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Pensa che avrebbe voluto abbracciarla

E insomma, anche Tizianeda ha guardato a lungo la copertina della rivista che parla di moda e immagino anche di altro. Quella di cui se ne è parlato tanto, ed è successo un putiferio per quella ragazzina fotografata, seduta su un pavimento, appoggiata a una parete, con i jeans anni ’80, un dolcevita nero, degli stivaloni pelosi come un pupazzo del Muppet Show e che tutti hanno definito anoressica, malata, emaciata, scandalosa. L’ha voluta guardare a lungo questa ragazzina che ci fissa senza l’accenno di un sorriso e la bocca socchiusa (ma perché le modelle le fotografano tutte con la bocca socchiusa e senza l’ombra di un sorriso?).
E ha letto tutto il parlare che c’è stato dopo, dei difensori della taglia 40,42,44,46,48 ecc…Perché la ragazzina seduta per terra, appoggiata a un muro e lo sguardo rassegnato, gli stivali pelosi, che è alta alta e ha un corpo di bambina ossuta, ha la taglia 38. E giù a dire che è brutta, che è bruttissima che è un inno all’anoressia e cose così. E lo sa Tizianeda che l’anoressia fa paura, che è una malattia dell’anima che grida attraverso un corpo che piano piano scompare e che chi ha riviste del genere qualche domanda se la dovrebbe pur fare. Ma ha anche pensato che con le nostre crociate su quale sia la taglia migliore, il modo migliore di portare il proprio corpo nello spazio, abbiamo fatto scomparire la ragazza appoggiata al muro, cui il cinico mondo degli adulti ha detto di sedersi in quel modo lì. Che è stata truccata e vestita e svestita e pettinata da mani altre. Un mondo di grandi attorno a quella ragazzina, che poi magari lei è proprio magra così, come tante altre ragazzine che si sono sentite accusate per la loro taglia 38, che sono così anche se mangiano come camionisti dai succhi gastrici ipertrofici.
E Tizianeda, non riesce a non pensare alla modella che forse non è ancora maggiorenne e al mondo degli adulti che sottrae bellezza e innocenza e che per vendere prodotti usa i corpi e lo fa così bene, che noi che osserviamo, non li vediamo nemmeno più, vediamo soltanto un’idea, un concetto, vediamo il riflesso della nostra ostinata posizione da difendere.
E Tizianeda pensa alla ragazzina, a tutte le ragazzine con i loro corpi in divenire, pensa a sua figlia di tredici anni che si confronta con il mondo, portando il suo corpo che deve imparare ad amare e scoprire. Pensa a tante cose Tizianeda, che le hanno trasmesso gli occhi della modella bambina che il mondo degli adulti ha piazzato davanti a un obbiettivo, perché tutti la guardassero. Pensa che avrebbe voluto abbracciarla.

Tizianeda

I baci ricevuti nel sonno

Ciao voi due. E’ da un po’ che non vi parlo da qui. Da questo mio cuore matto di mamma, da questa composizione di pezzi presi da mille altrove.

Ciao ragazzina. Che quando ti avvicini a me per farti abbracciare, quando l’adolescenza che è distanze ci dà un po’ di tregua, mi avvolgi tutta con quel corpo tuo morbido e bello, e io mi vedo piccola e scompaio e mi fondo e mi immergo con te nel liquido amniotico che ci ha generato. Lo so a volte mi faccio pretesa di mille fare. Studia, obbedisci, lavati, vestiti, sbrigati, chiudi il cellulare, apri i libri, non ti distrarre mentre studi, non mangiare porcherie, vai a letto, lavati i denti, pettinati, il deodorante, non rispondere, rispondi per favore, quelle scarpe no, apparecchia, sistema i tuoi vestiti nell’armadio, non essere superficiale e cose così. E più spesso forse dovrei dirti semplicemente, ti voglio bene e mi piaci un casino. Più spesso dovrei lasciarti essere, piuttosto che chiederti di fare.

Ciao ragazzino, che hai quasi dieci anni. Tu che tieni stretta la tua infanzia per non disperderla nel mondo degli adulti e io so che devo aiutarti invece a lasciarla andare. E’ difficile con te che mi assomigli tanto e ti porti addosso tutta la tenerezza spiazzante degli uomini. E devo trovare la misura giusta tra gli abbracci e le distanze che ti fanno respirare e allargare i polmoni. L’indipendenza nasce dai gesti fatti in solitudine, come un primo volo. Muoversi nello spazio è importante come la conoscenza delle parole. E’ a te, che chiedo sempre più di fare. Perché ogni gesto imparato prende la misura delle nostre possibilità, facendoci diventare grandi.

Ecco è tutto, miei tutti belli, almeno per ora. Portate dentro di voi la memoria dei baci ricevuti nel sonno. Quelli sono i più teneri e preziosi.

Tizianeda

Desideri, però subito.

Elenco breve di cose che Tizianeda desidera, però subito:

– ritornare a Parigi con sua sorella zia Dada, come quando erano ragazze, single e senza figli. E rivederla con gli occhi uguali uguali di allora, solo un po’ più sicuri. Se non è possibile questa cosa qui, le basterebbe sedersi nella loro città sbilenca tra i tavolini di un café che di Parigi ne ricordi l’atmosfera. Senza cellulari e orari e incastri, proprio come allora.

– spostarsi da un luogo a un altro con il teletrasporto da azionare con una parola da pronunciare a voce altissima, come per esempio “TELETRASPORTO”, associato al luogo dove si vuole essere e scomparire all’improvviso, anche se ti trovi in mezzo alla folla, anche se sei a una conferenza che ci devi essere per forza ma non vorresti, tra tristi carte o se stai parlando di cose noiosissime con qualcuno noiosissimo, e fare per esempio così: “ bla bla bla bla…tu che ne pensi?” “TELETRASPORTO POLINESIA”. Se proprio non è possibile questa cosa qui, comunque non sarebbe male avere una rete efficiente di strade ferrate e aeree o autostrade senza neanche un lavoro in corso per potersi spostare o allontanarsi, come se fossimo in un paese moderno e uguale per tutti (se è gratis come il teletrasporto è meglio).

– capire come ricomporre i pezzi, i tuoi e quelli degli altri, trovare le risposte, porsi le domande giuste, fare un uso sapiente delle parole. Continuare a pensare che un improvviso gesto gentile, possa servire a consolare, a imporre un ritmo chiaro sulla confusione o sulla tristezza che a volte ti prende e non puoi farci niente. Oppure se tutto questo non è possibile, diventare acqua, mischiarsi e perdersi in chi vuoi bene e così ascoltarsi e consolarsi, mentre anche tu ascolti e consoli, come quando sei in riva al mare. Farsi abbracciare giusto il tempo necessario di riprendere fiato.

Tizianeda

Di baci, di abbracci e di altri piccoli gesti

“… E poi hai aperto gli occhi e mi hai detto: ma stai controllando se respiro?”
“ Veramente Sposo Errante? Non ricordo niente di niente…e stavi davvero controllando se respiravo?”
“Sì Tizianeda, eri immobile da un pezzo e non emettevi nessun suono e ho avvicinato la mano al tuo naso…”
“Oh tenero…lo sai che quando mi addormento entro in uno stato di narcolessia profonda e mi immobilizzo…”.

Tizianeda, dopo questa conversazione in cui lo Sposo Errante le ha rivelato i suoi timori cimiteriali, ha pensato ai gesti minuti, furtivi e amorevoli che si consumano in un attimo spontaneo. Quelli che ti fanno sentire accolto e protetto, come sotto una coperta di lana quando fuori fa freddo.

Sono tanti i gesti ai quali spesso non diamo attenzione e peso e valore. Provo a elencarne qualcuno:

– quando sei in dormiveglia, accasciato in stato semi-comatoso sopra un letto qualsiasi della casa, e stai pensando a quel caldo plaid chiuso nell’armadio, maledicendoti perché non lo hai preso prima. E come d’incanto, arriva chi te lo stende addosso, coprendoti.

– La mano che stringe la fronte mentre dallo stomaco stai mandando l’anima, le budella e tutti gli organi interni. Se questo gesto così pervicacemente utilizzato, serva a qualcosa non è dato saperlo, ma così faceva tua madre e la madre di tua madre, e così diventa un rito dell’accudimento che si tramanda di generazione in generazione. E a pensarci è bellissimo anche se scientificamente inutile.

– i baci nel sonno dati ai figli. Chi viene baciato non lo saprà mai, ma da qualche parte dentro di lui, resta una traccia di questo gesto segreto. E quando quei bambini tanto baciati nel sonno saranno genitori, lo faranno anche loro con i loro figli. E nel farlo, amando così tanto, si sentiranno amati e non capiranno perché.

– allungare il braccio verso chi ti è seduto accanto, mentre guidi e freni all’improvviso. Anche se il passeggero è protetto da cinture affidabilissime. E’ il gesto automatico di chi è posseduto dall’istinto della chioccia iper-attenta. Freni/allunghi il braccio, come quando pigi un bottone e si aziona un meccanismo, come quando nell’orologio a cucù sbuca l’uccellino ogni ora, come quando ti fanno il solletico e ridi. Succede perché per qualcuno funziona così.

– soffiare sulla ferita di un bambino, mentre la stai disinfettando. E soffiare soffiare soffiare -perché il bambino in preda al panico ti dice che quello è il disinfettante più brucente dell’universo – per poi andare in iperventilazione e avere tu bisogno di soccorso.

– impastare farina acqua e lievito. E’ un gesto femmina questo. Ché crei unendo e mescolando, ché dai vita a qualcosa di nuovo che nasce da elementi con storie e tracce diverse. E mentre le dita danzano, la materia si trasforma diventando soffice e compatta. E impastare è una dichiarazioni d’amore, è un pensiero è un prendersi cura. Ché non si impasta mai solo per se stessi.

– abbracciare. Per farlo occorrono due gesti. Con il primo ti sveli tutto così come sei: allarghi le braccia e mostri il tuo corpo, il tuo regalo. Con il secondo gesto diventi casa: avvolgi il corpo dell’altro con il bene più prezioso e intimo che possiedi. E il due diventa uno e senza saperlo anche l’abbracciato abbraccia. E in quel preciso istante, nell’attimo preciso in cui senti che tutti i pezzi si incastrano, anche il mondo fuori sembra ricomporsi.

Tizianeda

E pazienza se ci si emoziona troppo…

Succede che non sempre le parole arrivano, forse perché luglio, forse perché è caldo o forse perché non c’è un perché. Però succede, e questo a Tizianeda non piace perché lei delle parole ha bisogno. E allora aspetta, perché sa che comunque loro, prima o poi vengono a cercarla.
Succede che è un periodo che si emoziona, ma proprio tanto accidenti, per le piccole cose della vita. A volte è un film, a volte è un ricordo, a volte una frase, a volte le persone, e a volte non lo sa. E forse ancora, la colpa è di luglio che è ufficialmente il mese del lavoratore stanco, che aspetta la fuga verso il vuoto vacanziero.
Succede che giorni fa ha compiuto 44 anni, come i gatti in fila per tre col resto di uno. E l’incredibile è che sente come mai prima che il suo mondo dentro è allineato con il suo mondo fuori. Non perfettamente, ma lei sa che questo è impossibile. E va bene così, chè vuole tenersi quel tanto di inquietudine, quel tanto di incompletezza, quel tanto di desiderio.
Succede che ha ascoltato un monologo di un maestro elementare sardo, dentro un cortile che molti anni fa lei ha percorso e ripercorso con i suoi passi. Poi, loro, i passi, hanno preso strade diverse. Ma a quel cortile vuole sempre bene. Ed è successo che il maestro elementare sardo, ha raccontato a sguardi stupiti e silenziosi, storie delicate e lievi, storie di minuta resistenza, di nostalgia, di incanto e disincanto, di affetto innocente. Ci ha restituito attraverso le sue storie la nostra umanità. Le storie hanno questo potere magico. Il potere di ricordarci che tutti siamo una storia che vale la pena ascoltare. E ascoltando le vite di chi non conosciamo, le lontananze si riducono, la paura e il pregiudizio che ci confondono ci appaiono vuoti esercizi di stupideria e iniziamo a vedere e a sentire, ma sentire proprio dentro l’altro, che così diventa un po’ meno altro. Perchè le storie ci ricordano di rimanere umani. E pazienza se alla fine ci si emoziona troppo.

Tizianeda

Con il mare accanto

Cammina la pianta dei piedi. Cammina la terra sotto. Cammina il cuore. Cammina il battito, camminano i passi. Cammina il respiro nel vento che ti cammina. Ti cammina il vento sulle gambe, ti cammina sulla pelle, fa il solletico il vento, ti cammina sulla pancia, senza chiedere il permesso ti cammina sui seni e sulla faccia, gira intorno al collo, infila dita tra i capelli, il vento. Cammina veloce il sangue dentro, che è fiume che cammina per perdersi nel mare. Cammina il silenzio. Camminano i pensieri nel loro labirinto. Camminano le parole in fila indiana. Cammina la tristezza e camminando passa. Cammina la certezza felice di qui e ora. Cammina il sorriso. Cammina Tizianeda, la mattina cammina accanto al mare che cammina e non si ferma, con il cielo cammina che cammina sulle testa, con le nuvole cammina, con pezzi di solitudine cammina, dentro spazi muti, che sono suoi, cammina. Chè non può più farne a meno. E così la mattina con il mare accanto, lei felice, cammina.

Tizianeda

Di

Di pietra, di acqua, di abbracci, di vento, di sale, di sorrisi, di battito, di respiro, di tristezza, di danzare, di silenzio, di niente, di tutto, di me, di voi, di altro, di altrove, di faccio, di farò, di desiderio, di scegliere, di mani, di stringere, di liberare, di ombra, di corpo, di colore, di musica, di chiaroscuri, di grigi, di cercare, di capire, di non capire, di aspettare, di non aspettare più, di essenza, di superficie, di sprofondare, di riemergere, di consolare, di fermarsi, di correre via, di ritornare, di non tornare indietro, di bellezza, di quello che non siamo, di quello che vogliamo, di dolore, di vestirsi, di spogliarsi, di attesa, di amore e ancora di amore e ancora di amore, di vita che è bella e originale e ti sorprende, di nonostante tutto, di calore, di freddo, di parole, di cercarle, di quelle esatte, di sbagliare, di ricominciare, di forza, di baciare, di dire, di fare, di disfare, di sentire, di quello che sono, di quello che siamo, di ascoltare, di grazie, di stupore, sempre di stupore, di sorridere, e ancora di nuovo sorridere e ancora e ancora davanti allo specchio e a voi il mio specchio. E ancora e poi ancora e qui e ora.

Tizianeda