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Lo stesso fiato

Arriva puntuale il bisogno  di misurare, di contare, di definire i bordi, di cucire gli orli. Di salutare un anno che va via, come fosse una persona, che afferra una valigia, un cappello e un cappotto abbottonato e prende un treno, per un altrove a noi estraneo o metafisico o solo sognato.

E gli facciamo la radiografia, anche se mai come quest’anno, l’anno si è svelato, dalle nostre abitazioni, coi filtri delle assenze, con le nostre costrizioni, con molte imprecazioni e l’impazienza di tornare interi. Anche se poi interi non siamo stati mai.

Eppure lui mi ha insegnato, maestro senza concessioni, l’impermanenza e il resistere delle  passioni. Ho ricucito pezzi di trame perse e ho osservato ché dentro a ogni assenza, da questa lontananza, nel perdonare e perdonarsi c’è spazio all’indulgenza, si lascia l’amarezza, si torna all’essenziale. E non mi serve niente se non saper contare, non di ogni cosa il quanto, ché l’infinito è fatto per i poeti e i santi. Mi serve respirare, sapere che il dolore non è il mio piedistallo.

Mi servono le sedie, così per riposare, e un posto sempre vuoto, così per aspettare. Perché io so che il molto, ma anche il poco poco, nascosto nasce in grembo, se i piedi sono a terra, la testa in un miscuglio di voci e labirinti. Ma so con maggior forza che chi mi è stato accanto in queste ore lunghe, anche se chiudo gli occhi e cerco con la mano,  lo riconosco al tatto e come in uno specchio, chi afferra e chi è afferrato, sono lo stesso fiato.  

Tizianeda

Incomprensibile universo

Il decenne, che ha detto addio alle scuole primarie, per proiettarsi nell’ imperscrutabile mondo delle scuole secondarie, ha presentato, stimolato dalle maestre e insieme agli altri compagni, una tesina. Tutti i bambini hanno discussa la propria nel salone della scuola, in presenza dei genitori. Lui ha parlato dell’universo. Argomento che ama, sin da quando piccino piccino disegnava bambini volanti tra pianeti, stelle, galassie e buchi neri da sconfiggere al posto dei draghi. Quando disegna, conduce il mondo dei suoi affetti nell’universo che contempla, dentro questo movimento cosmico. In questi anni ha portato sua sorella, noi genitori, i suoi cugini, i suoi amici e amiche del cuore. Ci ha fatto vivere avventure spaventose tenendoci per mano, regalandoci sempre un lieto fine. Ci ha reso magici e leggeri e ha accompagnato tutti noi dentro un infinito con le sue regole e logiche precise e misteriose, che lui ama raccontare. Anche a tavola, spesso, la sera, parliamo di universo. In realtà ne parlano i tre della famigliola, ben più a loro agio dentro un cosmo che ci sovrasta tutti, ma che a loro sembra non spaventare. Io sto zitta, mi fermo sulla soglia, mi siedo e ascolto. Io che rischio di perdermi dentro dimensioni ben più piccole del cielo sopra di me.
Ieri c’è stata la cena di fine anno. Proprio l’ultima. Quella che ci si saluta, che ai bambini prende una strana nostalgia, che si misurano con la perdita e il futuro che li chiama. Quella che capisci o ti ricordi o lo si dice, che le maestre sono un patrimonio da preservare, così come la scuola pubblica. Quella che le bambine piangono e anche, vivaddio i bambini, alcuni con molta vergogna, perché ai maschi si insegna che a loro non è dato piangere e non sanno cosa perdono. E si dovrebbe spiegare anche ai maschi, quanto sia prezioso misurarsi con serenità con le emozioni e i sentimenti, senza lasciare sempre a noi donne il compito sacro di traboccare, di concimare di grazia questo mondo piccolo e bisognoso. Anche se poi, ieri, le ho osservate molto le bambine con il loro modo innato di stare dentro le cose del mondo. Come quando hanno consolato un compagno molto contrariato, molto arrabbiato che piangeva. Ho osservato il loro modo di accorrere, di circondarlo e di distrarlo. Poi una di loro se lo è preso per mano, “vieni, oVa di faccio vedeVe una cosa bellissima!”, ha detto. E lui è andato, inerme e fiducioso davanti a tanta sicurezza. L’oggetto delle meraviglie era una piscina, con acqua melmosa dentro, che la suggestione del buio rendeva ancora più affascinante. Sono accorse poi quasi tutte a contemplarla, piene di meraviglia. Mentre io contemplavo loro, il ragazzino che aveva smesso di piangere e il cielo stellato sopra di noi, che non riesco a comprendere, ma in quel momento, cercare di capire sarebbe stato inutile.

Tizianeda

Valicare soglie

– Imparerò a volare. Riprenderò a esercitarmi come quando ero bambina e lo facevo tutti i giorni nella casa della nonna Bianca, lanciandomi da una sedia. Se non ci sono riuscita ancora, è perché non mi sono applicata abbastanza.
– Andrò da Philippe Petit. Busserò alla porta di casa sua, forse sospesa tra le nuvole e gli dirò : “Ciao Philippe Petit, insegnami la tua camminata sfrontata, la tua sfacciata disinvoltura”. Lui, il matto, il visionario, il poeta del vuoto, il funambolo, mi porterà sul filo e imparerò ad amare la paura. Poi, quando sarò pronta, stenderemo una fune tra le montagne dello Stretto di Messina. Se cado volerò, perché nel frattempo avrò imparato a farlo.
– Parlerò nei sogni con le mie nonne, perché a volte mi mancano e vorrei raccontare loro chi sono diventata e i cammini non sempre lineari che mi hanno fatto da strada. Chiederò la loro benedizione, perché dalle loro vite antiche io provengo.
– Viaggerò nel tempo. Tornerò nel passato da una ragazzina appena dodicenne. La troverò seduta vicino a una finestra, a guardare fuori i passaggi del cielo. Andrò per abbracciarla. Le dirò parole che noi sole sapremo. Mi sorriderà con i suoi occhi belli, la porterò via con me, nel mio tempo rinato di donna, accogliendola nel mio cuore. Anche se tutto questo, forse, l’ho già fatto da un po’.
– Andrò nel luogo più sperduto e vuoto della terra. Mi farò trasportare da un battito di mani. Mi godrò il silenzio. Poi però torno a casa ché ho un po’ di cose da fare e molto da dire e da dare e da amare.
– Soddisferò le urgenze del racconto. Salirò su un palco e non sarò da sola. Lo farò perché bisogna credere nei sogni. Perché so che le passioni sono incontri possibili che bussano insistenti alla tua porta e non le puoi ignorare. Perché quando si arrendono e vanno via, poi non tornano più. Lo farò perché non è mai troppo tardi per raggiungere se stessi. Lo farò per me, per chi proseguirà il mio narrare, per chi dal mio respiro e battito ha avuto inizio. Lo farò per le mie nonne. Per quello che loro non hanno potuto fare o essere. Lo farò per quella bambina di dodici anni che guardava sempre dalla finestra i passaggi del cielo e sognava un altrove diverso. Lo farò per dire che è possibile, nonostante la fatica e le complicanze della vita e i nostri limiti uggiosi e a volte malinconici. Lo farò per ricordarmi che ogni volta che si entra in un anno nuovo, stiamo valicando soglie, ci stiamo spostando un passo più in là, celebriamo la possibilità di un cambiamento.Lo farò per celebrare il tempo che passa e con lui le ore e i giorni e i mesi, che ci vibrano attorno come una composizione musicale a volte armonica, a volte dissonante, ma dentro la quale bisogna provare a danzare.

Buona vita a tutti voi. Vi soffio dal 2015 il mio saluto allegro e ballerino.

Tizianeda