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La costruzione di un amore

Studio con il decenne la costruzione della terra, il lavoro paziente dei continenti. Il loro unirsi, innalzarsi, scontrarsi, toccarsi per poi cambiare idea e allontanarsi e così fare spazio all’acqua. Studio la geologia e con lei il moto antiorario di alcuni continenti. Un atto di ribellione al movimento costante inverso dell’universo. Un impulso per altri pezzi di terra. La geologia celebra la necessità del distacco, per un assetto adulto degli elementi. Il suo scorrere perenne nelle profondità nascoste, la connessione di ogni singolo pezzo. Il grande dono degli animali marini alle montagne, che con le loro carcasse e i gusci hanno contribuito all’innalzamento dai fondali, dando un senso alla loro stessa morte. Studiare le possibilità della terra in un tempo non toccato dal pensiero degli esseri umani, lascia la sensazione che niente è come sembra. Le rocce nella loro materia impenetrabile sono figlie dell’acqua, di un trapasso sereno di inconsapevoli vite lontane. La terra, nella sua attuale bellezza è un atto di gratitudine al costante movimento, dentro cui ogni elemento è legato all’altro, è parte di un linguaggio semplice, di un donarsi senza nulla chiedere, se non quello di far parte di un tutto che vuole mostrarsi. E oggi il decenne che studia e io con lui in questo moto incessante, in questa danza, dove non c’è un solo danzatore. Perché questo ci racconta le geologia. Ci muoviamo e ci avviciniamo e a volte per crescere ci allontaniamo, dando spazio a un fluire liquido in cui siamo connessi. La terra ci insegna il moto sereno e paziente dei corpi, i loro cambiamenti senza l’ostacolo della paura. E’la storia dell’acqua e delle rocce, così lontane eppure così vicine. E’ la storia del passato che scrive il futuro. La costruzione della terra è la costruzione di un amore, che si offre, che non chiede nulla in cambio, se non di essere guardato e protetto.

Tizianeda

Incomprensibile universo

Il decenne, che ha detto addio alle scuole primarie, per proiettarsi nell’ imperscrutabile mondo delle scuole secondarie, ha presentato, stimolato dalle maestre e insieme agli altri compagni, una tesina. Tutti i bambini hanno discussa la propria nel salone della scuola, in presenza dei genitori. Lui ha parlato dell’universo. Argomento che ama, sin da quando piccino piccino disegnava bambini volanti tra pianeti, stelle, galassie e buchi neri da sconfiggere al posto dei draghi. Quando disegna, conduce il mondo dei suoi affetti nell’universo che contempla, dentro questo movimento cosmico. In questi anni ha portato sua sorella, noi genitori, i suoi cugini, i suoi amici e amiche del cuore. Ci ha fatto vivere avventure spaventose tenendoci per mano, regalandoci sempre un lieto fine. Ci ha reso magici e leggeri e ha accompagnato tutti noi dentro un infinito con le sue regole e logiche precise e misteriose, che lui ama raccontare. Anche a tavola, spesso, la sera, parliamo di universo. In realtà ne parlano i tre della famigliola, ben più a loro agio dentro un cosmo che ci sovrasta tutti, ma che a loro sembra non spaventare. Io sto zitta, mi fermo sulla soglia, mi siedo e ascolto. Io che rischio di perdermi dentro dimensioni ben più piccole del cielo sopra di me.
Ieri c’è stata la cena di fine anno. Proprio l’ultima. Quella che ci si saluta, che ai bambini prende una strana nostalgia, che si misurano con la perdita e il futuro che li chiama. Quella che capisci o ti ricordi o lo si dice, che le maestre sono un patrimonio da preservare, così come la scuola pubblica. Quella che le bambine piangono e anche, vivaddio i bambini, alcuni con molta vergogna, perché ai maschi si insegna che a loro non è dato piangere e non sanno cosa perdono. E si dovrebbe spiegare anche ai maschi, quanto sia prezioso misurarsi con serenità con le emozioni e i sentimenti, senza lasciare sempre a noi donne il compito sacro di traboccare, di concimare di grazia questo mondo piccolo e bisognoso. Anche se poi, ieri, le ho osservate molto le bambine con il loro modo innato di stare dentro le cose del mondo. Come quando hanno consolato un compagno molto contrariato, molto arrabbiato che piangeva. Ho osservato il loro modo di accorrere, di circondarlo e di distrarlo. Poi una di loro se lo è preso per mano, “vieni, oVa di faccio vedeVe una cosa bellissima!”, ha detto. E lui è andato, inerme e fiducioso davanti a tanta sicurezza. L’oggetto delle meraviglie era una piscina, con acqua melmosa dentro, che la suggestione del buio rendeva ancora più affascinante. Sono accorse poi quasi tutte a contemplarla, piene di meraviglia. Mentre io contemplavo loro, il ragazzino che aveva smesso di piangere e il cielo stellato sopra di noi, che non riesco a comprendere, ma in quel momento, cercare di capire sarebbe stato inutile.

Tizianeda

In “medie” non stat virtus

E dimmi, che hai? Niente c’ho la nostalgia. Io mi faccio la domanda, io mi do la risposta. Mi capita ogni tanto, dentro la testa. C’ho la nostalgia e ieri aspettando nel cortile della scuola elementare del decenne l’ho capito. Per lui è l’ultimo anno, poi saranno le scuole medie. Che già il nome. In medio stat virtus dicevano gli antichi. Non è vero niente. Tutto ciò che è medio è delirio. Le terre di mezzo sono un delirio, i figli medi spesso lo sono anche, io lo ero e forse lo sono ancora, se stai a metà devi farti spazio tra quello che vuoi essere e il mondo fuori. E insomma tutto questo per dire che c’ho la nostalgia dell’infanzia che corre via. Come i bambini all’uscita della scuola elementare che lanciano gli zaini pesanti dove capita, per sbarazzarsene in fretta e così correre e corre e correre, in quello spazio di libertà riconquistata che è il cortile della scuola. E siamo tutti lì in attesa, noi genitori. E sarà l’ultimo anno per me di questa attesa, ché poi a scuola, il decenne, ci andrà da solo. Ed è una liberazione, certo, uno spazio riconquistato anche per me. Certo, ma ora mi concedo la nostalgia. Per la ragazzina è stato diverso. Forse perché non era l’ultima, o forse perché per le donne è diverso, noi donne nasciamo già adulte in fondo. I maschi no. Loro nascono piccoli. E lo so che non si dovrebbero fare queste distinzioni sessiste, che crescere fa parte della vita, che bisogna lasciarli andare eccecc e blablabla, certo che lo so. E’ da quando sono nati che lascio andare quei due invasori dei miei pensieri, ma oggi dentro la mia testa, mi concedo questo momento nostalgico. Sarà che è martedì, sarà che ho visto e pensato troppo al mare in questi giorni, sarà il cortile della scuola che fa questo effetto strano, con quel suo spazio vuoto in attesa, sarà questo e quello, sarà che l’infanzia è un luogo definito in cui tutto è possibile, un paesaggio bello da guardare che ferma il tempo. Sarà. Ma in questi giorni, i pensieri girano così.

Tizianeda

Vorrei, anche per te

“Mamma mi sono sentito in imbarazzo! Sai quanto i miei compagni ragionano per stereotipi …”

Lo so decenne, lo so quanto sia difficile dire e fare la cosa giusta. E’ difficile anche per noi adulti raccontare chi siamo, quando capiamo di avere una visione delle cose non allineata. Ma in fondo non è sempre importante che gli altri comprendano.

Così la maglietta l’hai messa nella zaino con il suo pacchetto. Era il regalo per il compleanno di un tuo compagno, che io come al solito compro in ritardo perché sono disorganizzata e incasinata. Lo hai portato a scuola, contento. E  lo immagino il tuo sorriso, quello che mi fa impazzire. E  immagino il momento preciso in cui il tuo amico ha visto  la maglietta con la scritta rosa. E mi sembra di sentirli gli altri, tutti attorno curiosi prenderti in giro, perché il rosa per loro è un colore da femmina e non da maschio. E  vedo te, che non sorridi più, nascondere la maglietta dentro lo zaino per riportarmela a casa. E non è colpa loro in fondo. Perché sin da quando nasciamo ci educano a fare distinzioni nette tra questo e quello, a catalogare, distribuire, dire tu, io, lui, lei, da quella parte, da quell’altra. Ci insegnano causa ed effetto rigide.  Come dire cosa e a chi e questo sì, questo no e fare, stare, dove, quando.  E abbiamo parlato poi, io e te. Ma in fondo non ti ho detto nulla di più di quello che tu già non sappia.  Ma vorrei che imparassi ad attraversare le visioni ottuse e piccole con la forza delle tue convinzioni, con la potenza del tuo sorriso che non può non incantare, vorrei che la tua calma insegni e il tuo stupore sbricioli i pregiudizi.   Vorrei che gli altri bambini, una volta adulti, capissero quante meraviglie si perdono se crescono dentro vestiti cuciti per loro da altri. Si fatica tanto per diventare noi. Ci si fanno i lividi, perché si cade e ci si rialza, perché le parole sanno essere  pietre che dobbiamo saper scansare, perché  imparare a capire e distinguere è spesso un viaggio solitario. Ma poi, una volta intrapreso, quanti incontri e quante possibilità, quanta conoscenza e divertimento e stupore! E magliette con le scritte rosa di cui non farai caso se a indossarle saranno maschi o femmine.

 

Tizianeda

Il rossetto rosso fuoco

“Allora, cosa ne dici?”
“Mmmh … ti preferisco senza”
“Perché decenne?”
“Perché ti preferisco “mamma” e con questo rossetto rosso non lo sei”
“Ma la mamma è sempre mamma anche sotto questo rossetto rosso fuoco. E a me, amore mio, piace truccarmi, perché una mamma è anche donna”
“Sì però ora abbracciamoci”
“Vieni qui, così ti do anche un bel bacio e ti lascio il segno rosso”
“No! Quello non lo voglio”
“Faresti un figurone, però…”
Il bacio non lo hai voluto, per non macchiare le guance. Ti sei riposato un po’ tra le morbidezze madri, le mie. E anche io mi sono riposata attraverso questo esercizio di dimenticanza del tempo. Poi sei andato via, appagato per quella dose di tenerezza. Lo so che non sei abituato a vedermi con il rossetto rosso sulle labbra, che ho deciso all’improvviso di infilare tra i miei racconti intimi di femmina. Mi piace e regala allegria all’anima e al volto, che a volte si fanno ricoprire da improvvise malinconie. Imparerai, amore mio, attraverso me, che le donne con il rossetto rosso, non smettono di essere tutto il resto. Soprattutto se con quel colore luminoso sul volto che le racconta come piace a loro, si sentono più felici e belle.Giusto quel tanto in più che serve ai loro pensieri.

Tizianeda

Ma i maschi fanno tutti così?

“Mamma, ma i maschi quando si sentono male fanno tutti così?”
“Più o meno sì tredicenne. Lo dico in base alla mia esperienza e alla narrazione di molte donne che confermano i miei studi empirici in materia”.
Il decenne domenica mattina è stato colto da un persistente mal di testa. Ha svegliato alle 7 del mattino Tizianeda – reduce di un ritorno notturno a casa incompatibile con le sue capacità di recupero – e ha esternato il suo malessere. Poi la giornata lo ha distratto, la famigliola è stata ospite di amici gentili che li hanno sfamati e che vivono in un paese che ha sospesi sulla testa i resti di un castello bizantino. Dai ruderi e dalle mura che chiudono la fortezza, mentre il vento cercava di sollevarla sopra le cose, Tizianeda ha visto la vallata, il mare chiazzato di luce, l’orizzonte che non ha suono, il cielo addosso, le nuvole frettolose, le pietre antiche che urlano storie, la vegetazione che rivendica il presente e poi ha goduto del silenzio che ti viene voglia di non parlare più.
Ma si sa, dinanzi a una giornata perfetta c’è sempre la Legge di Murphy in agguato. Tornati a casa il decenne ha manifestato nuovamente il suo malessere, Tizianeda ha controllato al ragazzino la febbre, ha accertato che aveva una leggera alterazione della temperatura. Durante la notte ha avuto mal di pancia, mal di testa, catarro, raffreddore, tosse. Tizianeda lo seguiva inerme tra letto e bagno con la ciotola raccogli vomito, salvatrice di lenzuola, pigiami e pavimenti ed è stata per tutto il tempo in uno stato oscillante tra la narcolessia e la veglia. Stamattina la febbre è sparita, il decenne ha chiesto se dovesse andare a scuola, non è andato a scuola e si è piazzato sul divano con la scatola dei fazzoletti e la ciotola a tenergli compagnia.
Oggi è lunedì e Tizianeda ha molto molto sonno.

Tizianeda

Parola di sfrontata

“Decenne, ma perché quando la bambina G ti saluta tu rispondi a malapena? Non è carino sai, lei è così affettuosa”
“Tu che sei mia madre lo dovresti sapere…”
“Sapere cosa?”
“Che sono timido! Mi vergogno e non ci riesco. Io sono così con tutti…”
“Ma con tutti o con le ragazzine?”
“Uff…diciamo di più con le ragazzine…”
“Alle ragazze piacciono i ragazzi timidi, sai?”
“Mamma! Cambiamo argomento, per favore”
“Va bene … ci penso … dunque … a me piaci tanto … anche perché sei timido … ok non fare quella faccia lì”
Abbiamo parlato di altro, delle cose che piacciono al decenne, non abbiamo parlato di ragazze, che per ora sono soltanto un elemento di impaccio tra lui e la sua libertà di movimento, non abbiamo più parlato della sua timidezza, che mi fa venire voglia di stringerlo e sbaciucchiarlo, ma spesso non lo faccio, per non imbarazzarlo e per i suoi dieci anni da rispettare. So che se nasci timido, questo sentire potente il mondo fuori ti si installa nel petto e nel fiato e diventa parte di te. So che sarà sempre così, so che sarà a volte frainteso, non capito e che lui si arrabbierà per questo. So che troverà il modo di dire le cose, con linguaggi diversi che lo aiuteranno a superare l’impaccio del corpo. So che troverà la sfrontatezza di qualcuno pronta ad accoglierlo tra le sue braccia. Perché per ogni uomo o donna timidi c’è la possibilità di un incontro importante che annienterà quella barriera protettiva come una rivelazione. Sfonderà le porte, non avrà paura, sarà un destino inaspettato che invertirà senza preavviso la rotta, uno sguardo più potente degli altri capace di vedere il giardino nascosto.
Io lo so. Sarà così. Parola di sfrontata.

Tizianeda

La consistenza dell’amore

In questi giorni:
– Un castello con due torri di migliaia di pietre color tortora e il desiderio della materia di catturare i colori mutanti del cielo. Vederla diventare giorno, ombra, tramonto, notte, viola elettrico che la fa emergere dal buio. Salirci in un giorno di sole, fino agli orli della cima e vedere il mare come mai prima e pezzi di città e la montagna di fuoco dall’altra parte e le lontananze e i silenzi dentro e fuori di te.
– Un labirinto sotterraneo profumato di carta e parole che ti ci puoi perdere, ma non lo fai perché sai dove devi andare e con chi parlare. Dentro una stanza sedersi e dirsi nella mente: “ma allora è vero!”.
– Due amiche che vengono per poche ore da una città altra e raggiungerle da Zara. Rimanere prigioniera per un tempo biblico in quell’edificio immenso, perché le amiche stanno provando dentro i camerini tutto il negozio. Stare con loro in leggerezza. Rimanere incantata davanti allo specchio di Zara e usarlo come psicoterapia dell’ego. Convincersi che veramente sei alta un metro e settanta e hai le gambe lunghissime. Meditare di coprire con un drappo scuro tutti gli specchi di casa. Meditare di tornare da Zara almeno una volta alla settimana per ripetere la terapia.
– Andare in radio, che è uno dei luoghi più fighi del mondo. Scoprire che sei in diretta e che c’è anche la telecamera che ti riprendere. Non preoccuparsi, perché sei un’età in cui tutto ha un sentore leggero. Andarci con la donna con i capelli color della terra e gli occhi da aliena, ché insieme portate in giro uno spettacolo tratto dal blog e che si chiama “Ho attraversato ridendo la terra capovolta”. Cazzeggiare prima di andare in onda, cazzeggiare quando sei in onda e continuare a farlo anche quando finisci di essere in onda.
– Il decenne che scrive un testo storico, ma inventato, che si intitola “Sopravvivere a Nerone” in cui il tiranno – quello con un grave e irrisolvibile complesso di Edipo e piromane – appare oltremodo stressato perché non riesce a uccidere un certo Daniele nonostante i reiterati incendi, attentati e assalti ai suoi danni, da parte dell’esercito di Nerone. Alla fine l’imperatore si rassegna e lascia in pace Daniele fino alla fine della sua vita. Capire che per sopravvivere alla malvagità bisogna essere abile nella corsa, nell’arrampicata e anche nella lotta.
– La quasi quattordicenne che va a scuola con addosso il maglione di suo padre. Vedere entrambi felici per questo oggetto portato in giro dal corpo di una fresca ragazzina che prende le misure di sentimenti arcani, partendo dal primo uomo che l’ha presa tra le braccia. Pensare che noi donne siamo fatte così. Indossiamo la bellezza intima della vita come il profumo che abbiamo scelto per la nostra pelle, spruzzato dietro le orecchie.
– Il sugo al pomodoro di nonna Santa Gina, che da casa sua giunge nei 90 mq custodito da un contenitore in vetro. Prenderlo tra le mani e pensare che il sugo deve avere un peso specifico elevato. Togliere il coperchio e sentire un profumo di buono. Immergere un pezzo di pane dentro la densità della salsa, che piano si lascia raccogliere dalla mollica bianca. Dirsi: “ecco è questa la consistenza dell’amore”. Addentarlo questo amore, a occhi chiusi.

Tizianeda

Ti regalo

Ti regalo un’altalena per quando il mondo oscilla e un lieto fine per le giornate da risolvere.
Ti regalo la solitudine dell’orizzonte, dove ritrovarti nelle ore chiassose e le onde placide del mare quando i pensieri si fanno contorti e confusi.
Ti regalo un passo deciso, per allontanarti da chi rimesta i tuoi pensieri e un passo lento che ti farà soffermare dilatandoti lo sguardo.
Ti regalo la strada da percorrere e il viaggio, da inventare.
Ti regalo una stanza nascosta del mio cuore che non saprai, perché questo amore non diventi catena.
Ti ho regalato il mio sorriso che porti in giro ormai da dieci anni, mio bel ragazzo e l’innocenza dentro gli occhi, che mi appartiene e che ti lascio.
Ti regalo desideri sotto il cuscino e una valigia spaziosa per ripiegarli e così andare.
Ti regalo le lucciole in un barattolo di vetro. Le porterai nel bosco. E ti regalo la gioia di vedere la luce danzare nella notte, quando le libererai.
Ti regalo un qui e un ora e nessuna fretta di sapere come andrà a finire.
Ti regalo la tenerezza delle donne, che tu ami da sempre di un amore grato.
Ti regalo questi piccoli pezzi di parole come un mantello da indossare, cucito con i miei silenzi.
Dieci è un numero speciale. Ha quell’uno da cui ripartire e lo zero che si fa importante, che segna il giro di boa della tua infanzia.

Buon compleanno mio bizzarro e dolce Domenico, da questo cuore di mamma, matto come l’amore.

Tizianeda

Six girls rising

“Domenica voglio stare a casa nel silenzio e rilassarmi”.
Lo Sposo Errante, offuscato dai suoi granitici propositi, non rammentava che, secondo la Legge di Murphy il cui rigore scientifico è inconfutabile, se desideri trascorrere la domenica pomeriggio in una situazione di nirvana e beatitudine, i 90 mq in cui vivi si riempiranno di ragazzine decenni gaudenti, con aumento del desiderio di essere teletrasportato su un’isola disabitata direttamente proporzionale al fastidio provato.
“La decenne ha invitato le sue amiche, le ho detto non più di due”.
Le due bambine graziose, che per oscuri effetti moltiplicatori sono diventate sei, hanno riempito, con il loro tripudio di grida, risate, gonnelline, capelli lunghi, morbidezze acerbe, zaini, e tante chiacchiere, il regno della famigliola.
Lo Sposo Errante colpito dalla sindrome della casalinga disperata “Ci distruggeranno tutto!”, si è rinchiuso in camera da letto, con l’unica entità con la quale empatizzare: il suo basso elettrico. Perché per un soggetto che in un’altra vita sarà stato un asceta felicemente nascosto nel punto più disabitato della terra, o un rude pioniere solitario ai tempi del vecchio west, che ha sperimentato la distanza dalla terra con un paracadute in spalla e che se potesse si farebbe un bel giro nello spazio su un razzo , magari fino alla Luna – “ma dici sul serio? Io avrei una paura bestiale!” “Ma scherzi? Sarebbe bellissimo” – insomma per un tipo come quello che Tizianeda ha sposato circa un decennio fa, la contemporanea presenza di sei ragazzine in così poca superficie vitale, ha la stessa forza destabilizzante dell’effetto serra per la Terra.
Tizianeda invece ha sacrificato i suoi propositi di ozio, per seguirle ed osservarle.
Le sei, con in dotazione una piccola telecamera, si sono improvvisate attrici, seguendo il copione scritto dalla decenne ormai quasi undicenne, che prevedeva: 1. Il funerale di James Bond, ucciso a causa del suo scarso acume e della sua natura tonta 2. Una serie di dialoghi surreali 3. L’uccisione da parte di una criminale di una mamma con figlio al seguito ( Tizianeda ha preferito non soffermarsi sui risvolti psicoanalitici di questa scelta) 3. Inseguimenti per le scale del palazzo con improvvise ed inaspettate comparsate dei vicini di casa (ed anche qui Tizianeda ha preferito non soffermarsi sui possibili pensieri dei vicini di casa) 4. Un’agente dei servizi segreti, Johanna Bond, rigorosamente donna.
Così le ragazzine, la domenica pomeriggio, con le loro risate, l’allegria, la voglia di giocare, di correre per le scale fregandosene degli sguardi stupiti, con dentro il desiderio di inventarsi e di creare, hanno celebrato loro stesse, hanno celebrato la vita con i suoi giochi teatrali cui appassionarsi, hanno celebrato la loro essenza femmina.
Dimenticavo. Tra di loro si aggirava beato un settenne, unico elemento maschile ammesso nel gineceo minorile, il quale ha tirato fuori il suo migliore repertorio di bambinodolcebisognosodicoccole, ricevendo baci, abbracci, carezze e ricambiando tanta amorevole attenzione, tanto tripudio femminile, con il suo sguardo stupito e grato.

p.s.: Eve Ensler, autrice de “I monologhi della vagina”, di cui Tizianeda ha parlato nel suo secondo post, da anni attivista contro la violenza sulle donne, ha lanciato la campagna One Billion Rising. Per questo un miliardo di donne e uomini di tutto il mondo, giorno 14 febbraio alle ore 18,00 balleranno insieme perché “un miliardo di donne violate è un’atrocità” dice Eve Ensler, “un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione. Ballare significa libertà del corpo, della mente e dell’anima”. Anche nella città di Tizianeda, Reggio Calabria, alle 18,00 davanti al teatro “Cilea”, si ballerà. Se vi trovate da quelle parti, venite a danzare.

Tizianeda