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Vieni insieme a me

I due dei 90 mq, la sedicenne e il dodicenne, la notte scorsa, hanno visto, grazie a un canale Americano in rete, l’ultima puntata di un cartone animato “Adventure Time”, giunto alla fine, dopo otto anni.
Anche i cartoni finiscono, come un tempo fu per Candy Candy, Lady Oscar, Dolce Remì, Heidi, Anna dai Capelli Rossi, Jeeg Robot, Mazinga, Goldrake, i Barbapapà e l’Ape Maya. Lasciandoci una certa scia di nostalgia.
Tizianeda quella notte ha sentito piangere i due, chiusi nella loro stanza per non disturbare, per il rimestamento di sentimenti suscitati, e ha pensato fosse bello che i fratelli vivessero insieme quel momento emozionante. Ché venire da un tempo pieno di meraviglia, serve sempre al dopo.
Lì, dentro le pareti colorate dello schermo, la sedicenne e il dodicenne di oggi, in sei anni, hanno visto crescere, come loro, i protagonisti: un cane giallo e un bambino con uno strano cappello e i capelli lunghi. Li hanno visti muovere in mondi surreali, sconfiggere strani mostri, capire che il bene e il male non sono sempre così netti e separati, che a fare i malvagi come il Re Ghiaccio c’è proprio da annoiarsi e si finisce per rimanere soli. Che le principesse non hanno bisogno di un re o un principe che le salvi, e che anzi a salvare sono spesso loro. Che ognuno ha la propria natura, per quanto bizzarra e poco allineata, che nel mondo ci sono molti mondi e modi, che l’amore è amore e Marceline, una vampira e la principessa Gomma Rosa, possono baciarsi romanticamente, con sommo gaudio degli spettatori. E che l’amicizia e la lealtà sono uno scudo che ci protegge e consola dall’illogicità della vita.
E ora i due, dopo avere pianto un po’, discusso, rievocato, sciorinato i rosari dei “ti ricordi quella volta che”, Tizianeda sa che il cartone che li ha accompagnati in questi anni, verrà archiviato. Perché la vita cammina in avanti, specie nell’età in cui ossa e muscoli rispondono all’urgenza della crescita.
Un giorno, l’affetto per quei personaggi ritornerà, a tratti, un po’ sbiadito e ammaccato dal tempo. Così come i due ricorderanno il momento intimo della fratellanza, e quella commozione, per un mondo immaginario, ma che sentivano reale, da qualche parte, in loro.

Tizianeda

Quando ballavamo il Rock and Roll

“Ti ricordi Tizianeda che quando eravamo ragazzine, insieme ballavamo il rock and roll?”
“Santo cielo Dada, me ne ero dimenticata… eravamo anche brave”
“Sì eravamo brave”
La vita, nel suo essere stramba, sparge all’improvviso diaframmi di ricordi, quelli lontani, dell’infanzia.
Quando a Tizianeda, sua sorella Donatella – che lei chiama da un tempo indefinito Dada, così è tutta sua almeno nel suono – le ha ricordato quanto fossero brave a fare piroette copiate da quelli bravi della televisione, erano poggiate con i gomiti alle assi di legno di un letto.
Attorno lo stesso letto, come una corona, c’erano il fratello, lo zio Peppino e la mamma vecchietta.
Nel letto c’era loro padre. Nei tempi dell’attesa, la memoria reclama il suo spazio e il cuore una pausa.
Nell’aria statica della stanza, all’improvviso, sono apparse due decenni che con una mano si tenevano, mentre con le gambe saltellavano, piroettavano, giravano, si scambiavano di posto. Serie, sudate, concentrate. Sua sorella Dada con le labbra serrate nello sforzo dell’esecuzione, Tizianeda a seguirla fiduciosa e pronta a farsi prendere mentre le saltava a cavalcioni. Ci si sentiva immortali in quegli attimi, dei super eroi felici.
Ed ora che il letto è vuoto, che loro non sono più appoggiati sulle sue sbarre, e Tizianeda è ritornata a casa insieme alla mamma vecchietta con i suoi fratelli, le piace pensare che proprio in quella stanza, le due ragazzine continuano a ballare, sudate, concentrate e invincibili, come i super eroi che sanno la fragilità.

Tizianeda

Lo spazio interiore

La vita ha partorito un nuovo padre, ce lo ha consegnato tra le braccia. Lo abbiamo preso, io e i miei fratelli, come fanno le madri a cui le ostetriche consegnano un figlio. E con un figlio con il corpo vecchio e arreso, abbiamo imparato una nuova cura, la stessa da sempre, e come una figlia abbracciamo piano la madre fragile. Il tempo si sta chiudendo su se stesso, si è incurvato, sembra quasi un inchino. Il dolore contiene in sé il suo mistero. Lo attraversiamo, come una strada, come un bosco, come il mare. Si deve calibrare il tempo giusto, guardare a destra, poi a sinistra, essere guardinghi, mantenersi saldi, mantenersi saggi, sapere le gambe, le braccia, gli occhi, sapere annusare, sapere il battito del proprio cuore, stare al centro di se stessi, sapersi donare. Così, come quando sei al centro della traversata, per arrivare ancora interi sull’altro marciapiede, sull’orizzonte finito, sulla strada maestra. Perché la strada è maestra, come il bosco, come il mare, come questo sentire e questo accudire che non ci aspettavamo. Ci siamo ritrovati all’interno, senza bisogno di molte parole. La cura non è l’estetica di una canzone piena di poesia, non è romantica. La cura è corpo dolente che guardiamo con occhi arrossati, per vedere oltre, per stare qui e ora. Passare attraverso, non è altro che fermarsi dentro una stanza. Lo spazio interiore dell’attesa e della cura.

Tizianeda

Il dolore di Agnese

Quando, lo sposo e io, siamo tornati a casa, con noi c’era un bambino, che aveva percorso lo stesso sentiero della sorella e abitato la stessa pancia, prima di diventare una poesia chiassosa di cellule e urla. Ad Agnese, i suoi tre anni, avevano fatto sentire quell’essere unico, ma quanto di più somigliante a lei sulla terra, come un dolore incomprensibile, un pericolo per la sua felicità di figlia unica, un invasore, ladro di spazi fino ad allora sereni. E poiché il dolore trova attraverso il corpo, il modo di imporsi e di dire, lei per un tempo allargato, ha smesso di mangiare, ha iniziato a incimpare in ogni parola, a segnare il territorio di notte, nel suo letto. Poi è successo che, in quella bambina, la paura e il dolore si sono trasformati. E nel tempo in cui ha imparato a scrivere i loro nomi odiosi, Agnese ha iniziato ad amare suo fratello. Lentamente. A capire che quel bambino adorante, era un’opportunità e una ricchezza dentro le ore.
Oggi osservando la quindicenne e il dodicenne e il loro modo unico di cercarsi, comunicare, proteggersi, ho pensato a tutte le volte in cui crediamo che un evento doloroso potrà solo devastarci la vita, rovinandocela. E invece, invece, proprio quella deviazione improvvisa, può essere un’opportunità, una voce nuova, un dire della vita. Un regalo. C’è che si deve resistere, stare in silenzio, respirare, osservare, non farsi travolgere dalla rabbia e lasciare scorrere. Non sempre è facile. Non sempre è così, ma a volte succede che si trovi una porta che ti fa entrare in nuove stanze, un po’ più cresciuti, anche se con uno strascico di paura pronta a risvegliarsi. Si cresce anche così, aveva detto allora il pediatra zen di Agnese, non si preoccupi signora. Si cresce anche così, imparando i tempi degli arrivi e delle attese e delle assenze, lasciando che la vita scorra in avanti. Anche con presenze improvvise e non richieste, che in quell’attimo ci sembrano il preludio del disastro. Agnese ha sopportato il suo dolore, gridandocelo con le sue proteste tacite. Aveva le fattezze di un bambino bellissimo che le straziava il cuore piccolo, per la paura della perdita. Lei ancora non sapeva che quello era il seme di un futuro amorevole, da attendere con pazienza.

Tizianeda

Indisposte

“Che vuol dire “indisposte”, avete detto questa parola, vi ho sentite, che vuol dire, sorelle maggiori?”
“Zitto, non gridare, fratello minore, è una parola terribile, non la devi nominare mai mai mai. E’ una parolaccia peggiore di pu, stro, mer, ca, va. Capito? Mai, mai, mai!”.
Questo dicevano le ragazzine Tizianeda e Dada al fratello, più piccolo della prima di due anni e della seconda di tre, quando erano tutti in un’età tra i nove e i tredici anni.
Parlavano di mestruazioni, che allora venivano denominate con quel termine impronunciabile che evocava disastri cosmici per la salute e l’equilibrio delle donne, rinunce apocalittiche, dinieghi pieni di presagi oscuri. Si usava come un codice segreto tra femmine, inaccessibile ai maschi dotati di buon udito, quando pronunciato. Tipo il fratello di Tizianeda e Dada che alla prima occasione di bisticcio, in cui lui si sentì come Cenerentola vessato dalle racchissime sorellastre, lo urlò alle due per le strade e tra le genti, come l’insulto più terribile dell’universo, più terribile di pu, sto, mer, ca, va. “Indisposteeeee, indisposteeee, indisposteeee”.

Trent’anni dopo (circa)

“Quattordicenne ma quando parlate di mestruazioni tra voi ragazzi che termine usate?”
“Che domanda è mamma? Usiamo mestruazioni oppure diciamo che abbiamo il ciclo…”
“Che bel termine “ciclo”, richiama l’universo. E se dico indisposta?”
“Indica che qualcuno sta male”
“Grazie tesoro, in effetti è così”.

Tizianeda

Il fiore della mancanza

Si aggira per casa, a volte, come persa. Ha preso possesso del suo letto, cuscino, lenzuola, federa. “Mi annoio senza di lui” ha detto “e mi manca” ha continuato. La quattordicenne prova quel sentimento umano partorito dell’amore: la mancanza. Ce l’ha impressa negli occhi, nella camminata per le stanze, nel silenzio anche. Intima misura del suo sentire per il fratello, che in questi giorni non vagola nei 90 mq con la sua presenza invasiva. Partito con il suo gruppo scout. Niente telefonate, nessun messaggio. Coltiva pazientemente l’attesa di quando andremo, noi tutti della famigliola, a prenderlo e riportarlo a casa. Di quando lui, le andrà incontro, l’abbraccerà e insieme si allontaneranno in quel luogo diventato a lui familiare. Si racconteranno nel loro linguaggio esclusivo di fratellanza. Li vedo. Lo so. L’amore è un giardino nascosto che va coltivato. Bisogna tenerci, esercitare la tenacia e la cura. I fiori piantati sono tanti, tutti preziosi per creare l’armonia. Anche quello imprescindibile della mancanza, che ci sussurra e dice, che ci riporta con il battito e il respiro dove vorremmo essere.

Tizianeda

La pizza del sabato sera

Venerdì sera:
“Pronto Tizianeda. Elisabetta mi sta dicendo che è tanto che non mangia la tua pizza. Che fai impasti sabato?”
“Ciao, Peppino. Quindi tua moglie ti avrebbe detto di chiamarmi…se Elisabetta te lo ha chiesto, impasto. Venite”
Sabato pomeriggio ore 16,00:
“Tizianeda, questa sera viene nostro fratello a casa tua per la pizza?”
“Già Dada. Nostro fratello si è invitato usando i suoi soliti espedienti”
“Ma ne hai impastata abbastanza? E se veniamo anche noi?”
“Lo sai, zia Dada che ne impasto sempre in più…vi aspetto”
Sabato pomeriggio ore 18,30:
“Pronto mamma, sono la undicenne. Posso dire a F., che è qui accanto a me, di venire stasera a mangiare la pizza a casa nostra. Le ho detto che tu la fai buonissima”
“E certo. Dille di venire”
Sabato pomeriggio ore 18,35
“Pronto mamma, sono sempre io la undicenne. C’è anche S., che è qui accanto a me, posso invitare anche lei?”
“Tu che dici? Certo dille che può venire”.
I 90 mq della famigliola, impregnati dell’aroma di lievito farina e acqua, sabato sera sono stati occupati dai due fratelli di Tizianeda, la zia Dada e lo zio Peppino, le loro famiglie e le due compagne di scuola della undicenne: sei adulti, tre bambini, tre pre-adolescenti.
I sei adulti, hanno chiacchierato, i tre bambini hanno giocato, le tre pre-adolescenti si sono inabissate dentro una stanza, come spie in missione segreta dentro un sottomarino nascosto, con il loro mondo distante ed imperscrutabile.
I sei adulti hanno mangiato, i tre bambini sudato come avventori esagitati dentro una discoteca affollata. Delle tre pre-adolescenti ogni tanto arrivava l’eco di una risata, carpita per caso da Tizianeda, che sempre per caso sostava davanti la porta chiusa.
I sei adulti hanno riso parecchio, i tre bambini hanno improvvisato uno spettacolo di danza funky o hip- hop o qualcosa del genere e Tizianeda si è molto emozionata guardando il settenne che quando balla è bellissimo e felice.
Anche le tre pre-adolescenti, uscite dal rifugio hanno voluto far conoscere agli adulti presenti le loro capacità motorie-danzanti e Tizianeda si è molto emozionata guardando la undicenne ridere di una risata nuova che non le aveva mai sentito prima, una risata fresca da ragazza, dentro i suoi occhi di quel colore strano che non è azzurro ne’ grigio, ne’ verde.
Poi il caos si è dileguato, ognuno è ritornato nei propri metri quadri, i pupazzi abbandonati sono stati raccolti, la stanza rifugio delle tre pre-adolescenti arieggiata. Lo Sposo Errante colto dalla sindrome da casalinga disperata ha riordinato la cucina, per poi godersi il silenzio riconquistato. Perché per lui, che sì ama i fratelli di Tizianeda e le loro famiglie, che sa quanto lei sguazzi felice nella confusione allegra, ma in un’altra vita è stato un viaggiatore solitario o forse un asceta nel silenzio di una vallata o probabilmente il nonno montanaro di Heidi. Insomma per lo Sposo Errante, una serata così, piena di bambini, pre-adolescenti, grida, sudore, pupazzi e balletti, è più destabilizzante del “colpo di stato” di un dittatore sociopatico.

Un saluto allegro.

Tizianeda