Posts Tagged ‘introspezione’

Grazie, scusa, per favore

L’ho lasciato in silenzio. Senza parole. Ho chiuso la porta piano, come quando vuoi proteggere il sonno di chi ami, dentro la stanza in penombra. Piano per non fare rumore, per non scuotere i sogni. Un lento, segreto gesto d’amore. Così ho fatto con l’anno che è andava via. Un ultimo sguardo, prima di lasciarlo lì nella stanza. Amiamo celebrare ciò che finisce, per avere la speranza di un inizio. Una tenerezza che si rinnova. Così è per i compleanni. Soffiamo sul tempo trascorso, soffiamo vento sul nuovo che vogliamo, esprimiamo il nostro bisogno di essere, di una vita che ci faccia sentire presenti, cantiamo l’urgenza di abbandonare vecchi e nuovi dolori irrisolti, di rinnovare i prodigi e le felicità, di trovare altre stanze da abitare, o di continuare a entrare in quelle che ci fanno sentire salvi. Una torta di 2017 candeline. Non salutiamo solo l’anno ritornato a se stesso. C’è qualcosa di potente nel bisogno di abbracciarci allo scoccare della mezzanotte, di illuminare la notte, di rompere il silenzio con botti assordanti che spostano l’aria, di ritrovarsi insieme, per dire ciao anno, ciao. C’è qualcosa di umano e vulnerabile e innocente e ti viene da piangere e chiudere gli occhi e stare ancora un po’ in bilico tra chi va e chi arriverà o chi resta ancora accanto a te.
L’ho lasciato in silenzio senza parole. Era il giusto epilogo. L’unico. L’ho riempito di tante lettere questo anno andato via, lui che è stato così pieno di vita e vite. Così pieno questo anno che sono sembrati dieci e forse di più e so che il volto è divenuto geografia tangibile di ogni presente vissuto. L’ho lasciato con poche parole nel cuore. Le più importanti: grazie, scusa, per favore. A ogni cosa, a ogni persona, a ogni incontro, a ogni presenza e a ogni assenza. A ogni ritrovarci, a ogni scontro e abbandono. Per ogni dimenticanza, per ogni gratitudine, per ogni mancanza, la mia. Grazie, scusa, per favore. Ognuno nel mio cuore, a modo suo, per come so. Grazie, scusa, per favore, a te che ci sei e a te che non ci sei. Nel mio cuore. Varco la soglia senza voltarmi, sorridendo, oscillando. Non penso più ai passi da contare. Cammino.

Tizianeda

Del panico e dei suoi attacchi

“Mamma…”
“Dimmi tesoro”
“Una mia amica mi ha detto che soffre di attacchi di panico. Tu sai cosa sono? “
“Sì quattordicenne, so molto bene cosa sono”
“Me lo spieghi? Mi è sembrato che stesse molto male”
“L’attacco di panico è una reazione non intelligente del cervello a degli stimoli esterni. Cioè il mio cervello crede che ci sia un grave pericolo che in realtà non esiste, quindi il corpo agisce di conseguenza. Il cuore batte fortissimo, sudi, tremi, hai voglia di fuggire e ti convinci che stai per morire”
“E si muore?”
“No tesoro non si muore, ma in quel momento pensi che ti sta succedendo proprio questo”
“E poi?”
“E poi come arriva l’attacco, va via e ti senti molto stanco e spesso hai paura che possa ritornare e allora non ripeti certi comportamenti che credi possano scatenarlo”
“Tipo?”
“Tipo uscire, allontanarti, guidare, viaggiare e tutto quello che fa di te una persona libera”
“Ma si guarisce?”
“Sì amore mio, si può veramente guarire. Bisogna farsi aiutare,parlarne e non vergognarsi, perché succede. Diglielo alla tua amica”
“Mamma…”
“Dimmi amore mio”
“Ma tu, come fai a sapere tutte queste cose?”
“Perché anche io ho avuto in passato un rapporto burrascoso con quel fetentone di Mister Panico”
“Ma non ne hai più?”
“No, niente di niente … ora che ci penso da quando ho aperto il blog. Bisogna lavorarci un po’ e fare tutto quello che ci spaventa, così la parte stupida del cervello ritorna intelligente”
“Wow mamma, figo!”
“Be’, sì, diciamo figo”.
Diciamo che la quattordicenne ha, sì, una mamma “figa” che ha fottuto il panico da ormai cinque anni. Diciamolo qui in questo blog lieve, perché Tizianeda di panico ne sente parlare spesso. Perchè molte sono le persone che lo raccontano a lei, o attraverso i social. Perché è giusto non tacerlo. Certo Mister Panico, non merita molta confidenza, ma quel tanto per far capire che lui e i suoi puzzoni attacchi attraversano la vita di molti, condizionandola. E se c’è, bisogna trovare il modo per scacciarlo, capire perchè è arrivato, capire quali sono le vere paure nascoste, o le mancanze e i vuoti.
Tizianeda conosce gli eventi burrascosi del panico, perché per un periodo della sua vita ne è stata abitata e condizionata. Oggi appartiene alla sua vita precedente. Pensa che sia giusto parlarne, per aiutare, spera, chi ne è invischiato. Oggi le energie esplosive viaggiano sulla strada della creatività, dei progetti, di una vita che le piace, nonostante le fatiche e gli inciampi e lei. Si è detta di guardare nel volto le paure più profonde, di imparare ad amarsi, a riconoscersi, di imparare ad abbracciare i limiti e a prendersene cura. Lo ha lasciato andare e gli ha sorriso. Non pensa più Tizianeda al panico, se non quando gliene parlano. E’ concentrata a camminare in un presente più indulgente dove riconoscersi anche nei grigi. Ad annusare la vita per sentirne gli odori, senza farsi spaventare dal troppo che arriva. Ad abitarsi ovunque si trovi, a fare pezzi sereni degli eventi burrascosi. E a riprovarci quando fa fatica. A pensare che in fondo è tutto qui, è tutto qui e a lei piace. Perché questo tutto qui, è una tavola apparecchiata attorno alla quale stare, per rendere il cuore a se stessi e non solo.

Tizianeda

Accogliersi dentro di sé

“Mamma smetti di guardarmi”
“Ok tesoro, non ti guardo”
“Dai che facciamo in un attimo. E poi siamo tutte donne, stai tranquilla, signorina”
“Lo so, ma io mi vergogno”
“Anche io alla tua età mi vergognavo amore”
“Sì ragazzina, tranquilla è normale, dopo una certa età non ci si vergogna più”

Mentre Tizianeda si trovava in una stanza con due infermiere gentili e con la quattordicenne, lì per un elettrocardiogramma, ha iniziato a pensare al pudore.
Ha pensato, per quelle mirate associazioni che la mente fa, a tutte le volte in cui d’estate si doveva sottoporre, insieme a migliaia di bambini sparsi per le spiagge, al cambio del costume dopo il bagno. Questo per scongiurare d’inverno, febbri, tossi, convulsioni, pertossi , terremoti, tzunami, tornado o la fine del mondo, a quanto pare, visto l’accanimento terapeutico dei genitori. Si è ricordata del compito di sua madre e poi di sua sorella di sorreggere nella spiaggia assolata e piena di ombrelloni, il telo di spugna, per coprire le parti interessate. Era un continuo “stai attenta, non ti distrarre, non mollare, controlla che nessuno guardi”. Già da quei momenti si impara l’arte dell’equilibrio. Se cadevi eri fottuto. E Tizianeda ricorda l’imbarazzo quasi doloroso, quando una volta il telo scivolò sulla sabbia calda. Nessuno probabilmente se ne accorse, ma lei avrebbe voluto scomparire insieme a quel corpo scoperto per un tempo impercettibile nella realtà, ma nella sua fantasia lungo quanto la formazione dei continenti.
Poi cresci e i costumi inzuppati di acqua e sale smetti di cambiarli. Poi cresci e attraversi quella fase in cui il corpo lo mostri a fatica, non per pudore, ma perché non ti piace. Poi cresci e il corpo lo scopri un po’ di più ed è una scoperta interiore. Poi cresci e il tuo corpo è femmina. Poi cresci e succede che diventi madre e il tuo corpo si apre dentro gli occhi e le mani di medici e infermiere e il pudore quel giorno lo butti definitivamente nel cesso. Poi cresci e crescere e inciampare nel tuo corpo, sono il prezzo per rinnovate strafottenze e sicurezze, anche loro da preservare, perché in ogni momento le puoi perdere se non diventi solido dentro il tuo corpo.
Questo pensava Tizianeda mentre si trovava nella stanza con le due infermiere gentili e la quattordicenne. Pensava che crescere è spogliarsi, è non avere paura delle proprie nudità, è guardarle, è anche imparare poco a poco quando svelarle e quando invece usare la risorsa del pudore che non è più vergogna, ma consapevolezza. E’ accettare che a volte si è dovuto camminare su cocci di vetro, per capire tutto questo, per guardarsi nude allo specchio e accogliersi dentro di sé.

Tizianeda

Unire i punti

Adolescenza. Che parola. Spigolosa e ondivaga, contraddittoria anche nel suono. Indefinito, come il tempo che la percorre. Parola consegnata dai progenitori di un tempo ancor giovane. Adolescere, crescere. Tempo di mezzo e transitorio. L’infanzia si trasforma e si dissolve, manipolata dagli ormoni. L’età dei peli, della puzza di ascelle, della voce che piano sprofonda. Il magico si fa inghiottire dall’assoluto: no, sì, bianco, nero, ti amo, ti odio, bello, brutto. Si scopre l’altro, si sente a spese del corpo l’attrazione e si inizia a scontrarsi con le sfumature della vita. L’età in cui non si è sempre allo stesso modo. L’età in cui sei figlio a casa, amico fuori e a volte diverso con ogni amico diverso. L’età in cui ti confronti con i tanti modi di essere di una sola personalità. In cui prendi distanze dai genitori, per trovare una identità originale. Una terra con una sua fragilità, come tutto ciò che è estremo, come i corpi rigidi che possono spezzarsi. Li osservo gli adolescenti, nella loro forza, nelle loro incertezza di pensieri non ancora strutturati, di corpi in divenire, di ricerca di visione solida della vita. Li osservo attraverso la quattordicenne e i suoi amici. Sono belli. Mi chiedo quanto siano sereni, quanto siano arrabbiati, quanto ci sentano distanti e incapaci di comprenderli. Noi, che abbiamo lasciato la memoria della nostra adolescenza in qualche ripostiglio. Che dobbiamo imparare ad annusarli, come gli animali sanno fare. Sono belli gli adolescenti nel loro bisogno di consenso, sono difficili nel loro linguaggio da decifrare. Perché per la prima volta le due generazioni si fanno distanza e devi imparare un nuovo vocabolario interiore. Perché per la prima volta non è solo insegnare grazie, prego, per favore. Le parole si fanno tante. Come i silenzi. E’ capire cosa hanno raccolto, cosa è stato piantato dentro di loro. Per la prima volta bisogna imparare ad ascoltarli sperando che le composizioni di parole si facciano pazienti e reciprocamente clementi. C’è il suono del dolore nella parola adolescenza. L’anima si trasforma e allunga, come le ossa e con loro i muscoli e la pelle. È una terra che conquista i suoi spazi in un silenzio soltanto apparente. Li osservo gli adolescenti e loro osservano noi e osservano la vita, per trovare una coerenza di dire e di fare, i loro puntini saldi da congiungere. Per trovare dentro di loro l’ordine dei numeri, che in un’unione di linee componga gli enigmi. O semplicemente per non sentirsi troppo sperduti davanti alle costellazioni disordinate di punti, messe lì da movimenti misteriosi e continui.

Tizianeda

Todo cambia

Il decenne ha superato il varco delle scuole primarie, e si è teletrasportato nel triennio della scuola media. Non sarà più “ciao maestra come stai?” ma “buongiorno professoressa” e c’è una bella differenza. Ha affrontato il primo giorno di scuola con stoica partecipazione emotiva/corporea e dopo essersi rassicurato che i nuovi compagni non sono dei mostri e le prof hanno le stesse sembianze umane delle maestre, ha inforcato come nuovi occhiali il cambiamento. Il più grande per lui, la conquista della solitudine di strada. Va a scuola lasciando che la sorella esca due minuti prima e torna a casa senza accompagnatori adulti. Solo una volta Tizianeda lo ha aspettato sul balcone, la prima volta, per non perdersi la bellezza del suo passo orgoglioso, di chi ha aggiunto qualcosa di indispensabile al suo procedere.

La ragazza quattordicenne sembra vivere i tumulti mutevoli della sua età, con una certa pigrizia distaccata. Ha un suo mondo consolidato, di cui Tizianeda vorrebbe sapere di più, superando gli ostacoli della estrema sintesi verbale della figlia. Per questo quando le apre il suo universo mutevole, lo accoglie come una rivelazione mistica. Il più delle volte osserva lei e la sua quotidianità, fatta di youtuber, fumetti manga, gruppi nerd whatsapp, piante da curare, disegni, qualche lettura, tutorial che le insegnino a truccarsi (perché sua madre …), versioni di greco e latino e altra roba scolastica che sembra vivere seraficamente, scrittura a più mani con uno dei suoi gruppi social. Tizianeda dal par suo cerca di stare in silenzio accanto a questa ragazzina – tendenzialmente solitaria e che le sembra solida – e sempre che le circostanze e l’urgenza di rapidi interventi vocali, non la trasformino in una matrigna malvagia, come con il decenne, del resto.

Lo Sposo Errante, ha ripreso il suo vagare mattutino sui treni sbrindellati e strade malferme, che lo conducono nel suo altrove lavorativo. Anche per lui stanno per arrivare importanti cambiamenti che già partono da dentro, che un po’ muteranno gli assetti familiari. Dentro una famigliola si sperimenta per la prima volta la percezione della connessione tra persone. Il cambiamento di uno inevitabilmente incide sull’altro, come nella dinamica delle placche terrestri. Ma su di lui non vi dico altro. Arriverà il momento e ve ne accorgerete. Vi accenno solo che Tizianeda è molto contenta “sarà un po’ come tornare giovani” ha detto allo sposo.

Lei i cambiamenti cerca di guardarli nel volto. La resilienza forse fa parte del codice genetico delle donne. Chissà. O forse è la vita che ti educa oppure ci nasci con la resilienza incorporata, come un accessorio di una macchina.
La verità è che tutto cambia in continuazione, anche quando ci sembra che non accada. Cambiano i rapporti tra le persone, cambiano le situazioni, cambiamo noi, cambia il colore dei capelli, il modo di vedere le stesse identiche cose, cambiano le parole, le dinamiche affettuose, il sentire e l’amare, cambia il corpo, cambia l’arredamento di una casa e il colore delle pareti. Cambiano i vestiti dentro l’armadio e il disordine di una stanza. A volte succede lentamente, a volte è un franare improvviso, a volte l’improvviso è solo apparente, perché prima c’è un percorso lento e impercettibile. Capita di spaventarsi, a volte, capita di doversi fermare per riprendere fiato, di starsene in silenzio, o di piangere perché no. Capitano un mucchio di eventi nella vita che moltiplicano i paesaggi interiori ed esteriori e a volte li sostituiscono. Intanto si spera – a furia di stare sulla strada e di camminarci sopra – di non farsi intimorire o fermare dal mutevole e incontrollabile passaggio del cielo e che le gambe diventino forti, il tronco si raddrizzi e lo sguardo rimanga innocente.

Tizianeda

Lontani dagli occhi

I figli si guardano. Impari da subito, è un inizio di battiti dentro un monitor. Il primo sguardo sui figli è sentirli dentro, nel loro nucleo veloce di presenza pulsante.
I figli si guardano quando il ventre li appoggia tra le braccia. Quando sono esistenza rumorosa di carne. Quando dormono nel loro primitivo respiro fragile.
Dei figli si guardano i primi passi vittoriosi e la paura del loro franare a terra. Dei figli si guardano i cambiamenti e le fotografie di quando erano bambini per lasciare andare un tempo finito. I figli si guardano quando non sanno di essere guardati. E’ uno scrutare di occhi per ritrovare il primo sguardo concesso, per svelare racconti non detti. I figli si guardano quando sono felici e di più, quando scoprono gli inciampi dell’anima. Si guardano dalla distanza di un balcone o di una finestra, nella loro prima solitudine di strada. E ancora nel sonno quando il respiro ha una decisione adulta. Si guardano quando svoltano gli angoli senza paura, perché è così che gli hai insegnato. Si guardano quando sono lontani dagli occhi. C’è una memoria pulsante di cuore nella lontananza, il legame di quella prima volta, della visione del nucleo attorno al quale si è costruita la galassia del corpo. I figli si guardano perché non ci appartengono, per tracciare un senso di parole e di sentire che viene da lontano.

Tizianeda

Madre di se stessa

Succede che fra un po’ si va in vacanza, in quel posto montanaro che la famigliola ad agosto sosta ormai da qualche anno. Vanno in quel posto che ci sono una casa, il camino, il giardino, verde, compagnia, cibo, vino, passeggiate, trallallerotrallalà, ma anche silenzio.
Succede che questo silenzio Tizianeda lo cerca come un unguento, come un luogo dove rigenerarsi, ascoltarsi, trovare un punto di incontro, sentirsi solida, madre di se stessa, unitaria e unica. Un luogo dove sorridere placida e dirsi “tranquilla va tutto bene”, come si fa con i bambini quando sono spaventati per qualcosa. Per esempio quando devono disinfettare le ginocchia sbucciate da corse felici, o affrontare il buio di stanze prima di raggiungere l’interruttore della luce. Ecco un silenzio così, cerca, che sappia accoglierla, che sappia insegnarle ad accogliere con ancora più grazia la vita, senza avere la pretesa di comprenderla.

Tiziana madre (alta e soda come sarà nella prossima vita) con Tizianeda figlia è del bravo assai  Domneico Bafometto Loddo

Tiziana madre (alta e soda come sarà nella prossima vita) con Tizianeda figlia è del bravo assai Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda

Ogni rovescio ha la sua medaglia

“Ogni rovescio ha la sua medaglia”, così ha scritto un giorno quella meraviglia piena di parole di Marcello Marchesi. Era il periodo in cui con la famigliola ci scervellavamo per trovare il nome del blog. Correva l’anno 2012. Poi la folgorazione. Quale modo migliore per raccontare la terra capovolta partendo da un nome che evoca possibilità. Il 12 maggio “La medaglia del rovescio” è entrata in punta di piedi nella rete e si è accomodato guardando intorno un universo immenso, fatto di parole, suoni, immagini. Avevo un blog, ero una blogger, raccontavo i fatti miei e di chi aveva la ventura di attraversare la mia vita rendendola unica, almeno per me. Ho chiesto alla Tizianeda che ancora oggi (per fortuna) mi abita – anche se ogni tanto ha rischiato di essere sfrattata da un’inquieta Tiziana, con cui ha ritrovato e con fatica un nuovo legame amoroso – di guardare, osservare, sentire e raccontare. La maggior parte dei blog, dicono, non durano più di un anno. A volte subentra lo scoraggiamento, l’incostanza, il disamore. Se mai dovesse succedermi, so che sentirei un certo dolore, una sensazione di perdita. Perché per questo blog che il 12 maggio compie 4 anni, io sento un affetto profondo che mi scalda. Perché le parole si possono amare, perché in quelle parole ci sono pezzi di vita e di vite, le parole sono cuori che battono. C’è la famigliola che mi sorregge come un’amaca gentile, non sempre facile da gestire, ma da cui non posso prescindere. Ci sono i 90 mq e il mondo fuori i 90 mq. C’è il tempo che scorre e va via e quello placido dei ricordi che a tratti si ferma e sosta. Ci sono il luoghi del mio sud suddissimo e i luoghi altri che meritano di essere raccontati. Ci sono i volti e i passaggi di chi ha un peso e una consistenza nella mia vita. Ci sono pensieri che mi fanno accartocciare su me stessa.C’è la leggerezza innata, che mi rende una persona migliore. Il linguaggio è cambiato in questi anni, perché parti di me sono cambiate. E le parole assomigliano a chi le scrive. C’è la scelta di raccontare alcune cose e altre invece di tacerle. Non si può mica dire tutto tutto di sé in un blog. Ci sono pezzi di noi che custodiamo sempre da qualche parte, ma quanto nel blog è scritto è sempre vero e sincero. In un blog si può tacere, filtrare, non dire, scegliere cosa di sé mostrare, ma mai mentire. C’è Tiziana a volte, o forse sempre di più, ma è Tizianeda a condurla per mano dentro le pagine. Non so cosa sarei diventata senza questo blog. Forse un po’ più grigia, un po’ rancorosa verso me stessa per le passioni non ascoltate. La Medaglia del Rovescio mi ha regalato il coraggio di dire e di guardarmi dentro, mi ha amplificato lo sguardo che spesso è un privilegio e a volte un peso. E poi ci siete voi che mi leggete. Il blog è niente, niente, senza i passaggi affettuosi di chi decide di renderlo parte delle sue giornate. Ho ricevuto molto di più, in questi quattro anni, di quanto io abbia potuto regalarvi con le mie parole. Questo post è per tutti voi. Questa donna imperfetta che funambola tra parole e amori, ora vi manda tanti baci.

Tizianeda tra i grattacieli di parole è stata disegnata dalla mano di  Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda tra i grattacieli di parole è stata disegnata dalla mano di Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda

Le madri sbagliano sempre

“Mamma, esci sempre, noi ti vogliamo a casa!”

“E’ vero mamma, esci sempre”

“Ma ragazzi cosa dite? Esco ogni tanto”

“State esagerando, e poi che male c’è se vostra madre sta qualche volta con le amiche’”

“Sì, papà, però quando non esce non c’è ugualmente, è sempre giù allo studio”

“Veramente lavoro perlopiù quando siete a scuola e poi il pomeriggio sono tutta per voi”

“Sì però non mi va, sono gelosa”

“Santocielo! Una volta era  vostra nonna, ora voi … “

La sera dopo sono uscita, con le amiche. I due erano tranquilli nonostante il sermone attorno alla tavola della sera prima: “divertiti mamma” “grazie tesoro” “e non fare tardi” “no, non facci tardi” “voi coricatevi presto” . Dinamiche di un interno familiare in cui a volte i ruoli misteriosamente si mescolano e si ribaltano.

Poi si esce e rimane il filo dei messaggi.

[tutto ok?]

[yes tranquilla mom, divertiti]

[tra un po’ sono a casa coricatevi]

[siamo coricati … nel tuo letto]

[non esiste]

[ti abbiamo lasciato spazio

ti amiamo

ti veneriamo

ti benediciamo]

[vabbè dormite

ruffiani]

[Grazie tvb]

Quando sono tornata erano lì spalmati sul letto  tra la veglia e il sonno. Ad accogliermi lei con le sue morbidezze di ragazza adolescente e lui  caldo di un’infanzia che resiste nei suoi dieci anni. Mi sono sdraiata in quel minimo spazio che mi avevano lasciato nel lettone, approfittando dell’assenza del padre. Erano contenti di avere conquistato per una notte quel posto placido, come il ventre materno che li ha protetti prima che imparassero l’aria. Due piccoli pesci  addormentati che respirano. Assorbo la loro innocenza, la loro felicità fatta di sogni e presenza e calore.  Li guardo. I figli quando dormono ritornano alle madri, ritornano al buio che li ha custoditi per nove mesi. Penso a mia madre che non usciva mai e di quanto alla me adolescente quella presenza senza interruzioni  non piacesse. Si sbaglia sempre, in qualche modo. Poi è arrivato il  sonno e sono ritornata figlia.

Alle madri, agli uomini madre, alle donne madri senza figli, alle persone belle che si prendono cura dei figli di questo mondo  spaventoso, ai figli delle madri che sbagliano e quindi ai figli di tutte le madri, alle madri che non ci sono più, a mia madre, ai miei figli. Felice festa della mamma.

 

 

 

Tizianeda

Vorrei, anche per te

“Mamma mi sono sentito in imbarazzo! Sai quanto i miei compagni ragionano per stereotipi …”

Lo so decenne, lo so quanto sia difficile dire e fare la cosa giusta. E’ difficile anche per noi adulti raccontare chi siamo, quando capiamo di avere una visione delle cose non allineata. Ma in fondo non è sempre importante che gli altri comprendano.

Così la maglietta l’hai messa nella zaino con il suo pacchetto. Era il regalo per il compleanno di un tuo compagno, che io come al solito compro in ritardo perché sono disorganizzata e incasinata. Lo hai portato a scuola, contento. E  lo immagino il tuo sorriso, quello che mi fa impazzire. E  immagino il momento preciso in cui il tuo amico ha visto  la maglietta con la scritta rosa. E mi sembra di sentirli gli altri, tutti attorno curiosi prenderti in giro, perché il rosa per loro è un colore da femmina e non da maschio. E  vedo te, che non sorridi più, nascondere la maglietta dentro lo zaino per riportarmela a casa. E non è colpa loro in fondo. Perché sin da quando nasciamo ci educano a fare distinzioni nette tra questo e quello, a catalogare, distribuire, dire tu, io, lui, lei, da quella parte, da quell’altra. Ci insegnano causa ed effetto rigide.  Come dire cosa e a chi e questo sì, questo no e fare, stare, dove, quando.  E abbiamo parlato poi, io e te. Ma in fondo non ti ho detto nulla di più di quello che tu già non sappia.  Ma vorrei che imparassi ad attraversare le visioni ottuse e piccole con la forza delle tue convinzioni, con la potenza del tuo sorriso che non può non incantare, vorrei che la tua calma insegni e il tuo stupore sbricioli i pregiudizi.   Vorrei che gli altri bambini, una volta adulti, capissero quante meraviglie si perdono se crescono dentro vestiti cuciti per loro da altri. Si fatica tanto per diventare noi. Ci si fanno i lividi, perché si cade e ci si rialza, perché le parole sanno essere  pietre che dobbiamo saper scansare, perché  imparare a capire e distinguere è spesso un viaggio solitario. Ma poi, una volta intrapreso, quanti incontri e quante possibilità, quanta conoscenza e divertimento e stupore! E magliette con le scritte rosa di cui non farai caso se a indossarle saranno maschi o femmine.

 

Tizianeda