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I ricordi della mamma vecchietta

“Questa era la casa di zio ‘Ndruzzo e zia Gaetana”
La mamma vecchietta mi mostra la serranda in legno di un vecchio palazzo. Piano terra. E’ polverosa. La vernice è un ricordo di verde. Lo zio Ndruzzo era il fratello di Nonno Carmelo, suo padre. Mi racconta. Vivevano, un tempo, dietro quelle persiane. Superiamo il palazzo tenendoci per mano. Poi c’è la sosta ai manifesti. La mamma vecchietta fa parte di quel mondo salvo, in cui la morte è un processo, niente di più. Può essere letta tra le righe di uno scritto funebre, senza timore. Quella generazione salva, che la vecchiaia è una scocciatura, ma non puoi farci niente. Legge il nome di una signora che conosce. Novantatré anni. Mi racconta i viaggi in treno con quella signora. Erano giovani. Insegnavano nei paesi. Mentre il treno andava avanti e indietro, mia madre lavorava con i ferri una sciarpa di lana rossa. Ora capisco perché è così ampia e lunga. Molti anni dopo l’ho indossata anche io questa sciarpa, negli inverni Frozen della casa dei miei genitori. E’ ancora lì, in un cassetto. Odora di antico. Naftalina. Camminiamo, c’è vento. La mamma vecchietta mi sgrida, per la camicetta aperta sul petto. Mi ricorda che non ci si può fidare del sole di marzo. Io le sorrido. Il giorno dopo ho mal di gola e mal di testa. Ultima fermata, l’edicola. E’ un approdo gentile. C’è un mio coetaneo all’edicola. Lei lo saluta chiamandolo per nome. Poi mi chiede: “te lo ricordi?”. No, non me lo ricordo. Mi dice che giocavamo insieme al mare quando eravamo bambini. Non so cosa pensare dell’ostinazione della mia memoria nel cancellare volti, nomi, eventi del passato remoto e prossimo. Se dare un nome alla mia dimenticanza, se darle una spiegazione, una rassegnazione. In compenso mia madre ricorda tutto. Torniamo a casa. Lei nella sua, io nella mia, divise da un pianerottolo. Lei con l’abbondanza dei suoi ricordi. Io… lasciamo perdere.

Tizianeda

Pensieri spettinati

Ti muovi ossuto per la casa, i capelli spettinati proprio come i miei. L’anarchia è concentrata in miriade di ciuffi castani. La tua voce sta sprofondando, a ricordarmi che la vita è un continuo mutare di ere. Il tuo sguardo è altrove, concentrato in pensieri che a volte dici all’improvviso, a rivelarmi storie di pianeti e universi. Non le lasci più sui fogli bianchi, come quando eri bambino e ti disegnavi volante in mezzo a stelle lune e lontananze siderali. Fai ricerche solitarie, senza dire. Vorrei abbracciarti più spesso, per la mia attitudine al tocco dei corpi amati e per il trasporto che sento. Non lo faccio per non invadere spazi di pudore. Ieri tu lo hai fatto, all’improvviso, senza dire. Mi hai abbracciata sostando, sostandomi, sostenendomi. Ti ho lasciato fare senza dire, ricambiandoti. L’abbraccio non è un fare solitario. Poi sei andato via, come se nulla fosse successo, senza dare importanza alla potenza del gesto. Sei un ragazzo gentile. Le professoresse si beano dei tuoi vorrei, potrei, gentilmente, per favore, del tuo linguaggio da vecchio Lord inglese, abituato a caminetti e pipe e costruito chissà in quale tempo. Le ragazzine ti sorridono, per la tua assenza di aggressività e sbruffonaggine. A me questo piace. Voglio pensare e credere che sarai sempre così, un uomo gentile che ama e rispetta e rifiuta ogni stereotipo ottuso sui ruoli. Voglio pensare e credere che non ti farai contaminare da pensieri distorti e che la tua solidità delicata di adesso, ti farà schierare dentro ogni battaglia di libertà e amore, accanto ad altri uomini, accanto alle donne, di cui saprai percepire e rispettare il complesso sentire.

Tizianeda

Il Grande Cocomero

“Quindi ricapitolando, amica tutta bella, sulla spiaggia vicino casa tua incontri sempre un signore sotto una specie di capanna”
“Sì, Tizianeda, quando passeggio in riva al mare”
“Questo signore è con la famiglia ”
“Proprio così”
“E quando ti vede, anche se non ti conosce ti offre sempre fette di cocomero”
“Non solo a me, ma a tutti”
“Poi per caso, parlando di questa storia con una tua amica, hai scoperto che è suo zio”
“Sì, pensa un po’ che coincidenza. Mi ha raccontato che ama offrire il cocomero, anche perché lo coltiva lui ed è molto orgoglioso”
“Ma che meraviglia. E stamattina cosa è successo?”
“Oh da non crederci. Proprio mentre stavo per acquistare un cocomero da portare oggi da Antonella per pranzo, è spuntato questo signore con la mia amica, la nipote. E sai cosa aveva tra le braccia?”
“Cosa?”
“Un cocomero enorme. Per me. Quello che poi ho portato qui al mare”
“Ma lo sai che questa è una bellissima storia. Come si chiama il signore?”
“Non lo so. Ero così stupita che ho dimenticato di chiederglielo”
“Il Grande Cocomero esiste ed è gentile, amica tutta bella”
“Sì è vero”
Poi il cocomero del signore senza nome, è stato mangiato in compagnia, nella casa al mare di Antonella. Era dolce e dissetante e aveva il sapore buono della gentilezza. Tizianeda ha pensato, mentre il succo rosso e spugnoso le allietava i sensi, che il mondo sarebbe davvero un affare fastidioso se non ci fossero uomini e donne come il signore senza nome. Quelli che arrivano con la semplicità dei gesti protesi, consolandoti di giornate fredde, o regalandoti semplicemente un po’ di tenerezza.
Il Grande Cocomero esiste, ha ancora pensato Tizianeda. Linus aveva ragione. Ma sbagliava ad aspettarlo soltanto di notte, una volta l’anno, nell’orto dei cocomeri. Forse per questo, lui, ha riflettuto Tizianeda, il Grande Cocomero, non lo ha mai visto.

Tizianeda

Dalla fine del mondo

Quando lo Sposo Errante si è ricordato di comunicarlo alla famigliola, dopo molti e molti giorni che l’aveva ricevuta nella città dove lavora, ha subìto, povero, i rimproveri di Tizianeda per quell’ingiustificabile e imperdonabile dimenticanza. Perché certi eventi così straordinari e insoliti vanno condivisi immediatamente. Un evento di quelli che lei entra in modalità Amelie con tutto il suo favoloso mondo. La ragazza francese che si stupisce di tutto e e ha sempre un ooh e un aah negli occhi e la fantasia ipercinetica le fa vedere mondi e cose. E tutto questo senza l’assunzione di sostanze allucinogene. Perché quando lo Sposo errante lo ha raccontato alla famigliola, poi mostrando l’oggetto che non se ne vedono più in giro, ecco quando è successo questo, Tizianeda ha immaginato l’attimo preciso in cui l’ amica avesse fatto quel gesto meraviglioso e gentile, da un luogo così lontano ma così lontano che pare che lì finisca il mondo.
Insomma per non farla lunga, a Tizianeda tenendo quell’oggetto tra le mani e rivoltandolo e girandolo, guardando da un lato la fotografia che ritrae un paesaggio austero pieno di acqua, rocce e ghiacci e un silenzio compatto e selvaggio e dall’altra la grafia sorridente di chi è lontano e felice , insomma tenendo la cartolina tra le dita, Tizianeda si è teletrasportata in luoghi mai visti prima.
Ha visto l’amica trovarsi piccola piccola in questo posto immenso che l’uomo è un dettaglio inutile. L’ha vista entrare in un negozietto messo lì quasi per caso tra le rocce e il vento, trovarsi di fronte al contenitore girevole di cartoline, ferroso e arrugginito. L’ha vista scegliere con calma le cartoline perfette per tutti i destinatari e compilarle e incollare i francobolli e consegnarle a un signore rubicondo di un ufficio appena ritinteggiato, pregustandosi il momento in cui tutti avrebbero ricevuto quell’oggetto partito da un luogo così. Tutto questo in mille gesti lenti e pieni di attesa ai quali non siamo più abituati. Eppure la gentilezza può partire da molto lontano e viaggiare dentro sacchi trasportati da mani sconosciute. E così questo oggetto di carta e immagini, racconta sorridendo che c’è stato chi un giorno ti ha pensato e questo pensiero ha viaggiato per terre sconosciute, partendo, prima di arrivare nei tuoi 90 mq, dalla fine del mondo.

Tizianeda

Voglia di gentilezza

– “Dai non ti lamentare che sei stanco, stiamo tornando a casa, e poi guarda che bello, camminiamo abbracciati come due innamorati”
“Allora dovevamo farlo il giorno di San Valentino, mamma”
“Dici, ottenne? Hai ragione dovevamo farlo anche a San Valentino…”.

– “Ma Tony puoi arrabbiarti così, che poi ti senti male? Quattro storti sono” (dicesi “storto”, colui che ignora di avere una massa celebrale offerta in dotazione dalla natura, e le grandiosi possibilità che ne derivano da un suo uso appropriato). “Mi hanno inssultato quei dissgraziati…” “Ciao cosa succede?” “Alcuni ragazzi in macchina lo hanno ingiuriato e mi sono fermato perché si stava sentendo male per quanto urlava” “Infatti passeggiavo con il mio ottenne e abbiamo sentito gridare” “Ma si può essere così…tutto bene ora Tony?” “Ssì, io non ssono più giovane e mi ssento male” “Lasciali perdere, te l’ho detto, storti sono… posso andare ora, stai bene, sicuro?”…
Tony, è un signore conosciuto da tutta la città sbilenca. Ha capelli spettinati e tanti a circondare la faccia come un’aureola, l’aureola dei santi di strada. Ha gli occhi che sembrano lontani dietro le lenti opache e impolverate, ha un cappotto grigio e consunto, la sua divisa invernale da più di quarant’anni forse e un sorriso sostenuto da pochi denti superstiti, che gli fanno pronunciare le “s” come un bambino. Punti collegati che ti raccontano un modo altro di stare al mondo. La città lo ama e lo accoglie restituendogli i sorrisi che regala a tutti. E poi ci sono gli “storti”, che ingiuriandolo, gli provocano un dolore rabbioso da qualche parte. Un’occasione irrinunciabile, per divertire la loro brutale superficialità.

– “Mamma quei ragazzi sono stati cattivi, dovrebbero andare in carcere” “No ottenne, avrebbero bisogno di qualcuno che gli raccontasse la gentilezza e che gli facesse capire che certi gesti hanno conseguenze sulle persone, che le fanno soffrire. Forse nessuno gliel’ha insegnato”
“Mamma, io sono gentile vero?” “Sì tesoro tu sei un ragazzino molto gentile…anche il signore che si è fermato per consolare Tony è gentile. Hai visto che sguardo buono che aveva e come era addolorato? Il mondo è pieno di persone così, per fortuna. Anche noi dobbiamo essere così”
“Sì mamma…”
“E’ stato bello passeggiare abbracciati”
“….”

Tizianeda