Posts Tagged ‘introspezione’

Sii dolce con noi, sii gentile

Ciao, sei arrivato finalmente. Un’attesa di un anno. Gestazione di 12 mesi, come i cavalli. Duemiladiciassette ti ha partorito, scomparendo dentro di te. Fa cose strane il tempo che scorre. Una magia bizzarra. Non credi? La madre si perde nel figlio e il figlio nasce più vecchio della madre. Non poteva che succedere allo scoccare della mezzanotte, questa magia. Accadono eventi strani nell’ora di mezzo del buio. Finiscono gli inganni delle fate, Cenerentola perde una sola scarpa per paura e vergogna, la carrozza ritorna zucca, gli stracci si riprendono il vestito della festa, la verità delle cose si rivela, e salutiamo l’anno che muore di parto, abbracciandoci come sopravvissuti, riempiendoci di baci, tenendoci stretti tra l’addio e il benvenuto, tra il sollievo e il bisogno di inizio, tra finalmente e speriamo. E’ bello il tuo nome, sai. Il finale sa di infinito e di possibilità. Sembri simpatico. Sii gentile anche, concedici le tregue che non abbiamo ancora avuto, concedici le rese che non ci siamo regalati e le consolazioni, nonostante i pezzi perduti nei giorni chiusi come porte alle nostre spalle. Concedici la clemenza e l’accoglienza e se non le sappiamo, dacci incontri e occasioni che ci dicano come si fa. Dacci specchi che non ci ingannino e strade senza troppi trabocchetti ed enigmi irrisolvibili. Sii gentile, ché la gentilezza è come gli uomini che sanno fare il bucato e cucinare. La gentilezza è sexy. Facci diventare sexy, perché il cinismo ha stufato nel suo sembrare così alla moda. Facci essere fuori moda, come vecchie signore naif. Lasciaci aprire ai paesaggi.
Fai come le madri che guardano i figli dormire, mentre scompaiono nella visione di innocenza. E non importa l’età dei figli e delle madri. E’ sempre lo stesso vedere. Guardaci dormire e sii dolce con noi, sii gentile. In fondo, è breve il tempo che ti resta*.

*Mariangela Gualtieri (semi cit.)

Tizianeda

A Natale, ma anche a tutti voi

A Genoveffa e Anastasia perché a quelle due è stato negato un lieto fine.
Al cuore del cervo ucciso dal cacciatore e al cacciatore che pensava di ingannare la regina.
Alla regina di Biancaneve che nessuno ha mai amato, al suo rancore amaro.
Alle matrigne cattive, che non sono cattive, sono infelici.
Alla strega senza nome di Hansel e Gretel, a quando era bambina e si rimpinzava di caramelle, ciambelle, zucchero filato. Al bosco oscuro che le è cresciuto dentro, prima ancora di abitarla fuori.
Al lupo di Cappuccetto Rosso e a tutte le donne che con lui corrono per salvarsi.
Al Brutto Anatroccolo e alla Bestia, all’imbarazzo di stare al mondo, al loro inconsapevole fascino.
A chi non cambia per dover piacere a tutti.
Alla Sirenetta, al delirio della terra, al richiamo dell’acqua.
A chi cerca, a chi non trova, a chi non si ritrova, a chi si perde.
Ai cibi mancanti sulla tavola , alle sedie vuote, ai sapori perduti, alla consistenza labile dei ricordi, alla ricerca ostinata della memoria.
A chi precipita il giorno di Natale. A chi precipita tutto l’anno.
Al silenzioso amore, alle presenze rumorose, alla felicità che spaventa, alla tristezza che si accomoda.
Al cellulare muto all’improvviso, ai messaggi chiusi dentro, agli aggiornamenti mai fatti, all’assenza di suono.
Al riposo delle orecchie, al riposo dalle attese.
A chi si commuove con la matematica e a chi piange per colpa della matematica.
A chi è buono, a chi ha l’attenzione del giusto e la giusta attenzione per l’altro.
Ai bambini, allo stupore di stare, alle loro voci di caramella.
Ai bambini sopravvissuti, agli adulti che sono diventati senza cedere all’amarezza, nonostante.
Al dolore, a quando incattivisce e allontana.
Ai figli e al cuore che espandono nell’attimo di uno sguardo, al loro odore che cambia, a noi che li annusiamo.
Alle dita, agli occhi, ai passi, a chi si svela, a chi sorride, a chi c’è, a chi è andato via, a chi resta, a chi torna, a chi non torna più, alla mancanza, al qui e ora, alle parole, al silenzio, al niente, al tutto, all’attimo che, alle stanze, alle piazze, al mare, alle mattonelle rotte, agli oggetti riparati, alle viti torte, ai buchi nella rete, al pezzo del puzzle in più.
A questo sentire, a questo vedere, a questo mai smettere, all’attesa, al respiro e al battito compagni di avventura, al loro dirsi e tacersi.
A Natale, ma anche a tutti voi.

Tizianeda

Le bambine corrono sui tetti

Corrono di notte sopra i tetti delle case. Fanno capriole, ridono spettinate e scalze. A volte si fermano, guardano il lato occulto della luna, ma giusto un po’, per non affondare in cupe malinconie. Sentono il loro respiro adulto. E’ della donna che sono diventate, che dorme sotto il tetto. A volte la chiamano quando si inceppano, perché si prenda cura di loro. A volte chiamandone una accorrono tutte le altre. Si mettono in ascolto, tendono le mani. Corrono le bambine di notte sopra i tetti, mentre le donne che sono diventate sognano dentro respiri stanchi. Corrono, sono come il vento, sono il silenzio della notte che cattura i rumori del buio. Corrono per farsi guardare dagli occhi nascosti della luna e dalle foglie che si rinnovano a ogni stagione e fremono non viste. Corrono per farsi guardare dalle code dei gatti, dalle civette tra gli alberi, dalle scope delle streghe, dalla musica in fuga dalle case, dalle luci accese delle stanze, dai voli degli insetti, dai gesti ripetuti, dalle briciole di pane, dal vino, da presente, dal futuro. Corrono lasciandosi alle spalle quello che sarà, le linee storte, le voci dissonanti, quel momento che, quell’attimo in cui. Corrono per ogni minuto irrigidito, così manipolarlo e comporne un’armonia. Le bambine corrono sui tetti, fanno le capriole, si fanno prendere dal vento, si lasciano posare fiduciose. Sbirciano le vite, con occhi affamati. Guardano dormire la donna che sono diventate, le bisbigliano parole dentro le orecchie, le soffiano sul collo, le prendono la mano, la baciano nel sonno. Le bambine che corrono sui tetti a volte si fermano, stanno in attesa della donna che sono diventate, quella che dorme qualche piano più giù. E quando quel richiamo tacito la sveglia, allora anche lei sale sui tetti. Si siede accanto alla bambina, contemplano in silenzio la notte, pensando che in fondo, da quell’altezza lì, il buio non fa poi così paura.

Questo post è dedicato a una bambina, al nuovo taglio di capelli che l’ha resa torva, alla donna speciale che diventerà anche grazie ai tagli sbagliati, all’arte di riderci sopra che imparerà.

Tizianeda

Gli occhi e lo specchio

E’ stato un attimo, un guizzo dentro i suoi occhi dal colore che non ha nome, quelli che sono verdi, azzurri, grigi, boh. Quelli che intorno si modificavano le geometrie. Un crescere di corpo, naso, bocca, guance, mani, spalle, braccia, seno, fianchi, gambe, attorno alla staticità di cellule visive. C’è da perdersi o ritrovarsi nella fedeltà tridimensionale degli occhi, nella loro coerenza di grandezza.
C’è da perdersi quando dentro l’immobilità degli occhi di una quindicenne, si affaccia un movimento nuovo di sguardo, di fronte allo specchio che la osserva e misura.
Ed è successo, nel giro di un attimo, che io guardavo lei, lei guardava lo specchio, lo specchio si riempiva di lei, e i suoi occhi per la prima volta sorridevano a se stessa. E’ successo che io, che rubavo l’intimità dei riflessi, continuavo a guardare la ragazzina, le sue iridi colorate di sorpresa, i due identici corpi giovani e pieni, fuori e dentro, che per la prima volta si riconoscevano.
Un regalo inaspettato delle ore, che lo sguardo ha assorbito, come uno specchio che attira la vita.
Gli occhi sanno la coerenza delle cellule immutabili. Lo sguardo no, comprende e cattura. E’ moltiplicazione, sottrazione, a volte divisione. Lo specchio senza menzogna dei nostri accadimenti. La misura mutevole del nostro stare alla vita, che ci scivola dentro, attraverso una finestra spalancata.
Lo sguardo di Agnese mi ha regalato la sua bellezza intima. La stessa che accade tutte le volte che ci specchiamo per guardarci negli occhi. E così ritrovarci nelle nostre dimensioni uniche e immutabili, per rassicurarci che la vita non ha incattivito il nostro vedere, rendendolo distante e d’acciaio. Lo facciamo per ritrovare la nostra presenza di visione, per dirci va tutto bene, ascolta, l’anima è ancora qui.

Tizianeda

La stanza delle donne

“Nel tuo libro c’è un capitolo che si intitola “Donne che amano le donne e quindi se stesse”. Scriverai qualcosa sulle donne che odiano le donne?”
“No penso proprio di no. Magari scriverò sugli uomini, se riesco a capirci qualcosa”
Così ho risposto alla domanda fatta durante la presentazione del mio libro.
Poi ho spiegato perché non potrò mai scrivere nulla contro le donne. Non perché noi donne siamo meritevoli di eterna e imperitura beatificazione, di lodi incontenibili alla perfezione e alla bontà, per l’assenza di zone d’ombra dentro cui, al contrario, ci si può perdere come in un bosco maledetto. No. So bene che sappiamo essere spietate e nemiche le une verso le altre. Ma non ne scriverò, perché come ho spiegato all’attento uomo che mi ha formulato questa domanda, io delle donne ho conosciuto l’accoglienza e la consolazione. Dalle loro mani e carezze, dai loro abbracci, dalle loro confidenze e parole, dalla leggerezza che mi ha fatto ridere anche quando avevo voglia di piangere. Perché dalle donne sono stata generata, dal loro amore e dal loro esserci. Mi hanno partorita mia madre, mia figlia, mia sorella, le mie amiche, le mie nonne, le cugine, le donne del passato con il mio stesso sentire, di cui porto i linguaggi antichi e nascosti dentro di me. Non potrei scrivere un libro contro le donne, anche se so che non siamo dolcemente complicate, perché ogni complicanza è fastidiosa e respingente, ma so che in ogni parto addolorato della vita, le donne stanno. Anche gli uomini, per carità. Tanti insegnamenti anche da loro, tanti padri. Li osservo per il molto che c’è da imparare in questo essere così abili con le operazioni spicciole della vita, mentre noi ci perdiamo dentro labirinti di specchi. Ma le mani conosciute che hanno saputo reggere il peso delle assenze sono femmine. Le donne sanno tracciare attorno, quando arriva il momento, cerchi di protezione. E se so quanto spietate sappiamo essere, ché nella distruzione usiamo la stessa furia con cui generiamo, se riconosco che il cuore è il nostro ventre dentro il quale si nascondono universi e abissi, anche se so bene tutto questo, delle donne non posso che dirne la forza che si rinnova a ogni inciampo e l’amore che chiede parole esatte che non confondono e la tenerezza dei demoni, innocenti nel loro desiderio di essere riconosciuti e la bellezza prepotente degli strappi di silenzio e dimenticanza.
Non scriverò mai delle donne che odiano le donne.
Sarà meglio allora parlare degli uomini, quando mi arrenderò del tutto alla loro semplicità indispensabile.
Intanto osservo il primo uomo generato, i suoi passi, il suo modificarsi, la sua ricerca di tenerezza e abbracci. Il primo uomo di soli undici anni al quale insegnare ad amare le donne, per quella parte di sé femminile che anche lui si porta dentro, da riconoscere e rispettare.
Io intanto lascio che le donne mi prendano per mano e sarò anche io a farlo, per non dimenticare il nostro linguaggio segreto, di sguardi, di parole, risate, silenzi, accorrere, rimproverare, aspettare. Un linguaggio che riveliamo quando sappiamo di non essere ascoltate, dentro stanze tutte per noi.

Tizianeda

Sfida accettata

Sfida accettata.
A ogni risveglio, a ogni appoggio di piedi sul pavimento, che non c’hai voglia di iniziare. E se è lunedì è peggio e se è martedì è uguale.

Sfida accettata.
Quando decidi, invece, che no non ti alzi stamattina e vadano tutti a quel paese. E sotto il piumone, caldo del tuo corpo notturno, continui a starci. Ti fermi lì, arresa, nella beata solitudine di te stessa. Ché non sentirsi indispensabile, è liberazione.

Sfida accettata.
Quando taci. Che le parole, a volte, sono un inciampo, che tanto hai tutto dentro, hai tutto dentro e quello che sei e sai, ha un rifiuto di suono. E guardi e taci e cammini, sulla linea retta del tuo non dire, la tua verità.

Sfida accettata.
Quando non ti arrendi all’incomprensibile, ai gorghi, a te e ai tuoi limiti torvi. Quando non cadi nel tranello dei pensieri e il mondo fuori lo vedi per quello che è, nei suoi racconti e misteri. A ogni passo e suono, a ogni rivelazione di corpo e materia.

Sfida accettata
Quando diventi madre e non importa se di sangue, ma basta che sia di cuore e sentire.Quando un amore, un giorno da sbrigare, un dolore che cola, quando un’idea, un coraggio, un inciampo, una dimenticanza, quando orgoglio e pregiudizio, quando tu, vulnerabile, profondo come un dio e quando il cuore che trabocca e dici e ora? E ora? Quando il tempo che gioca e diventi il suo ricamo.

Sfida accettata, perché non c’è sfida da accettare, da accogliere o fare a pezzi. C’è questa roba strana, questo garbuglio di lana, da farci una sciarpa, un maglione, uno scialle, dei guanti da indossare. E ci siamo noi, ci siamo noi, dono di ventre, unica sfida accettata.

Tizianeda

Saltare dai palazzi in fiamme

“Ora le mangi tutte e non ti alzi da qui fino a che non hai finito!”
Quando la zia Assunta, mettendomi un piatto profumato di penne al pomodoro fresco sotto il naso, mi impose di mangiarlo, non osai ribattere. Non solo per la perentorietà militare con cui pronunciò quelle parole. Ero talmente affamata, che in fondo speravo che qualcuno mi obbligasse a farlo.
Avevo 18 anni, ero tornata da un campo giovanile estivo, i miei genitori erano fuori città, avevo da mesi deciso di mangiare ai limiti della sopravvivenza, ero magra come un ramo secco, avevo una visione distorta del mio corpo, volevo continuare a perdere peso, forse fino al dissolvimento. Quel giorno, la zia Assunta, vedendo due occhi enormi attaccati a un corpo etereo, si era spaventata a tal punto che sentì un balzo al cuore che le fece dire: ora tu mangi. Quel giorno la zia Assunta mi riportò sulla retta via dell’amore sano e saporito per il cibo. Fui io a prendere la forchetta e a imboccarmi, fu lei a chiedermi di salvarmi.
Quando racconto ai miei figli questa storia che ogni tanto ritorna , penso sempre alla frase preziosa di un libro: “Athos diceva: “Non posso salvare un ragazzo da un palazzo in fiamme. Invece tocca a lui salvarmi dal tentativo; dev’esser lui a saltare a terra””.
E a pensarci, dopo che il corpo impara a camminare, impara a saltare. Capisce subito, che a volte, a volte, per andare avanti non bastano passi quieti. Si salta per sentire forte il calore di ogni cellula che ci compone, si salta per arrivare più lontano, si salta perché il vuoto precede la terra. Si salta come un tuffo in mare, ma senza tapparsi il naso con le dita, anzi, respirando più forte. Più forte dei limiti, della paura, più forte del rumore che abbiamo dentro, più forte della voglia di fermarsi, più della tentazione di ritornare indietro per non parlarci allo specchio. E si salta per salvarsi, per partorirsi nell’urlo del corpo. Si salta, perché a volte, per fortuna, c’è chi ti dice di farlo, mostrandoti la bellezza della vita che ti stai perdendo. Si salta a braccia aperte, per raccogliere lo spazio, avvolgerlo come un velo da sposa usato. La salvezza è racchiusa dentro gesti semplici, dentro il suono di una voce ferma, in un profumo che risveglia il gusto della felicità presente, come un benevolo vaticino. La salvezza, a volte, è preceduta da un fermo gesto d’amore che non vuole troppe parole, ma ti mostra l’altra possibilità, la strada su cui poggiare i prossimi passi, dopo aver provato la liberazione del volo.

Tizianeda

ἐπιϕάνεια

La donna posò la valigia sul pavimento. Era quasi arrivata. Doveva aprire la porta. Non era difficile. Aprire la porta e varcare la soglia, tutto qui. Un’altra porta, un’altra soglia. Non sapeva cosa sarebbe successo. Non poteva sapere. Quali volti, parole, e incontenibili silenzi. Quali abbandoni e incontri, quali schianti e fughe. Poteva voltarsi, vedere cosa e chi lasciava . Ogni istante di respiro e di cuore e di carne. Poteva questo e continuare a ripetersi le parole del calabrese Abate che tanto le piacevano: “Non sempre è possibile capire la vita, mia cara, né serve spiegarla. Bisogna raccontarla e basta”. Lei provava a raccontarla la vita, perché voleva spiegarla a se stessa, vederla farsi chiara dentro una composizione di parole, tutte le volte che la attraversava, la osava, la sbagliava, inciampava tra le sue gambe.
Pensava la donna che il cambiamento è sempre preceduto da una sottrazione. Lei però le cose e le persone non voleva lasciarli dentro numeri che diminuiscono fino a scomparire.Voleva lasciarli andare con rispetto.
Che tempo, pensava, che tempo questo. Accadimenti nel tempo di uno strappo. Era tutto dentro di lei. Presenze e assenze, insegnamenti e sbagli, colori e visione che solo i grigi ti danno. Quante immagini in lei, pensava la donna. Quanti anni aveva vissuto in quel tempo piccolo e quanto stupore in ogni volto, per ogni incontro, per ogni parola detta e taciuta, dolore e fatica, demoni e angeli, lei che era demone e angelo e ricerca e ritorno a sé. Prima di aprire la porta, la donna voleva portarsi un’immagine che fosse un amuleto, un’apparizione, una manifestazione del divino che è nell’universo e dentro tutti noi, pensò, un’ἐπιϕάνεια. Chiuse gli occhi per trovare un’immagine innamorata che le facesse provare tenerezza e fiducia. Chiuse gli occhi e la trovò. E vide. Vide un ragazzino di undici anni dentro una casa di 90 mq. Vide la porta che si apriva e una donna magra, ancora troppo magra che la varcava. La donna che era stata per molti anni presenza densa per le stanze di quella casa. La donna a cui era stato consegnato tra le braccia quell’undicenne quando era piccino. Che aveva aiutato nell’accudimento lei, la mamma di quel bambino. Che poi i ragazzi erano cresciuti, ma la vita aveva deciso di interrompere per un po’ il filo che li univa. Giusto un tempo necessario per riprendere forze. E poi l’incontro dopo mesi di paziente attesa. L’incontro tra la donna e il ragazzino. Era questa l’immagine che si sarebbe portata, come un dono di incenso di oro e di mirra. La manifestazione dell’amore potente che si inchina al mistero della vita. Quell’incontro atteso, di una donna e un ragazzino, quel guardarsi senza dire, quell’avvicinarsi piano e abbracciarsi senza troppo stringersi per non farsi male. Era questa la sua epifania, la visione rivoluzionaria dell’amore che tutto può e sa dire, dentro immagini silenziose.
Adesso ho tutto ciò che mi serve, la donna pensò con nel cuore la commozione di quegli attimi delicati. Questo si disse, prima riprendere la valigia e aprire la porta.

Tizianeda

Grazie, scusa, per favore

L’ho lasciato in silenzio. Senza parole. Ho chiuso la porta piano, come quando vuoi proteggere il sonno di chi ami, dentro la stanza in penombra. Piano per non fare rumore, per non scuotere i sogni. Un lento, segreto gesto d’amore. Così ho fatto con l’anno che è andava via. Un ultimo sguardo, prima di lasciarlo lì nella stanza. Amiamo celebrare ciò che finisce, per avere la speranza di un inizio. Una tenerezza che si rinnova. Così è per i compleanni. Soffiamo sul tempo trascorso, soffiamo vento sul nuovo che vogliamo, esprimiamo il nostro bisogno di essere, di una vita che ci faccia sentire presenti, cantiamo l’urgenza di abbandonare vecchi e nuovi dolori irrisolti, di rinnovare i prodigi e le felicità, di trovare altre stanze da abitare, o di continuare a entrare in quelle che ci fanno sentire salvi. Una torta di 2017 candeline. Non salutiamo solo l’anno ritornato a se stesso. C’è qualcosa di potente nel bisogno di abbracciarci allo scoccare della mezzanotte, di illuminare la notte, di rompere il silenzio con botti assordanti che spostano l’aria, di ritrovarsi insieme, per dire ciao anno, ciao. C’è qualcosa di umano e vulnerabile e innocente e ti viene da piangere e chiudere gli occhi e stare ancora un po’ in bilico tra chi va e chi arriverà o chi resta ancora accanto a te.
L’ho lasciato in silenzio senza parole. Era il giusto epilogo. L’unico. L’ho riempito di tante lettere questo anno andato via, lui che è stato così pieno di vita e vite. Così pieno questo anno che sono sembrati dieci e forse di più e so che il volto è divenuto geografia tangibile di ogni presente vissuto. L’ho lasciato con poche parole nel cuore. Le più importanti: grazie, scusa, per favore. A ogni cosa, a ogni persona, a ogni incontro, a ogni presenza e a ogni assenza. A ogni ritrovarci, a ogni scontro e abbandono. Per ogni dimenticanza, per ogni gratitudine, per ogni mancanza, la mia. Grazie, scusa, per favore. Ognuno nel mio cuore, a modo suo, per come so. Grazie, scusa, per favore, a te che ci sei e a te che non ci sei. Nel mio cuore. Varco la soglia senza voltarmi, sorridendo, oscillando. Non penso più ai passi da contare. Cammino.

Tizianeda

Del panico e dei suoi attacchi

“Mamma…”
“Dimmi tesoro”
“Una mia amica mi ha detto che soffre di attacchi di panico. Tu sai cosa sono? “
“Sì quattordicenne, so molto bene cosa sono”
“Me lo spieghi? Mi è sembrato che stesse molto male”
“L’attacco di panico è una reazione non intelligente del cervello a degli stimoli esterni. Cioè il mio cervello crede che ci sia un grave pericolo che in realtà non esiste, quindi il corpo agisce di conseguenza. Il cuore batte fortissimo, sudi, tremi, hai voglia di fuggire e ti convinci che stai per morire”
“E si muore?”
“No tesoro non si muore, ma in quel momento pensi che ti sta succedendo proprio questo”
“E poi?”
“E poi come arriva l’attacco, va via e ti senti molto stanco e spesso hai paura che possa ritornare e allora non ripeti certi comportamenti che credi possano scatenarlo”
“Tipo?”
“Tipo uscire, allontanarti, guidare, viaggiare e tutto quello che fa di te una persona libera”
“Ma si guarisce?”
“Sì amore mio, si può veramente guarire. Bisogna farsi aiutare,parlarne e non vergognarsi, perché succede. Diglielo alla tua amica”
“Mamma…”
“Dimmi amore mio”
“Ma tu, come fai a sapere tutte queste cose?”
“Perché anche io ho avuto in passato un rapporto burrascoso con quel fetentone di Mister Panico”
“Ma non ne hai più?”
“No, niente di niente … ora che ci penso da quando ho aperto il blog. Bisogna lavorarci un po’ e fare tutto quello che ci spaventa, così la parte stupida del cervello ritorna intelligente”
“Wow mamma, figo!”
“Be’, sì, diciamo figo”.
Diciamo che la quattordicenne ha, sì, una mamma “figa” che ha fottuto il panico da ormai cinque anni. Diciamolo qui in questo blog lieve, perché Tizianeda di panico ne sente parlare spesso. Perchè molte sono le persone che lo raccontano a lei, o attraverso i social. Perché è giusto non tacerlo. Certo Mister Panico, non merita molta confidenza, ma quel tanto per far capire che lui e i suoi puzzoni attacchi attraversano la vita di molti, condizionandola. E se c’è, bisogna trovare il modo per scacciarlo, capire perchè è arrivato, capire quali sono le vere paure nascoste, o le mancanze e i vuoti.
Tizianeda conosce gli eventi burrascosi del panico, perché per un periodo della sua vita ne è stata abitata e condizionata. Oggi appartiene alla sua vita precedente. Pensa che sia giusto parlarne, per aiutare, spera, chi ne è invischiato. Oggi le energie esplosive viaggiano sulla strada della creatività, dei progetti, di una vita che le piace, nonostante le fatiche e gli inciampi e lei. Si è detta di guardare nel volto le paure più profonde, di imparare ad amarsi, a riconoscersi, di imparare ad abbracciare i limiti e a prendersene cura. Lo ha lasciato andare e gli ha sorriso. Non pensa più Tizianeda al panico, se non quando gliene parlano. E’ concentrata a camminare in un presente più indulgente dove riconoscersi anche nei grigi. Ad annusare la vita per sentirne gli odori, senza farsi spaventare dal troppo che arriva. Ad abitarsi ovunque si trovi, a fare pezzi sereni degli eventi burrascosi. E a riprovarci quando fa fatica. A pensare che in fondo è tutto qui, è tutto qui e a lei piace. Perché questo tutto qui, è una tavola apparecchiata attorno alla quale stare, per rendere il cuore a se stessi e non solo.

Tizianeda