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Come un dispetto

Mia nonna si chiamava Ines. Amava la vita, la nonna Ines. La vita si ama nei gesti che indossi e nel modo lieve  con cui la attraversi. Così. Senza clamore, con grazia e momenti da gustare e silenzi da respirare e parole belle da dire a chi vuoi tu.

Ho comprato un cappello rosso, piccolo e leggero, da indossare inclinato su un lato, come faceva lei. Un vezzo da donne, un dettaglio che dice. Se scrivessi un libro, per esempio, io parlerei della nonna Ines e di quanto  lei amasse la vita. L’affetto per i giorni  è un cappello piccolo e leggero indossato sbilenco, è imperfezione che attrae. E’ quella cosa lì che  tiene incollati i piedi al filo del funambolo, anche se sotto c’è il vuoto con la bocca spalancata e ti guarda.  E tu lo guardi  se ne hai voglia e puoi decidere di fregartene.

Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso,  mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.

Mia nonna mi ha soffiato nel cuore il suo affetto per le ore, da prima che nascessi, con i suoi geni folli. Io ora lo indosso questo amore. E’ rosso, piccolo, leggero, appena inclinato sulla testa, come un dispetto.

 

Tizianeda

La ricerca della felicità e i jeans ritrovati

“Quattordicenne cosa stai cercando?”
“Sto cercando la felicità. Mamma … scherzo! Cerco i miei jeans”
Mi ha fatto ridere la ragazza, regalandomi un incipit di giornata allegro. Non ho pensato al disordine dei 90 mq e che ogni benedetta mattina iniziamo la caccia di pantaloni, maglioni, camicette, spazzola, dentifricio, deodorante che misteriosamente scompaiono e si materializzano dove non dovrebbero stare. No, ho sorriso per la bellezza di quella battuta arrivata all’improvviso, proprio come la felicità. E penso da due giorni a questa frase. Penso alla felicità che cerchiamo, spinti anche dalle nostre inquietudini. Penso ai jeans nascosti negli anfratti della casa, indispensabili nella loro spiazzante materialità, per uscire dalle stanze familiari e iniziare le cose della vita. E penso a questa condizione che sembra così astratta e sfuggente e sempre un passo davanti a noi e che invece è fatta anche di materia, è fatta di qui e ora e va indossata come i jeans della ragazzina. Bisogna pensarla, la felicità, per riconoscerla mentre abita le nostre stanze interiori stimolate, come il meccanismo complesso di un orologio, dai moti della vita.
Bisogna riconoscerla, la felicità, quando ci cammina accanto, rivolgerle lo sguardo, vederne la bellezza sorridente, chiederle di fermare il tempo almeno per un po’, di fermare la corsa, farci riprendere fiato, respirare. Ed è come indossare i jeans ritrovati sotto una montagna informe di vestiti. Così uscire dalle stanze per respirare gli odori del mondo fuori e sentire e credere che in fondo, questi attimi clementi ce li siamo meritati, anche per averli saputi riconoscere.

Tizianeda

Attraversarla ridendo

Ma la vita, come si può attraversarla ridendo? Questa terra capovolta che è imprevedibile, bizzarra, un boh, un mah e molti forse. Lei che si diverte con la nostra umanità imperfetta. Che a volte è un cane che ti morde e altre volte un gatto che ti fa ruffiano le fuse. Come si fa dentro i giorni e le ore faticosi, che ti camminano sulla pelle come una fila di formiche disciplinate che portano fino in fondo il loro lavoro. Cosa ti fa gonfiare il cuore per poi lasciarlo andare libero nell’aria? Dov’è il trucco, l’imbroglio, la risposta. Dov’è la soluzione dell’enigma. Dove? Dove sono le mani che allentano il nodo, che sfilano il peso legato al collo. Di chi sono? E poi e ancora, come si accoglie la parte di noi che rallenta il viaggio, chiude lo sguardo, ci fa arretrare, ci allontana dalle attese e dalle possibilità. Come renderla inoffensiva, provandone tenerezza? Come rendere lieve questo insieme di passi uno davanti l’altro.
Tizianeda ci prova, ci prova sempre nonostante se stessa, che è l’ostacolo più grande. Ci prova e afferra i passaggi inaspettati di bellezza che le fanno percorrere la strada senza sentire troppo il peso della gravità. I passaggi che dita altre le porgono o che cerca mettendo da parte le sue complicanze di pensiero.
Le dita sono i 90 mq che l’aspettano, sempre. Il luogo del ritorno, la casa dentro cui rifugiarsi, la terra per la quale sentire nostalgia nei giorni della lontananza. Le dita sono il mare vicino al quale passeggiare la mattina e appoggiare tra le onde i silenzi e le solitudini. Le dita sono le parole da mettere in fila per ricomporre il puzzle dei pensieri. Sono i progetti e i sogni, che un giorno ti svegli e dici: la faccio questa cosa qui anche se è folle e sembra irrealizzabile. Le dita sono un abbraccio proprio quel giorno lì a un passo da. Sono una parola che scalda e consola, detta da chi ti fa sentire compresa e mai giudicata. Sono quella donna con cui condividi un sogno, un progetto, un’idea e ci si dice e ci si racconta e si può anche non parlare e si attraversa ridendo la terra capovolta. Sono ogni gesto proteso, affettuoso, libero che non ti aspetti, perché ognuno ha il proprio tempo da sbrogliare. Sono uno sguardo, un bacio, una carezza, un’ immagine bella che ti appare all’improvviso. La luna piena, una storia, un invito a pranzo, le donne, gli uomini, un messaggio, le amiche che ci sono, le persone che vedi felici, un non ti preoccupare, un hai mangiato, hai dormito, un grazie, un prego, un per favore, un resta ancora un po’.
La vita ha molte mani, a pensarci. Basta soffermarsi quel tanto che basta. La vita ha molte dita che aspettano soltanto di toccarci.

Tizianeda

La risposta inesatta

– Mamma come si chiama quella cosa lì che ti batte forte il cuore all’improvviso?
– Si chiama amore, tredicenne.
– Mamma, smettila! Dammi la risposta giusta.

La risposta giusta è “tachicardia”, tredicenne. La risposta inesatta è “amore”. Perché l’amore è inesatto e sfalsato, in questa nostra esistenza bizzarra. E prima della risposta “amore”, c’è sempre una domanda sbagliata o inesatta anche lei. Le domande hanno la pretesa di definire e l’amore, amore mio, imparerai che definire non si può. O forse è lui la domanda e per questo non può essere contenuto in una risposta. Però il cuore c’entra con l’amore. Quando io vedo te o tuo fratello e vi guardo che voi non mi vedete ché siete assorti in qualcosa, per esempio, il cuore mi batte forte. E quando mi emoziono, il cuore accelera la corsa come se si volesse staccare, sussulta attirato da un oggetto misterioso. Poi ho capito perché il cuore impazzisce quando si ama. Perché ogni cuore attrae, contiene, custodisce. E così i battiti si moltiplicano. E non ti sto parlando solo degli uomini, che un giorno incontrerai e che so faranno scalciare il tuo cuore di donna. Parlo del mondo fuori e della grazia che te lo farà sentire. Parlo del tuo universo dentro, che dovrai curare come un giardino segreto, di cui far percepire la freschezza dei suoi profumi. Però non chiedermi mai cosa sia l’amore, perché io ancora non l’ho ben capito. Mi sembra di intuirlo a volte, di sfiorarlo, ma rimane sfocato, come i sogni della notte remota, che sei sveglio e cerchi di ricomporli. Però sono certa, che pur non potendolo definire, se tu non dovessi più sentirlo, te ne accorgeresti. Sarebbe come un silenzio che all’improvviso diventa rumore, una solitudine scomposta, una corrispondenza interrotta. Per questo ti dico, custodiscilo dentro di te, qualsiasi cosa diventi la tua vita. Apri le braccia, amore mio. Diventa tu la risposta inesatta.

Tizianeda

Punto e a capo

Punto. Tizianeda ha messo un punto. Un punto a qualcosa su cui lavorava da un po’ di mesi. Da prima dell’estate. Nulla di particolarmente impegnativo in fondo, se non per la necessità di incastrala tra i movimento ondosi delle giornate, se non per l’ultimo tratto di questa avventura, in cui ha dovuto dare voce a ricordi muti e in bianco e nero. Quando ha segnato questo punto, ha provato una certa commozione, una malinconica tenerezza, un affetto benevolo che si prova ogni volta che si lascia andare qualcosa o qualcuno che ti ha accompagnato per un tratto importante di strada. E ora? Ora c’è l’”a capo”, che nei dettati delle maestre a Tizianeda bambina piaceva sempre tanto. “Punto e a capo” e si scendeva di un rigo, lasciando lo spazio che tanto creava movimento alla monotonia della pagina piena di lettere fitte. Un bel respiro, un attimo di pausa e si ricominciava a riempire il foglio bianco. E se in tutto quello scrivere interminabile, dolevano il polso e le dita che strette sorreggevano la penna, non c’era molto tempo per una pausa. Il tempo di una smorfia, di un movimento rotatorio del polso per dargli sollievo e poi ancora giù a scrivere. A stare attenta alla storia che si materializzava con stupore sul foglio, a stare attenta a non commettere troppi errori, a non dimenticare tutte quelle regole che la grammatica ti chiede di applicare, tra le lettere e i loro suoni musicali. Si impara da subito a diventare funamboli, a sorreggersi sul filo delle storie che un passo alla volta chiedono di essere vissute. Si impara dal vuoto bianco da riempire o da lasciare a un tratto sospeso. Giusto il tempo di un respiro, di una smorfia, di un attimo di una pausa. E poi si ricomincia.

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Tizianeda

Valicare soglie

– Imparerò a volare. Riprenderò a esercitarmi come quando ero bambina e lo facevo tutti i giorni nella casa della nonna Bianca, lanciandomi da una sedia. Se non ci sono riuscita ancora, è perché non mi sono applicata abbastanza.
– Andrò da Philippe Petit. Busserò alla porta di casa sua, forse sospesa tra le nuvole e gli dirò : “Ciao Philippe Petit, insegnami la tua camminata sfrontata, la tua sfacciata disinvoltura”. Lui, il matto, il visionario, il poeta del vuoto, il funambolo, mi porterà sul filo e imparerò ad amare la paura. Poi, quando sarò pronta, stenderemo una fune tra le montagne dello Stretto di Messina. Se cado volerò, perché nel frattempo avrò imparato a farlo.
– Parlerò nei sogni con le mie nonne, perché a volte mi mancano e vorrei raccontare loro chi sono diventata e i cammini non sempre lineari che mi hanno fatto da strada. Chiederò la loro benedizione, perché dalle loro vite antiche io provengo.
– Viaggerò nel tempo. Tornerò nel passato da una ragazzina appena dodicenne. La troverò seduta vicino a una finestra, a guardare fuori i passaggi del cielo. Andrò per abbracciarla. Le dirò parole che noi sole sapremo. Mi sorriderà con i suoi occhi belli, la porterò via con me, nel mio tempo rinato di donna, accogliendola nel mio cuore. Anche se tutto questo, forse, l’ho già fatto da un po’.
– Andrò nel luogo più sperduto e vuoto della terra. Mi farò trasportare da un battito di mani. Mi godrò il silenzio. Poi però torno a casa ché ho un po’ di cose da fare e molto da dire e da dare e da amare.
– Soddisferò le urgenze del racconto. Salirò su un palco e non sarò da sola. Lo farò perché bisogna credere nei sogni. Perché so che le passioni sono incontri possibili che bussano insistenti alla tua porta e non le puoi ignorare. Perché quando si arrendono e vanno via, poi non tornano più. Lo farò perché non è mai troppo tardi per raggiungere se stessi. Lo farò per me, per chi proseguirà il mio narrare, per chi dal mio respiro e battito ha avuto inizio. Lo farò per le mie nonne. Per quello che loro non hanno potuto fare o essere. Lo farò per quella bambina di dodici anni che guardava sempre dalla finestra i passaggi del cielo e sognava un altrove diverso. Lo farò per dire che è possibile, nonostante la fatica e le complicanze della vita e i nostri limiti uggiosi e a volte malinconici. Lo farò per ricordarmi che ogni volta che si entra in un anno nuovo, stiamo valicando soglie, ci stiamo spostando un passo più in là, celebriamo la possibilità di un cambiamento.Lo farò per celebrare il tempo che passa e con lui le ore e i giorni e i mesi, che ci vibrano attorno come una composizione musicale a volte armonica, a volte dissonante, ma dentro la quale bisogna provare a danzare.

Buona vita a tutti voi. Vi soffio dal 2015 il mio saluto allegro e ballerino.

Tizianeda

Il mio bacio ancora e ancora di più

Custodite nei cassetti profumati il vostro intimo di donna preferito, ma conservate in un angolo i pigiami per i giorni di tempesta, per gli attimi di ribellione, o di riposo. Arieggiate gli armadi, fate danzare per le stanze gli scheletri, liberandoli per qualche ora. Indossate vestiti che dicono di voi senza pudori, bruciate quelli che non vi raccontano più. Prendete le scarpe che accompagnano i vostri passi nel mondo fuori, ma dentro di voi sentitevi sempre scalze. Sedetevi davanti allo specchio che vi riflette meglio e guardatevi. Guardatevi negli occhi a lungo, riconoscendovi. Nessuno potrà vedervi come voi vedete voi stesse. Lasciate che il vostro volto vi dica chi siete. Sorridete o piangete. È la stessa cosa. Oppure sorridete e piangete raccontandovi di nascosto la vita. Emozionatevi per quello che siete. Scegliete le scarpe che volete calzare. Siate il principe azzurro di voi stesse. Vestitevi di femminilità e uscite.
L’augurio che vi faccio, mie amate donne, per questo Natale, non è di ricevere. I doni arrivano quando devono arrivare, non stateci a pensare troppo. Vi auguro di dare, tanto, con leggerezza, della vostra essenza ritrovata. Di raccontare la vostra visione del mondo, senza paura.
E a voi, miei amati uomini, auguro di esserci (con tutto quello che una parola così potente dice), mentre osservate il vostro incedere tra le cose.
A tutto il resto, pensiamo noi.

P.s.: Tizianeda si ferma per qualche giorno. Ma dopo il 26 dicembre torna, perché non può stare a lungo lontana da qui, ché poi le manca l’aria. Non si riposerà dalle parole. Questa settimana si dovrà concentrare su un progetto importante da concludere. E anche io, Tiziana, vi lancio, come un bacio soffiato, il mio Buon Natale. Soprattutto lo invio a tutti i piccoli della terra, a chi subisce senza potersi difendere, vedendosi stravolta la vita. E ai bambini che sorreggono il mondo con la loro struggente innocenza, il mio bacio, ancora e ancora di più.

Tizianeda

Svuotare l’anima

Quando è tornato a casa, lei è andata incontro a lui, come solo le donne sanno fare. In quel modo unico. In quel modo morbido e silenzioso. Ha allargato le braccia e poi le ha cinte attorno al collo, appoggiando la  guancia alla sua. Un movimento che mi è sembrato di riconoscere, che mi è sembrato appartenermi. Lui ha sorriso e ha cinto la vita di quella ragazzina in punta di piedi. Io ero lì seduta sul lettone, con il computer acceso, in attesa che una storia arrivasse. Ho alzato lo sguardo e per incanto le parole hanno avvolto quel padre e quella figlia che si abbracciavano. Lui stringeva la figlia e abbracciando lei, stringeva in un viaggio nel tempo e nello spazio la madre che l’aveva generata. Lei, la ragazzina che abbracciava il padre, in quell’attimo intimo avvolgeva gli uomini che un giorno avrebbe amato. E c’era questo presente fugace, c’era il passato madre e un futuro da aspettare. Tutto sembrava lì immobile, in quell’ immagine, come un prodigio.
E mi è quasi venuto da piangere ché la vita, a volte, ti fa questo effetto strano. E la bellezza quando ti esplode davanti e sai che non hai fatto nulla per meritarla, ti commuove. Almeno a me succede così. Come l’amore ché anche quello, mica te lo meriti. Quello ti arriva e basta, anche se sei un essere umano piccino, pieno di limiti e piccolezze e pesi e troppi silenzi sparsi nell’anima. E però se arriva, sì se l’amore arriva così addosso come la pioggia, è perché c’è sempre qualcosa di unico e straordinario da salvare dentro di noi. E insomma tutto questo, ogni volta, mi emoziona. E come ho spiegato a un amico – per non terrorizzarlo di avere innanzi un essere irrazionale, emotivo e perlopiù incomprensibile –  a noi femmine, esplode improvvisa, l’urgenza di svuotare l’anima. E lo facciamo così, senza troppi convenevoli, trabocchiamo. E forse traboccando riempiamo questa vita imperscrutabile e sfuggente, di quel tanto di umanità intima che ci salva.

Tizianeda

Tra alfa e omega

L’appuntamento è quotidiano. Apre la porta di casa, attraversa il pianerottolo, pochi passi, suona al campanello dell’appartamento accanto. Lei l’aspetta, prende gli occhiali per poter vedere i contorni delle lettere sfocate, prende i suoi libri che ha ripreso a studiare ed entra nei 90 mq con la ragazzina. Si siedono vicine davanti a un tavolo pieno del disordine scolastico di un’adolescente. Una ha 83 anni, l’altra 13. Una cifra in comune dentro un abisso temporale. Una è la mamma vecchietta, l’altra è la tredicenne, la prima nipote, la prima figlia, la liceale neofita, l’apprendista di lingue, suoni, accenti, regole grammaticali, costruzioni architettoniche di frasi e pensieri che vengono da lontano, che stimolano la nostra memoria atavica, che marcano un territorio, che segnano l’appartenenza e l’origine. Il greco e il latino. Nonna e nipote studiano insieme, viaggiano sulla strada tortuosa di lingue antiche, di sonorità pronunciate in un tempo altro da donne della loro stessa età, da altre nonne e da altre nipoti. Io, quando sono lì, tra le stanze, le spio, mi soffermo, le ascolto, le osservo. Guardo la mamma vecchietta – ogni giorno sempre più vecchietta – ringiovanire mentre pronuncia formule magiche contenute in un alfabeto che oggi la nostra lingua nasconde nei suoni. Guardo la ragazzina imparare lingue che non parlerà mai quando andrà in giro per il mondo, ma che in qualche modo viaggeranno dentro di lei, raccontandola. Le guardo, io che quando studiavo intrappolata tra mille alfa e omega, mia madre non la volevo, perché troppo presente, troppo assillante, troppo professoressa, troppo madre, troppo tutto. Io che preferivo leggere di nascosto “Cent’anni di solitudine” fino a che gli occhi non mi scoppiavano, piuttosto che immergermi in meccanismi arcani. Io che ero figlia, adolescente, insicura, arrabbiata, piena di silenzi dissonanti e spigolosi in cui cercare di trovarmi e amarmi.
Oggi che sono donna – che ho attraversato boschi, che mi sono esplorata, scoperta e riscoperta, che sono fiorita trovando le parole con le quali dirmi, che so che ancora altre parole arriveranno, che ho trovato posti dove stare bene dentro di me, che ho decostruito e costruito, che ho accolto limiti e mancanze, che a volte le insicurezze risalgono dal fondo, che ho accettato di non avere spesso risposte, che quando mi schianto mi aspetto, che ho imparato a essermi paziente e ad accudire l’impazienza – oggi sono la bilancia tra questi due mondi. Il pianeta allineato, tra quello che mi ha generato e quello che è nato dal mio corpo distaccandosi. Sono la figlia e la madre. Oggi sono la donna che lascia tracce per la ragazzina e sono la donna che accoglie la madre, sentendomi parte del meccanismo armonico dell’universo. Un meccanismo di cui assecondo, come tutte le donne, il movimento circolare. Sono la storia che compone una storia più grande e in divenire. Oggi, che so e che sento e mi muovo e avvengo.

Tizianeda

Il comodino c’est moi

Sul comodino, che mi sta vicino, quello che accompagna il respiro del sonno e guarda fermo i sogni della notte, c’è una catasta di libri. Disordinata, senza una logica o una spiegazione. Ci sono fogli sparsi macchiati di parole, da ripescare nel momento del bisogno. Parole appoggiate una sull’altra in frasi brevi e musicali, come organetti antichi, come colonne oscillanti a un attimo dal crollo. Poesie, frasi, versi trovati, stampati, poggiati lì sul comodino, a ispirare il sonno. Ci sono anche disegni di bambini volanti, per arieggiare i sogni e renderli lievi, facilitare il risveglio e il buon umore. Sul comodino c’è il diario della pittrice messicana, pieno di colori e dolori. Se lo apro ti assalgono, ti ricoprono, ti raccontano bisbigliando. Per questo non lo leggo più da un po’. Però è lì che dorme insieme a me, che regalo a Frida i miei sorrisi intimi di donna, a lei che non aspetta baci e principi.
Sul comodino c’è il libro di un sociologo che scompone l’amore, come un medico legale sul letto di un obitorio. I sociologi non dovrebbero parlare d’amore. Meglio i poeti, che non usano bisturi riducendolo a brandelli. Meglio i poeti che sentono, senza toccare e possedere. Sul comodino c’è una matita rosa e una viola. Ogni tanto scompaiono, tra le pagine e le parole. C’è polvere sul comodino, tra gli spazi vuoti. Sul comodino, ci sono i miei collant neri, poggiati a caso. A ricordare una giornata densa, della quali mi sono spogliata, almeno per un po’. C’è il mio cellulare spento, con una custodia fucsia. Riposa anche lui. Lo guardo e penso che me ne dovrei liberare. Ma non lo faccio mai. Sul comodino ci sono i pensieri, da sistemare durante il sonno, da tenere quieti. Sul comodino ci sono io che sono parole, silenzi, polvere, colori, fogli sparsi, storie da dire, un collant nero dismesso, da indossare il giorno dopo. Perché i comodini un po’ ci rappresentano. E io, temo di essere un gran casino. Quando mi sveglio farò ordine, togliendo qualcosa, sistemandone meglio qualche altra.

p.s:no, non è vero, non toglierò un bel niente. Aggiusterò solo le simmetrie, indosserò le calze nere e accenderò il cellulare. Del mio comodino non cambio nulla. Forse aggiungerò qualcosa.

Un saluto allegro a tutti e amate il comodino che è in voi.

Tizianeda