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L’isola del giorno prima (e un post scriptum)

Siamo seduti attorno alla tavola. In cinque. Tre generazioni. E’ il momento sud suddissimo. La pausa dal delirio. Pranziamo. Saliamo attraverso le scale, di un piano, Olivia e io, tragitto studio/casa. Approdiamo all’isola del giorno prima. Una diciassattenne, due tredicenni, i due cugini gemelli, una trentenne e io. Si parla. Gli argomenti sono vari. Dalle interrogazioni, al ciclo. Dalle prof nervose, alle caramelle di trenitalia. Dai lenti che non ci sono più alle feste, al patriarcato che resiste. Quattro donne e un uomo. C’è sempre questo rapporto sbilanciato tra uomini e donne. Chissà perché.
Parliamo delle mestruazioni, oggi. Una volta la donna che aveva il ciclo era “indisposta”, il dolore bisognava sopportarlo e tacerlo ai maschi. Si andava ugualmente a scuola, anche se invocavi l’esorcista per farti uscire dal corpo. Per le nostre nonne era peggio. Le giovanissime, si sentono fortunate a essere nate in questa epoca qui, in cui si parla con disinvoltura, del nostro appartenere ai moti dell’universo. Di antico ci è rimasto il nervosismo ormonale che incute timore, specie ai maschi, che hanno imparato, con l’evoluzione, a starci alla larga e a non farci incazzare troppo, almeno in quei giorni. Agnese, la diciassettenne, poi prende il cellulare e ci mostra una locandina. Un manifesto fatto da una sezione di Crotone, di un partito che qui al sud, risuona come un ossimoro offensivo. E’ una specie di proclama per l’otto marzo. Lo leggiamo, ne facciamo un’ esegesi. Parla delle donne e del loro ruolo “naturale”, di mogli, madri. Fattrici della patria, insomma. Non capiamo se siamo nel 2020, o al tempo nefasto delle mie nonne, in cui le mestruazioni si nascondevano come una colpa. Siamo tutti turbati dai movimenti reazionari, dalla negazione dell’evoluzione del pensiero.
Oggi, che è l’otto marzo, penso all’ennesimo femminicidio italiano. E alla ragazza violata e uccisa dalla sua famiglia, perché lesbica. E’ un’epoca strana questa. Un’ epoca in cui il ciclo non è più un tabù, vivadio, ma dove ancora la violenza patriarcale e sessista allunga le sue mani velenose. Che vorrebbe la donna proprietà di Stato, oggi, in certe sacche reazionarie, fermo ai tempi delle mie nonne.
E’ tempo di lotta. La si fa anche attorno a una tavola imbandita. Tra donne di generazioni diverse, e uomini illuminati. Lo si fa per le nostre nonne e per le loro sofferenze, e per chi ancora verrà.

p.s.: Oggi nella mia città, Reggio Calabria, a Piazza Italia, dalle 17,00 in poi, ci saranno tanti interventi, presenze, movimenti, pensieri in occasione dello “Sciopero Globale Transfemminista” dell’8 marzo. Ci sarò anche io che leggerò un brano scritto insieme a Eleonora Scrivo (la donna che mi fece conoscere Napoli). Vi aspettiamo con la lotta e la gioia nel cuore.

Tizianeda

Propongo mia madre

– Mamma, per la settimana dello studente, i rappresentanti mi hanno chiesto di proporre qualcosa.
– Bene quattordicenne. E tu cosa hai detto?
– Io ho detto: propongo mia madre.
– Cosa?!
– Sì mamma, tu hai scritto un libro, parli di adolescenti e poi l’altro giorno ti ho ascoltata mentre chiacchierare con G. Ecco tu devi venire in classe e parlare così…
– Ma immagino che i tuoi compagni non abbiano accettato, ti avranno detto che ci devono pensare, che è una richiesta insolita, che tu sei di parte e ne risentirebbe la obiettività…
– No mamma. Sono stati contenti e mi hanno detto subito sì.
– Ma la settimana dello studente, esattamente, tra quante settimane è?
– Esattamente questa. Venerdì mattina. Va bene?
– Santo cielo! Va bene quattordicenne. Grazie…
– Mamma…
– Sì?
– Non vedo l’ora…

L’ora è arrivata, puntuale. Alle 10,00, di venerdì 3 febbraio, Tizianeda si è ritrovata a guardarsi con il portone del Liceo Classico Tommaso Campanella della sua città. Uguale a quello che oltrepassava molti, molti, molti anni fa, con una borsa piena di libri, il diario imbottito di ritagli di giornale, frasi arrabbiate, speranzose, tristi, incomprensibili, allegre, cuori, disegni, adesivi e persino i compiti assegnati. Questa volta lo apriva come mamma di una quasi quindicenne, incosciente, orgogliosa e fiduciosa nelle risorse della sua genitrice. Il comitato accoglienza di fronte al portone sempre lo stesso: il busto del caro Tommaso.
Lo ha fatto con la felicità che deriva da inviti imprevedibili e amorevoli. Lo ha fatto con la concentrazione da mistico sperduto tra le nevi Himalayane, con la consapevolezza di non sapere assolutamente gli esiti dell’incontro e la speranza che non avrebbe sbagliato se avesse fatto l’unica cosa che spesso noi adulti dimentichiamo di fare: ascoltare con la mente libera i ragazzi e le ragazze che stava per incontrare. Nei giorni precedenti ha anche letto, studiato, pensato. Ma più di ogni altra cosa Tizianeda ha invocato come una divinità, quel tanto di buon senso e di empatico sentire, che ci fanno fare la cosa giusta. Perché gli adolescenti sono materia delicata e fragile, ma anche dura e ostica, imprevedibile e affascinante.
E così è entrata in classe, accolta dal sorriso di sua figlia e dagli sguardi curiosi dei suoi compagni. Si sono guardati e studiati per qualche minuto. In silenzio. Poi i ragazzi hanno sistemato le sedie in cerchio spostando i banchi. Nessuna cattedra, nessuna separazione. I protagonisti erano loro e i loro pensieri. Lei ha avuto il compito di stimolare la parola, l’intimo sentire, la consapevolezza di essere ascoltati, il confronto, le paure, i sogni, le recriminazioni, il bisogno di tutte le età di calore umano e comprensione. Le rigidità, le provocazioni, l’impaccio e lo stupore, gli abbracci spiazzanti – perché il corpo è un ostacolo a volte, che fa dimenticare quanto sia potente strumento di comunicazione e racconta quello che le parole non sanno – la voglia incredibile di dire come torrenti in piena.
Due ore così, senza mai distrarsi, dense e veloci. Due ore così, finite con i sorrisi. Poi Tizianeda è andata via, insieme a sua figlia, seguendo la scia degli studenti. Si sentiva spossata, come se avesse fatto una camminata infinita tra le montagne dell’Aspromonte, come se avesse fatto un discorso di dieci ore senza l’acqua, come se avesse dovuto ripetere le tabelline, come se avesse dovuto recitare, senza sbagliare neanche le pause, “Il passero solitario”.
Però ha capito, che era andato tutto bene, da come la stringeva sua figlia, con il braccio infilato al suo, dal modo in cui oscillavano sulla strada, lente, in silenzio, all’unisono.
Non sempre l’adolescenza fa paura.

Tizianeda

La raccolta fondi, la Donna Dolce e il Signor Maschione Alfa

Sabato, ore 15,00 circa, Tizianeda e la tredicenne insieme. In una piazzetta della via principale della città sbilenca, un piccolo chiosco. Alcune donne raccolgono fondi per un’opera benefica.
“Signora, scusi, vuole dare il suo contributo per il nostro progetto?”
“Ehm…cos’è? State costruendo un palazzo…ah…ok…ecco. Metto in questo salvadanaio? Posso sapere qualcosa in più. Anche chi c’è dietro questa opera e la vostra comunità’”
“Certo. Il fondatore della nostra comunità è Tizio Caio (nome fittizio), l’opera è continuata da Tal dei Tali (altro nome fittizio)”
“Signora che Raccoglie Fondi, lei ha un viso così bello e pulito e sereno …ma, ecco, ora le devo chiedere una cosa che non ho mai fatto in vita mia … le devo richiedere indietro i soldi. Non riesco proprio a dare a Tal dei Tali il mio contributo economico, per quanto piccolo. Ecco vede, ho una visione del mondo e della vita opposta a quella della vostra guida spirituale. Tal dei Tali fa dei discorsi terribilmente omofobi e osteggia tutto quello per cui mi batto e non mi piace proprio. Le ripeto mi spiace per lei che ha un viso e dei modi così dolci…ma di questo signore…ecco, non mi fido, mi spiace”
“Non ci sono problemi signora, glieli restituisco, ma vorrei spiegarle che…”
Così Tizianeda e la Signora Dolce che Raccoglie Fondi hanno iniziato a parlare, con calma, ognuna a spiegare i propri punti di vista. Hanno parlato di famiglia, matrimonio, figli, diritti, rivendicazioni, omofobia e tutte quelle cose per cui Tizianeda si batte perché ci crede. Poi, mentre le due donne parlavano e si confrontavano, all’improvviso è intervenuto un signore, seduto su una panchina vicina, anche lui parte dell’entourage raccolta fondi. Il signore fino a quel momento silenzioso e stravaccato sul sedile, si è risvegliato dal torpore pomeridiano e ha tenuto una lectio magistralis da maschione alfa. Ha parlato di famiglia naturale, di ciò che è normale e ciò che invece non lo è. Che il fine dell’essere umano è la procreazione, che lui non ha nulla contro i gay ma, però e che se ne stiano a casa e tutte quelle amenità che ormai Tizianeda ha sentito più volte raccontare, come un disco rotto e bloccato sempre allo stesso punto. Da par suo, Tizianeda sa che smontare da un punto di vista anche solamente logico il pensiero espresso dal Signor Maschione Alfa è gioco da ragazzi, ma sa che le probabilità di convincerlo, sono pari a quelle che lei cresca all’improvviso di 20 cm. Così dopo aver parlato, ha augurato a lui di far l’amore con sua moglie solo per procreare, di avere centinaia di figli, ma soprattutto che nessuno di loro sia omosessuale (statisticamente difficile). Per il figlio ovviamente e non certo per i possibili turbamenti del Signor Maschione Alfa. Poi ha salutato la Signora Dolce che Raccoglie Fondi, si sono strette le mani e ognuna è ritornata alle proprie vite e ai propri percorsi.
“Tredicenne cosa c’è? Non hai detto una parola per tutto il tempo…cosa fai piangi?”
“Mamma non posso credere che quel signore abbia detto quelle cose terribili, ho una tale rabbia …”
“Amore mio, per questo mamma si batte tanto. E nessuna rabbia ché non serve a nulla. Le parole e la gentilezza arrivano ovunque invece. Hai visto  come è stato bello confrontarsi con la donna, anche se abbiamo posizioni differenti? Quanto al Signor Maschione Alfa non possiamo far nulla, è proprio irrecuperabile, speriamo bene…dai torniamo a casa, il mondo cambierà tesoro, lo sta già facendo”.

Tizianeda