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E’ successo in questi giorni

Il giorno della vigilia.

Tizianeda si è svegliata presto presto, quando ancora tutto attorno a lei dormiva e la casa muta galleggiava dentro l’ultimo buio. Si è svegliata all’improvviso, perché sono emersi dai meandri del sonno pensieri natalizi, da lasciare dentro la sua terra capovolta. Ha preso il suo mini computer da sopravvivenza e lo ha acceso. Mentre scriveva la famigliola ha cominciato a ripopolare le stanze, nel frattempo abbandonate dalla notte. Prima il settenne, poi lo Sposo Errante, in fine la decenne. Tutti scalzi e con la stessa faccia sgualcita da sbaciucchio.
Dopo la colazione, siccome il giorno della vigilia ci sono tante cose da fare, tipo completare la spesa, pensare alla tavola da imbandire in attesa dei dieci adulti e dei sei bambini che avrebbero occupato dopo qualche ora i 90 mq della casa, Tizianeda, che è avvocatessa, è andata in Tribunale per fare un favore ad una collega di un’altra città. Che mica poteva farla venire il giorno della vigilia: “ma scherzi ci penso io! Dieci minuti e sono fuori dalle cancellerie”. Ed invece nella stanza della cancelliera Tizaneda è stata più di un’ora, perché la poveretta che quel giorno si sentiva male, che svolge il lavoro per le dieci persone che in quel Tribunale non ci sono, che tra qualche mese andrà in pensione, la vigilia di Natale ha sentito irrefrenabile il dovere di andare al lavoro. “Come faccio se non vengo metto l’ufficio nei guai”. Per questo Tizianeda si è fermata e ha ascoltato questa signora dal corpo generoso e dagli occhi buoni e stanchi. Per questo si è seduta e l’ha ascoltata con pazienza, pensando che l’Italia galleggia perché c’è la cancelliera che non ce la fa più, ma non è riuscita a stare a casa mandando tutti al diavolo.
Poi Tizianeda è ritornata nei suoi 90 mq, ha accertato il persistente stato di devastazione della stanza dei due minori, ha rivolto ai due frasi poco Natalizie, ha lanciato strali e minacce ed è di nuovo uscita.
E’ entrata ed uscita da varie botteghe per comprare viveri, per poi approdare in un negozio piena di latticini gastroterroristici. Lì c’era una sua collega sopravvissuta al quarto parto, con la pelle luminosa da allattamento compulsivo della figlia nr. 4.
“Vi dispiace se passo prima che devo correre ad allattare?”.
Una donna giovane ben vestita ben pettinata ben impellicciata e molto molto bionda, l’ha guardata rilasciando la sua disapprovazione estetica alla pancia della quartipera non ancora rientrata nei ranghi della normalità. Una signora anziana molto cotonata e tristemente truccata, ha avuto un sussulto stizzito che le è partito dall’angolo destro della bocca rossa per espandersi in tutto il corpo. Un signore dal volto dimesso ha cercato di rimpicciolire fino a scomparire. Dal fondo una voce “ci mancherebbe passa pure”. Gli astanti si sono girati all’unisono verso la voce, accomunati dallo stesso sguardo livoroso, che Tizianeda ha accolto con un sorriso serafico. La donna che doveva allattare nel frattempo si è fatta servire ed è andata via.
Tizianeda è poi ritornata a casa dove per pranzo l’aspettava una quantità imbarazzante di crispelle fatte dalla mamma vecchietta. Lei ha mangiato quella morbida pasta di pane fritta, ripiena di alici e pomodori secchi insieme a bicchieri di vino generosamente versato dallo Sposo Errante. Tizianeda così ha proseguito il pomeriggio molto allegramente, sentendosi un tutt’uno armonico con l’universo e leggera come una silfide.
“Ci vediamo l’ultimo film di Harry Potter?”
“C’è “Mai dire Mai”, mamma, che è cattivo!”
“Chi?”
“Mai dire mai, Voldemort!”
“Settenne, si chiama Colui che non si deve nominare, non Mai dire mai!”.
Tizianeda che doveva cucinare per il cenone di Natale, che si era ripromessa mentendo a se stessa, di vedere solo la prima mezz’ora del film, ha iniziato a cucinare due ore dopo, alle cinque del pomeriggio. Ha apparecchiato alle sette di sera, ma per l’ora di cena tutto era miracolosamente pronto. La casa si è riempita dei nonni, dei fratelli di Tizianeda e i loro sposi e spose, di sei bambini e di un casino infernale. E dopo tanto cibo, vino, risate, imposti canti natalizi pedriatici, un tripudio di grida misto ad eccitazione compulsiva, un tipo strano vestito di rosso e la barba bianca, quest’anno alto e magro, dopo regali scartati, carta colorata e nastri sparsi per un pavimento ormai invisibile, anche questa vigilia di natale è stata archiviata nell’armadio dei ricordi allegri della famigliola.

Il giorno di Natale.

Il giorno di Natale, il copione è sempre lo stesso, ma cambiano i protagonisti e la location. C’erano la nonna santa Gina, le sorelle dello sposo errante M ed A, i nipoti belli, hanno mangiato, bevuto, riso tanto, chiacchierato, ricordato e giocato a carte. Tizianeda ha provato un gusto rilassato nel puntare capitali che andavano dai due ai venti centesimi.
Per il resto la giornata è stato un tripudio di ozio e pensieri che oscillavano tra il proposito di iniziare una dieta ferrea e punitiva o mangiare uno dei torroncini al cioccolato che giaceva insieme ad altri in una ciotola della casa. Poi Tizianeda tra la strada ardua e tortuosa piena di spine e serpi che l’avrebbe condotta al paradiso dei magri, e quella piana ed asfaltata che porta verso le anime dannate dai chili di troppo da smaltire, ha scelto. Si è alzata dal suo letto dove giaceva spalmata da tempo immemore, si è avvicinata alla ciotola appoggiata sul tavolo, ha tolto l’involucro dorato dal torroncino, e se lo è mangiato, che tanto la strada della santità non fa per lei.

Tizianeda

Allegra e sbrindellata

E’ ritornato nei 90 mq della famigliola dentro il suo contenitore marroncino, lungo e immobile come il sarcofago di una mummia. Lo stesso da ormai dodici anni. Dodici anni in cui mani allegre tolgono i sigilli con stupore innocente, ancora di più oggi che le mani sono diventate otto, ancor di più oggi che l’operazione assemblaggiopezzialberodinatale è diventata un tripudi di caos, risate, grida e brontolii.
I quattro della famigliola, sabato si sono svegliati con in testa l’Albero di Natale che giaceva in tanti pezzi nel soggiorno. Si sono svegliati pronti per l’attività di alta ingegneria che li aspettava, anche se poi non tutti hanno svolto le stesse attività…

1.
L’operaio.
Dei quattro è il più concentrato, il più serio il più metodico. Prende, monta, apre i rami chiusi da un anno, sta attento a non danneggiare mobili pareti e suppellettili, anche se è inutile perché tanto ci sono gli altri tre. Borbotta, monta le luci in modo che l’effetto tripudio luccicante sia il migliore possibile, anche se l’Albero forse è un buco nero che assorbe la luce, scatenando l’ira dell’operaio che ogni anno acquista nuove lucine, inutilmente. Da’ direttive, richiama all’ordine gli indisciplinati, poi si arrende al caos familiare ed all’eccitazione collettiva. Lui è l’uomo adulto di casa.
2.
La rivelazione.
Il montaggio dell’Albero è sempre stata una faccenda che non lo riguardava. Prima si nascondeva tutto il tempo dentro il contenitore svuotato, sordo ai richiami degli altri. Quando l’oggetto natalizio era completo di palle e decori , occupava il suo tempo a spostare gli addobbi , danneggiare, nascondere tra i rami pezzi di casa, scuotere, giocare con le lucine, provare a spegnerle soffiando, rompere qualcosa. Quest’anno invece senza preavviso, e con grande stupore della micro comunità familiare, ha abbandonato il ruolo di devastatore indifferente, per assumere quello di assemblatore zelante di pezzi di albero con il suo papà. Lui è il settenne.
3.
L’elemento glamour.
In mezzo a noi mal vestiti, si aggirava una ragazzina sistemata per l’occasione che spiccava come un fiore in mezzo alla steppa, tra tute consunte, vestaglie azzurre con orsetti, e maglioni over size. Con i suoi pantaloni fucsia e la maglietta brillantinata color tortora, si è aggirata lieve tutto il tempo aspettando che gli uomini di fatica finissero il loro umile lavoro, e dopo aver spostato il ciuffo dei capelli prima a destra e poi a sinistra almeno mille volte, si è dedicata alla successiva attività estetica di collocazione degli addobbi.
4.
La fotografa.
Ha indossato un enorme maglione di pile dello sposo, grossi calzettoni di lana rossi che fanno molto Natale, e si è aggirata in mezzo al caos familiare. Ha fotografato lo Sposo errante mentre assemblava borbottando contro le luci, il settenne sotto il peso dei rami sintetici che trasportava, la decenne seduta che guardava toccandosi con gesti lievi e femminili i capelli, i suoi piedi rossi, i sorrisi di tutti, il movimento, le palline di natale sparse sul tavolo, l’Albero in tutta la sua magnificenza con le lucine che non illuminano mai abbastanza, gli addobbi di forme e colori diversi messi a caso dai minori, tutto molto lontano dalla perfezione armonica che vedi nelle riviste.
“L’Albero di Natale più brutto del mondo” dice ridendo lo Sposo Errante.
“No, allegro e sbrindellato…come noi” gli risponde la fotografa Tizianeda, guardando quel monolite verde, pensando che la felicità è proprio così, sbrindellata e allegra.

Tizianeda

Una donna

Ha i capelli lunghi e biondi, cadono uguali sulle guance e le spalle. Li sposta distrattamente con un gesto veloce della mano, lato destro, lato sinistro e così via, eco di un vezzo antico da ragazza. Ha il sorriso aperto e gli occhi di chi ha il peso di tante vite da gestire, perché tutto fili in qualche modo. Sono occhi che guardano dall’alba. Vorrebbe essere a casa, nel silenzio della notte, i bambini a letto, il respiro lento e caldo, il tavolo in cucina già pronto di tazze per il latte, zucchero e biscotti, mentre la moka sul fornello ti rimanda al profumo del caffè che domani ti consolerà da un risveglio inopportuno.
Ed invece è lì, seduta ad un tavolo con me accanto e tanta gente intorno. Non ci vediamo spesso. Sempre alla festa di compleanno di qualcuno. Anche io sono stanca. Penso al mio letto e alle lenzuola fresche, al momento in cui il corpo si rilassa ed i pensieri lentamente sfumano.
Parliamo e mi racconta quello che già so, perché è una storia che mi ripete quando ci vediamo. Ed io l’ascolto ogni volta come fosse la prima.
“Non mi aiuta in niente. Ho tutto sulle mie spalle, lavoro, figli, scuola, cucina, casa, spesa…. Se gli chiedo il favore di fare una cosa mi dice sempre che è stanco……”
“ E tu non gli parlare più se non ti rispetta, non gli preparare i pasti caldi, non fare l’amore, non gli comprare i suoi cibi preferiti, non lavargli le camicie e se proprio lo devi fare lavale a 100 gradi ed infila un capo rosso fuoco possibilmente suo in lavatrice, così rovini pure quello, tagliati i capelli fatteli folli o sbarazzini, guardati allo specchio e ripeti mille volte che sei magnifica ed importante, accendi ogni tanto la musica a tutto volume ed invece di passare l’aspirapolvere balla e canta a squarciagola. Prendi i tuoi figli ed uscite, camminate piano e ridete insieme….”
Avrei voluto dirle tutto questo, ma no, non l’ho fatto. Per mancanza di coraggio, per il pudore che ti impedisce di invadere con le tue parole le storie altrui. Perché a volte la vita raccontata ha un peso diverso per chi la racconta rispetto a chi invece la riceve. Per il suo sorriso buono, perché lei sa come la penso, perché non ho mai dispensato suo marito dalle mie dispettose battute piene di rivendicazioni femministe.
“Io non credo che se collabora in casa faccia un favore a te, perché in famiglia tutti aiutano tutti , ci si viene incontro, è un rapporto di solidarietà, ognuno dà il proprio contributo”.
Questo soltanto le ho detto.
Così la sera ha proseguito lenta con la nostra voglia di andare via da lì, fino agli auguri al festeggiato ed ai saluti di commiato e poi finalmente casa a farci consolare dal sonno dentro lenzuola fresche e spiegazzate.

Tizianeda

Era mia zia

Ci sono persone che profumano di bontà, come il pane che trattiene il ricordo del forno caldo.
Ci sono persone che attraversano la loro terra capovolta lievi e sorridenti, come i personaggi strambi di un cartone animato, di quelli che cadono milioni di volte senza mai farsi male, facendoti sganasciare dalle risate.
Ci sono persone con gli angoli della bocca verso il cielo, e gli occhi presidiati da rughe avvolgenti e danzanti.
Ci sono persone con la tavola sempre apparecchiata e piena, perché non si sa mai chi può arrivare all’improvviso.
Ci sono persone con mani pietose pronte a raccogliere e consolare, che hanno il coraggio dei bambini, che fiduciose circondano con il loro gratuito improvviso amore ogni essere vivente che gli capita a tiro, perché per i giusti è così che funzionano le cose.
Ci sono persone che non le puoi frenare o cambiare perché tanto è inutile, e comunque sai che se il mondo sta su, è solo grazie a loro.
Ci sono persone che quando non ci sono più, il pianeta perde un po’ della sua lievità.
Ci sono persone che quando le pensi ti viene da sorridere.
Persone che le devi raccontare, per incastrarle nella memoria.
E c’era una donna che era tutte queste persone messe insieme e molto altro. Perchè la sua casa era un tripudio di accoglienza. Un transito allegro di umanità e vita.La sua casa era anche il rifugio di animali orbi e sciancati che raccoglieva ovunque sentisse il loro richiamo. E se vedeva uomini o donne derelitti rovistare in cerca di cibo, lei, che mai distoglieva lo sguardo, che aveva sempre posti a tavola da riempire, li portava fiduciosa con sé. Lo sapevano e lo accettavano pazienti il marito, le figlie, tre bellissime, e i nipoti.
Questa donna, che ormai da parecchio si è trasformata per noi che l’amavamo in un pensiero bello, si chiamava Teresa, era mia zia. La zia Sisa.

Tizianeda

Cugine

Tra i ricordi gioiosi dell’infanzia ci sono le feste, fatte nella rilassata confusione della famiglia allargata, tra nonni, zii, zie, cugini e….. cugine.
Crescendo, tra le piccole donne di famiglia si sono create relazioni più o meno intense, o incolmabili distanze, perché anche i parenti alla fine si scelgono, come gli amici.
Questa la “ lista delle cugine ”, con dentro quel po’ che ci rende uniche, quello che fa la differenza tra la vicinanza e la lontananza:
1) C’è quella tosta, che potrebbe guidare sola con la macchina fino a vattelaapesca, senza paura di non trovare più la strada del ritorno.
2) C’è quella dolce, quella che quando ama, ama e basta, quella che non si lagna, quella che conserva l’innocenza… nonostante tutto.
3) C’è quella che non c’è mai stata affinità elettiva, neanche da piccolissime, due pezzi di un puzzle non combacianti.
4) C’è quella caruccia, simpatica, claunesca, dai pensieri profondi e dalla lingua biforcuta, quella che da piccola si picchiava con i maschi per non essere remissiva (prendendole…perché il fisico purtroppo…), sentendo che le ingiustizie e la prepotenza erano un’onta da far pagare con il sangue, se necessario.
5) C’è quella fighissima, quella con il tacco 12 nella testa, prima che nei piedi. Quella che anche quando si smoccia riesce ad essere sexy, quella che se stringe la mano ad un uomo e dice solo “buongiorno”, lui si sente come se fosse stato invitato ad una notte di sesso selvaggio, quella che sa ancheggiare senza essere volgare, che ha le tette grosse e le gambe lunghe.
6) C’è quella che è sempre stata la prima della classe, quella intelligente, quella brava in matematica, quella che ancora oggi quando per lavoro studia, rifiorisce come se avesse fatto una seduta da un chirurgo estetico.
7) C’è quella in giro per il mondo, che vive in una bella città Europea, che comanda in un mondo maschilista, ma quando ritorna per fugaci incursioni alla sua Itaca, sa riprendersi la freschezza di figlia.
Una di queste, sono io. Una di queste di queste, porca miseria…avrei voluto essere…almeno un po’.

Tizianeda