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La scelta del proteggere

Per la prima volta dopo vent’anni (vent’anni sigh!) nei 90 mq non monteremo l’Albero di Natale. Non per un ravvedimento improvviso, per un’austerità ricercata o un integralismo dell’ultimo momento. Non si farà – con le musiche, i ragazzi che appendono palle e orpelli tamarri, lo sposo che  fa quasi tutto il lavoro e io che creo confusione –  per gatta Tàlia. Lo scorso anno, attratta da quel monolite colorato e sbrilluccicante, dalle forme insolite, o per un ennesimo disagio interiore cui pare abbia talento, ha leccato e mangiato aghi di pino finti, polverine dorate e chissà cosa altro. Risultato: ricovero, operazione e chimmibeni natalizia. Non si fa, si è sentenziato senza esitazione. Perché alla fine è meglio avere una gatta Tàlia viva, che  un albero di Natale finto. Non si farà perché gatta Tàlia, benché ci guardi con il disgusto di chi sa di essere un essere superiore, va protetta, anche dalle sue ottuse abitudini onnivore.  È un non fare, che scardina consuetudini familiari, ma che cambia i significati, le visioni e le priorità. Del resto, questo sarà il Natale dell’ assenza e del desiderio e non certo per l’albero mancante. In questa attesa, che gli eventi incontrollabili ci hanno imposto da quasi un anno, celebreremo l’unica  scelta possibile, la scelta del proteggere. Nonostante la mestizia di un tempo straordinario che agisce per sottrazione e che impone, nella distanza, la forma dell’amare e della cura.

Tizianeda

Io non lo so

C’è un prima e un dopo? C’è una linea che si sposta  in avanti, perché così ci hanno insegnato a contare la vita?  Un prima e un dopo di questa frattura. Ci accorgeremo di essere cambiati. Non lo so. Meno tolleranti, meno indulgenti, o più spaventati, o più adulti, o regrediti, più egoisti, più empatici, più qualcosa e meno altro.  Oppure  come prima saranno gli alberi, le case, il mutare ingannevole delle nuvole, gli arrivederci e gli addii, le mattonelle calpestate e le fughe incrostate dai nostri passi. Il respiro, la pausa del battito, il fermarsi del sangue nei giorni di paura. Le canzoni ci porteranno altrove con i ricordi. Oppure uguali le iridi di chi  invade lo sguardo, l’angolo delle labbra di chi non abbiamo amato mai, le panchine nei parchi, le mani estranee, i tavolini nei bar, la carta caduta sul marciapiede e poi raccolta senza attenzione, gli sguardi rubati.  Continueremo a impastare figli dentro amplessi segreti, a non  credere nella morte sapendola,  insegneremo  passi e attese, imparando dagli altri nuove andature, o dai precipizi cucendo, nella fretta del vuoto, paracaduti. Io non lo so. Ne faremo impasto di disillusioni e impazienza. Saremo  come ci siamo lasciati, oppure no, il tempo sarà più rapido e inclemente. Oppure no. Avremo  il coraggio della domanda avvelenata. Forse la smetteremo con l’aggressione dei  punti esclamativi, con lo sberleffo dello stupore da due soldi. Abbiamo nascosto qualcosa sotto le ore, nelle orazioni sussurrate,  tra le briciole cadute dalle tavole imbandite, sotto la polvere di un’abitudine imparata a memoria. Cosa? Chi? Io non lo so. Anche riducendo a seme piccolo questo “io” che mi ingombra il respiro, non lo so. Cerco dentro la frattura, ne faccio scavo e archeologia, ascolto i poeti e il furore dei matti. Aspetto imparando dai gatti. Lascio fare al vento, che passa roteando come un Derviscio. Mi quieto facendomi piccola con lo sforzo di un d’accapo. Un’altra volta ancora. Guardo il corpo dei miei figli espandersi. Mi metto in ascolto del rumore delle ossa e dei tendini che crescono. L’incomprensibile che non so.

Tizianeda