Posts Tagged ‘donne’

Filastrocca di pan d’ora

Un ferro da stiro mi puoi regalare,
mi stiro le lacrime per poi consolare.
Ti abbraccio nel letto con un nuovo pigiama,
mi avvolgo mi scaldo con la sciarpa di lana.
Ti porto con me, così riposiamo
e non ho più paura di dirti ti amo.
Un grembiule fiorito lo lego sui fianchi,
mi asciugo le mani, ti passo davanti.
Così poi balliamo tra letti e divani,
ti rido sul collo, non penso a domani.
E quando la notte si va approssimando
cucino cantando, tu assaggi guardando.
Una donna è di più di una scritta sul muro,
di un regalo non chiesto, di un oggetto dorato,
di un’idea assai irritante di un creativo sbagliato.
Non trattateci sempre come brave bambine,
da tenere ammansite, da vedere asservite.
Siamo pane che cresce sotto teli di lino,
siamo vento e tempesta che si placa al mattino
siamo mosto che bolle nel silenzio di un tino.
Siamo d’ora e di ieri siamo quel che vogliamo
siamo le trasformiste di questo circo assai strano.
Se davvero un regalo ci volete poi fare
cancellate le scritte che ci fanno arrabbiare.
Riscrivete parole che noi porteremo
come acqua da bere nel cammino assolato
come corsa festosa che ti accelera il fiato
come vento che soffia e che ci fa sollevare
come la libertà che conosce il suo andare.
Come un amuleto, come un portafortuna
come un bacio improvviso sotto il vischio o la luna.

Tizianeda

Le bambine corrono sui tetti

Corrono di notte sopra i tetti delle case. Fanno capriole, ridono spettinate e scalze. A volte si fermano, guardano il lato occulto della luna, ma giusto un po’, per non affondare in cupe malinconie. Sentono il loro respiro adulto. E’ della donna che sono diventate, che dorme sotto il tetto. A volte la chiamano quando si inceppano, perché si prenda cura di loro. A volte chiamandone una accorrono tutte le altre. Si mettono in ascolto, tendono le mani. Corrono le bambine di notte sopra i tetti, mentre le donne che sono diventate sognano dentro respiri stanchi. Corrono, sono come il vento, sono il silenzio della notte che cattura i rumori del buio. Corrono per farsi guardare dagli occhi nascosti della luna e dalle foglie che si rinnovano a ogni stagione e fremono non viste. Corrono per farsi guardare dalle code dei gatti, dalle civette tra gli alberi, dalle scope delle streghe, dalla musica in fuga dalle case, dalle luci accese delle stanze, dai voli degli insetti, dai gesti ripetuti, dalle briciole di pane, dal vino, da presente, dal futuro. Corrono lasciandosi alle spalle quello che sarà, le linee storte, le voci dissonanti, quel momento che, quell’attimo in cui. Corrono per ogni minuto irrigidito, così manipolarlo e comporne un’armonia. Le bambine corrono sui tetti, fanno le capriole, si fanno prendere dal vento, si lasciano posare fiduciose. Sbirciano le vite, con occhi affamati. Guardano dormire la donna che sono diventate, le bisbigliano parole dentro le orecchie, le soffiano sul collo, le prendono la mano, la baciano nel sonno. Le bambine che corrono sui tetti a volte si fermano, stanno in attesa della donna che sono diventate, quella che dorme qualche piano più giù. E quando quel richiamo tacito la sveglia, allora anche lei sale sui tetti. Si siede accanto alla bambina, contemplano in silenzio la notte, pensando che in fondo, da quell’altezza lì, il buio non fa poi così paura.

Questo post è dedicato a una bambina, al nuovo taglio di capelli che l’ha resa torva, alla donna speciale che diventerà anche grazie ai tagli sbagliati, all’arte di riderci sopra che imparerà.

Tizianeda

La stanza delle donne

“Nel tuo libro c’è un capitolo che si intitola “Donne che amano le donne e quindi se stesse”. Scriverai qualcosa sulle donne che odiano le donne?”
“No penso proprio di no. Magari scriverò sugli uomini, se riesco a capirci qualcosa”
Così ho risposto alla domanda fatta durante la presentazione del mio libro.
Poi ho spiegato perché non potrò mai scrivere nulla contro le donne. Non perché noi donne siamo meritevoli di eterna e imperitura beatificazione, di lodi incontenibili alla perfezione e alla bontà, per l’assenza di zone d’ombra dentro cui, al contrario, ci si può perdere come in un bosco maledetto. No. So bene che sappiamo essere spietate e nemiche le une verso le altre. Ma non ne scriverò, perché come ho spiegato all’attento uomo che mi ha formulato questa domanda, io delle donne ho conosciuto l’accoglienza e la consolazione. Dalle loro mani e carezze, dai loro abbracci, dalle loro confidenze e parole, dalla leggerezza che mi ha fatto ridere anche quando avevo voglia di piangere. Perché dalle donne sono stata generata, dal loro amore e dal loro esserci. Mi hanno partorita mia madre, mia figlia, mia sorella, le mie amiche, le mie nonne, le cugine, le donne del passato con il mio stesso sentire, di cui porto i linguaggi antichi e nascosti dentro di me. Non potrei scrivere un libro contro le donne, anche se so che non siamo dolcemente complicate, perché ogni complicanza è fastidiosa e respingente, ma so che in ogni parto addolorato della vita, le donne stanno. Anche gli uomini, per carità. Tanti insegnamenti anche da loro, tanti padri. Li osservo per il molto che c’è da imparare in questo essere così abili con le operazioni spicciole della vita, mentre noi ci perdiamo dentro labirinti di specchi. Ma le mani conosciute che hanno saputo reggere il peso delle assenze sono femmine. Le donne sanno tracciare attorno, quando arriva il momento, cerchi di protezione. E se so quanto spietate sappiamo essere, ché nella distruzione usiamo la stessa furia con cui generiamo, se riconosco che il cuore è il nostro ventre dentro il quale si nascondono universi e abissi, anche se so bene tutto questo, delle donne non posso che dirne la forza che si rinnova a ogni inciampo e l’amore che chiede parole esatte che non confondono e la tenerezza dei demoni, innocenti nel loro desiderio di essere riconosciuti e la bellezza prepotente degli strappi di silenzio e dimenticanza.
Non scriverò mai delle donne che odiano le donne.
Sarà meglio allora parlare degli uomini, quando mi arrenderò del tutto alla loro semplicità indispensabile.
Intanto osservo il primo uomo generato, i suoi passi, il suo modificarsi, la sua ricerca di tenerezza e abbracci. Il primo uomo di soli undici anni al quale insegnare ad amare le donne, per quella parte di sé femminile che anche lui si porta dentro, da riconoscere e rispettare.
Io intanto lascio che le donne mi prendano per mano e sarò anche io a farlo, per non dimenticare il nostro linguaggio segreto, di sguardi, di parole, risate, silenzi, accorrere, rimproverare, aspettare. Un linguaggio che riveliamo quando sappiamo di non essere ascoltate, dentro stanze tutte per noi.

Tizianeda

Pensieri fioriti di marzo e un invito

Il ragazzino, vuole imparare a cucinare. Sa che l’aglio ha un’anima da estrarre, prima che l’olio bollente lo catturi per liberare i suoi profumi. Ha scoperto il prodigio alchemico della farina e dell’acqua. E’ orgoglioso della pasta e lenticchie che ha preparato. Un gesto custodito nelle dispense delle nonne e nella memoria, che viene tramandato come una mappa genetica. Il ragazzino, che un giorno, ha chiesto alla nonna santa Gina l’esatta procedura per la preparazione del sugo e Tizianeda sa che un po’ della loro umanità è dentro quelle ricette e nei gesti di mani, che sanno dire l’amore più delle parole. E Tizianeda lo guarda cucinare e non riesce a non pensare a quanto belli gli uomini siano in questo mantra del gesto, dell’accudimento e del piacere.

Una donna stanca in una sala d’aspetto che Tizianeda conosce, che è madre e moglie e lavora anche e tanto. Che è un corpo a cui tutti chiedono il sacrificio di scomporsi in mille piccoli pezzi, perché tutto sia perfetto, perché gli assetti vengano mantenuti, perché è giusto, dicono. E parlano, parlano lei e la donna. E Tizianeda le dice che no, che la glorificazione del sacrificio è un imbroglio. E vorrebbe parlare al suo cuore donna. E si abbracciano, si abbracciano tanto e Tizianeda vorrebbe portarsela nei suoi 90 mq e accudirla per un po’ e far cucinare per lei un buon piatto consolatorio dall’undicenne, come la “carbonara” che a loro piace tanto.

Un viaggio verso una città del nord, che dicono bellissima. Non da sola ma con la quindicenne, che se le dici partiamo, dopo cinque minuti ha la valigia pronta. Che Tizianeda quando si allontana, combatte con la stanziale provinciale che è in lei e si concentra per non distrarsi, per non dimenticare sciarpe e ombrelli sui sedili, per non far cadere oggetti che regge tra le mani, in un tripudio di ansia da prestazione e sindrome da Dea Kalì. Ma tanto è inutile, quella è la natura e le braccia sono due. E sua figlia sorride e le dice “sei un disastro”, con buona pace della donna imperfetta che è.

La donna imperfetta che sono. Le donne imperfette che sono in me, dentro questo mese di marzo, che è un mese di passaggio, di transizione, di fioriture di mandorli e mimose. E poi dentro c’è l’8 marzo, che a pensarci è un numero bellissimo. Una parola palindroma e duttile come le donne. Che se lo guardi riconosci morbidezze tue, se lo sdrai ti conduce nel gorgo inafferrabile dell’infinito, se lasci andare la cicatrice dell’apostrofo, diventa verbo, azione, corpo che attraversa l’aria con forza. E anche io l’otto marzo lotto. E così in tutti quei giorni in cui il riposo non sarà possibile. Per me, per tutte le donne dentro di me, per tutte le donne fuori e per gli uomini che amando le donne, inconsapevolmente, imparano ad amare se stessi.

P.s.: Oggi 3 marzo, presenterò il libro a Bergamo, nella saletta della Biblioteca “Gavezzani”. Se vi trovate da queste parti, o se siete lontani lontani ma sapete usare il teletrasporto per giungere rapidamente qui, sarò felice della vostra presenza.

bergamo

Tizianeda

Indisposte

“Che vuol dire “indisposte”, avete detto questa parola, vi ho sentite, che vuol dire, sorelle maggiori?”
“Zitto, non gridare, fratello minore, è una parola terribile, non la devi nominare mai mai mai. E’ una parolaccia peggiore di pu, stro, mer, ca, va. Capito? Mai, mai, mai!”.
Questo dicevano le ragazzine Tizianeda e Dada al fratello, più piccolo della prima di due anni e della seconda di tre, quando erano tutti in un’età tra i nove e i tredici anni.
Parlavano di mestruazioni, che allora venivano denominate con quel termine impronunciabile che evocava disastri cosmici per la salute e l’equilibrio delle donne, rinunce apocalittiche, dinieghi pieni di presagi oscuri. Si usava come un codice segreto tra femmine, inaccessibile ai maschi dotati di buon udito, quando pronunciato. Tipo il fratello di Tizianeda e Dada che alla prima occasione di bisticcio, in cui lui si sentì come Cenerentola vessato dalle racchissime sorellastre, lo urlò alle due per le strade e tra le genti, come l’insulto più terribile dell’universo, più terribile di pu, sto, mer, ca, va. “Indisposteeeee, indisposteeee, indisposteeee”.

Trent’anni dopo (circa)

“Quattordicenne ma quando parlate di mestruazioni tra voi ragazzi che termine usate?”
“Che domanda è mamma? Usiamo mestruazioni oppure diciamo che abbiamo il ciclo…”
“Che bel termine “ciclo”, richiama l’universo. E se dico indisposta?”
“Indica che qualcuno sta male”
“Grazie tesoro, in effetti è così”.

Tizianeda

Le costellazioni di Valeria

Ci incontriamo nel gazebo di una gelateria. Da lì il mare è una possibilità vicina. Nella città sbilenca quell’ammasso acquoso è presenza viva e odorosa. Da lì il mondo ti regala l’illusione di essere clemente e lo respiri in profondità e senza fretta. Questo è il bello del sud. Si offre in angoli fermi, come ferma è la sua luce abbagliante di settembre. Quando arrivo, lei è davanti al gazebo che mi aspetta. Ci abbracciamo con la confidenza di chi si conosce da tanto. Anche se noi ci siamo viste solo due volte. Valeria ha trentadue anni, è una giovane donna. Indossa una collana con le pietre colorate, come il vestito. La sua voce è calma e calmo è il suo sorriso. Più di ogni altra cosa, di lei ti attirano gli occhi. Sono grandi e luccicano, come costellazioni fitte di stelle. E’ una scrittrice di quelle vere, due libri, “Stelle binarie” e “ La convergenza artica”, che le hanno donato due premi importanti.
Ci sediamo attorno al tavolino. Da quell’angolo privilegiato, le montagne alla fine del mare sono una presenza prepotente. Sono lì con noi. Valeria mi regala una piccola agenda dentro cui poter fermare i pensieri che fuggono, come fanno i sogni. Parliamo, parliamo tanto e ci raccontiamo. Siamo due generazioni diverse penso. La guardo e faccio un balzo nei miei trentadue anni. Ha un fondo di innocenza intatta lo sguardo di Valeria, che non rinuncia alla curiosità per i movimenti incessanti della vita. Parliamo di donne, desideri e sogni, di maternità e progetti, di dogmi e religioni, di libertà e della nostra passione comune: la scrittura che è la ruota che fa girare le storie. La guardo, non senza tenerezza. I quattordici anni che ci separano mi concedono questo lusso. Mi rivedo alla sua età. Vedo in lei parti di me che la vita ha elaborato o che si è presa e parti di me che resistono nonostante l’incedere dei passi. E’ bella Valeria nel suo stupore generoso di cui è piena la sua scrittura. Ha la freschezza di chi crede nelle possibilità e la forza di chi sa la fatica della conquista e possiede la percezione viva dei moti dell’anima.
All’improvviso il nostro tempo finisce. Troppo presto. Succede quando si chiacchiera con felicità. Lasciamo il gazebo e il parlare intorno agli altri tavoli. Facciamo un tratto di strada insieme, poi ci salutiamo ancora in un abbraccio, che profuma di complicità.
Torno alla giornata da mettere in ordine. Penso ai miei trentadue anni e a tutti i cambiamenti avvenuti, fuori e dentro di me. Poi il presente mi distrae.

Tizianeda

La prima donna

Sono stata dentro la vetrina di una libreria che si chiama “Ave”, ma se l’insegna la guardi al rovescio, leggi “Eva”, il nome della prima donna, quella della mela, quella che ha disubbidito, la ribelle, la prima strega, quella che noi tutte portiamo impresso il linguaggio lontano del suo DNA, noi con il peso delle nostre azioni sulle spalle e a volte delle scelte non nostre. Il primo essere vivente che da subito si è visto immerso nelle faccende complicate della vita con la sua nudità di donna, i sensi di colpa e la paura di sbagliare.
Dentro la vetrina di questa libreria indipendente che è piccola e vitale, insomma proprio lì dentro dove solitamente si poggiano i libri per mostrarli, c’ero io per parlare del mio oggetto cartaceo. Si chiama “La medaglia del rovescio”, proprio come questo blog. E lì dentro non ero sola. Mi sono accomodata tranquilla con altre due donne. E mi sono affida a loro. Alla Donna con i capelli arancioni e alla Donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra. Che poi sono anche due amiche, con cui condivido da un po’ pezzi di strada. E lì seduta dentro la vetrina è stato bello, ché si è finito di parlare di tutte noi e della voglia di narrare il presente con passo leggero e solido.
E dopo questa festa di racconti femmina in libreria, con le due donne della vetrina siamo andate a ridere e chiacchierare nella casa di un’altra femmina dove c’erano ancora altre donne, amiche e conoscenti. Tutte legate, forse, dal bisogno atavico di sentire un’energia comune e somigliante. E anche lì, nella casa che ci ha accolto con gentilezza, è stato bello. È stato allegro e semplice.
In realtà, quella sera, c’era anche un uomo, uno solo, arrivato per caso e da lontano come una pietanza inaspettata e sconosciuta, portata da un’amica. Una presenza che a guardarla, ti aspettavi potesse sparire, per materializzarsi nel posto più sperduto e solo della terra e così godere di attimi di silenzio, o potesse levitare e galleggiare sulle nostre teste, o diventare trasparente per ascoltare non visto i nostri umori femminini, o cantare un inno sacro in un linguaggio sconosciuto e malinconico, alla memoria di Eva, la prima donna. E sentire che quel canto era per noi, che siamo tutte Eva, tutte approdate per la prima volta in un giardino sconosciuto pieno di cose cui dare un nome e così riconoscerle. Tutte a provare ad amare le nostre nudità e a non averne paura.

P.s.: Sabato 25 giugno alle 20:30, ancora una volta sarò con Eleonora in un bel teatro, per il nostro spettacolo “Ho attraversato ridendo le terra capovolta”. Se vi va, siam lì sorridenti ad aspettarvi.
locandina villa

Tizianeda

#Lasciateliacasa

Era terrorizzata che lui potesse avere un crollo nervoso. Ogni tanto guardava l’afflitto per infondergli speranza nel futuro e la certezza che sì ce la poteva fare e che quel momento sarebbe passato. Ma non passava. Il braccio da dietro la tenda sbucava e appoggiava sull’appendiabiti umano altri vestiti, pantaloni, camicette, golf, giacche, accessori colorati. Mano a mano che la montagna di stoffe aumentava, lo sventurato sembrava invecchiare di qualche anno, piegarsi sotto il peso delle stoffe, perdere fiducia nell’umanità, di genere femminile perlopiù. Sommessamente infilava la testa dentro il camerino dove la compagna stava misurando tutto il negozio. “A che punto sei, andiamo?”. Lei rispondeva “Allora come mi sta?” e lui sempre :”Bene ti sta bene”, guardando non lei ma l’abisso davanti a lui. Poi la donna si è rivestita e sono andati via.

Tizianeda è certa che quando la donna del camerino indosserà i vestiti acquistati su consiglio del compagno, le amiche sincere o la madre spietata, come spietate sono solo  le madri, le chiederanno come ha potuto acquistare quel pantalone che le fa fuoriuscire tutti rotoli della pancia, la gonna che evidenzia il culone o la camicetta di quel colore che la fa tanto assomigliare alla prozia Concettina, che ha i baffi e il doppio mento. Così quei vestiti non verranno mai più indossati finendo dimenticati dopo tanto patire dell’uomo, nel fondo buio di un armadio. Quanto allo sventurato, che il cielo lo assista.

#Lasciateliacasa. Campagna a favore degli uomini costretti ad andar per negozi con le loro donne.

Tizianeda

Ad Anna Magnani somiglia il mio amore

Alcune sue amiche le hanno detto che sarebbero passate, di non preoccuparsi, ma intanto di farsi qualche controllo medico.

Altre le hanno suggerito di bere almeno due litri d’acqua al giorno o qualche buon bicchiere di vino.

Il decenne ha profetizzato che dinanzi ai geni bisogna usare la rassegnazione.

Suo fratello di non darsi pena, che tanto era racchia prima e lo era anche adesso.

La mamma vecchiette le ha ricordato che fa troppe cose.

L’erborista le ha suggerito di ingrassare un po’.

Tizianeda dal par suo ha adottato una tecnica di guerriglia per debellare il gonfiore attorno agli occhi.

Ha iniziato a mangiare iper drenanti mirtilli. Li ha comprati essiccati, in sciroppo, contenuti nello yogurt. Il gonfiore non è passato, i denti sono sempre  color mirtillo, deve usare spazzolini con le setole di  carta vetrata  e ha bruciore allo stomaco.

Ha iniziato a bere più di due litri di acqua al giorno come le hanno suggerito le amiche. Il gonfiore non è passato ma ha accertato l’ottima funzionalità dei suoi reni.

Ha indossato una mascherina congelata  nell’azoto liquido. Il gonfiore non è passato e ora ha anche la sinusite.

Ha provato a mangiare senza sale. Il gonfiore non è passato ma in compenso le è scesa a livelli cimiteriali la pressione arteriosa.

Ha fatto impacchi di acqua distillata di fiordaliso. Il gonfiore non le è passato. Sulla scatola del liquido profumato  ha letto tuttavia che il fiordaliso è il fiore della felicità, che è l’erba degli incantesimi e attira l’amore della persona desiderata. E stare immobile e imbalsamata per 15 minuti forse ne è valsa la pena.

Poi una sera è uscita con le amiche, ha riso tanto, ha chiacchierato un bel po’, si sono dette le cose che solo le femmine sanno e ha pensato che certo, il giorno dopo si sarebbe svegliata con le borse sotto gli occhi di Anna Magnani. Ma il giorno dopo, il gonfiore le era passato.

Prologo ottimista

“Guardami Sposo Errante, cosa vedi?” “Tizianeda, non lo so, dove devo guardare … sono stanco a quest’ora…” “Guarda il volto, guarda! Cosa vedi?” “Vedo il mio amore” “Ma come non vedi il gonfiore?” “No, vedo che sei bellissima”.

Tizianeda non sa se lo sposo ha proferito cotante parole per spirito di sopravvivenza, per timore di rappresaglie o di reiterati lamenti da coro greco. Però lei, per non rovinare la bellezza del momento o l’effetto magico dell’acqua distillata di fiordaliso, non ha detto nulla, ha sorriso contenta e lo ha lasciato in pace.

 

Tizianeda

Il rossetto rosso fuoco

“Allora, cosa ne dici?”
“Mmmh … ti preferisco senza”
“Perché decenne?”
“Perché ti preferisco “mamma” e con questo rossetto rosso non lo sei”
“Ma la mamma è sempre mamma anche sotto questo rossetto rosso fuoco. E a me, amore mio, piace truccarmi, perché una mamma è anche donna”
“Sì però ora abbracciamoci”
“Vieni qui, così ti do anche un bel bacio e ti lascio il segno rosso”
“No! Quello non lo voglio”
“Faresti un figurone, però…”
Il bacio non lo hai voluto, per non macchiare le guance. Ti sei riposato un po’ tra le morbidezze madri, le mie. E anche io mi sono riposata attraverso questo esercizio di dimenticanza del tempo. Poi sei andato via, appagato per quella dose di tenerezza. Lo so che non sei abituato a vedermi con il rossetto rosso sulle labbra, che ho deciso all’improvviso di infilare tra i miei racconti intimi di femmina. Mi piace e regala allegria all’anima e al volto, che a volte si fanno ricoprire da improvvise malinconie. Imparerai, amore mio, attraverso me, che le donne con il rossetto rosso, non smettono di essere tutto il resto. Soprattutto se con quel colore luminoso sul volto che le racconta come piace a loro, si sentono più felici e belle.Giusto quel tanto in più che serve ai loro pensieri.

Tizianeda