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Propongo mia madre

– Mamma, per la settimana dello studente, i rappresentanti mi hanno chiesto di proporre qualcosa.
– Bene quattordicenne. E tu cosa hai detto?
– Io ho detto: propongo mia madre.
– Cosa?!
– Sì mamma, tu hai scritto un libro, parli di adolescenti e poi l’altro giorno ti ho ascoltata mentre chiacchierare con G. Ecco tu devi venire in classe e parlare così…
– Ma immagino che i tuoi compagni non abbiano accettato, ti avranno detto che ci devono pensare, che è una richiesta insolita, che tu sei di parte e ne risentirebbe la obiettività…
– No mamma. Sono stati contenti e mi hanno detto subito sì.
– Ma la settimana dello studente, esattamente, tra quante settimane è?
– Esattamente questa. Venerdì mattina. Va bene?
– Santo cielo! Va bene quattordicenne. Grazie…
– Mamma…
– Sì?
– Non vedo l’ora…

L’ora è arrivata, puntuale. Alle 10,00, di venerdì 3 febbraio, Tizianeda si è ritrovata a guardarsi con il portone del Liceo Classico Tommaso Campanella della sua città. Uguale a quello che oltrepassava molti, molti, molti anni fa, con una borsa piena di libri, il diario imbottito di ritagli di giornale, frasi arrabbiate, speranzose, tristi, incomprensibili, allegre, cuori, disegni, adesivi e persino i compiti assegnati. Questa volta lo apriva come mamma di una quasi quindicenne, incosciente, orgogliosa e fiduciosa nelle risorse della sua genitrice. Il comitato accoglienza di fronte al portone sempre lo stesso: il busto del caro Tommaso.
Lo ha fatto con la felicità che deriva da inviti imprevedibili e amorevoli. Lo ha fatto con la concentrazione da mistico sperduto tra le nevi Himalayane, con la consapevolezza di non sapere assolutamente gli esiti dell’incontro e la speranza che non avrebbe sbagliato se avesse fatto l’unica cosa che spesso noi adulti dimentichiamo di fare: ascoltare con la mente libera i ragazzi e le ragazze che stava per incontrare. Nei giorni precedenti ha anche letto, studiato, pensato. Ma più di ogni altra cosa Tizianeda ha invocato come una divinità, quel tanto di buon senso e di empatico sentire, che ci fanno fare la cosa giusta. Perché gli adolescenti sono materia delicata e fragile, ma anche dura e ostica, imprevedibile e affascinante.
E così è entrata in classe, accolta dal sorriso di sua figlia e dagli sguardi curiosi dei suoi compagni. Si sono guardati e studiati per qualche minuto. In silenzio. Poi i ragazzi hanno sistemato le sedie in cerchio spostando i banchi. Nessuna cattedra, nessuna separazione. I protagonisti erano loro e i loro pensieri. Lei ha avuto il compito di stimolare la parola, l’intimo sentire, la consapevolezza di essere ascoltati, il confronto, le paure, i sogni, le recriminazioni, il bisogno di tutte le età di calore umano e comprensione. Le rigidità, le provocazioni, l’impaccio e lo stupore, gli abbracci spiazzanti – perché il corpo è un ostacolo a volte, che fa dimenticare quanto sia potente strumento di comunicazione e racconta quello che le parole non sanno – la voglia incredibile di dire come torrenti in piena.
Due ore così, senza mai distrarsi, dense e veloci. Due ore così, finite con i sorrisi. Poi Tizianeda è andata via, insieme a sua figlia, seguendo la scia degli studenti. Si sentiva spossata, come se avesse fatto una camminata infinita tra le montagne dell’Aspromonte, come se avesse fatto un discorso di dieci ore senza l’acqua, come se avesse dovuto ripetere le tabelline, come se avesse dovuto recitare, senza sbagliare neanche le pause, “Il passero solitario”.
Però ha capito, che era andato tutto bene, da come la stringeva sua figlia, con il braccio infilato al suo, dal modo in cui oscillavano sulla strada, lente, in silenzio, all’unisono.
Non sempre l’adolescenza fa paura.

Tizianeda

ἐπιϕάνεια

La donna posò la valigia sul pavimento. Era quasi arrivata. Doveva aprire la porta. Non era difficile. Aprire la porta e varcare la soglia, tutto qui. Un’altra porta, un’altra soglia. Non sapeva cosa sarebbe successo. Non poteva sapere. Quali volti, parole, e incontenibili silenzi. Quali abbandoni e incontri, quali schianti e fughe. Poteva voltarsi, vedere cosa e chi lasciava . Ogni istante di respiro e di cuore e di carne. Poteva questo e continuare a ripetersi le parole del calabrese Abate che tanto le piacevano: “Non sempre è possibile capire la vita, mia cara, né serve spiegarla. Bisogna raccontarla e basta”. Lei provava a raccontarla la vita, perché voleva spiegarla a se stessa, vederla farsi chiara dentro una composizione di parole, tutte le volte che la attraversava, la osava, la sbagliava, inciampava tra le sue gambe.
Pensava la donna che il cambiamento è sempre preceduto da una sottrazione. Lei però le cose e le persone non voleva lasciarli dentro numeri che diminuiscono fino a scomparire.Voleva lasciarli andare con rispetto.
Che tempo, pensava, che tempo questo. Accadimenti nel tempo di uno strappo. Era tutto dentro di lei. Presenze e assenze, insegnamenti e sbagli, colori e visione che solo i grigi ti danno. Quante immagini in lei, pensava la donna. Quanti anni aveva vissuto in quel tempo piccolo e quanto stupore in ogni volto, per ogni incontro, per ogni parola detta e taciuta, dolore e fatica, demoni e angeli, lei che era demone e angelo e ricerca e ritorno a sé. Prima di aprire la porta, la donna voleva portarsi un’immagine che fosse un amuleto, un’apparizione, una manifestazione del divino che è nell’universo e dentro tutti noi, pensò, un’ἐπιϕάνεια. Chiuse gli occhi per trovare un’immagine innamorata che le facesse provare tenerezza e fiducia. Chiuse gli occhi e la trovò. E vide. Vide un ragazzino di undici anni dentro una casa di 90 mq. Vide la porta che si apriva e una donna magra, ancora troppo magra che la varcava. La donna che era stata per molti anni presenza densa per le stanze di quella casa. La donna a cui era stato consegnato tra le braccia quell’undicenne quando era piccino. Che aveva aiutato nell’accudimento lei, la mamma di quel bambino. Che poi i ragazzi erano cresciuti, ma la vita aveva deciso di interrompere per un po’ il filo che li univa. Giusto un tempo necessario per riprendere forze. E poi l’incontro dopo mesi di paziente attesa. L’incontro tra la donna e il ragazzino. Era questa l’immagine che si sarebbe portata, come un dono di incenso di oro e di mirra. La manifestazione dell’amore potente che si inchina al mistero della vita. Quell’incontro atteso, di una donna e un ragazzino, quel guardarsi senza dire, quell’avvicinarsi piano e abbracciarsi senza troppo stringersi per non farsi male. Era questa la sua epifania, la visione rivoluzionaria dell’amore che tutto può e sa dire, dentro immagini silenziose.
Adesso ho tutto ciò che mi serve, la donna pensò con nel cuore la commozione di quegli attimi delicati. Questo si disse, prima riprendere la valigia e aprire la porta.

Tizianeda

Le costellazioni di Valeria

Ci incontriamo nel gazebo di una gelateria. Da lì il mare è una possibilità vicina. Nella città sbilenca quell’ammasso acquoso è presenza viva e odorosa. Da lì il mondo ti regala l’illusione di essere clemente e lo respiri in profondità e senza fretta. Questo è il bello del sud. Si offre in angoli fermi, come ferma è la sua luce abbagliante di settembre. Quando arrivo, lei è davanti al gazebo che mi aspetta. Ci abbracciamo con la confidenza di chi si conosce da tanto. Anche se noi ci siamo viste solo due volte. Valeria ha trentadue anni, è una giovane donna. Indossa una collana con le pietre colorate, come il vestito. La sua voce è calma e calmo è il suo sorriso. Più di ogni altra cosa, di lei ti attirano gli occhi. Sono grandi e luccicano, come costellazioni fitte di stelle. E’ una scrittrice di quelle vere, due libri, “Stelle binarie” e “ La convergenza artica”, che le hanno donato due premi importanti.
Ci sediamo attorno al tavolino. Da quell’angolo privilegiato, le montagne alla fine del mare sono una presenza prepotente. Sono lì con noi. Valeria mi regala una piccola agenda dentro cui poter fermare i pensieri che fuggono, come fanno i sogni. Parliamo, parliamo tanto e ci raccontiamo. Siamo due generazioni diverse penso. La guardo e faccio un balzo nei miei trentadue anni. Ha un fondo di innocenza intatta lo sguardo di Valeria, che non rinuncia alla curiosità per i movimenti incessanti della vita. Parliamo di donne, desideri e sogni, di maternità e progetti, di dogmi e religioni, di libertà e della nostra passione comune: la scrittura che è la ruota che fa girare le storie. La guardo, non senza tenerezza. I quattordici anni che ci separano mi concedono questo lusso. Mi rivedo alla sua età. Vedo in lei parti di me che la vita ha elaborato o che si è presa e parti di me che resistono nonostante l’incedere dei passi. E’ bella Valeria nel suo stupore generoso di cui è piena la sua scrittura. Ha la freschezza di chi crede nelle possibilità e la forza di chi sa la fatica della conquista e possiede la percezione viva dei moti dell’anima.
All’improvviso il nostro tempo finisce. Troppo presto. Succede quando si chiacchiera con felicità. Lasciamo il gazebo e il parlare intorno agli altri tavoli. Facciamo un tratto di strada insieme, poi ci salutiamo ancora in un abbraccio, che profuma di complicità.
Torno alla giornata da mettere in ordine. Penso ai miei trentadue anni e a tutti i cambiamenti avvenuti, fuori e dentro di me. Poi il presente mi distrae.

Tizianeda

Sul treno

L’ultima volta che ricorda di essere salita su un palco, con la gente giù seduta a guardarla, aveva nove anni, un velo in testa, gli occhi grandi, gli incisivi superiori anarchici, un corpo minuto e la felicità consapevole di avere il ruolo più importante nella recita della scuola: la Madonna.

Da allora su in alto, con la gente sotto a guardarla non c’è salita più e quindi ha perso l’abitudine. Per questo quando il 19 pomeriggio, che è venerdì, salirà sul palco dell’”Associazione Incontriamoci Sempre” della sua città sbilenca, per parlare di “Internet e La Comunicazione”, le verrà la tremarella. Almeno fino a quando si siederà comodamente sul divano piazzato nel centro. Perché alla sua destra ci sarà chi organizza questi incontri fatti di chiacchiere e scambi di idee. L’uomo che lavoro su un ufficio mobile, affacciato su un panorama mozzafiato che non finisce mai. Il David Letterman del sud suddissimo, un po’ matto e un po’ visionario, fuggito chissà quando e chissà come da Macondo. Alla sua sinistra, sempre seduto accanto a lei, ci sarà il Signor Direttore del giornale online per il quale Tizianeda scrive: Zoomsud. Lui che dispensa in egual misura consigli e cazziatoni che sono anche sagaci lezioni di giornalismo. I cazziatoni, intendo. E poi ci sarà lei, la donna con gli occhi da aliena e i capelli color della terra con cui ha un’affinità elettiva accertata e certificata, che leggerà qualche post e qualche pezzo del giornale. Non sa se sarà seduta sul divano, su uno sgabello, un trono, una poltrona, in piedi o sospesa a completare il presepe. Sa che sarà bravissima.
E insomma tutto questo, per dirvi che siete invitati a venire in questo posto che una volta era una stazione ferroviaria, che ora sembra galleggiare tra palazzi, strade e svincoli. Dei treni che passano, non c’è più traccia. Di questi mezzi ferrosi che attraversano rumoreggiando i paesi, è rimasto però, in chi organizza incontri come questo, il senso del viaggio con i suoi panorami incantati e mutevoli, il bisogno di raccontarlo e condividerlo e il desiderio di conoscenza e scoperta.
Questa è la locandina. Ci sono anche io…e vi aspetto.

calabria autore

Tizianeda

Compagni della Scuola media G.G. sez. c

Sono stata trasportata con un tocco di prestigitazione virtuale, con un teletrasporto informatico, dentro un gruppo facebook, composto da persone che in comune hanno l’età, una diaspora ormai trentennale, e l’aver condiviso per tre anni, le loro vite in bilico tra la fanciullezza e l’adolescenza, tra sbalzi umorali, cambiamenti epocali, ormoni pronti ad esplodere e brufoli in arrivo.
Ci incontreremo, i Compagni della scuola Media G.G., davanti ad un chiosco di gelati, come fossimo ancora piccoli, non senza perfida curiosità, ansiosi di rivedere i ragazzini di allora e gli adulti geneticamente modificati di oggi.
Per lenire l’ansia da prestazione, mi sono prospettata una serie di possibili non augurabili situazioni:
1) ci verrà uno struggimento nostalgico, che ci farà venire voglia di abbracciarci tutti e piangere;
2) ci scambieremo sorrisi benevoli e pacche sulle spalle, dicendoci l’un l’altro che nonsiamo cambiatiaffatto e comefaiamantenerticosìbene, pensando tuttavia l’esatto opposto;
3) qualcuno ricorderà episodi della nostra preadolescenza scolastica, che qualcun’altro avrebbe voluto dimenticare;
4) non sapremo cosa dirci per tutta la serata, e dopo esserci salutati promettendoci di riorganizzare assolutamente un altro incontro, ce ne andremo ognuno per la propria strada e non ci rivedremo per almeno altri trenta anni;
5) non appena osserverò i volti dei compagni, la nebbia che ho di quel periodo, si dissolverà lentamente, si materializzerà l’immagine sbiadita di una ragazzina goffa e fastidiosa, e con sgomento capirò che quella figurina lontana, che alle feste faceva tappezzeria, sono proprio io;
6) saluterò con una scusa, tornerò a casa e costringerò mio marito a mettere una musica lenta anni ottanta perché, per la legge della compensazione, dovrà farmi ballare tutta la notte.

Ora, siccome so che nessuna di queste ipotesi immaginifiche si verificherà (almeno spero), vado a prendere un bel vestito nell’armadio per indossarlo questa sera , come quando si andava tutti alle festicciole, con la musica del Tempo delle Mele. Come quando in un tempo assai lontano, tutti ci sentivamo un po’ Sophie Marceau o il ragazzo di cui non mi ricordo il nome con il gelosino, anche quando l’unico incontro ravvicinato era con la tappezzeria.

Tizianeda