla prossima inevitabile, identica apparizione.

Tizianeda

Ritorni

La famigliola è tornata. E’ tornata dalla casetta montanara dove è stata nel mese di agosto a trascorrere le vacanze, come succede ormai da sei anni. E’ tornata con due automobili piene zeppe di roba. Però, la roba, prima di essere incastrata in ogni spazio libero degli abitacoli, è stata inserita in valige, grandi contenitori, scatole di cartone e in fine, quale segno di resa e di identità meridionale, in buste di plastica gigantesche, ché la busta è l’unità di misura del meridionale che si sposta. Così, quelli della famigliola, sono partiti ripercorrendo al contrario le curve dell’Aspromonte avvicinandosi sempre più al mare. Tizianeda, che guidava una delle due automobili, che non ama la velocità – e si dice ingiustamente guidi come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire – ha creato una lunghissima e allegra fila montanara di macchine. Gli automobilisti simpatici della lunga fila montanara, non appena la superavano, salutavano allegramente sbracciandosi e Tizianeda dal par suo, rispondeva a tutti. Quando la famigliola è giunta nei 90 mq, le valige, i grossi contenitori, le buste di plastica sono state distribuite equamente tra le stanze. Tizianeda ha sperato nel soccorso della Fata delle Casalinghe Disperate, di Topolino vestito da mago, di Frodo con la Compagnia dell’Anello, di Indiana Jones nel Tempio Maledetto. Poiché alcun essere magico è arrivato in soccorso e quando il gioco si fa duro i duri sono sempre altrove, lei e lo sposo hanno provveduto al riordino. La lavatrice è diventata la star della casa e la cesta dei panni sporchi sommersa dal delirio, ha sviluppato una grave sindrome di inadeguatezza. Tizianeda, sempre coraggiosa e determinata, ha chiuso la porta della stanza del bucato e ha sperato nella sua auto disintegrazione. Ora molte cose sono ritornate al loro posto, un po’ come la vita quando le vacanze finiscono e si riprendono gli assetti della quotidianità. Il cesto della lavatrice continua a girare. Tizianeda pensa che dovrebbe pensare ai buoni propositi per l’anno che sta per iniziare (perché l’anno vero inizia a settembre), ma per ora non ne ha alcuna voglia.
Un saluto allegro dai 90 mq e che la lavatrice assista sempre tutti voi.

P.s. se volete sapere come è andata la presentazione del libro “La medaglia del rovescio” di mercoledì scorso, QUI un bellissimo video realizzato dai talentuosi giovani di Pensando Meridiano.

bucato

Tizianeda

Semel in anno licet insavire

La sua spocchia radical-chic che a tratti emerge, l’aveva sempre fatta sorridere beffarda dinanzi a una tale eventualità con frasi tipo “ahahah ma figurati…a questa età! Io? Neanche per sogno…”.
Poi è successo che hanno comunicato a lei e ai tre quarti della famigliola, che la macchina organizzativa era partita, che sì, si sarebbe fatta, che sabato 1 marzo “tutti a casa mia”.
Così Tizianeda – travolta dall’entusiasmo, dalla possibilità di fare baldoria dinanzi alla quale non si tira mai indietro, di giocare insieme a una miscellanea di generazioni al gioco pagano del travestimento – ha deciso di non dire nulla alla tipa antipatica e radical-chic che si nasconde in lei e di godersi, alla faccia della coerenza, il carnevale.
E’ andata alla festa in casa, come quelle che si facevano quando era ragazza, con dei fiori sulla testa, sistemati tra i capelli dalla sua amica M, che muovendosi sicura tra bulloni, pistoni, tubi, radiatori, candele eccetera, ha una manualità migliore della sua: “che dici se li fissiamo al nastro con la cucitrice?” “mi sembra un’ottima idea”. E’ andata insieme a una lieve ragazzina hippy, a un meccanico pieno di attrezzi infilati nelle tasche della salopette e lo Sposo Errante – “ma tu Sposo Errante non ti travesti? “No, scatto qualche fotografia” “Pensavo a una scritta da attaccarti sul petto tipo : Tiziana’s toy boy” “No” “Ok allora ti disegno qualcosa di piccolo sul collo” “Mmm”.
E poi lì, nella casa che li ha accolti, c’erano bambini silenziosi e compunti e adulti allegri, divertiti e divertenti. Alcuni molto divertenti. Qualcuno molto trasparente, qualcun altro molto accessoriato, altri insolitamente capelloni, la bambola antagonista di Chucky, colori, auto-ironia, ridarola, chiacchiere, musica, un fotografo serio serio che ha fermato la bellezza chiara dei sorrisi, e il bisogno e la voglia di concedersi una pausa, dal delirio, quello vero, del mondo fuori.

Tizianeda

L’invito

Antefatto:

“Ma dobbiamo andarci per forza Sposo Errante?”
“Tizianeda, è la quarta volta che ci invitano ed abbiamo sempre detto che avevamo altri impegni. Dai, non possiamo essere scortesi”
“Va be, non ci frequentiamo neanche. E poi non so cosa dire. Sarò presa per un’asociale…”
“Ma Tizianeda…”
“Diciamo che la famigliola è stata selezionata tra un milione di famigliole per un programma segretissimo della NASA sul teletrasporto e che fra un’ora li penseremo dalla Kamchatka”
“No non ci crederanno”
“Che i bambini vogliono essere portati in Groenlandia per la caccia dei Narvali?”
“No è poco credibile”
“Che sono una sociopatica bipolare e dopo pochi minuti in compagnia inizio a dire parolacce e a fare battute sconce”
“…”
“E d’accordo andiamo…uffa però”

Location:

Una casa.

Protagonisti:

La undicenne e l’ ottenne.

Storia:

“Mamma non mi sento molto a mio agio in questa casa”
“Schh non gridare undicenne”
“Ma hai visto quanti tappeti, e divani e cuscini e quadri e addobbi natalizi e specchi…”
“Va bene però non gridare ”
“Allora Tizianeda tutto bene?”
“Sì padrona di casa gentile, tutto bene grazie”
“Ottenne che c’è..”
“Mamma mi annoio…”
“Sì però non stare accasciato in quel modo sul divano damascato…undicenne cosa fai con il mignolo alzato”
“Faccio la fine, mamma”
“Smettila di fare la spiritosa”
“Perché ridi allora”
“Non rido è un tic nervoso”
“Padrona di casa gentile, non credo sia il caso di far mangiare all’ottenne la pasta al pomodoro seduto su quella sedia ricoperta di stoffa riccamente ricamata e costosa”
“Tizianeda, ma no, non succederà niente…”
“Ottenne, per favore mangia concentrato, mi raccomando”
“Tranquilla mamma”
“…”
“Mamma…”
“Undicenne cosa…”
“Quanti anni ha quella signora…almeno sessanta…ma ha la gonna cortissima e i tacchi a spillo e i capelli neri neri e lunghissimi e le unghie rosa brillante e…”
“Schh non gridare e abbassa il mignolo”
“Ottenne, la tua camicia…hai protetto la sedia con la tua camicia. Ci saranno almeno cento chiazze di sugo…”
“Mamma…mi sto annoiando”
“Mamma…”
“Dimmi undicenne”
“Hai sentito cosa ha detto la signora con la minigonna…”di chi è la Fendi che suona?”…aahhh. Non poteva dire semplicemente che squilla un cellulare in una borsa…”
“Sì però non gridare e abbassa quel mignolo”
“Stanno parlando di cappotti firmati. La signora bionda ha detto che ha buttato tutti i pantaloni di non so quale marca, mah”
“Abbassa quel mignolo, per favore”
“Mamma, hai sentito cosa ha detto la signora vestita come una ventenne e con i capelli lunghi lunghi e neri? Che se siamo in tredici non mangia perché porta male…”
“Sì benissimo, però non gridare”
“Mi ha detto anche che ho gli occhi dello stesso colore di papà. Ma papà ha gli occhi nocciola”
“A me che dimostro diciotto anni. Non vedrà bene…ottenne cosa c’è?”
“Mi annooooiooooo”
“Signora Tizianeda…”
“Sì signora bionda invitata anche lei?”
“Ma lo sa che ho avuto una terribile gastroenterite…terribile…un virus…ho vomitato…”
“Incredibile…”
“Infatti stasera non mangio niente…”
“Certo”
“Mamma, ma se si è calata tutto…anche il gelato ed il panettone..”
“Schhh undicenne”
“Mamma…”
“Cosa c’è ottenne…”
“Mi sto annoiiiaaaandoooo, non ci sono bambiiiiniii…”

Tizianeda

Buoni motivi

Motivi per cui anche quest’anno hai deciso di festeggiare il compleanno di tuo figlio ottenne dentro i 90 mq di casa tua:
. Perché a chiedertelo è stato un bambino ossuto con due occhi neri e grandi ed un incisivo sghembo e penzolante (sì ancora penzola!), che gli regala un sorriso da pazzo.
. Perché sei una romantica senza possibilità di redenzione, e la richiesta del minore, ti riporta, come la zuppetta dei biscotti di Proust, al tempo in cui tu, piccola e semi sdentata festeggiavi il tuo compleanno dentro casa. Anche se la casa della tua infanzia non era di 90 mq, e le stanze fruibili dai minori erano due: il soggiorno e il bagno. Nella casa 2013 della famigliola, la distribuzione degli spazi è da comunità hippie e le chiavi sono oggetti metallici infilati inutilmente dentro una toppa.
. Perché, a causa di quel processo naturale di autoconservazione in cui la mente tende a censurare i cattivi ricordi, tu hai già dimenticato la festa dell’anno precedente e il solenne giuramento fatto con tuo marito, marchiato con il sangue e uno sputo sul palmo della mano, che mai nella tua casa sarebbero entrati più di due minori alla volta.
. Perché sei un po’ snob e radical chic e pensi che festeggiare in casa- anziché in un locale in cui non devi fare niente se non aspettare che la festa finisca – fa di te una brava mamma che cura con l’intelligenza di un pedagogista e la psicologia di una educatrice i primari interessi dell’infanzia apportando un valore aggiunto al processo di crescita dei figli che diventeranno degli adulti non assoggettati a logiche consumiste. Poi mentre sei dentro il delirio pediatrico festaiolo, tu brava mamma, ti domandi chi cacchio ti ha messo in testa certi pensieri deliranti.
. Perché l’ottenne ha invitato tantissime bambine. E le bambine inondano di complimenti la mamma del festeggiato: “ma che belle scarpe che hai Tizianeda” “Dici?” “Sì, i tacchi sono molto belli” “ Ma davvero ragazze?” “Assolutamente, sono molto eleganti” “Oh accidenti grazie” “Ma lo sai che hai una bella voce?” “E’ vero leggi le storie in modo molto chiaro…si capisce quando leggi tu” “Ma siete gentili…stiamo un po’ insieme a chiacchierare…”
. Perché ogni anno sei mossa da un coinvolgente ottimismo : “ci distruggeranno la casa” “no Sposo Errante quest’anno sono più grandi e poi sono quasi tutte bambine, cosa può succedere…” . E succede che sul divano nuovo, trovi stampati come tatuaggi totemici, le impronta unte di molteplici falangi carpi e metacarpi. Durature come i fossili incastrati nella roccia.
. Perché quando la festa finisce, nel momento delle confidenze e coccole, vieni avvolta dalla felicità del festeggiato che ti dice, con al polso il suo nuovo orologio rosso, che si illumina ed ogni ora fa BIIIP : “Mamma questa festa è stata incredibile…grazie!”.

Tizianeda

A volte il venerdì

Quando succede, a volte il venerdì, i tre quarti della famigliola mangiano pizza e patatine. Mentre loro cenano, lei si prepara. Si trucca si veste indossa le scarpe con il tacco mediamente alto. Poi si sottopone al giudizio della micro comunità.
“Come siamo carine Tizianeda”
“Mamma sei bellissima”
“Mmmm, belle scarpe”
Più o meno sempre così sentenziano gli stylist dei 90 mq, che la osservano come i giudici parziali di un concorso di bellezza.
Lo squillo sul cellulare è il segnale in codice che deve andare via. Così bacia quei tre già piazzati davanti alla televisione alla ricerca di un film.
“Mi raccomando Sposo Errante scegline uno dove non muore nessuno, non ci sono scene spaventose o mostri rivoltanti e cattivissimi. E non coricatevi tardi”.
Poi la undicenne la segue fino alla porta d’ingresso
“Ma con chi sei?”
“Te l’ho già detto esco con le mie amiche”
“Ma vai lontano? Tieni il cellulare acceso. Ti mando i messaggi. Non fare tardi…”
“Santo cielo mi sembri la nonna vecchietta quando ero ragazza e uscivo la sera”.
E così varca la soglia di casa, per immergersi in una serata di chiacchiere femmine, senza filtri, come solo le femmine sanno.
La gestualità del ritorno a casa è sempre la stessa. Geometrica e rassicurante. Gira la chiave piano, per non svegliare nessuno, si sfila le scarpe. Prima di entrare nella stanza dove i tre dormono insieme nel lettone, aspetta un po’. La lampada è sempre accesa nel soggiorno, quella che fa una luce a chiazze sul muro che sembra la luna, quando di notte si scompone dentro il mare in un silenzio metallico. Poi entra piano nella stanza, quella con il letto grande, dove loro dormono di un sonno narcolettico, il settenne in mezzo, una gamba sulla undicenne, sul suo respiro alieno, e l’altra gamba sulla schiena dell’uomo adulto di casa, che se non russa Tizianeda si preoccupa e si avvicina per sentire se respira. Li guarda e bacia il loro sonno placido, muovendosi a memoria dentro la stanza, come un gatto che vede dentro il buio, e poi, sì, poi va a godersi le ultime ore di solitudine sdraiandosi sul letto del settenne, su quello spazio fresco tutto per lei.

Tizianeda

Sul pianerottolo

“Pronto, Tizianeda”
“Mamma Vecchietta, ciao. Sono qui in montagna, tra poco torniamo. Dove siete, ancora al mare o a casa?”
“Siamo davanti alla porta di casa con tutti i bagagli. Non si apre. Forse i ladri hanno provato ad entrare ed hanno forzato la serratura…ma questa mattina non si è azionato l’allarme di casa tua?”
“Santo cielo, sì, però …ecco, anche tempo fa ha suonato e non era niente. Poi ho contattato la vicina e mi ha detto che era tutto tranquillo…comunque arriviamo…tra quaranta minuti siamo lì…”.
Questa la conversazione telefonica tra Tizianeda e la sua Mamma Vecchietta, nel giorno di commiato dalle vacanze estive, prima del delirante ingresso alla quotidianità lavorativa.
I nonni vecchietti, genitori di Tizianeda, dopo un mese e mezzo di confino volontario in una località balneare, sono ritornati in città, insieme a valige, buste e sacchetti. Dovevano riassestarsi nel loro appartamento, che si trova sullo stesso pianerottolo davanti ai 90 mq della famigliola e un piano più sopra dello studio di Tizianeda.
Tuttavia, il loro viaggio di ritorno e quello delle valige e delle buste e dei sacchetti, si è arrestato davanti alla riottosa porta di casa, chiusa come le stanze segrete del Pentagono. Così sul pianerottolo accorreva, in mutuo soccorso, la sorella di Tizianeda, la zia Dada, con marito e figlia. Poi anche l’altro fratello di Tizianeda, lo zio Peppino, contribuiva ad affollare lo spazio antistante la porta chiusa della Mamma Vecchietta. Prima però si accertava, con la chiave in suo possesso, che anche la serratura stronzettina del portoncino d’ingresso dello studio un piano più giù, aveva deciso di non collaborare.
Intanto la famigliola, abbandonava con la velocità di un omicida dal luogo del delitto, la casetta montanara – dove era andata per trascorrere l’ultimo fine settimana di relax in compagnia di amici – per tornare in città, percorrendo al contrario le curve vomito-stimolanti dell’Aspromonte. Lungo il tragitto, lo Sposo Errante, avvolto da pessimismo cosmico, vaticinava l’ecatombe, l’apocalisse, l’asportazione di ogni bene di famiglia tra cui il ratto del suo fidanzato basso elettrico supersonico. Tizianeda subiva la sollecitazione gastrica della strada, sentendosi come un pilota acrobatico inesperto alle prese con il giro della morte, la undicenne esprimeva teatrale preoccupazione, il settenne sorrideva tranquillo e serafico nella sua dimensione spazio-temporale.
Dopo quaranta minuti, la famigliola si ricongiungeva con l’agitato consesso, nel frattempo infoltito da due Carabinieri gentili e attenti e tre Vigili del Fuoco impazienti, tutti vicini vicini sul pianerottolo, come in una discoteca modaiola nel centro dell’estate. La folla a quel punto constatava che anche la porta di ingresso dei 90 mq della famigliola non rispondeva alle sollecitazioni della chiave.
Quando la situazioni iniziava a mostrare i suoi risvolti grotteschi e surreali, e il panico insinuarsi nei pensieri, all’improvviso, come un maleficio che si dissolve, ad una ad una le serrature riprendevano a funzionare e le porte si aprivano mostrando abitazioni non violate e regalando a tutti felicità e stupore come quello di Alì Babà davanti alla porta dei tesori.
“Signora aspetti entriamo prima noi in casa sua. Per sicurezza facciamo un controllo nelle stanze. Lei stia fuori”
E Tizianeda, che si è sentita protetta dallo Stato in persona, li avrebbe voluti abbracciare quei due Carabinieri così materni o fare un solenne saluto militare di gratitudine. E pazienza se entrati in camera da letto tra reggiseni, libri accatastati sul comodino e un’anta dell’armadio aperta, le chiedevano se era normale che la stanza si presentasse in quel modo.
E insomma, che siano stati i ladri maldestri ed inesperti a combinare questo delirio o solo un destino dispettoso, ormai poco importa. Domani si ricomincia a correre, incastrare e cercare di mantenere tutto compatto ed in equilibrio. Qualcuno ritorna anche a viaggiare su treni sbrindellati e strade malferme, sperando che la giornata di oggi non gli abbia già risucchiato tutte le energie positive delle vacanze.
Un saluto allegro a tutti voi.

Tizianeda

Una convivenza forzata

Non li voglio, non li voglio e non li voglio. Le mie ridotte forze mentali non possono sopportare la loro presenza in casa. Se ci penso, mi sento Superman con la criptonite infilata dappertutto. Che poi lo Sposo Errante, erra e quei due me li devo gestire io “Volete caffè, pane e mortadella. Una birra?” Perché qui al sud sud certe cose sono sacre, come la mamma, e se due tipi vengono ad occupare la tua intimità domestica, mica li puoi lasciare in balia della fame e della sete? Però no, non li voglio con la scia polverosa che lasciano ovunque, che non la levi così facilmente e poi finisci per trovartela anche a distanza di tempo, come i coriandoli. Non li voglio, chè a vederli girare per casa provo un vago imbarazzo, un senso di invasione, sgradevole come l’orticaria. E per vestirmi, cambiarmi, infilare i calzettoni, soffiarmi il naso o tagliarmi le unghie, devo chiudermi a chiave dentro una stanza, e come una folle paranoico controllare, almeno tre volte, che la serratura sia ben chiusa. Che poi sto lì a disinfettare tutto il tempo il bagno condiviso con loro – “Ci sono i bambini”- e se non ci ucciderà la polvere, passeremo una settimana strafatti dei fumi dell’ alcool etilico costantemente nell’etere. No, non li voglio, che è un’altra cosa che si aggiunge alle mille faccende da incastrare, che poi io quelle crepe sul controsoffitto pitturato da neanche un mese, non le vedo – “Ma come è possibile guarda, rischia di caderci in testa” “Sposo Errante io non vedo niente” “Guarda è piegato!” “Non mi sembra”. Non li voglio quei due no, no e poi no…..
“Tesoro ricordati che domani vengono P e C a sistemarci il controsoffitto pericolante”
“Come domani, ma io non… ma quando pensavi di dirmelo”
“Veramente ne abbiamo parlato la settimana scorsa, quando è venuto P. a guardare il soffitto del soggiorno”.
L’avevo censurata nella mia mente questa cosa, porca miseria, cancellata come si cancella una cosa sgradevole…Che poi sono simpatici P e C ed è la terza volta che si incastrano nella nostra vita familiare, ed è pure piacevole chiacchierarci, però non li voglio no e poi no…
“Ve lo faccio il caffe?”
Da martedì, gli stessi pittori che circa un mese fa avevano ritinteggiato le pareti dei 90 mq della famigliola, e otto anni fa tutta la casa appena ristrutturata, che oltre a saper pitturare pare sappiano anche aggiustare i controsoffitti pericolanti, sono stati nuovamente prelevati e rinchiusi in casa per una convivenza forzata con la famigliola, meno lo Sposo Errante che erra.
Ed ora Tizianeda osserva il pavimento ricoperto da uno strato bianco polveroso, e si chiede se è approdata sulla luna, o se è stata catapultata da un sadico dentro un incubo, che la rende nervosa e impolverata come un nomade del deserto. Ora si abbandona alla sconfortante ipotesi che le impronte bianche lasciate dalle scarpe, diventeranno un tutt’uno con l’arredo. Ora guarda il controsoffitto, che secondo lo Sposo Errante stava per crollare in testa alla famigliola, con la pittura nuova di un mese tutta scartavetrata e i faretti un tempo ben piantati nel cartongesso, che ciondolano tristi. Poveri faretti trattenuti dai fili della corrente, che sembrano la installazione di un artista fighetto, dentro un museo di un’ariosa città europea.
E mentre sta lì ad inalare alcool etilico, polveri fluttuanti nell’aria, a fare caffè e a chiacchierare con P e C, pensa che vorrebbe essere altrove, possibilmente in un posto senza controsoffitti.

Tizianeda

Due versioni

Versione nr. 1:

Nel condominio dove abita la famigliola, vive da pochi anni una coppia di sposi cinquantenni.
Lui è uomo del Sud come Tizianeda, lei viene da una civile e composta nazione europea.
Sono alti, belli, eleganti e sobri.
Lavorano entrambi per una società. Non staranno molti anni in città.
Salutano cordialmente quando ti incontrano, si soffermano per chiacchierare senza essere invadenti. Per il resto del tempo sono presenze discrete e impercettibili.

Versione nr. 2:

Nel condominio dove abita la famigliola, vive da pochi anni, una coppia di sposi cinquantenni.
Lui dice di essere uomo del sud, lei dice di venire da una civile e composta nazione europea.
Sono alti, fascinosi, eleganti e discreti.
Non è dato sapere se come e quanto si fermeranno nella stessa città di Tizianeda.
Quando ti incontrano, salutano accennando un sorriso, si intrattengono appena, per il resto del tempo sono presenze evanescenti e misteriose.
Apparentemente lavorano per una società.
In realtà sono due spie sotto copertura per i servizi segreti internazionali. Praticano il Judo, il Karate, il Kung Fu, il Taekwondo e la Lotta greco-romana. Parlano perfettamente l’inglese, il francese, il tedesco, il cinese, l’arabo maghrebino e tutte le lingue caucasiche nord-occidentali. Maneggiano pistole e bazooka con la stessa naturalezza con la quale Tizianeda appoggia i piatti sulla tavola per apparecchiarla. Hanno una collezione di armi Ninja nascoste in un cunicolo segreto, come Batman o Highlander.
Nel buio della notte, vestiti con aderentissime tute nere, come quelle di Eva Kant e Diabolik, saltano tra i tetti dei palazzi per stanare pericolose bande di criminali.
Ora……
Una delle due versioni è vera, l’altra pare di no …ma Tizianeda non ricorda più quale…

Tizianeda