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La stanza di mia madre

La mamma vecchietta me lo mostra. È soddisfatta. Ha acquistato un giubbotto  fucsia. La riparerà dal vento e la renderà più visibile per le strade.

“Devi metterci le pietre nelle tasche, mamma, ché se c’è vento, ti vola sicuro”

È contenta mia madre. Lo indossa, così vedo anche io come le sta. Mia sorella  scatta foto. Giochiamo nella camera da letto tra specchi e  mobili scoloriti. Giochiamo perché impariamo da subito i trucchi per dimenticare  le nostre nature provvisorie. Mia madre ci sta insegnando il futuro, o almeno a crederci ancora, a persuaderci di vivere resistendo.

Indosserà il giubbotto quando esce, e quando andrà nell’unico luogo mondano che frequenta: la chiesa. Per fortuna che non gliele hanno chiuse a mia madre le chiese. Specie in questo tempo qui, in cui le geografie interiori stanno andando al diavolo, e ci costringono a ridisegnare spazi e a trovare profondità.  Vorrei dirle che hanno però chiuso i teatri e che nessuno ha spiegato il perché.  Che ognuno ha bisogno dei propri luoghi per decodificare meglio la vita e anche la morte, per sentirsi meno soli. È così che fanno la poesia, la letteratura, la musica e la bellezza quando assumono la sostanza della narrazione, dentro luoghi dove si rinnovano miracoli. Proprio come accade ora, nella stanza di mia madre, dove la tenerezza ci unisce, un giubbotto fucsia  ci rende coraggiose, anche se fuori il vento soffia forte e abbiamo bisogno di pietre da mettere nelle tasche.

Tizianeda

Mamma passero

“Posso pettinarti i capelli, Tizianeda?”
“Davvero vuoi farlo, mamma vecchietta?”
“Sì”
“Va bene, domattina vengo e procediamo”
E così l’indomani ho attraversato il pianerottolo e sono andata da lei.
Ci somigliamo di più da quando indossiamo le mascherine, abbiamo lo stesso becco bianco. Metà umane metà uccelli. Mia madre mi fa sedere, porta spazzole, pettini e il ferrettino. Cazzo il ferrettino. Sono pronta, catapultata nel ritorno al passato. Noi bambine degli anni ’80 eravamo un po’ tutte così. Cento colpi di crespo e ferrettino. L’anarchia tricologica non era contemplata nel grande libro delle madri. La lascio fare. Lei mi ricorda di quando i miei capelli erano tanti, lunghi, ricci, neri, quasi blu di quanto erano neri e lucenti. Poi me li spazzolava, però. Quei capelli non ci sono più, mamma, le dico. E neanche quella ragazzina. E tante altre cose ancora, che a furia di fare buchi nelle suole, le ho seminate. Non si arrende. Spazzola, cambia riga, fa la frangia. Tanto il trend della pandemia è capellidimerda. Il crespo li valorizza. Ridiamo dentro ai becchi. Da quant’è che non ti bacio, mammina? Ecco ha finito, è l’ora del fermaglio. Non si capacita di quei riflessi rossi che ho in testa. Perché, mi chiede. Non so spiegartelo il perché. Perché è così, perché devo cambiare, altrimenti mi sento perduta, perché sono abitata da moltitudini e una di queste ha i riflessi rossi. E comunque ora il rosso è sbiadito, è piuttosto colore pandemia. Ci guardiamo allo specchio. Siamo carine, le dico, con questi becchi bianchi.
Lo so che volevi ritornare madre, pettinandomi, sentire che la vita non sfugge tutta, che c’è qualcosa che si può appuntare, come un ferrettino, tra i capelli, apparentemente domati.
Devo andare. Le moltitudini chiamano, mamma. Torna, mi dici. Piccola, sull’uscio, con il tuo corpo da passero. Torno, certo che torno, e poi giochiamo. Facciamo che tu sei la madre e che io sono la figlia.

Il disegno meraviglia è di Fabiana Canale

Tizianeda

Pandemia blues

La mamma vecchietta, mi ha detto che ormai può uscire. Ha sentito al telegiornale che di contagi e morti non ce ne sono più e che gli esami di maturità si faranno il 14 maggio. Non so su che canale si sia sintonizzata, certo non italiano. Non è stato facile convincerla, che così non è. Tanto lei, mi dice, di corona virus sicuro non muore e me lo ripete tutti i giorni come un mantra. Poi fa il lunghissimo elenco di tutte le sue possibili cause di morte. La invito ad aspettare allora, perché ora non sarebbe opportuno. Lei dice va bene e poi cambiamo argomento.
Oggi, mentre la guardavo pensavo che ha sacrificato l’infanzia dentro una guerra, che lì la paura e la fame e le mancanze erano tante e profondissime e c’erano pure i pidocchi. E ora si becca la reclusione a casa, per questa merdina piccola che ci ha messi tutti all’angolo. “Minchia che sfiga mamma, le dico”. Lei ride e mi ripete il solito mantra. Rido pure io. Poi le dico due sconcezze, che tanto non si arrabbia più da quando la vecchiaia l’ha resa più libera. E penso che vorrei davvero, ora, potermi affacciare al balcone solo per guardarla attraversare la strada e intenerirmi a osservarla camminare oscillante, come un marinaio appena sceso dalla nave in tempesta.
E invece sui balconi ci stiamo per quei momenti un po’ così, i momenti di pandemia blues, che è quando ti chiedi “e ora che faccio?” E ti interroghi sulle strategie di resistenza, come una puerpera strafatta dai balzi ormonali e un bambino che piange e scacazza. A tratti, ti senti smarrita. Poi passa. Anche se la Storia, sta un po’ troppo scacazzando ultimamente sulle nostre teste. E così arrivano quei giorni, inevitabili, che la pandemia blues ti fotte e aspetti solo di ritornarti e te lo ripeti come il mantra di tua madre. Passa, Tizianeda, mi dico, passa con i progetti in testa, le gesta, le armi e gli amori e una buona squadra con cui affrontare il caos. E ti senti anche fortunata dentro questa sfiga collettiva. Anche se in certe ore c’hai una voglia matta di uscire e di andare a mare, come nella vita di prima. Ma intanto aspetti, con questo cuore collettivo a più battiti che scalcia e batte e spariglia e ti fa restare a casa.
   
   
 
Tizianeda

Ottantotto

“Mi sembra che sto rubando gli anni al
Signore”

“In che senso mamma vecchietta”

“Che ancora sono qua”

Ci risiamo. La mamma vecchietta e l’aldilà. Un gioco da ragazze. Di Ottantotto anni. Se sa che lo scrivo si incazza. Ma neanche tanto. Non fatele gli auguri domani se la incontrate, però, che poi capisce che le ho spoilerato il compleanno. Lei che di questa vita un po’ si è suddiata e pensa di essere una ladra di anni. Capirai poi a chi li ruba gli anni. Al Signore Gesù in persona. Che è un po’ come rubare ai ricchi per dare ai poveri. Cioè a noi figli, ai nipoti e a chi le vuole bene. Che vorrei avere davvero le sue certezze sull’aldilà, io che già in questo aldiquà credo a tratti e mi ritiro dentro tane silenziose. Che vorrei davvero mi bastasse un rosario, da sgranare come un mantra  che ti connette al divino. E vabbè mamma vecchietta in questo non hai vinto. Peccato che la fede non si passi come i geni. Peccato. Però che belli, mamma vecchietta, i tuoi 88 anni. Hai doppiato l’infinito. Hai vinto strafottendone della mortalità degli umani, come cosa buona e giusta. Così fanno le ragazze ribelli. Tu mi piaci. Molto di più adesso di quando eri madre di figlia con la rabbia nascosta nelle tasche, il mio cibo mal gradito che non sapevo dove nascondere. Non ci siamo capite. Non ci siamo potute parlare. Non era quello il tempo. Ci siamo incontrate da qualche anno. La vecchiaia è un regalo che si fa ai figli, è un permesso di tenerezza. Non importa che sia solo adesso.  Sai cosa dice Bollea, quel neuropsichiatra che ho letto perchè avevo paura di diventare una madre disastro? Che le madri insegnano ad amare. Non a essere perfetti, o forti, o senza errori, o difettosi. No. Ad amare. Che non è una cosa che so definire questo amore. Mi scivolano le parole ogni volta. Provo a cucire lembi però, con ogni inesattezza di suono e ne faccio alfabeto. E non importa che tu non mi sappia intera. Perché alle madri mica si può raccontare tutto. Non importa. Mi basta questa tenerezza e la tua voglia di essere sempre madre, anche se ormai, da un po’, tu ci sei figlia.

Auguri mamma vecchietta. Auguri
ragazza ribelle.

Tizianeda

Le cose che si rompono presto

“Lo sai che ho fatto Tizianeda?”

“No mamma vecchietta, cosa hai fatto?”

“Ho regalato per
Pasqua, una bottiglia di vino a quel signore marocchino che ha la bancarella
per strada. Quello dove comprava le cianfrusaglie tuo padre”

“Il vino? Ma sarà musulmano,
mamma. E’ marocchino”

“Oh, pure tu come tua
sorella!”

“Te lo ha detto anche
lei?”

“Certo. Ma prima che
glielo portassi”

“E tu glielo hai
regalato ugualmente?”

“Sì. Ma, tranquilla,
sono andata a chiederglielo”

“Se era musulmano?”

“Sì, perché volevo
regalargli una bottiglia di vino”

“Santo cielo. E lui?”

“Mi ha detto che lui è
da trent’anni in Calabria”

“E quindi?”

“E quindi ormai è
Calabrese e il vino lo beve. Sai che bella confezione gli ho fatto fare… è stato
felice”

“Mamma vecchietta… hai
fatto bene”.

Il signore che ha
ricevuto in dono dalla mamma vecchietta, per Pasqua, una bottiglia di vino, ha
una bancarella, piena di cose che si rompono presto. Molto di quell’inutile
indispensabile, è ammassato dentro i cassetti della casa di mia madre.
Accendini da cucina smonchi, ombrelli autorompenti,  torce perdi molle di tutte le dimensioni. Mio
padre comprava, mia madre faceva una cosa da coniuge: mostrava disappunto senza
 speranza di cambiamento. Poi mio padre è
morto e mia madre ha iniziato a vedere le cose che vedeva lui. Anche la
bancarella del signore che viene dal Marocco ed è in Calabria da trent’anni. “Suo
marito?” le ha chiesto un giorno.  “E’
morto” gli ha risposto la mamma vecchietta. E lui ha sentito un dispiacere vero
e la mamma vecchietta glielo ha visto, tutto dentro agli occhi. Adesso che lei
ha compreso il perché di quegli acquisti, che hanno riempito i cassetti di
oggetti e gli angoli di ombrelli rotti, ogni tanto, ne porta qualcuno a casa
anche lei. E ora, che il signore che viene dal Marocco, l’ho osservato con più
attenzione, ne ho capito anche io il motivo profondo.

Tizianeda

I ricordi della mamma vecchietta

“Questa era la casa di zio ‘Ndruzzo e zia Gaetana”
La mamma vecchietta mi mostra la serranda in legno di un vecchio palazzo. Piano terra. E’ polverosa. La vernice è un ricordo di verde. Lo zio Ndruzzo era il fratello di Nonno Carmelo, suo padre. Mi racconta. Vivevano, un tempo, dietro quelle persiane. Superiamo il palazzo tenendoci per mano. Poi c’è la sosta ai manifesti. La mamma vecchietta fa parte di quel mondo salvo, in cui la morte è un processo, niente di più. Può essere letta tra le righe di uno scritto funebre, senza timore. Quella generazione salva, che la vecchiaia è una scocciatura, ma non puoi farci niente. Legge il nome di una signora che conosce. Novantatré anni. Mi racconta i viaggi in treno con quella signora. Erano giovani. Insegnavano nei paesi. Mentre il treno andava avanti e indietro, mia madre lavorava con i ferri una sciarpa di lana rossa. Ora capisco perché è così ampia e lunga. Molti anni dopo l’ho indossata anche io questa sciarpa, negli inverni Frozen della casa dei miei genitori. E’ ancora lì, in un cassetto. Odora di antico. Naftalina. Camminiamo, c’è vento. La mamma vecchietta mi sgrida, per la camicetta aperta sul petto. Mi ricorda che non ci si può fidare del sole di marzo. Io le sorrido. Il giorno dopo ho mal di gola e mal di testa. Ultima fermata, l’edicola. E’ un approdo gentile. C’è un mio coetaneo all’edicola. Lei lo saluta chiamandolo per nome. Poi mi chiede: “te lo ricordi?”. No, non me lo ricordo. Mi dice che giocavamo insieme al mare quando eravamo bambini. Non so cosa pensare dell’ostinazione della mia memoria nel cancellare volti, nomi, eventi del passato remoto e prossimo. Se dare un nome alla mia dimenticanza, se darle una spiegazione, una rassegnazione. In compenso mia madre ricorda tutto. Torniamo a casa. Lei nella sua, io nella mia, divise da un pianerottolo. Lei con l’abbondanza dei suoi ricordi. Io… lasciamo perdere.

Tizianeda

E ritornano le cose

La mamma vecchietta è seduta a capotavola. Interno cucina. La sua. Le stesse mattonelle di cinquant’anni fa, come il tavolo e le sedie. Il posto era di mio padre, che non c’è più. Sulla sedia di mia madre io, accanto mia nipote, la cugina gemella di Domenico, mio figlio, impegnato altrove con la sorella. E’ l’ora di pranzo. Abbiamo fame. La mamma vecchietta ha cucinato il timballo di riso. Nessuno ha il coraggio di dirle quello che veramente pensa del suo timballo di riso e ce lo mangiamo, tutto quanto è nel piatto. La mappazza di riso all’uovo. Ma chi se ne frega che non è buono. La mappazza ha fatto sedere insieme noi tre e con un po’ di vino scende bene, in fondo. E si chiacchiera noi donne. Poi arriva la zia Dada, mia sorella, che è più grande di me di un anno, ma sembra una ragazza con il suo corpo da adolescente e il viso di pesca. Perché nella distribuzione dei geni, la natura fa sempre un po’ come minchia le pare. E ci si stringe e la zia Dada si siede pure per mangiare la mappazza di riso. E le dico, bevi che è meglio. Stiamo ancora sedute, anche quando sua figlia, la cugina gemella di Domenico si alza. E rimaniamo, noi tre donne adulte, a chiacchierare. E si sta anche per il caffè e i biscotti con i semi di sesamo, che mia madre tiene sempre per noi. E si sta ancora un po’, noi a sentirci figlie e la mamma vecchietta meno sola. Si sta dentro la cucina, il luogo del calore e della consolazione. Di una pausa, dal mondo fuori che fa rumore.
Sulla tavola, lasciamo briciole e semi.Il ricordo dei biscotti. Il caffè, invece, si è preso la stanza con il suo odore buono e lì resta. Devo andare. Esco dalla cucina. “Vado” dico. “Te ne vai? Non andare” mi risponde. Ma vado. Bacio le tre generazioni della mia famiglia. Il mio miscuglio di donne.
Esco e ritornano le cose.

Tizianeda

Il Teatro e le Stagioni

Un po’ di tempo fa ho scritto un monologo. Poi ho chiesto a Silvana di leggerlo. Con Silvana, che è un’attrice dai capelli ricci e rossi e di una bellezza antica, ci siamo incontrate e ogni volta che riflettevamo sulle parole, il testo è stato limato, cambiato, riassemblato. Poi il monologo è stato letto da Christian, che è un regista. E un giorno, in un posto davanti al mare dove lo avevo incontrato per caso, Christian ha detto: “si fa”. E io che c’ho l’entusiasmo fisico, l’ho abbracciato e pure tanto. Silvana e Christian hanno un Teatro che si chiama Primo ed è a Villa San Giovanni, vicino la mia città sbilenca. Ha le poltroncine rosse, si può bere vino ed è un bel posto dove sostare.
“Se dici Eva”, che è il titolo del monologo che ho scritto, non è come i post lievi di questo blog, non è un diario autobiografico, e nel parlare di donne mostra il lato nascosto della luna. Sono felice che Eva avrà la voce, il corpo e l’intensità di Silvana e che a dirigerlo sarà un uomo dalla sensibilità rotonda. Perché questa è la cosa più femmina che io abbia mai scritto. E sono contenta che verrà la mamma vecchietta, che per l’occasione, ha detto, andrà prima dal parrucchiere, ma visto che è a maggio, non è sicura di arrivarci. Io ci confido, così come confido nella sua sordità senile, che non le farà sentire, per fortuna di entrambe, tutte le parole del testo.
Però se la mamma vecchietta aspetterà maggio, voi venite prima al Teatro Primo. Seguite, se potete, la stagione, che inizierà a novembre. Venite per diventare parte di quei luoghi del sud suddissimo che creano cultura e movimento. In primavera, poi, ci sarà Eva. Avrà qualcosa da dirvi anche lei.

Tizianeda

Mangia, prega, stira

La mamma vecchietta, da quando suo marito, cioè mio padre, da due mesi esatti e precisi, ha smesso di essere battito e respiro, si è fatta ancora più vecchietta. Tanto che a noi fratelli, i suoi figli, sembra più bambina che vecchietta. Da proteggere, ma non troppo.
La mamma vecchietta, abita le stanze della sua casa, per la prima volta, dopo cinquanta anni, sola.
Dentro la casa, la mamma vecchietta è un po’ più piccola, un po’ più accartocciata e forse anche a lei le stanze appaiono enormi, i soffitti alti, le finestre fino al cielo, le mensole inarrivabili.
Se la cava, tuttavia, anche se pare, da come fa intendere, che suo marito svolgesse il novantanove per cento delle attività familiari.
“Mamma vecchietta, ma tu, che minchia facevi?”, le ho chiesto un giorno e lei ha sorriso, che non è poco di questi tempi mesti. Non l’ho capito, tuttavia.
Però, stira. La mamma vecchietta stira tutto, da sempre. Le lenzuola, i fazzoletti, le camicie, le mutande, gli strofinacci, le gonne, i golfini, le sciarpe, le pezze, le tovaglie, le federe, le fodere e tutto lo stirabile possibile. Che non è poco in un mondo per lo più stropicciato.
Stira quando sta bene, stira quando è incazzata, stira quando deve pensare, stira quando è triste, se la malinconia persiste, se i cinquant’anni di vita insieme si appoggiano troppo pesanti sull’assenza. Stira, così come un solitario monaco zen medita.
Mangia (poco), prega (molto), stira (assai).
E lo fa dentro la sua casa, che abita da cinquant’anni e che da due mesi, le sembra troppo grande e i panni da stirare troppo pochi.

Tizianeda

Forte come la dimenticanza è il mio cuore

Tengo tra le dita il foglio. E’ una lettera. Arriva dal Nord. Mia madre mi chiede di leggerla. E’ di Graziella, mi ha detto sorridendo. Doveva sorridere così, mia madre, anche quando era poco più di una bambina e la sua amica del cuore era lei, Graziella. La vicina di casa, la compagna delle scuole medie, quelle che non si sono mai lasciate, anche dopo. Mai una lite, molti cazziatoni, per lo più di mia madre con le sue visioni strutturate, dentro il triangolo delle bermude, casa, scuola, chiesa. E Graziella era contenta di questo. Mi vuole bene diceva. E poi matrimoni, figli e un mucchio di vita. Graziella e Mara le inseparabili, che era bello vederle così diverse, in tutto, a fare parole crociate e rebus, quando passeggiavano con il giornaletto in mano, zigzagando, ubriache di vocali e consonanti da sistemare.
Poi anni fa Graziella è andata via, al nord. Perché la vita ti scompiglia all’improvviso gli accordi delle parole. Hanno continuato a sentirsi, ma sempre meno. Graziella arretrava nella dimenticanza, mischiando cose e persone, ruoli, stagioni, l’ordine degli oggetti, la scansione degli eventi, resuscitando le assenze. Un miracolo della memoria rivoltata. Però a Mara non l’ha dimenticata, l’ha conservata in un pezzetto di quel muscolo strano. La voce nascosta che tiene compagnia, che ci ricorda l’alternarsi di suono e silenzio. Le ha inviato una lettera, con la grafia incerta di una bambina e la nostalgia per tutto ciò che abbiamo perso.
Il cuore sa essere ostinato, però. A dispetto della dimenticanza. Sta in ascolto del suo battere, conosce il compito. E’ un richiamo costante e innocente. Come la lettera di Graziella. Come il suo ostinato amore.
“Io sono la tua sorellina e ti voglio tanto bene”. Queste parole in fondo alla lettera. L’amore è semplice. In fondo.
E’ il cuore nascosto di Graziella. Più forte della dimenticanza.

Tizianeda