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La mamma circo

Da sempre lo faccio, ogni volta che accorcia i capelli e torna a casa senza ciuffi sugli occhi. Lo faccio ancora, che ha tredici anni, perché gli è toccata in sorte la mamma circo. Lasciamelo fare gli dico. Lasciamelo fare, anche quando avrò cent’anni sarò sdentata e cieca, come la nonna di Heidi. E lo accolgo scalza sulla soglia, quando torna dal barbiere e lui ride e mi dice basta. E faccio i numeri buffi che mi viene bene ed è sempre la stessa stupida battuta. E’ che mi manca la sua voce di caramella, ma non lo dico. E lui scuote la testa e non sa quanto mi salvano questi attimi e la bellezza del suo sorriso. Attimi di tempo esploso e gioioso, di tempo senza tempo. E il fuori dalle finestre di clacson e rabbia, finalmente tace.
E lei non sa cosa è accarezzare le sue guance, cosa stringere a me le morbidezze ostinate, che lei guarda con cruccio. Ma così è, e so che imparerà, e sto tra il dire e il tacere, come il mio battito nascosto. E Agnese non può conoscere cosa è la grazia dei suoi occhi e la bellezza del suo nome, caduto sul cuore quando ancora era me. E loro non sanno questo sentire che mi salva e partorisce ancora una volta, in questo tempo invecchiato. E resto ferma con il mio stupore colorato che mi ritorna bambina, mamma circo che aspetta scalza sulla soglia.

Tizianeda

Le dita di mia madre

– Tizianeda mi sa che vado via.
– Dove te ne vai, mamma vecchietta?
– Sopra.
– Dalla signora Romeo?
– No, in cielo da tuo padre.
– Oh figlia, lascialo un po’ in santa pace. Dopo cinquant’anni di matrimonio, credo abbia diritto di riposarsi.
Mia madre scuote la testa, e ride. Poi le dico altre amenità e qualche sconcezza, ché tanto ormai non si arrabbia più, o mi sgrida senza convinzione, o speranza di redimermi. L’abbraccio, piano, che c’ha le ossa di gesso, anche se, quando ti stringe con le mani un braccio, ha la forza giovane. Forse il calcio è tutto nelle dita. Per il rimestio, nello spazio lungo di una vita. Per l’arte della presa, che impari sin da piccolo. Per il coraggio del lancio, per gli intrecci che sanno fare, per gli adii impressi nella memoria del tatto. Per i tagli di lama e le bruciature nell’attimo della distrazione. Perché dalle dita impari a contare, impari il ritmo sopra i ripiani. E per le carezze, e per la rabbia nei nodi del tempo, per ogni cosa riposta, o dimenticata.
Devo andare. Le dita di mia madre si allentano, fino a lasciare il braccio. Le dico ancora qualche amenità. Lei scuote la testa rassegnata. La bacio. Le dico “torno”.
Le dita non posso stringere a lungo, altrimenti lasciano segni sulla pelle. In fondo, anche questo, le sue dita lo sanno.

Tizianeda

La pausa dal rumore

Ciao voi due, abitanti antichi del mio corpo. Che siete cambiati ogni giorno in quel tempo lì, dentro la mia pancia, con il suono delle cellule.
Ciao voi due, che la casa ora è fuori e ci siamo tutti dentro.
Ciao Domenico, che la voce ha un suono strano e hai quel corpo ossuto e ti dico, è troppo, mangia. Ciao, che ti allontani e a volte ti scosti dai miei gesti, come sai fare tu, con gentilezza. E so che è così che deve essere. Ciao che ho imparato l’abbraccio con destrezza. Di nascosto, in uno stringere di occhi, quando i tuoi sono altrove. Perché devi andare e l’infanzia non è per sempre, e il per sempre non esiste. Esiste qui, ora, l’attimo, il giro d’angolo, l’arrivo, l’andare, l’allontanarsi, lo scostarsi del passo, la libertà dei gesti che è indipendenza. E mi piace vederti così, nella solidità del distacco necessario, che fa respirare entrambi.
Ciao Agnese, che ti avvicini, dentro il silenzio delle donne, un attimo prima del suono che dice. Che mi chiedi, mentre esplori la vita. E ascolto i tuoi racconti che mi appoggi sui palmi delle mani. I tuoi sfoghi di voce, le tue richieste.
Ciao, che mi sveli l’affronto delle fragilità e la costruzione di una forza ricercata. Ciao che so che di un figlio non si sa mai abbastanza, come in ognuno. Una parte è rivelata, una parte è da coprire in stanze segrete. Ciao che sono qui e tutto si ferma quando ti sveli e fermo le mani e fermo i passi, entro in questo tempo concesso, in questo mondo allegro e malinconico da accogliere come un regalo.
Ciao voi due, che siete la pienezza di un sentire che non so dire. Che può sbriciolarsi il mondo dentro e fuori di me, può sbriciolarsi, eppure rimane il nucleo, la solidità di madre che voi nutrite senza saperlo.
Ciao che siete belli e faticosi, ma neanche troppo, la fatica normale dell’attenzione. Che siete l’attimo silenzioso del battito, quanto tutto è fermo. La pausa dal rumore.

Tizianeda

Il rossetto rosso fuoco

“Allora, cosa ne dici?”
“Mmmh … ti preferisco senza”
“Perché decenne?”
“Perché ti preferisco “mamma” e con questo rossetto rosso non lo sei”
“Ma la mamma è sempre mamma anche sotto questo rossetto rosso fuoco. E a me, amore mio, piace truccarmi, perché una mamma è anche donna”
“Sì però ora abbracciamoci”
“Vieni qui, così ti do anche un bel bacio e ti lascio il segno rosso”
“No! Quello non lo voglio”
“Faresti un figurone, però…”
Il bacio non lo hai voluto, per non macchiare le guance. Ti sei riposato un po’ tra le morbidezze madri, le mie. E anche io mi sono riposata attraverso questo esercizio di dimenticanza del tempo. Poi sei andato via, appagato per quella dose di tenerezza. Lo so che non sei abituato a vedermi con il rossetto rosso sulle labbra, che ho deciso all’improvviso di infilare tra i miei racconti intimi di femmina. Mi piace e regala allegria all’anima e al volto, che a volte si fanno ricoprire da improvvise malinconie. Imparerai, amore mio, attraverso me, che le donne con il rossetto rosso, non smettono di essere tutto il resto. Soprattutto se con quel colore luminoso sul volto che le racconta come piace a loro, si sentono più felici e belle.Giusto quel tanto in più che serve ai loro pensieri.

Tizianeda

I baci ricevuti nel sonno

Ciao voi due. E’ da un po’ che non vi parlo da qui. Da questo mio cuore matto di mamma, da questa composizione di pezzi presi da mille altrove.

Ciao ragazzina. Che quando ti avvicini a me per farti abbracciare, quando l’adolescenza che è distanze ci dà un po’ di tregua, mi avvolgi tutta con quel corpo tuo morbido e bello, e io mi vedo piccola e scompaio e mi fondo e mi immergo con te nel liquido amniotico che ci ha generato. Lo so a volte mi faccio pretesa di mille fare. Studia, obbedisci, lavati, vestiti, sbrigati, chiudi il cellulare, apri i libri, non ti distrarre mentre studi, non mangiare porcherie, vai a letto, lavati i denti, pettinati, il deodorante, non rispondere, rispondi per favore, quelle scarpe no, apparecchia, sistema i tuoi vestiti nell’armadio, non essere superficiale e cose così. E più spesso forse dovrei dirti semplicemente, ti voglio bene e mi piaci un casino. Più spesso dovrei lasciarti essere, piuttosto che chiederti di fare.

Ciao ragazzino, che hai quasi dieci anni. Tu che tieni stretta la tua infanzia per non disperderla nel mondo degli adulti e io so che devo aiutarti invece a lasciarla andare. E’ difficile con te che mi assomigli tanto e ti porti addosso tutta la tenerezza spiazzante degli uomini. E devo trovare la misura giusta tra gli abbracci e le distanze che ti fanno respirare e allargare i polmoni. L’indipendenza nasce dai gesti fatti in solitudine, come un primo volo. Muoversi nello spazio è importante come la conoscenza delle parole. E’ a te, che chiedo sempre più di fare. Perché ogni gesto imparato prende la misura delle nostre possibilità, facendoci diventare grandi.

Ecco è tutto, miei tutti belli, almeno per ora. Portate dentro di voi la memoria dei baci ricevuti nel sonno. Quelli sono i più teneri e preziosi.

Tizianeda

Secondo me la donna

“Figlia mia, guardati come sei sciupata, fai troppe cose, finisce che ti esaurisci…”
“Mamma vecchietta, a me piace fare le cose che faccio, per me sono irrinunciabili, mi fanno stare bene, mi fanno sorridere …”
“Ma la famiglia e il lavoro…”
“Oh mamma vecchietta, lo sai quanto amo la mia famigliola, ma … non mi basta”
“Io ho rinunciato a tante cose per la famiglia”
“E con quanto dolore ogni volta lo dici, mamma vecchietta…”
Mi hai chiesto un bacio poi, ché non te ne do quasi mai di baci e abbracci, e sono sempre di fretta. Hai ragione. Lascio che le distanze prevalgano su tutto il resto. Quelle che ho iniziato a delineare dall’adolescenza, nel tempo in cui il bisogno di libertà e identità è diventato urgenza e così lontananza.
Sei tornata a casa tua, attraversando il pianerottolo, lasciandomi con la giornata da sferruzzare tra le mani, pazientemente, come un gomitolo di lana. E’ vero sono stanca, e con la paura dell’inadeguatezza in agguato. Con il pensiero di fare davvero troppe cose e quindi nessuna veramente buona. Di non essere costante presenza per le persone che amo. E’ un attimo, è quell’attimo donna. Poi passa. Sai cosa dice Gaber in un monologo? Che la donna qualsiasi cosa scelga di fare sbaglia. E’ sempre stato complicato essere noi. Ai tuoi tempi, forse di più. Vi insegnavano come un dogma che la donna dovesse rinunciare e rinunciare e rinunciare. Io non lo faccio, mamma vecchietta. Mi tengo stretta al cuore la mia famigliola e libero le mie passioni, anche se devo rubare il tempo al sonno, anche se a volte ho paura, anche se a volte penso di non riuscire a tenere compatte le vite che mi girano intorno.
Saresti stata un’apprezzata insegnante di lettere classiche al liceo, avresti insegnato il greco che amavi tanto e la mitologia che ti fa ancora illuminare. Hai scelto poi la scuola media a pochi metri da casa. Eri brava. E’ andata così.
Io non rinuncio mamma vecchietta, la vita ha fin troppe insidie dolorose. Sono salita sul filo del funambolo e non scendo più. Da lì guardo l’orizzonte lontano che mi fa respirare, allargare lo sguardo, mi regala attimi irrinunciabili di bellezza. Da lì sorrido di più. A tutti.
Domani, mamma vecchietta, ti darò tanti baci.

Tizianeda

La piscina, il cloro e i pensieri

Io qui nella sala di ingresso da cui si accede alla piscina, mentre lei, la quasi dodicenne si muove immersa nell’ azzurro tiepido, inzuppato di cloro. Come sempre mi accomodo nella mia postazione, l’unica con tavolino annesso, rifilato in un angolo anonimo. Appoggio il mio pc e mi siedo con la musica nelle orecchie. Sono la mamma con il computer che non socializza con nessuno. Inalo cloro, mi illudo che così l’ispirazione arrivi meglio e prima. E’ pieno di padri la piscina, con il compito dell’accudimento. Bello. Provo un piacere riposante nel vederli concitati come mamme stressate. Io invece aspetto. La ragazzina attraversa il tempo di mezzo in cui l’autonomia diventa, ogni giorno di più, una realtà consolatoria.
Oggi l’ispirazione non arriva, accidenti. Forse non c’è abbastanza cloro nell’etere. La stanchezza non aiuta, fa distrarre. Ho una montagna di carte che mi aspettano nello studio di avvocata, nel quale approderò dopo, senza entusiasmo.

Penso e mi distraggo. Guardo le persone che passano e aspettano.
Penso. Al libro che ho finito di leggere con dentro la vita di una donna straordinaria della quale è impossibile non innamorarsi.
Penso che giorno 21 la ragazzina non sarà più undicenne. Vorrei scriverle un post, di quelli che vengono da dentro dentrissimo.
Penso all’ottenne, al suo giudizio in pagella, che leggo e rileggo. Le maestre lo hanno dipinto nella sua essenza. Loro lo vedono. Le maestre della scuola pubblica.
Penso a un cerchio che si è chiuso. O forse non era un cerchio ma solo un tratto della linea retta sulla quale mi trovo. La corda che sostiene la mia vita. Un tratto faticoso, prezioso, difficile, importante, vero che ho concluso tra lacrime felici e abbracci. Penso alla distanza e alla lontananza e sorrido finalmente.
Penso ai calzini spaiati nei cassetti, abitanti dei 90 mq. La dodicenne li indossa a volte. Così, perché le piace. Anche la sua mamma. A volte. Anche lei ama i calzini spaiati nella loro sfrontata incompletezza.
Penso ai momenti di silenzio che non sempre trovo.
Penso ai pensieri e penso che penso troppo a volte.
Penso alla mia città addolorata.
Penso a un’amica che mi ha spiegato cosa è la vita quando il corpo diventa debole per la malattia. E la penso, e la penso. Tutti i giorni.
Penso agli abbracci e ai baci di cui non posso fare a meno. Da dare e da ricevere.
Penso alla follia che sana e salva e alla leggerezza e alla cialtrona allegria antidoto allo smarrimento.
E penso, penso e penso.
E penso anche che questo post è davvero troppo lungo. E quindi non vi tedio più.

Baci abbracci e pensieri belli a tutti voi.

Tizianeda

Un po’ più uguali adesso

Ciao. Siamo un po’ più uguali adesso? E adesso, tu adesso, sei più luna e meno sole? O non è cambiato niente in fondo. O da qui, da questo attimo preciso in cui ti guardo, sei acqua che scorre e si allontana? Sei mare o terra? O sei semplicemente tutto? Sei cerchio che si scompone e ricompone ritracciando le stesse orme? Le tue, le mie, quelle di mia madre e di mia nonna, fino all’origine della vita? Sei calore e luce, sei di più, sempre di più? Sei ora come le stagioni, come le cose che ritornano? Sei una danza ellittica come quella della terra che si strugge per il sole, seducendolo? E’ cambiato lo sguardo nell’stante del tuo big bang? E’ più triste, il tuo sguardo, cosa vedi adesso? Lo senti il silenzio che ti scorre dentro? Lo puoi toccare il silenzio? Ti attraversa al ritmo del cuore e del ventre? L’universo si è spostato, forse. Impercettibilmente per tutti. Non per noi. Non per me. Sei più lontana o più vicina? Mi guardi. Sono stata la tua porta di ingresso al mondo. Una ferita aperta.

“Oh… che gran rottura di scatole…”. Non ho saputo dirti altro. Parole maldestre, sussurrate per le stanze. Non ti ho consegnato le risposte, che non mi hai cercato. Forse la risposta sei tu, qui e ora, nel tuo corpo che cambia. La risposta è questo mistero arcano che ci è stato consegnato senza chiederlo, di cui siamo padrone solide e sacerdotesse silenti.
Siamo un po’ più uguali adesso, ragazzina?

Tizianeda

Ed è già delirio

La scuola è ripartita per i due minori di casa, prima la undicenne e due giorni dopo il settenne. Seconda media e terza elementare.

La undicenne.
E’ entrata inghiottita dal flusso di teste e zaini. Non si è voltata a salutare. Sua madre si è sentita come la piccola fiammiferaia sfigatissima sotto la neve. La neve non c’era, però pioveva tutta l’acqua che il cielo poteva buttarle addosso.
La sua aula è al secondo piano. Il secondo piano è più “allegro” del primo, le pareti sono dipinte di giallo, non come il primo che sono grigie. C’è luce ed aria. Paradiso versus Inferno.
In classe ha scritto una storia cupa e dark con qualche scena splatter, un rapimento, un po’ di azione e molto mistero. La protagonista era lei.
Tizianeda si è chiesta se in tutti questi anni ha fatto bene a dileggiarle le povere principesse e sfottere il noioso Principe Sempreazzurro. Forse avrebbe dovuto farle vedere le Winx.
La storia era scritta molto bene.
E’ tornata a casa serena.

Il settenne
Ha abbracciato stretto stretto la maestra di matematica, alta formosa e bionda come una dea greca. Ha affondato la testa nel suo corpo materno e ha sorriso beato. Poi per fortuna si è staccato.
In classe ha salutato tutti i suoi compagni ad uno ad uno. Hanno ricambiato annoiati. Lui non se ne è avveduto ed ha continuato a sorridere avvolto dall’emozione.
Ha visto la bambina con gli occhi grandi grandi e le ciglia nere che vanno verso il cielo e che sembrano truccate con il rimmel. Si è fermato a guardarla muto. Forse anche il cuore gli si è fermato. Poi le ha detto: “Ciao” alzando appena la mano.
In classe c’è un compagno nuovo, con la faccia da bambino educato, però “siccome le apparenze ingannano mamma in realtà è un bambino maleducato”, chè ha picchiato le femmine e ha detto “una parolaccia gravissima”.
La maestra di italiano non c’era. Ha avuto un incidente “ma non è morta”. Tra qualche giorno rientra.
E’ tornato a casa sereno.

La mamma
Ha ripreso a correre, a fare del ritardo la sua cifra stilistica, ad oscillare tra delirio di onnipotenza da mamma multitasking ed autocommiserazione da adolescente insicura. La strega cattiva che è in lei è riemersa dal letargo estivo, e la fata turchina alimentata dal riposo vacanziero è trasvolata verso lidi più confortevoli e sicuri. La mattina ormai è delirio, il venerdì il migliore dei mondi possibile.
Solitamente a casa torna serena.

Un saluto allegro.

Tizianeda

Carissima e insostituibile sorellina

“Carissima e insostituibile sorellina…” . Un incipit lieve e innocente, per una lettera appoggiata su una storia che inizia in un tempo lontano lontano, che quasi non si crede. Una lettera su un foglio bianco e ruvido, riempito di parole chiare. Parole intrecciate dentro una trama antica, che quando tutto è cominciato c’erano due bambine di dieci anni, due compagne di scuola, due vicine di casa, due amiche. Insieme hanno visto il loro corpi riempirsi, e poi… poi i loro ventri gonfiarsi e ancora svuotarsi. Hanno visto i seni e la pelle dell’altra raggrinzire, senza troppa paura del tempo, che inesorabile, si prendeva la loro giovinezza.
Una lettera appoggiata su una storia che inizia tra due bambine di dieci anni l’una l’opposto e il completamento dell’altra. G. svampita, anticonformista, passionale, svogliata, generosa, ostinata, alta di una bellezza nervosa. M. obbediente, studiosa, timorosa, sincera, sognatrice, piccola e riccia di capelli neri e fitti su una faccia tonda. Loro due insieme a percorrere spazi antichi fatti di poche cose, dentro un tempo semplice, in bianco e nero. Lungo questa linea le bambine sono diventate donne. Una studiava, studiava e sospirava con le narici sopra libri pieni di amori romantici e improbabili, l’altra che l’amore lo aveva davvero, con lui si sposava diventando madre . Poi si sa che il destino fa giochi di prestigio con la vita e M. quella seria e sognatrice, la consolidata zitella, la laureata, la professoressa di lettere, diventava anche lei insieme a tutto il resto, sposa e poi madre, di tre figli, di Tizianeda e dei suoi fratelli Dada e Peppino oggi zia e zio della decenne e del settenne .
Dentro questo tempo mutato, le due, hanno continuato a vedersi ed amarsi di un amore antico e misterioso che solo l’amicizia sa. Come due adolescenti, hanno continuato a telefonarsi tutti i giorni ed incontrarsi, per chiacchierare, consigliarsi, raccontarsi e abbandonarsi senza ritegno alla loro passione senile, i rebus, ossessionando figli nipoti e mariti per accellerare la soluzione da portare trionfante all’altra.
“Questo animale cos’è Peppino?” “”Un muflone” “Oh fai il serio..Tizianeda cos’è questo?” “Mi sembra un muflone” “Ho capito lo chiedo a vostra sorella che non è come voi!” “Sì però se ti fai suggerire mica è corretto!” “Anche lei si fa aiutare e non le dicono scempiaggini come fate voi due !”.
Ed ora che l’amica del cuore della mamma vecchietta, da ormai due anni vive in una città dalla parte opposta all’Italia di qua giù, perché lì c’è chi ha troppo bisogno di lei. Ora che non le vedo più sedute una accanto all’altra spalla contro spalla a chiacchierare fitte con la Settimana Enigmistica tra le mani nodose. Ora che il telefono è il filo che le fa sentire più vicine. Che si spediscono fotografie e lettere piene di tenera intimità scritta a mano, perché loro vengono da un tempo altro. Insomma, ora penso al prologo di questa storia così bella e antica, penso al valore dell’amicizia che non chiede, ma si nutre del rilassato piacere di stare e crescere insieme con la persona che la vita ti ha portato davanti, ma che tu hai scelto. Penso alle quattro lievi parole scritte dall’amica lontana : “carissima e insostituibile sorellina”, che magicamente mi hanno fatto capire che le due donne anziane sono sempre quelle due bambine di dieci anni, nel tempo in cui scoprivano stupite la grazia e l’innocenza dell’amicizia.

Tizianeda