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Un po’ stanchina

Il lavoro di avvocata. Le tristi carte sul tavolo. Le mail e le telefonate. Scrivere, rispondere, organizzare, distrarsi, correre. L’arretrato e il nuovo che si aggiunge. Prendere a scuola. Ascoltare i racconti. Chiedere, parlare, guardare, guardarlo. Come è andata oggi. La tredicenne che torna anche lei. Ritrovarsi noi tre. Mangiare insieme seduti. Chiacchierare, ascoltare. Leggere i messaggi, distrarsi. Tornare in studio, ridiventare avvocata. O. senzaditenonsapreicomefare. Ridere. Guardare il cellulare. Imporsi discipline. Fallire. Riuscire. Lo Sposo lontano. Uscire, accompagnare. Tornare. Lo studio ancora. Chiudere la porta. Accompagnare ancora. Tornare. Riprendere. Nel tragitto chiacchierare. Ritornare. Sdraiarsi un po’. Non c’è tempo. Santo cielo, la tredicenne. Salire in macchina e guidare. Prendere, ritornare. Tutto ok? Il novenne e la scherma. Corri è tardi. Accompagnare. Macchina musica chiacchiere silenzio. Aspettare in macchina con il pc. Scrivere e approfittare del tempo fermo. Il post, l’articolo, i progetti. Il cuore batte, perde un colpo. E’ la stanchezza o forse no o forse boh. Ritornare. Aspettare, preparare. E in mezzo a questo, progettare, scrivere ancora, rubare il tempo, telefonare, sentirsi, raccomandarsi. Vieni con me? Sì che vengo. Chiacchierare, guardare il mondo e stupirsi ancora. Vedere il mare. E le stagioni moltiplicate. Una foglia che muore senza fretta, gli stormi a vivere il cielo. Guardarli e sentire, da qualche parte sentire e non capire. Proseguire. Comporre e ricomporre e proseguire.
E dopo quindici ore, ventisette minuti, trentasette secondi, sentirsi un po’ stanchina.

Tizianeda

A braccia aperte

Il tempo va e corre e così i giorni e le ore. E succede che Tizianeda ha uno studio pieno di carte tristi. Le carte sono sulla scrivania, dentro i mobili chiusi, sul tavolo di O. senzaditeallostudiononsapreicomefare, nei mobili di fronte, dentro i faldoni colorati, e nei pensieri. E Tizianeda sta lavorando e lavorando insieme alle carte e con O. dietro la sua scrivania dall’altra parte della stanza e ogni tanto ridono e scherzano. Così anche le carte tristi diventano meno tristi.

Succede che Tizianeda domani mattina dovrà accompagnare lo Sposo Errante all’aeroporto e questa volta lui partirà non per raggiungere rilassanti posti altri, ma per il suo lavoro. E succede che pensa, che attraversare la città quando ancora tutto è lento e sfocato, ha una sua bellezza antica, color carta da zucchero. E poi guiderà verso casa sola, con la musica accesa e i pensieri. E anche questo sarà bello.

E succede che con la dodicenne, che attraversa il mondo ondivago della adolescenza, Tizianeda per ora ha trovato un linguaggio semplice per entrambe, quello delle parole e del corpo e del silenzio anche. E non sa quanto durerà questo tempo comprensibile. Per ora Tizianeda preferisce non pensarci.

E succede che a scuola si parla ultimamente di pediculosi, che a Tizianeda viene subito l’ansia e il prurito e pensa che i pidocchi nel mondo non si debelleranno mai, come le zanzare, i peli superflui e la cellulite. E nei 90 mq si fa ogni tanto l’ispezione delle teste, che sembrano in una colonia estiva o in una comunità di gorilla.

E succedono un mucchio di cose nei giorni e nelle ore. Non sempre piacevoli, anzi a volte proprio sgradevoli. Però tra gli spazi di questo fluire, ci sono tesori da cercare. Per questo Tizianeda, per non sbagliare, ogni tanto si ferma sul ciglio della strada e allarga le braccia e guarda e sorride. Lei sa che facendo così, le cose belle accadono.

Tizianeda

Inizia l’avventura

“Allora Tizianeda, ci vediamo alle 4 del pomeriggio a Piazza Castello”
“Ok perfetto, a più tardi”.
La nuova avventura di Tizianeda, è iniziata mercoledì pomeriggio, dentro l’abitacolo della macchina sulla quale è entrata. Ad aspettarla Domenico e Laura. Poi insieme sono andati sotto casa di Josephine perché viaggiasse con loro e poi ancora a raccogliere un’altra entusiasta presenza femminile. E a Tizianeda è sembrato sorprendente trovarsi dentro una macchina così affollata e non per la presenza di bambini, giocattoli, bottiglie d’acqua, zainetti, biscotti sbriciolati, fazzoletti di carta con reperti fossilizzati, e varie amenità pediatriche.
Lei, che è stata coinvolta da Domenico, Josephine e Laura, perché nella sua vita multitasking è anche una blogger. Così sarà la tastiera narrante del festival che si chiama “Cunta e Canta”. Un festival in movimento, per le lande del suo sud suddissimo. E così succederà che ogni tanto, insieme a questi ragazzi (tutti più giovani di lei) – a questi quattro folli visionari, che viaggiano con i pensieri a una velocità sorprendente per le consunte cellule sinaptiche di Tizianeda, che sono una esplosione di idee e progetti e che hanno uno sguardo positivo e propositivo verso la vita – insomma succederà che Tizianeda, insieme a loro che sono gli inventori e organizzatori del festival, andrà per i paeselli dove troverà persone e le loro storie, ma anche le tradizioni la bellezza dei luoghi e dei volti e vedrà e ascolterà e poi scriverà, qui nel suo blog o direttamente sulla pagina facebook che si chiama come il festival, di questo gioco serissimo in movimento.
E con loro pochi giorni fa, è approdata in un paese che si chiama Rosarno, è entrata in una piazza dove c’erano microfoni, altoparlanti, tante sedie bianche, cavi che serpeggiavano tra i piedi, voci, freddo, un cielo prima azzurro e poi blu, sorrisi, musica, danze di paesi lontani, mani da stringere e storie straordinarie.
Perché quella sera a Rosarno, come in molte città d’italia si celebrava “La notte del lavoro narrato”, attraverso i racconti di donne e uomini appassionati.
Lì Tizianeda ha conosciuto Angelo, che è un giornalista e che attraverso il teatro aiuta i ragazzi e le ragazze a ritrovarsi, Letizia che con le prugne fa cosmetici e ha talmente entusiasmo che quando parla sembra che salti e batta le mani dalla felicità, Khadim che viene dal Senegal e a Rosarno raccoglie le arance e gioca in una squadra di calcio fortissima di cui è il capitano e te lo racconta con voce calma e timida. Ha ascoltato Tony, innamorato del polistirolo e delle sue macchine innovative che riuscirebbe a vendere anche nelle Isole Figi o nella Kamchatka, e che bacia prima di impacchettarle e spedirle in posti lontani. Ha sentito Domenico che trasforma i pampers in banchi scolastici. E poi ha ascoltato Iaia e Tury con meraviglia e stupore e sarebbe stata lì con loro fino allo sfinimento (di Iaia e Tury). Ma questa storia, la storia di questa donna e questo uomo che da Milano sono approdati nel sud suddissimo, questa storia d’amore folgorante e insolito degno di una terra capovolta, ve la racconterò, ma non ora. Ora vi chiedo la pazienza di aspettarla.

Tizianeda

Come Maga Magò, Lord Voldemort e il suo serpente

Il ritorno alla vita lavorativa deve essere morbido, graduale, lentamente progressivo, come si fa con l’ingestione del veleno per renderlo innocuo all’organismo. Perché dopo giorni di ozio compulsivo, di cambiamento del rapporto veglia/sonno, di dimenticanza della vita multi-tasking, al rientro, la psiche potrebbe subire scuotimenti irrisolvibili, il corpo somatizzare, il disagio esistenziale prendere il sopravvento.
Si può diventare nervosi come Maga Magò quando incontra Merlino, o collerici come Lord Voldemort lasciato solo e farneticante con il suo serpente.
Questo è quanto dicono gli esperti, che dopo ferragosto, si sperticano in raccomandazioni ansiogene, come vecchie zie premurose che ti ricordano di indossare la maglia di lana se fa freddo, o di non bere acqua ghiacciata se sei sudato.
E Tizianeda che è avvocata, per salvarsi dai nefasti effetti da vacanza terminata, per la prima settimana lavorativa, avrebbe dovuto:

Il primo giorno aprire le imposte dello studio, fare entrare luce e aria, guardarsi intorno. Poi chiudere tutto e andare via.

Il secondo giorno osservare le carte lasciate sulla scrivania ricoperte di post-it con le istruzioni. Leggerle e capire che per tornare tranquilla a settembre, avrebbe dovuto lavorare tutti i 31 giorni di agosto. Abbandonare lo studio per non turbarsi troppo.

Il terzo giorno accendere il pc, controllare i messaggi di posta elettronica non letti. Accorgersi che il numero è di tre cifre, chiudere il computer e rimandare al giorno dopo per non confondere la psiche ancora troppo invischiata nei ricordi vacanzieri.

Il quarto giorno sedersi sulla poltroncina davanti alla scrivania. Dondolarsi un po,’ farla girare su se stessa, mettere i piedi sul tavolo, canticchiare qualche motivetto rassicurante, rispondere alle telefonate. Ma non a tutte: una sì e tre no.

Il quinto giorno, pensare “è venerdì, mi prendo un giorno di riposo”. Così andare via e rinviare tutto a lunedì.

Questo avrebbe dovuto fare Tizianeda, rispettando le istruzioni degli esperti. E invece, a causa della sua disobbedienza, ora si sente un po’ Maga Magò e un po’ Lord Voldemort con il suo animaletto domestico. E peccato che nessun esperto spieghi come fare a superare la sindrome da rientro compulsivo.

Tizianeda

Qualcosa di inaspettato

La giornata, si prospettava uggiosa e uguale alle altre. Una mattina che proprio non hai voglia di andarci in quelle stanze che sono delle scatole chiuse, luce e aria in un tutt’uno grumoso. Con i neon neri di polvere, che colorano le facce di giallo.
Si chiamano aule di udienza questi posti, ché sei avvocata e la mattina così è il lavoro, a prendere i fascicoli, che poi tra le parole scritte a macchina ci sono storie di persone. Devi parlare con i colleghi e il giudice seduto sullo scranno. Tutti dentro questa nave ormeggiata di sbieco. Così sei lì insieme agli altri, che si vede vorrebbero essere altrove, forse fuori sotto il cielo a bighellonare per le strade, o davanti al mare a farsi ipnotizzare, a guardare la Sicilia dall’altra parte, con le montagne bitorzolute in fila. Invece aspetti il tuo turno e parli con i colleghi e il giudice e blablablabla.
Poi però, quel giorno è successo qualcosa di inaspettato.
“Avvocato il consulente è già qui per il conferimento dell’incarico…gentilmente, parlate a bassa voce e rispettate la fila. Stanotte non ho dormito e non mi sento bene…allora ingegnere lei accetta l’incarico che le ho conferito vero?”
“Sì giudice”
Ora glielo chiedo. Con quell’affermazione rimasta sospesa…
“Ha il bambino malato? Per questo non ha dormito ?”.
“Sì avvocato, mio figlio ha vomitato tutta la notte non le dico lo stavo per portare all’ospedale”
“Gastroenterite?”
“No catarro…gli viene la tosse così violenta che vomita..infatti scusate ho il cellulare aperto ma se mi chiamano dovrò andare via….Ingegnere di quanto giorni ha bisogno per la perizia? Novanta, va bene scriviamo….sono stanchissima avvocato forse due ore avrò dormito…. è che non si fa fare l’aerosol”.
Qui con il corpo, lì con il cuore, e un po’ qui e un po’ lì con le parole: una donna.
Così l’aula ingessata si è sciolta in un abbraccio empatico tra muscoli facciali finalmente rilassati, che per un attimo ho pensato che ci saremmo tutti presi per mano e avremmo intonato un canto gospel, chiedendo esultanti di essere salvati dal catarro, dal vomito e dalla tosse.
“Giudice le volevo dire una cosa”
“Mi dica Ingegnere, abbiamo omesso qualcosa nel verbale di udienza?”
“No…se il bambino non si vuole fare l’aerosol, gli dia le gocce pediatriche xyz, sono miracolose!”
“Grazie ingegnere le scrivo qui sul foglio!”.

Tizianeda

La Fatina delle Donne Sfiancate

Driiiin
“Signora siamo gli elettricisti in quale stanza dobbiamo andare?”
Driiiin
“Avvocatessa sono venuto a controllare lo scanner che non funziona”
Driiin
“Tizianeda, sono la mamma vecchietta, apri”
Driiin
“Ciao collega, sono venuta a prendere le misure della stanza”
Driin
“Mamma mi puoi stampare il disegno di una zucca?”
Driin
“Riciao mamma, anche di un albero di ulivo”
Driin
“Mamma mi ero dimenticata… devo fare una ricerca su internet sugli dei dell’Olimpo ”.
“Signora dobbiamo staccare la luce dieci minuti”
“Io non ho finito di controllare lo scanner”
Driin
“Ciao collega sono venuta per parlare di quella questione”
Driin
“Mamma scusa se ti disturbo ma volevo ricordarti di comprare i denti di Dracula per la festa di Halloween”.
Din don
“Tizianeda sono la Fatina delle Donne Sfiancate! Oggi esaudirò un tuo desiderio, ma sappi che non puoi chiedere cambiamenti epocali della tua vita, tipo diventare alta bionda magra e figa, ma solo un piccolo desiderio che possa portare un po’ di sollievo alla tua vita supercinetica”
Se succedesse una cosa del genere, cioè se davvero all’improvviso suonasse alla porta questa tipa con un desiderio da esaudire, anche se piccolo piccolo, Tizianeda chiederebbe senza pensare di poter dormire. Dormire di un sonno profondo e ristoratore. Dormire per due giorni di seguito come la Bella Addormentata sul Baldacchino, senza però il noioso Principe Sempreazzurro con il suo zelante bacio del risveglio. Perchè in questi giorni di un autunno tardivo, Tizianeda è un tripudio di sbadigli accompagnati dalla voglia di accasciarsi ovunque: sulla sua scrivania di lavoro, mentre il primo pomeriggio controlla i compiti del seienne, in Tribunale sulla spalla di un qualsiasi comodo collega, o mentre aspetta il suo turno da qualche parte, o ancora mentre guida.
Però siccome è avida di desideri, lei vorrebbe anche avere i capelli auto-pulenti ed auto-ordinanti invece di ricorrere ad orari terroristici e nemici del sonno per dargli una forma ed un contegno, vorrebbe le gambe lisce e lucide, anziché un habitat incolto e rigoglioso, vorrebbe ingozzarsi di cioccolata e dolci senza soffrire di apocalittici sensi di colpa e delle diatribe con la bilancia in cui finisce sempre per essere perdente.
E poi vorrebbe lo sposo errante stanziale, e lei lavorare meno. Uno stare lento in casa, un bicchiere fumante di tè, il vento del Sud, che gira fuori la sera, che è un rimprovero ed un canto malinconico, un libro stretto tra le dita come un incontro fortunato e salvifico, i bambini indaffarati nel loro fare rilassato.
Solo questo chiederebbe alla Fatina delle Donne Sfiancate….sempre che un giorno non troppo lontano, questa tipa strana, suoni alla sua porta.

Tizianeda

La donna con il vestito azzurro

Illuminata da un vestito azzurro, il corpo abbronzato, cammina sullo spazio bianco davanti una labirintica costruzione, la mattina invasa da noi avvocati. Una collega, di quelle con cui parlo del lavoro o delle piccole cose della vita, con piacere e di sfuggita.
In mezzo ai nostri incontri, agosto e l’assenza da questi posti. Oggi la rivedo ed è cambiata, come i bambini che tornano a scuola dopo le vacanze.
Il suo cambiamento è attrattivo soprattutto per noi donne, gli occhi si posano sopra, come quelli di un uomo per una scollatura audace. Produce empatia e la voglia di toccarla. Il suo cambiamento oggi protetto dal vestito azzurro, è un punto esclamativo, un grido impertinente, un precedere la vita.
“Tizianeda, a quarantadue anni sono rimasta incinta come una sprovveduta sedicenne”.
La donna con il vestito azzurro, prima di tutto questo, stava bene dentro il suo tempo, dentro la sua libertà senza figli, con il suo compagno.
Così parliamo. Non del lavoro o delle piccole cose della vita. Lei è un fiume di pensieri sui quali vuole soffermarsi, perché non si è mai abbastanza grandi e preparati per questo nuovo spazio prepotente.
Chiede a me come si fa ad essere madre e donna e tutto il resto, a me che ho due figli ed un lavoro complicato come il suo.
A me che vorrei dirle che una mamma è una fata ed un orco, un’ eroina con i super poteri, è Superman ma con la criptonite infilata dappertutto, è un funambolo con mille braccia e cento piedi, è un pagliaccio a volte triste, è un alieno che legge nella mente ed usa il teletrasporto, è uno zombie asociale, è Anna dai Capelli Rossi, è Barbarella, è la Fatina Smemorina, è Cenerentola, è GenoveffaedAnastasia, è Wendy e Capitan Uncino, è Alice nel Paese della Meraviglie, è Mago Merlino.
A me che non ho tutte le parole per spiegarlo, che contemplo i miei figli come uno spettacolo stupefacente di cui non posso più fare a meno, loro che mi hanno fregata per sempre ed intrappolata dentro un ossimoro affascinante e indistricabile.
Ma la donna con il vestito azzurro, tutto questo lo sa, ha l’intelligenza ed il cuore per vedere per capire. Suo figlio che solo lei sente, già la rassicura già la spaventa.
Così ci salutiamo e poi la osservo mentre si allontana piano, con il suo bambino dentro quel palloncino azzurro e fluttuante.

Tizianeda

Le chiavi

“Ciao mamma, siamo venuti a trovarti…..hai le chiavi di casa vero?”
Alle quattro dell’ultimo pomeriggio di agosto,  dopo il trasloco del suo studio in un appartamento che è dentro lo stesso palazzo dove vive la famigliola solo un piano più giù, Tizianeda ha iniziato a  liberare  la sua casa dalle invasive carte di avvocatessa.
“Bambini papà  non c’è  io scendo un attimo sotto, non vi muovete sono senza chiavi lascio il telefono qui”
“Mmmm”
Dopo pochi minuti   la decenne  ed il seienne, suonavano al campanello.
Dopo pochi secondi di conversazione con quei due, Tizianeda  apprendeva che avevano chiuso la porta di casa al piano di sopra, che no, le chiavi non le avevano con loro, che la decenne si era portata con sé il seienne per non lasciarlo solo, che non avevano il telefono fisso e mobile  perchè il  cellulare era dentro casa  e la linea telefonica dello studio non era stata ancora trasferita nell’appartamento.
Dopo lo sconcerto che si è trasformato in arrabbiatura che si è trasformata in urla che hanno echeggiato per le scale del palazzo mutando la mamma gentile  in un orrido orco senza cuore, i tre si sono recati sul balcone che confina, diviso da una grata, con quello della vicina artista e folle e del suo cane, per farsi prestare il telefono e avvertire l’uomo adulto di casa.
“Ciao sono io richiamami siamorimastifuoricasahailechiavi?”
Click!
Poi l’uomo adulto ha richiamato  comunicando che anche le sue chiavi giacevano insieme alle altre dentro casa.
“Si però non imprecare così”.
Lui ha invece continuato ha esprimere il suo dissenso riempiendo l’etere di  parole e frasi grevi, solitamente usate dagli adulti nei momenti di difficoltà emotiva.
Poi i tre rinchiusi nel nuovo studio, finito di parlare al telefono,  hanno aspettato che qualcosa succedesse, mentre la decenne piangeva dicendo che quello era il giorno più brutto della sua vita, mentre  il seienne per esigenze emulative  piangeva pure lui dicendo che  in quello studio semi vuoto sarebbero morti tutti e tre di fame e di sete.
Invece l’uomo adulto di casa, finito di imprecare, veniva soccorso dal signore del negozio di ferramenta, dove in quel momento si trovava.Il signore del negozio di ferramenta da coerente uomo del sud aveva intercettato la conversazione telefonica, carpito il senso e trovato la soluzione. Dopo pochi minuti, infatti, il titolare, l’uomo adulto di casa, un avventore unitosi al consesso  ed una radiografia con sopra impresse ossa di chissà chi e inspiegabilmente dentro il negozio, come una spedizione per una missione di soccorso, si sono recati davanti alla porta chiusa della famigliola.
Così l’uomo della ferramenta ha infilato la lastra  tra gli ingranaggi della serratura, l’avventore l’ha smossa con foga e l’uomo adulto di casa si è ripreso dal turbamento assistendo al miracolo della porta che si apre grazie  a quei due, che come Sherlock Holmes e Watson, Batman e Robin, Topolino e Pippo , avevano  restituito la normalità alle vite dei rintontiti destinatari del loro intervento.
Tizianeda ancora una volta si domanda se spostare il suo studio così vicino a casa è stata una buona idea.

Tizianeda

Il trasloco, un toy boy, un camion e due bambini

Tizianeda, che è anche avvocatessa, un po’ di tempo fa ha pensato che la montagna di carte, che come una fitta giungla aveva riempito la stanzetta dell’appartamento condiviso con altri colleghi amici, in realtà lì dov’era, non poteva più stare.
Per questo ha trovato un’altra stanzetta, che in realtà è una stanzona, che è dentro un appartamento, che è dentro lo stesso palazzo dove c’è la casa di Tizianeda e della sua famigliola, solo un piano più giù.
Per questo Tizianeda, ha dedicato i suoi ultimi giorni d’agosto a spostare da un posto ad un altro, carte fascicoli faldoni computer stampante scanner fax scrivania sedie libreria libri e suppellettili varie.
Ed ora che tutte le cose del suo lavoro sono accatastate ed ancora inscatolate dentro la stanzona sotto casa, prima che la assalga come uno tsunami la malinconia per il posto che lascia con tutti i suoi abitanti, si è concentrata sui variegati momenti del trasloco:
1) Momento Toy Boy.
Lui è il ragazzo di fatica….. e molto altro. E’ quello che dodici anni fa, l’aveva incoraggiata ad affittare la stanzetta del vecchio appartamento, anche se di clienti Tizianeda ne aveva appena tre, “non ti preoccupare tu sei un buon investimento”, che le aveva pitturato le pareti di color aragosta con addosso la sua aderente canottiera bianca, i jeans tagliati e gli addominali scolpiti. Quello che le aveva appeso i quadri alle pareti e l’aveva rassicurata per il futuro. Lui è lo stesso ragazzo che oggi l’ha aiutata ad inscatolare, posare, sigillare con i nastri adesivi, che si è preoccupato di un’infinità di aspetti pratici cui Tizianeda è poco avvezza, che l’ha rassicurata per il futuro. Lui dopo dodici anni è ancora il suo ragazzo, anche se le magliette aderenti non le mette più perché sono diventate troppo strette, anche se da questa fatica forse non si riprenderà, anche se con lui Tizianeda ha fatto due figli e tutti insieme vivono in una casa di 90 mq.
2) Momento Vintage.
Alle tre del pomeriggio, sono arrivati gli uomini del trasloco per prendere la roba impacchettata, metterla su una piattaforma fissata ad una scala mobile appoggiata ai balconi che dalla strada saliva fino al cielo, per poi ritornare giù dove c’era un vecchio camion che ingoiava gli scatoloni di Tizianeda come il ventre di una balena.
Poi quando tutto è finito e la stanzetta diventata vuota come una galleria dismessa della Salerno-Reggio Calabria, Tizianeda ha chiesto all’uomo che guidava il camion di poter andare con lui. E’ entrata dentro quell’ affare chiassoso e cigolante che le ha provocato un’esaltazione puerile. Avrebbe voluto guidare lei quell’aggeggio pesante che non sa perché le ricordava l’infanzia e l’ha riportata in un mondo un po’ sfocato e in bianco e nero come i programmi televisivi di quando era piccina. Ha contemplato l’abitacolo rosso tutto sbrindellato come i sedili, ha guardato i finestrini a manovella, il cambio delle marce con il pomello, il volante grandissimo che ci vogliono braccia lunghe e forti, ed i bottoni quadrati incastrati nel cruscotto che Tizianeda avrebbe voluto schiacciare per vedere che succede, tutti gialli verdi e rossi che sembrava di essere in una navicella spaziale di un ingenuo telefilm degli anni ’70. Poi sono arrivati sotto i balconi dove c’è il nuovo studio ed anche la casa di Tizianeda. L’uomo del trasloco ha tirato il freno a mano, il camion ha sferragliato vibrando, ed il viaggio vintage è finito, purtroppo.

3) Momento pediatrico-terroristico.
I più felici per questo trasloco, per questo ardito avvicinamento a casa anche negli orari lavorativi, sono la decenne ed il seienne, che hanno partecipato con giubilo alla movida degli scatoloni, trottando per le scale del palazzo per approdare nel nuovo studio della mamma. E mentre quei due debosciati correvano per l’appartamento semi-vuoto, si nascondevano eccitati dentro le stanze, esploravano gli anfratti, aprivano e chiudevano le finestre, uscivano sul balcone dove il seienne socializzava con la vicina artista e folle invitandola a venire a lavorare con Tizianeda, tempestavano di domande gli uomini del trasloco, litigavano tra loro, chiedevano di poter mangiarebereandareinbagno, Tizianeda si chiedeva se questo sforzo fisico ed emotivo fatto per rendere più fluida la giornata, per meglio assemblare i diversi momenti della vita, facilitare gli spostamenti e togliere da casa un bel po’ di noiose carte, è davvero stata una buona idea.

Tizianeda

Mangia qualche cosa

Ore 5 del pomeriggio.
Con le cuffie attaccate alle orecchie e l’i-pod acceso, cammino per strada. Vado a lavorare.
All’improvviso si materializza un collega avvocato. Ci salutiamo. Ci baciamo….. siamo meridionali.
“Ciao, tutto bene?”
“Sì tutto bene, e tu ?”
E’ infervorato per la discussione tenuta davanti ad un collegio di giudici.
Speriamo non inizi a raccontare.
“Non hai idea di cosa mi è successo oggi in udienza !”.
Perché non esiste il tele-trasporto? ☹
Spengo il dispensatore di musica portatile e tento di sintonizzarmi sui suoi racconti…..tento, appunto.
Le mie capacità di concentrazione sono pari a quelle di un bambino iperattivo costretto da un maestro ottuso a studiare.
Lo guardo senza vederlo, fingendo attenzione. Per dare credibilità alla mia patetica pantomima, immobilizzo la faccia dentro un sorriso ebete , ogni tanto annuisco e commento con vaghi “certo”, “ovvio”, “sì”.
Solo a tratti mi arriva alle orecchie l’eco di suoni familiari: “…..giurisprudenza……collegio…………notificazione……………inconsistente……….cancelleria……..giudici……………………………………………..”.
“Allora tu che ne pensi?”. Sono fottuta!
Ecco a cosa penso: ad un grande immenso gigantesco BOH!
Penso che hai interrotto il mio momento zen, tragitto casa-studio, con i tuoi discorsi uggiosi. Che sono stanca. Che la mattina sono sopravvissuta, come Frodo nella Terra di Mezzo, al Tribunale e alla sua varia umanità. Che a casa ho sostenuto un’avventura ancora più perigliosa : i miei figli. Che vorrei essere in un centro benessere a farmi massaggiare da mani pietose, anziché concludere la giornata chiusa nel mio studio di avvocatessa!
Questo penso. Però non glielo dico.
Poi come per incanto, l’intuizione, soffiata dalle Anime Buone delle Mamme Sfiancate venutemi in soccorso .
“Hai un’aria affaticata. Sei pallido. Dovresti andartene a casa e mangiare qualche cosa!”.
“Dici?”. Mi risponde preoccupato. Annuisco subito pentita (ma non troppo) della mia perfidia.
Ci salutiamo, sfiorandoci con le guance .
Lui mi volta le spalle e si incammina mesto con la borsa 24 ore dondolante. Io mi rimetto le cuffie alle orecchie, per godermi i pochi minuti di sospirata solitudine.

Tizianeda