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Il senso della cura

Ora che la scuola è finita, ci siamo riappropriati delle stanze divenute per settimane aule monocellulari. È  entrata nelle case degli studenti e le case sono entrate nella scuola, a volte spiandola dietro le porte chiuse. Con le raccomandazioni dei figli, di non entrare, di parlare a voce bassa, di stare attenti ecc ecc. A tratti disattese, per dimenticanza. Con gli schermi improvvisamente oscurati e gli audio mutati. Per evitare l’imbarazzo adolescenziale.

Adesso ci sono gli esami di maturità per l’altra figlia. Ché me lo devo ripetere più volte che la ragazza ha diciotto anni. Diciotto e non mi capacito quando. Lei, concentrata su elaborati e materie da collegare tra di loro, come i punti della settimana enigmistica alla ricerca di una forma sensata. E ne parlavamo ieri con le amiche conosciute il primo giorno di scuola di Agnese, di dodici anni fa, tutte ad accompagnare i figli nella stessa aula della scuola elementare. Le amiche che mi riportano al concreto delle ore e alle matasse da sbrogliare, perché i nostri figli non diventino astronauti abbandonati nello spazio, a muoversi a casaccio e senza direzione. Le mie tre tutte belle, che mi fanno sentire qui e ora. E nelle mie stranezze di modi, accolta. E abbiamo tutte un po’ paura per questo futuro slabbrato, e siamo vigili anche se scostate, per non intasare le scelte loro  nel dopo che verrà. E divento carne e ossa e muscoli per sollevare i pesi del tempo, per non farmi spaventare da questa vita che muta ogni momento. Che mutano i luoghi, le persone, le stanze abitate e quelle disabitate, mutano i rapporti e i figli crescendo. E li guardi e pensi: “se ne vanno” e fai della casa il luogo dell’attesa e del ritorno. E sai che in tutti questi anni hai lavorato perché arrivasse questo qui e ora, perché fossero pronti ad allontanarsi, ché le radici servono solo per sapere dove ritornare, non  per restare inchiodati a un dovere di ruoli imposti. E così saremo pronti a raccontare il tempo che verrà, e a saperlo abitare nel suo mutare forma e a capire che la vita è questa cosa qui che non puoi trattenere, un po’ come i figli che ti insegnano il senso della cura e della parola “amore” e della parola “altrove”.

Tizianeda

La mamma circo

Da sempre lo faccio, ogni volta che accorcia i capelli e torna a casa senza ciuffi sugli occhi. Lo faccio ancora, che ha tredici anni, perché gli è toccata in sorte la mamma circo. Lasciamelo fare gli dico. Lasciamelo fare, anche quando avrò cent’anni sarò sdentata e cieca, come la nonna di Heidi. E lo accolgo scalza sulla soglia, quando torna dal barbiere e lui ride e mi dice basta. E faccio i numeri buffi che mi viene bene ed è sempre la stessa stupida battuta. E’ che mi manca la sua voce di caramella, ma non lo dico. E lui scuote la testa e non sa quanto mi salvano questi attimi e la bellezza del suo sorriso. Attimi di tempo esploso e gioioso, di tempo senza tempo. E il fuori dalle finestre di clacson e rabbia, finalmente tace.
E lei non sa cosa è accarezzare le sue guance, cosa stringere a me le morbidezze ostinate, che lei guarda con cruccio. Ma così è, e so che imparerà, e sto tra il dire e il tacere, come il mio battito nascosto. E Agnese non può conoscere cosa è la grazia dei suoi occhi e la bellezza del suo nome, caduto sul cuore quando ancora era me. E loro non sanno questo sentire che mi salva e partorisce ancora una volta, in questo tempo invecchiato. E resto ferma con il mio stupore colorato che mi ritorna bambina, mamma circo che aspetta scalza sulla soglia.

Tizianeda

Ancora

“Mi sento come se non avessi più le braccia”, dice mia madre.
Deve essere così che accade, quando la vita partorisce al contrario presenze consolidate nelle ore e nei gesti. Non si spezza il cuore. Quello è ostinato, continua, con il silenzio e il battito, rumoroso quando tace. Come rumorosa è l’assenza, che si è presa in pegno le braccia di mia madre, diventata figlia a noi figli.
Arriva il momento del rimestio dei ruoli. Un ribaltamento. L’immagine allo specchio esce fuori.
La prendiamo per mano quando usciamo, io e i miei fratelli. Sgraniamo le raccomandazioni delle madri. Trattenendo l’ansia, come si fa con i figli. Non aprire la porta, non uscire con la borsa, stai attenta, copriti, non affacciarti sul balcone a salutare i nipoti per strada quando fuori è freddo, mangia. Lei sorride di queste attenzioni e puntualmente, le disattende. Senza braccia, esce, prende il vento, brucia le pietanze sul fuoco acceso, ci manda a quel paese, parla, parla tanto. I vecchi hanno un bisogno affannato di parole e della nostra pazienza, per ripagare le attese. Per quella tenerezza che ancora una volta ci salva, da questo urlare che è la vita, che ci tiene stretti a un àncora, o a un ancora, come ancora è Natale, come ancora è qui e ora.

Tizianeda

Il tredicenne rampante

Ciao Domenico. Quanti, domani? Tredici. Sono tredici, lo so. Tredici anni che ti guardo. Che ti annuso come le lupe, arresa alle ossa che crescono e si allungano, alla voce che cambia, al saluto dell’infanzia. Un ibrido ora. Un ritmo di mezzo. La rincorsa prima del salto.
Ciao Domenico, che ogni anno sono qui, a dirti ciao. Con il rimestio di nostalgia, la risacca muta del mio sentire. Ciao, che l’altro giorno abbiamo parlato in macchina io e te. Che mi hai aperto un pezzo di mondo, quello fuori, che affronti solo, che devi decodificare e attraversare perché, a volte, non ne capisci le logiche. Ti fermi, davanti alle dissonanze dei marchingegni, di questo orologio che è la vita, che cambia il ritmo a ogni istante di lancette. Ciao, che sei silenzioso, riservato, gentile, altrove, un passo in là, sopra gli alberi. Il Barone rampante, che mi fa innervosire, per l’ostinazione dei pensieri. Ciao, che devi imparare a essere più morbido e duttile, quando il mondo fuori ti investe.
Ma fai anche come sai, con quel modo che mi innamora e non mi posso soffermare, di sederti composto e distante. E perdona i miei agguati di abbracci e baci, che a volte ti faccio a sorpresa, come un clown buffo. Perché, sul serio, sarebbe troppo. Sarebbe ingiusto. E tu così ridi e dici “mamma” e io mi scosto e poi ti guardo quando non vedi e dici “ciao”, di spalle, già sopra gli alberi, ad aggiungere tasselli di ore. Le tue.
Auguri Domenico, auguri mio bel ragazzo.

Tizianeda

Il tempo concesso

Interno cucina dei 90 mq. Agnese studia l’Iliade. Io impasto. Stasera pizza con sopra i pepperoni arrivati dall’America per Domenico, il dodicenne. Regalo dei parenti made in USA venuti qui nel sud suddissimo per sentire il profumo della provenienza. Affascinati dal ragazzino che conversa in inglese e guarda i video di cucina americana. Ma questa è un’altra storia.
“Quale parte dell’Iliade è?”
“Ettore dice addio ad Andromaca, sua moglie”. Mai una gioia, direbbe Elvira, la mia amica. Parte per la guerra. Non Elvira. Ettore.
“Piango sempre quando leggo questi brani”.
“Poi muore”
“Mamma non spoilerare”
Arriva il dodicenne. Vuole impastare lui.
“Lo so che muore”
“E Andromaca?”
“E che deve fare Andromaca, mamma. Piange”
“Mai un lieto fine”
“Mamma questo piatto è troppo piccolo per l’impasto, devi cambiarlo”
“Giammai, Domenico. E’ il piatto di nonna bianca, la tua bisnonna. Trasuda amore questo piatto”
“E impasti in un piatto più grande e poi lo sposti in quello della bisnonna”
Perché gli uomini sono così pragmatici? Parlo d’amore e lui di comodità. L’amore è scomodo e richiede acrobazie.
“Scherzi! Mentre impasti, il piatto trasuda amore. E impastare è un’alchimia. E poi ci mangiamo tutto questo amore che trasuda… che ridi?”
“Io sto studiando, vi ricordo”
“Sei pazza, mamma”
Sì sono pazza. Di voi due. E di questa cucina che è un rifugio di gesti e memoria. Mia nonna, l’impasto, Ettore, Andromaca, l’America, la Grecia, le alchimie.
La guerra è lontana qui. Il luogo dell’armistizio. Attimi di tempo concesso.

Tizianeda

La pausa dal rumore

Ciao voi due, abitanti antichi del mio corpo. Che siete cambiati ogni giorno in quel tempo lì, dentro la mia pancia, con il suono delle cellule.
Ciao voi due, che la casa ora è fuori e ci siamo tutti dentro.
Ciao Domenico, che la voce ha un suono strano e hai quel corpo ossuto e ti dico, è troppo, mangia. Ciao, che ti allontani e a volte ti scosti dai miei gesti, come sai fare tu, con gentilezza. E so che è così che deve essere. Ciao che ho imparato l’abbraccio con destrezza. Di nascosto, in uno stringere di occhi, quando i tuoi sono altrove. Perché devi andare e l’infanzia non è per sempre, e il per sempre non esiste. Esiste qui, ora, l’attimo, il giro d’angolo, l’arrivo, l’andare, l’allontanarsi, lo scostarsi del passo, la libertà dei gesti che è indipendenza. E mi piace vederti così, nella solidità del distacco necessario, che fa respirare entrambi.
Ciao Agnese, che ti avvicini, dentro il silenzio delle donne, un attimo prima del suono che dice. Che mi chiedi, mentre esplori la vita. E ascolto i tuoi racconti che mi appoggi sui palmi delle mani. I tuoi sfoghi di voce, le tue richieste.
Ciao, che mi sveli l’affronto delle fragilità e la costruzione di una forza ricercata. Ciao che so che di un figlio non si sa mai abbastanza, come in ognuno. Una parte è rivelata, una parte è da coprire in stanze segrete. Ciao che sono qui e tutto si ferma quando ti sveli e fermo le mani e fermo i passi, entro in questo tempo concesso, in questo mondo allegro e malinconico da accogliere come un regalo.
Ciao voi due, che siete la pienezza di un sentire che non so dire. Che può sbriciolarsi il mondo dentro e fuori di me, può sbriciolarsi, eppure rimane il nucleo, la solidità di madre che voi nutrite senza saperlo.
Ciao che siete belli e faticosi, ma neanche troppo, la fatica normale dell’attenzione. Che siete l’attimo silenzioso del battito, quanto tutto è fermo. La pausa dal rumore.

Tizianeda

La forza della mamma vecchietta

Quando Tizianeda e i suoi fratelli la vedono in giro per le strade cittadine, specie nell’ora del buio e dei malfattori, provano un sottile terrore, una crescente preoccupazione, la quasi certezza che prima o poi arriverà una nefasta notizia. Benché la riempiano di raccomandazioni e ordini di una perentorietà evidentemente inutile, lei continua a disattenderli, non senza sadica soddisfazione e con un ghigno dispettoso. Perché la mamma vecchietta, che non ama essere appellata dalla strampalata figlia blogger, “vecchietta” – “come ti permetti?” “mamma è affettuoso” “sì ma non mi piace” – esce a sbrigare faccende, che vanno dalle frequentazioni parrocchiali ad altre che non è dato sapere. Lo fa sempre appoggiando al braccio piccole e oscillanti borsette, spesso colorate. Un richiamo irresistibile per feroci scippatori e malfattori in generale.
“Mamma vecchietta, per favore, devi per forza uscire con questa penzolante” “Ma non ho niente, solo gli occhiali e il libretto delle preghiere” “Sì mamma, ma gli scippatori non lo sanno che rubandoti la borsa possono al massimo recitarsi un eterno riposo” “Come siete esagerati”. Si arrabbia e manda a quel paese Tizianeda e i suoi fratelli, con la soddisfazione di disattendere agli ordini di tre figli rompiballe e il sadismo nel vederli preoccupati. Poi volta le spalle e continua i suoi percorsi, con il corpo accartocciato, il passo baldanzoso di chi ha fottuto il mondo con la libertà della vecchiaia e la borsetta penzolante, che è un richiamo irresistibile in un paradiso degli orchi.
Però gli scippatori sono anni che le stanno distanti, forse perché la mamma vecchietta ha la forza e le forme del maestro Jedi Yoda. Tizianeda e i suoi fratelli sperano che sia così, e se la immaginano picchiare con la borsetta la forza oscura dello scippatore, con tanto di libretto di preghiere incorporato, avemarie, padrenostro e leternoriposodonaalloscippatoreohsignore.

Tizianeda

Accenti

“Mamma io da grande andrò a vivere all’estero, avrò un lavoro che mi farà viaggiare molto, non mi sposerò, non avrò figli e avrò tanti gatti”
“Sei sicura, quasi sedicenne?”
“Certo mamma, non voglio avere il pensiero di un marito mentre viaggio”
“Pensavo piuttosto ai tanti gatti. Le gattare sono stanziali, chi si prenderà cura di loro?”
“Non ci avevo pensato”
“Se vuoi verrò a trovarti e posso badare io a loro”
“Rinuncio ai gatti mamma”
“Scema. Certo se poi ti innamori. Insomma potresti cambiare idea. E comunque fa sempre comodo qualcuno che badi ai gatti mentre sei impegnata in giro per il mondo”
“Mamma!”
“Dai che scherzo. A me basta che tu possa scegliere quello che desideri. Non c’è una forma. Lo sai come la penso”
“Sì mamma, lo so”
“Certo se poi ti innamori…”
“Mamma!”
L’età della quasi sedicenne è piena di “o” accentate, di vaticini personalizzati, di confini dentro cui abitare. Il futuro è il talento luminoso dell’adolescenza. Per la ragazza di casa, il futuro non abiterà il sud suddissimo, parlerà una lingua straniera, sarà indipendente, errante, senza l’urgenza di un compagno con cui condividere spazio e ore, con la nostalgia dei gatti.
Cambierà idea? E’ probabile. Parecchie volte forse. E si innamorerà. Senza fretta se possibile.
Intanto, in questo presente, passeggiamo stringendoci l’una all’altra, io con il braccio infilato sotto il suo. E’ bello il futuro pensato, con lei accanto. Il suo corpo è solido. La guardo. Lei si gira verso di me “Che c’è?” mi dice. Sorride. “Niente” rispondo. Sorrido. Le do un bacio sulla guancia che accoglie. Camminiamo dentro le strade invernali. Non parliamo. Col cavolo che non verrò a trovarti, penso.

Tizianeda

Dodici

“Mamma sa fare cose belle con i cibi a caso nel frigo”, hai detto l’altro giorno a tavola. E’ vero. Vengono fuori meraviglie con quanto c’è. Si prende questo e quello, si mescola, si inventa e arriva sulla tavola l’inaspettato. Come è successo dodici anni fa, quando sei sbucato dalla mia pancia. Sorridevi? Non ricordo piangessi. Devi essere nato così, sorridente. Che bel modo che hai avuto tu, Domenico, di salutare la vita. Io ero pronta, sai, per accoglierti come un bel piatto saporoso, nonostante il mio contenitore-corpo difettoso. Ti ho assaggiato baciandoti, ti ho annusato, mi sono fatta consolare dalle tue consistenze di carne e sorrisi tenute tra le braccia. Ti ho potuto accogliere come meritavi, ché tua sorella aveva già lavorato per te, era stata maestro e fatica abituata. Anche se il mio lavoro è stato strappo e nostalgia e correvo e correvo, per i nostri attimi intimi che mi riprendevo la sera e la notte, con la fatica insaziabile delle madri. E tu sorridevi e sorridevi e guardavi e ascoltavi e imparavi e mescolavi gli ingredienti della vita, le lettere, i movimenti, le visioni, l’allegria, gli attimi torvi, l’amore. Quanto è bello l’amore e non deve spaventarti anche se non te lo posso dire tutto il mio, neanche oggi che sono dodici anni e ancore di più oggi che sono dodici e cresci in pudori e distanze. E quasi ti dispiace, lo so, ma io ti lascio andare ed è il mio regalo per te in questo vai, mio amore, che sei bello e sorridi mentre vai con le mani in tasca e poi sorridi ancora. Che bell’ingrediente che ti ha dato il caso. Questo sorriso che è una storia. Che bella pietanza sei, che regalo mi ha fatto la vita.
Auguri mio bel ragazzo, auguri piccolo grande Domenico che va.

Tizianeda

Buon Inizio

Lui si è svegliato arruffato, con lo sguardo altrove, l’umore lamentoso. Si è seduto sconsolato attorno al tavolo della cucina per la prima colazione, chiudendosi nella dolcezza del suo silenzio contrariato. Ha mangiato biscotti e latte, poi si è vestito con le prime cose che l’armadio gli suggeriva, perché, come dice da sempre, è indifferente allo stile. Sua sorella lo ha criticato, sua madre avrebbe voluto che indossasse la camicia di jeans, che è proprio un bonazzo con quella, ma a lui non piace. Preferisce le magliette colorate e stropicciate. Avrebbe voluto starsene a casa, con i suoi interessi primari, in cui la scuola non è inclusa. Perché lui la scuola non la vive. La subisce, con i compiti, le relazioni con insegnanti e compagni, la sveglia, la disciplina che stoico si auto impone, come un monaco zen. Poi è andato via con lo zaino, i quasi dodici anni, i capelli corti, il corpo ossuto e ancora senza segni di pubertà, la follia ironica e altrove. Ancora si fa abbracciare e baciare, anche se non lungamente. Così sua madre, che nei momenti di distrazione ne approfitta, lo ha abbracciato e baciato, anche se non lungamente, augurandogli “buon inizio” e ricevendo come risposta un mugugno lamentoso.

Lei si è svegliata assorta e silenziosa ancora impastata di sonno. Fa parte di quella incomprensibile setta di umani che la mattina appena svegli non parlano e non vogliono sentire suono umano. Nei 90 mq tre quarti vi aderiscono. Tizianeda è la minoranza discriminata. Quando ha ritrovato il senno e la parola, ha iniziato a prepararsi con gesti sereni. Sapeva già come vestirsi, truccarsi, pettinarsi. Era contenta e curiosa di conoscere gli insegnanti del terzo Liceo Classico. Di iniziare a studiare la filosofia, che Tizianeda spera le servirà ad affinare la profondità di pensiero, a moltiplicare le categorie mentali, a sviluppare la capacità di guardare critica le cose del mondo. Spera anche che impari a non sopravvalutare il pensiero, e a non farsene imbrigliare. Spera che sviluppi il coraggio di mandarlo a quel paese quando diventa nemico della fluidità vita. Sulla porta Tizianeda l’ha abbracciata e baciata e le ha augurato “buon inizio”.
Lei ha sorriso ed è andata via.
Così Tizianeda è rimasta sola in casa con la gatta Tàlia, perplessa per le stanze improvvisamente svuotate dei sue due abitanti preferiti. Poi ha iniziato a fare ciò in cui un gatto eccelle: niente. Tizianeda mentre la guardava raggomitolata e sonnacchiosa sul suo letto, godendo del silenzio delle stanze vuote, ha pensato alle tristi carte che l’aspettavano nel suo studio di avvocata, un piano più giù dei 90 mq. Ha accarezzato la gatta Tàlia persa nel suo magico mondo gatto e ha iniziato la giornata, senza pensarci troppo.

Tizianeda