Posts Tagged ‘maternità’

Come una gatta

La gatta Tàlia rosicchia fili come i topi e piscia sul divano. C’ha un disagio. Ci guarda torva come se fossimo noi i colpevoli. Come glielo spiego che non funziona così la vita. Che la stanzialità appartiene ai gatti e non agli umani. A lei che è cultrice della immobilità sul cuscino. È arrabbiata perché l’unico essere vivente che  ha scelto di amare disinteressatamente, Agnese, è uscita fuori dalle sue traiettorie quotidiane. Al sud, è cosa frequente che si vada a studiare altrove dopo i diciotto anni. Anzi, a Tàlia è andata bene. Agnese non sta a troppi chilometri da qui e può tornare il fine settimana a casa, almeno ogni tanto. Anche se la Calabria  è la teoria della relatività delle distanze e la patria delle bestemmie del viaggiatore. Qui la geografia è un’illusione ottica. Ma questo non è un post sulla Calabria. Anche se si scrive spesso  di ciò che è controverso e richiede narrazioni multiple perché la realtà è un caleidoscopio. Un po’ come la maternità. Questa roba che sembra tanto astratta e invece si pianta negli organi del corpo. Quando ho salutato Agnese nella sua casa da studentessa nella città altra, abbracciandola, mi sono chiesta dove sentissi il cambiamento di prospettive. Nel corpo, intendo. Perché c’è sempre un sentire di cellule in ogni accadimento, specie quando questo riguarda le persone che amiamo da dentro. L’astrazione è per pochi privilegiati. Mi sono chiesta se mi facesse male da qualche parte. Non ho sentito dolore. Come non lo sento adesso che Agnese non abita le stanze dei 90 mq. Mi basta saperla. È serena, studia, lei sa che c’è il luogo metafisico del ritorno e mi piace che sappia abitarsi. Nella sua solitudine si accomoda come un gatto sul cuscino. Per questo, credo, le mie cellule sono calme quando la penso lontana e non ho bisogno di chiedermi che genere di madre sia. So che Agnese continua a scorrermi dentro e a ogni suo ritorno, tanto, l’annuserò forte, come una gatta.

Tizianeda

Qualcosa su mia madre

Ciao mamma, che ti chiamo a volte madre, come una figlia adolescente e più spesso mamma vecchietta e a volte mamma sul pianerottolo, perché sei sempre lì come un agguato, e mi chiedo come fai a spuntare dalla porta di casa tua, quando arriviamo. E non so perché ora ti scrivo. Sarà colpa della festa della mamma che mi ha fatto fermare sui pensieri di noi, o questi giorni di perdita e assenze, che tu sai. Giorni potenti e affranti, che mi insegnano ancora a lasciare andare. Non è questo che ti dice la vita a ogni passo? Un continuo scivolare di mani. E’ così che fa il nostro ventre quando è abitato. Lascia andare, abbandonandosi al vuoto. E’ generoso il ventre di una donna, accoglie e dona, sa la pienezza e l’improvvisa solitudine.
Ce la siamo cavata noi come madre e figlia, continuiamo a farlo? Tu hai avuto sempre difficoltà a lasciarmi andare, io ad accettarti così diversa da me. E dovevi capirlo che non avresti avuto una figlia sonocometumivuoi. Da subito, dalla prima espulsione, che è stata sbrigativa, senza retorica. Avevo troppa fretta di vita. Un parto senza dolore. Il mio primo atto di distanza dai dogmi, imparati a memoria dentro la casa e le chiese. Sono arrivata, piccola, scura, raggrinzita, che al tuo seno non mi sono voluta attaccare e mi sono concessa la libertà di svenire a ogni pianto eccessivo, a ogni emozione e urto. La concessione di una pausa dal troppo che c’è. Mi fingevo morta per il gusto di resuscitare. Così sono cresciuta, in mezzo ai miei due fratelli cercando lo spazio da abitare. E poi l’adolescenza e la rabbia e la parola “ribelle”, che mi arrivava come un rimprovero. Che fatica, mamma vecchietta, per entrambe, lo so. Che poi così ribelle non sono mai stata, non è mai stato un assoluto allontanarmi dal tuo richiamo, un vero osare che mi dovevo, mamma vecchietta, per crescere con la fatica del tempo giusto. Ma per te, così abituata all’obbedienza e a una visione genitore-centrica, lo so, è stato difficile. Dentro lo scontro abbiamo imparato a comunicare il dissenso. Tu con le tazze di camomilla lasciate sul tavolo della cucina, la scatola con le bustine accanto, a rimproverarmi le notti insonni, io a parlare con occhi distanti. Mi hai sempre evidenziato il talento di cambiare sguardo. Un diavolo improvviso dicevi. E al tuo sei sei sei io rispondevo con il miei molti sono. Abbiamo duellato con le armi del sei e del sono, fino al tempo della reciproca indulgenza, del riconoscerci con tenerezza. Abbiamo resistito, senza arrenderci alla tentazione della distanza irrimediabile. Siamo state brave, in fondo. E non è stata la maturità, il tempo, il pensiero fatto solido. Noi la sappiamo la sintesi del nostro essere tesi e antitesi. E’ stata lei che è arrivata per disegnare l’ellisse che ci fa ruotare armoniche, con qualche concessione di impazienza. E’ stata lei, la quindicenne che ti cerca e ti abbraccia come una madre, piano per paura di sbriciolarti.
Ma chi lo diceva a me, mamma vecchietta, che sarebbe stato il mio dono di ventre, il mio primo imparare a lasciare andare, che ci avrebbe fatto cedere l’una all’altra. Questa visione di insieme che sento e so.
Possiamo finalmente arrenderci. Vi guardo e sorrido.

Tizianeda

La mamma bambina

Ci siamo guardate. Occhi dentro occhi. E’ stato un attimo. Io tornavo dai colloqui scolastici. Mia figlia ha quattordici anni, sai, primo Liceo Classico. Avevo fretta. Lei ha la febbre alta, è nel mio letto tra piumone e cuscini, avvolta come in un ventre materno. E’ così. I figli quando stanno male invocano sempre un luogo sicuro che li sappia confortare, ricercano quella condizione primordiale che li ha preparati dolcemente alla vita. Facciamo un po’ tutti in questo modo, perché siamo tutti figli. Mi dice: mamma stai qui con me e poi mi chiede abbracci. E’ una sensazione strana. Proteggo un corpo caldo che ormai è più grande di me e mi avvolge e io scompaio. Per questo avevo fretta di tornare a casa.
Ieri tra noi, è stato un attimo che ci siamo guardate. Tu eri insieme ad altri ragazzi e ragazze della tua età. Forse neanche maggiorenni. Ma eri diversa da tutti gli altri, avevi una distanza irraggiungibile, tracciata da una bambina dentro un passeggino che trattenevi. Ti diceva “mamma” quella bambina, forse l’unica parola che sapeva pronunciare. Te lo ripeteva con il sadismo inconsapevole e felice dell’innocenza, che ti ricordava cosa eri diventata: una madre bambina. E ho sentito passandoti accanto il tuo sperdimento e la rabbia e la paura. E oscillavi tra il bisogno di mantenere una distanza per proteggerti e di lasciarti andare a quelle strane, contraddittorie, calde sensazioni che noi donne madri sappiamo. Perché è vero, l’amore ti fotte, come è stato scritto da un anonimo pensatore su un muro. Quello per i figli di più. Bisogna avere le spalle larghe per accoglierlo, per non spaventarsi, bisogna avere la leggerezza della maturità, il buon senso di chi ha una certa visione della vita, di chi ha imparato ad accettarsi. O forse niente di tutto questo, chissà, forse formule valide per tutte non ce ne sono. Io, “ti amo” non l’ho mai detto a nessuno. Due parole troppo grandi, impegnative e ho paura che possano imbrigliare specie chi le riceve. Non l’ho mai detto ai miei figli. Credo che non si debba dire. Eppure se penso alla parola “amore” spesso così distorta dalla retorica comune, è ai miei due ragazzi che penso. Io non so cosa succederà tra te e la tua bambina, quale storia si traccerà per voi. Io spero che si tracci dentro di te questa parola qui, questo suono che a tratti il mondo fuori libera dentro di noi. Io te lo auguro mamma bambina, ti auguro di non avere paura delle parole “ti amo”, da pronunciare in silenzio come un rosario, da pronunciarti come un abbraccio. E chissà, forse già sta succedendo e ancora non lo sai.

Tizianeda

I baci ricevuti nel sonno

Ciao voi due. E’ da un po’ che non vi parlo da qui. Da questo mio cuore matto di mamma, da questa composizione di pezzi presi da mille altrove.

Ciao ragazzina. Che quando ti avvicini a me per farti abbracciare, quando l’adolescenza che è distanze ci dà un po’ di tregua, mi avvolgi tutta con quel corpo tuo morbido e bello, e io mi vedo piccola e scompaio e mi fondo e mi immergo con te nel liquido amniotico che ci ha generato. Lo so a volte mi faccio pretesa di mille fare. Studia, obbedisci, lavati, vestiti, sbrigati, chiudi il cellulare, apri i libri, non ti distrarre mentre studi, non mangiare porcherie, vai a letto, lavati i denti, pettinati, il deodorante, non rispondere, rispondi per favore, quelle scarpe no, apparecchia, sistema i tuoi vestiti nell’armadio, non essere superficiale e cose così. E più spesso forse dovrei dirti semplicemente, ti voglio bene e mi piaci un casino. Più spesso dovrei lasciarti essere, piuttosto che chiederti di fare.

Ciao ragazzino, che hai quasi dieci anni. Tu che tieni stretta la tua infanzia per non disperderla nel mondo degli adulti e io so che devo aiutarti invece a lasciarla andare. E’ difficile con te che mi assomigli tanto e ti porti addosso tutta la tenerezza spiazzante degli uomini. E devo trovare la misura giusta tra gli abbracci e le distanze che ti fanno respirare e allargare i polmoni. L’indipendenza nasce dai gesti fatti in solitudine, come un primo volo. Muoversi nello spazio è importante come la conoscenza delle parole. E’ a te, che chiedo sempre più di fare. Perché ogni gesto imparato prende la misura delle nostre possibilità, facendoci diventare grandi.

Ecco è tutto, miei tutti belli, almeno per ora. Portate dentro di voi la memoria dei baci ricevuti nel sonno. Quelli sono i più teneri e preziosi.

Tizianeda

Nove anni e nove mesi…tra il battito e il respiro

La pancia di lei era grandissima come una mongolfiera. Tutta bianca e senza ombelico tanto era tirata la pelle. Così, su questo mappamondo senza terre e mare, senza direzioni e punti cardinali, senza tropici e poli, latitudini e longitudini, all’improvviso come una magia dispettosa o un incantesimo di una strega, è apparso un disegno. Una mappa per potersi orientare. Uno, cinque, dieci, millemila raggi ondivaghi che illuminano il buio. Una lettera con parole segretissime da decifrare. Come un terremoto che allarga le maglie della terra. Come una targa che dice: “in questo corpo molto piccolo di donna, nove anni e nove mesi fa ha soggiornato un bambino. A imperitura testimonianza dei suoi momenti felici”. Come un murales sulla parete di un palazzo che rivoluziona gli assetti estetici di un quartiere. Come le scritte nell’alfabeto dei ciechi che ci passi il dito sopra e senti le parole sulla pelle.
Come smagliature indelebili.
La pancia era grandissima come una mongolfiera, mica per caso o per capriccio di chissà chi. La pancia era tonda in quel modo buffo con i segni sopra, perché era abitata. Si era piazzato un bambino, proprio dentro, tra il battito e il respiro di quella donna piccola piccola. Un bambino davvero matto e visionario per credere in quel corpo per nove mesi . Il bambino, però, non ha avuto titubanze su quel mondo pieno di suoni dentro che aveva scelto. Così quando è stato il momento di incontrarsi con la donna piccola piccola, lui le ha regalato il suo sguardo denso e si è affidato alle sue braccia.
E da quel giorno, da quel loro primo incontro, lei, quel bambino – che l’ha scelta tra milioni di mamme, quel bambino che è sorprendente, folle, visionario, dolce, ostinato fino all’ossessione, fantasioso, onesto, sorridente, affettivo, entusiasta, libero e bello – ha continuato a sentirlo muovere tra il battito e il respiro.
Ora, la donna piccola piccola, quando guarda sulla pancia i segni del suo corpo un tempo abitato, evocativi e potenti come una vecchia lettera tra innamorati, sorride quieta. E sa e sente che da quel giorno lì, da quando i loro occhi identici si sono riconosciuti, anche lei ha scelto lui, tra milioni di bambini.
Buon compleanno amore mio, buon compleanno mio colorato e musicale D.

Tizianeda

La donna con il vestito azzurro

Illuminata da un vestito azzurro, il corpo abbronzato, cammina sullo spazio bianco davanti una labirintica costruzione, la mattina invasa da noi avvocati. Una collega, di quelle con cui parlo del lavoro o delle piccole cose della vita, con piacere e di sfuggita.
In mezzo ai nostri incontri, agosto e l’assenza da questi posti. Oggi la rivedo ed è cambiata, come i bambini che tornano a scuola dopo le vacanze.
Il suo cambiamento è attrattivo soprattutto per noi donne, gli occhi si posano sopra, come quelli di un uomo per una scollatura audace. Produce empatia e la voglia di toccarla. Il suo cambiamento oggi protetto dal vestito azzurro, è un punto esclamativo, un grido impertinente, un precedere la vita.
“Tizianeda, a quarantadue anni sono rimasta incinta come una sprovveduta sedicenne”.
La donna con il vestito azzurro, prima di tutto questo, stava bene dentro il suo tempo, dentro la sua libertà senza figli, con il suo compagno.
Così parliamo. Non del lavoro o delle piccole cose della vita. Lei è un fiume di pensieri sui quali vuole soffermarsi, perché non si è mai abbastanza grandi e preparati per questo nuovo spazio prepotente.
Chiede a me come si fa ad essere madre e donna e tutto il resto, a me che ho due figli ed un lavoro complicato come il suo.
A me che vorrei dirle che una mamma è una fata ed un orco, un’ eroina con i super poteri, è Superman ma con la criptonite infilata dappertutto, è un funambolo con mille braccia e cento piedi, è un pagliaccio a volte triste, è un alieno che legge nella mente ed usa il teletrasporto, è uno zombie asociale, è Anna dai Capelli Rossi, è Barbarella, è la Fatina Smemorina, è Cenerentola, è GenoveffaedAnastasia, è Wendy e Capitan Uncino, è Alice nel Paese della Meraviglie, è Mago Merlino.
A me che non ho tutte le parole per spiegarlo, che contemplo i miei figli come uno spettacolo stupefacente di cui non posso più fare a meno, loro che mi hanno fregata per sempre ed intrappolata dentro un ossimoro affascinante e indistricabile.
Ma la donna con il vestito azzurro, tutto questo lo sa, ha l’intelligenza ed il cuore per vedere per capire. Suo figlio che solo lei sente, già la rassicura già la spaventa.
Così ci salutiamo e poi la osservo mentre si allontana piano, con il suo bambino dentro quel palloncino azzurro e fluttuante.

Tizianeda