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Basta essere organizzati. E un post scriptum

“Ma come fai a fare tutte queste cose…i bambini, il lavoro, il blog, gli articoli sul giornale on-line, riesci anche ogni tanto a ritagliarti degli spazi tuoi…come fai?”
“Disciplina. Rigida disciplina. Perché altrimenti, è vero, non riuscirei…non perdo tempo, mi prefiggo obbiettivi, stabilisco gli orari, anche per smanettare sul cellulare, non mi perdo in inutili e improduttivi pensieri, faccio check-list. Perché vedi se uno vuole, il tempo per fare tante cose lo trova. Basta essere organizzati…”.
Quando Tizianeda ha proferito a sua sorella la zia Dada tali solenni parole, non era né sotto l’effetto di stimolazioni allucinogene, né in uno stato di torpore soporifero e neanche affetta da un’amnesia temporanea. Probabilmente per un misterioso processo della mente, un altro io nascosto, quello equilibrato, organizzato, composto, lucido, sempre presente a se stesso, votato al sacro altare dell’efficienza, e inspiegabilmente relegato nelle retrovie dell’oblio, stava parlando per lei.
Perché Tizianeda -che non crede di essere disciplinata, metodica, portata a una gestione schematica del tempo – cerca di tenere compatte la sua e le altre vite che le ruotano attorno, con fatica, a volte con affanno e a volte con un po’ di allegra incoscienza. Perde tempo a pensare, ragionare, leggere quello che le capita sotto gli occhi, chiacchierare, si fa sedurre dal suo aggeggio elettronico e dai vertiginosi molteplici mondi che lì dentro trova, dalle conversazioni on-line, dai social.
E in realtà non pensa affatto di riuscire a fare tante cose, come crede la sua amata sorella. Perché se potesse, farebbe molto di più per soddisfare la sua fantasia iperattiva, il suo bisogno a intermittenza di fuga o semplicemente la voglia di vedere con gli occhi e percepire con tutti i sensi quello che ha soltanto immaginato.

P.S: “In una manciata di secondi fu purezza in movimento, e ogni cosa gli divenne possibile. Era al tempo stesso dentro e fuori il proprio corpo, abbandonato all’aria e a quanto ciò significava: niente futuro, niente passato, e questo conferiva alla camminata una sfacciata disinvoltura”.
Attraverso lo sguardo del signore scrittore e autore di queste righe, Colum McCann, che ormai amo di un amore assoluto e grato, ho toccato la storia di Philippe Petit, un funambolo, che nel 1974, il 7agosto, ha passeggiato con grazia su un cavo teso fra le torri del World Trade Center. Quelle che non ci sono più.
Ecco, tra le tante cose che vorrei fare, c’è l’incursione nella vita del funambolo, così farmi adottare da lui per un po’, chiedergli di insegnarmi a camminare – lungo tutte le corde tese e sospese nel vuoto e nel tempo che scorre – con sfacciata disinvoltura.

Un saluto allegro, disinvolto e sfacciato.

Tizianeda