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La nostalgia di gatta Tàlia per le tortore

Tutti giorni dopo che ha svolto le sue principali attività, dormire e mangiare, si avvicina alla porta finestra della cucina e osserva fuori. I suoi occhi distanti di gatta guardano verso l’alto. Si immobilizza così, per un tempo che lei non sa contare e che non conta, per lei. A tratti emette un verso, che non è miagolare. E’ un richiamo, un pigolio di uccello, perché i gatti si sa, sono uno, nessuno e centomila. Gatta Tàlia guarda, verso l’alto, sul tetto del palazzo di fronte. Guarda con il corpo proteso, un attimo prima del balzo. Guarda le tortore, che ogni mattina tornano, chissà per quale architettura di volo. E ogni mattina tutti noi della famigliola, assistiamo inermi alla nostalgia di Tàlia per le tortore lontane. A separarla un vetro, la zanzariera, un balcone, il parapetto, il vuoto, l’altezza. A separarla, il suo essere gatta dentro una casa, che la protegge dal mondo fuori, dandole una vita placida, che però non la preserva dalla nostalgia per le tortore irraggiungibili. Così lei, ostinata gatta, ogni mattina, si ferma, sguardo, zampe, pelo, denti, suono, davanti alla porta finestra, e aspetta. Quando arrivano, freme guardandole. Il vuoto, tra lei e le tortore, che non basterebbe un balzo a farla arrivare, che si sfracellerebbe, molti piani più giù. Che avrebbe bisogno di ali, gatta Tàlia per raggiungerle. Che poi forse, se le mangia pure. Anche se lei è una gatta mite. Ma la mitezza, si sa, in un gatto si ferma davanti ad altri istinti, che potrebbero mostrarci il suo fascino inquieto.
Se potessi, glieli darei a Tàlia un paio di ali, per farla arrivare sul tetto di fronte, senza lo schianto dei piani più giù. Vederla felice così vicina al cielo, a fare agguati alle tortore, mentre sto ferma dietro la porta finestra della cucina, gli occhi puntati sul tetto di fronte, occhi, pelle, mani, sospiri, chiedendomi, chissà se ora torna, chissà.

Tizianeda

La filosofia, l’impasto e la gatta

La quindicenne è seduta alla mia sinistra, la gatta Tàlia alla mia destra, io sono al centro in piedi. Siamo sistemate ai tre lati del tavolo della cucina. La ragazza ripete le lezioni di filosofia, io impasto farina e lievito, la gatta ci osserva e risponde solo se interrogata con il suo articolato linguaggio. Tàlia di piace Parmenide? Miao. E Anassimene? Miao. Anassimandro? Miao. Vuoi mangiare? Miao. Lo conosci Kant? Miao. Ci vuoi bene? Miao. Io continuo a impastare dentro al piatto smaltato bianco che era stato di mia nonna. Vorrei avere la stessa coerenza di pensiero di Tàlia, ma ho studiato filosofia molti anni fa, come la quindicenne, e sono perduta per sempre.
Tutto scorre, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, ciò che è è ciò che non è non è, la tartaruga riesce a trovare sempre il modo di fottere Achille, già messo male con il tallone, che non la raggiunge mai. Guardo Tàlia, per vedere se lei c’ha capito qualcosa di questa tartaruga. Tra animali, magari. Mi dice “miao”. Le rispondo: “anche io, Tàlia”, mentre sistemo le consistenze della materia. La ragazzina scorre, io non affondo mai le dita due volte nello stesso impasto, Tàlia se ne frega, come la tartaruga di Zenone che non sa neanche che sta uccidendo l’ego di Achille. Zenone che non è più, se la ride da qualche parte, Anassagora ci ha lasciato semi, di cui pare sia fatto anche il mio impasto, che forse non è quello che è, ma faccio come Tàlia. Non ci penso. Siamo una scuola filosofica noi tre. Forse stiamo svelando i segreti dell’esistenza, senza saperlo. La quindicenne ci ricorda le meraviglie e gli abissi incomprensibili della mente, io li contrasto con l’apparente permanenza della materia, che ci rassicura. Poi c’è il maestro del simposio, la gatta e il suo miaopensiero. Ci guarda, immobile e distante dal nostro dire e fare umano. Sbadiglia, si stiracchia, salta dalla sedia. La lezione è finita, o forse no. Si accomoda davanti alla sua ciotola vuota. Aspetta. Achille ancora insegue la tartaruga, il fiume scorre, i figli crescono, le mamme imbiancano, niente è come sembra, niente è come appare. Solo una certezza. L’ha incarnata in sé Tàlia, attraverso l’osservazione senza pensieri. Presto qualcuno prenderà la scatola dei croccantini e le riempirà la ciotola. Lei intanto aspetta e sa senza saperlo.

Tizianeda