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I “te lo avevo detto” che non aiutano a crescere

“Pronto, mamma”
“Quindicenne…”
“Volevo dirti che sono salita sul pullman che porterà me e i miei amici in montagna e che è partito”
“Bene, mi raccomando guarda sempre la strada davanti a te e divertitevi”

“Pronto mamma”
“Quindicenne…”
“Volevo dirti che ho appena vomitato, ma tranquilla l’autista si è fermato appena in tempo e ho vomitato sulla strada”
“Ecco questo è consolante”
“Anche la mia amica ha vomitato, subito dopo di me”
“Non vi faranno più salire sui pullman. Ora come state?”
“Benissimo mamma, tranquilla (si ode risata)

“Pronto madre”
“Santo cielo, quindicenne”
“Volevo dirti che l’area pic nic qui in montagna è tutta bagnata e ci sono nove gradi. Ci sai consigliare un posto dove andare?”
“Tornate nella piazza del paese e cercate lì”
“Ok madre, grazie”
“Prego, figlia”

Nel giorno di tutti ma proprio tutti i Santi, la quindicenne, ha fatto una gita in montagna, con i suoi amici altrettanto quindicenni. Con il pullman, per la prima volta. Si è dovuta così districare con l’acquisto del biglietto, con il riacquisto del biglietto, perché il primo era sbagliato, con le curve di montagna, l’autista Barrichello, il suo primo vomito da viaggio verso i monti da sola, un’area pic nic vivamente sconsigliata da adulti più consapevoli, il tempo da gestire in compagnia, il freddo. Tutto questo in un luogo fermo, che in questo periodo dell’anno ha i colori appassionati degli animi chiassosi. Come l’adolescenza che non sa di estate, ma è mutevole e capricciosa come l’autunno in montagna. Così i quindicenni, ormai convinti che non fosse il quindici agosto, ma il primo novembre, hanno trovato rifugio in una taverna, previo acquisto di panini montanari.
C’erano molti “te l’avevo detto” in quello che è successo in montagna il giorno di tutti ma proprio tutti i Santi, alla quindicenne e ai suoi amici. Ma Tizianeda è convinta che con i “te l’avevo detto” non è mai cresciuto nessuno. Anzi. Tizianeda pensa che si cresce sbagliando il biglietto che ti deve portare altrove, si cresce guardando dritte le curve che ti portano in alto, si cresce anche vomitando, si cresce capendo che certe idee sono una cazzata e cercando la soluzione, si cresce allontanandosi dalla protezione preventiva dei genitori e dai loro postumi “te lo avevo detto”, che mettono solchi e distanze, che costruiscono insicurezze, che sono un dito sterile puntato ai loro errori.
Poi per tornare in città, i ragazzi e le ragazze hanno nuovamente preso il pullman. La quindicenne si è seduta vicina al conducente, ha guardato in avanti, non ha vomitato e non ha mai chiamato sua madre. A Tizianeda ha detto che si è divertita e che era molto stanca. Non sa se ritornerà ancora in montagna con il pullman, ma quella sera era sorridente e serena. E questo basta.

Tizianeda

Le tre cose che i bambini devono assolutissimamente imparare. E un pensiero

Prima ha imparato a pedalare. Una bicicletta, due ruote e ostinazione. Ora quando è sul sellino, i piedi veloci sui pedali, sorride. E se cade pazienza, uno slancio e ancora, ché alla libertà non rinunci per un inciampo o qualche graffio. Un bambino con le ginocchia sbucciate, è un bambino felice.

Poi ha imparato ad annodare le stringhe delle scarpe, che sembra facile, ma non lo è. Le dita si ingarbugliano e viene fuori un groviglio stronzettino che si scioglie appena inizi a camminare. E allora ricominci. Pieghi giri tiri, finché ci riesci, trovi il movimento giusto, dopo almeno cento tentativi. E poi cammini e corri e salti senza il rischio di inciampare, chè se si sciolgono, ancora pieghi giri tiri. Liberandoti di quel limite che ti fa fermare.

L’ultima cosa che ha imparato a fare, di quelle che tutti i bambini devono assolutissimamente, è stato nuotare. La più difficile. Con l’acqua non è stato amore a prima vista. Paura e diffidenza per quel cambiamento radicale, nei movimenti e nelle sensazioni. Ma quando impari a stare dentro il mondo marino, gambe e braccia in movimento, quando la terra sparisce dai tuoi i piedi, capisci che quella strana aria acquosa che ti costringe al cambiamento è bellissima. E quell’immenso sforzo di comprensione che il suo corpo ha dovuto fare e con lui il suo sentire dentro, è una rivincita sui limiti che ci imponiamo solo per paura o diffidenza.

E ora l’ottenne, nuota e nuota e dall’acqua non vorrebbe uscire mai più, nuota con la maschera e il boccaglio che porta a mare e anche in piscina. Sempre. Lui l’acqua, la maschera e il boccaglio, con cui si è esercitato nel lavandino di casa riempito fino all’orlo. Il suo “simulatore di mare”. Così galleggia tranquillo a guardare giù giù. E quello che vede lo sa solo il suo sguardo visionario da bambino.

P.s.. in questo blog, racconto la vita minuta, la vita nella sua normalità. Come quella dei bambini, attraverso i miei figli. Imparare a pedalare senza le rotelle laterali, imparare ad allacciare le stringhe delle scarpe o andare al mare o in piscina con la maschera e il boccaglio, fa parte della loro normalità. Tutti i bambini ne avrebbero diritto. Eppure ci sono luoghi, in questo nostro mondo così eterogeneo e con dolorose chiazze di orrore, in cui ai bambini la normalità è rubata, l’innocenza è negata. A loro, i miei pensieri e questo post.

Tizianeda