Posts Tagged ‘memoria’

Quando ballavamo il Rock and Roll

“Ti ricordi Tizianeda che quando eravamo ragazzine, insieme ballavamo il rock and roll?”
“Santo cielo Dada, me ne ero dimenticata… eravamo anche brave”
“Sì eravamo brave”
La vita, nel suo essere stramba, sparge all’improvviso diaframmi di ricordi, quelli lontani, dell’infanzia.
Quando a Tizianeda, sua sorella Donatella – che lei chiama da un tempo indefinito Dada, così è tutta sua almeno nel suono – le ha ricordato quanto fossero brave a fare piroette copiate da quelli bravi della televisione, erano poggiate con i gomiti alle assi di legno di un letto.
Attorno lo stesso letto, come una corona, c’erano il fratello, lo zio Peppino e la mamma vecchietta.
Nel letto c’era loro padre. Nei tempi dell’attesa, la memoria reclama il suo spazio e il cuore una pausa.
Nell’aria statica della stanza, all’improvviso, sono apparse due decenni che con una mano si tenevano, mentre con le gambe saltellavano, piroettavano, giravano, si scambiavano di posto. Serie, sudate, concentrate. Sua sorella Dada con le labbra serrate nello sforzo dell’esecuzione, Tizianeda a seguirla fiduciosa e pronta a farsi prendere mentre le saltava a cavalcioni. Ci si sentiva immortali in quegli attimi, dei super eroi felici.
Ed ora che il letto è vuoto, che loro non sono più appoggiati sulle sue sbarre, e Tizianeda è ritornata a casa insieme alla mamma vecchietta con i suoi fratelli, le piace pensare che proprio in quella stanza, le due ragazzine continuano a ballare, sudate, concentrate e invincibili, come i super eroi che sanno la fragilità.

Tizianeda

Il tempo concesso

Interno cucina dei 90 mq. Agnese studia l’Iliade. Io impasto. Stasera pizza con sopra i pepperoni arrivati dall’America per Domenico, il dodicenne. Regalo dei parenti made in USA venuti qui nel sud suddissimo per sentire il profumo della provenienza. Affascinati dal ragazzino che conversa in inglese e guarda i video di cucina americana. Ma questa è un’altra storia.
“Quale parte dell’Iliade è?”
“Ettore dice addio ad Andromaca, sua moglie”. Mai una gioia, direbbe Elvira, la mia amica. Parte per la guerra. Non Elvira. Ettore.
“Piango sempre quando leggo questi brani”.
“Poi muore”
“Mamma non spoilerare”
Arriva il dodicenne. Vuole impastare lui.
“Lo so che muore”
“E Andromaca?”
“E che deve fare Andromaca, mamma. Piange”
“Mai un lieto fine”
“Mamma questo piatto è troppo piccolo per l’impasto, devi cambiarlo”
“Giammai, Domenico. E’ il piatto di nonna bianca, la tua bisnonna. Trasuda amore questo piatto”
“E impasti in un piatto più grande e poi lo sposti in quello della bisnonna”
Perché gli uomini sono così pragmatici? Parlo d’amore e lui di comodità. L’amore è scomodo e richiede acrobazie.
“Scherzi! Mentre impasti, il piatto trasuda amore. E impastare è un’alchimia. E poi ci mangiamo tutto questo amore che trasuda… che ridi?”
“Io sto studiando, vi ricordo”
“Sei pazza, mamma”
Sì sono pazza. Di voi due. E di questa cucina che è un rifugio di gesti e memoria. Mia nonna, l’impasto, Ettore, Andromaca, l’America, la Grecia, le alchimie.
La guerra è lontana qui. Il luogo dell’armistizio. Attimi di tempo concesso.

Tizianeda

Dal passato

La nonna Ines acquistava riviste di ricette, specie di dolci. La immagino lei diabetica, guardare fotografie di torte e biscotti, sfogliare le pagine, desiderare di maneggiare ingredienti. Era bella la nonna Ines e amava i dolci e la vita. Oggi l’ho vista la sua cucina e le riviste con le immagini. E’ stata una piccola busta di aromi per il pollo, a distorcere fino alla sparizione, i quasi quarant’anni che mi separano da lei. Un regalo del macellaio. I macellai sono persone gentili e stanche. I miei lo sono. Quando l’ho aperta, si è allargato intorno un profumo anni ’70. L’odore anni ’70, come un fungo allucinogeno, ha lasciato che apparissero le riviste con le fotografie dai colori incerti di torte e biscotti, la nonna Ines, la sua cucina che sapeva di verde, la finestra grande, che entrava tanta luce. Mentre preparavo il pollo fritto promesso alla quindicenne, all’improvviso il tavolo, le sedie, il lavandino, i fornelli, il pavimento, i colori di oggi sono spariti, ed è apparsa la cucina della nonna e gli anni ’70 che mi sapevano bambina. Chissà se anche la nonna, dal suo passato ha mai annusato un odore di futuro. Se ha visto la mia cucina, il pollo fritto, sua nipote e la figlia di sua nipote, a cui è stato donato il suo stesso nome. Se è arrivata non vista a darci la sua benedizione da quel tempo finito. Chissà. I morti dal passato tornano sempre, o siamo noi a evocarli, perché benedicano le nostre ore ferme, le nostre cucine odorose, l’urgenza di sentirci parte di qualcosa di grande che ci sovrasta e, in qualche modo misterioso, continua ad amarci.

Tizianeda

La mamma vecchietta, il nosocomio e la poesia

Lunedì mattina Tizianeda ha accompagnato la mamma vecchietta in ospedale, per delle innocue analisi al reparto di genetica. Il motivo preciso di questo controllo Tizianeda non lo ricorda, benché la zia Dada, sua sorella più grande di un anno, glielo abbia spiegato più volte. Ma come le succede sovente in questo periodo, lei ha fatto “sì” con la testa e ha detto “tranquilla vado io”, confidando sulla capacità di acquisizione dei dati medici genitoriali della compita zia Dada. Così lei e la mamma vecchietta, seduta sul lato passeggeri, sono partite in macchina. La mamma vecchietta, che fa parte della sempre più nutrita schiera di detrattori della Tizianeda automobilista, per tutto il tragitto ha mostrato una certa freddezza di nervi e un consistente auto controllo. Tizianeda questo lo ha molto apprezzato. Le due parenti strette, giunte sul luogo, si sono recate nel laboratorio preposto, sotto la guida della più energica, lucida e dal passo veloce delle due: la mamma vecchietta. Poi mentre la mamma vecchietta attendeva il suo turno all’interno dell’ospedale, Tizianeda è stata mandata da un medico in un’altra ala, per reperire le provette. Il medico le ha spiegato dettagliatamente dove recarsi. Tizianeda, come le succede sovente in questo periodo, ha fatto sì con la testa e poi si è persa. Però, sempre come le succede sovente in questo periodo, ha ritrovato la retta via ed è tornata trionfante con le provette in mano dalla mamma vecchietta. La mamma vecchietta quando l’ha vista si è commossa, come il padre del figlio prodigo. Tizianeda ha abbracciato la sua mamma piccola e le ha detto di non preoccuparsi ché anche se l’avessero rapita, l’avrebbero restituita subito per sfinimento. Quando le due donne consanguinee sono entrate nella stanza, Tizianeda ha notato l’infermiera che sedici anni prima la teneva stretta tra le braccia, mentre un’anestesista poco gentile le infilavano un grosso ago nella schiena. Stava per nascere sua figlia e Tizianeda cantava per non sentire la paura delle gambe che sparivano dai sensi. Tizianeda guardando la donna nella stanza delle analisi, ha sentito un’emozione potente e l’ospedale brutto è sparito. Così ha deciso che l’ospedale non lo chiamerà più ospedale, ma “nosocomio”, che è una parola più poetica, che fa anche rima con manicomio. Ché il nostro nosocomio è anche un manicomio pieno di caos e dolore. Eppure, come può accadere in ogni istante, anche in quelle stanze brutte appaiono scorci di poesia a cui aggrapparsi. Come riesce a fare la memoria, per esempio, che ha trasformato un taglio antico sulla pancia, in una porta attraverso cui, quasi sedici anni fa, una bambina è passata.

Amiche e amici, questa domenica sarò a Roma a parlare di ciò che il libro “La medaglia del rovescio” racconta. Nella locandina troverete tutti i dettagli. Io vi aspetto amorevoli.

Tizianeda

Dimenticanze

E’ un periodo che Tizianeda dimentica tutto. Non che sia mai stata particolarmente solida in fatto di memoria. Ma ultimamente è peggiorata.
Dimentica gli appuntamenti e di pagare le bollette. Dimentica di richiamare a chi deve richiamare al telefono, dimentica questo e quello. Dimentica le chiavi di casa nel suo studio di avvocata e le chiavi del suo studio di avvocata che è un piano sotto i 90 mq, a casa. E così va su e giù per recuperare gli oggetti abbandonati. Dimentica dove ha parcheggiato la macchina, sempre. Ormai i negozianti della zona stanno attenti dove lei la lascia e quando la vedono aggirarsi smarrita e trafelata – il più delle volte munita di minore da accompagnare, – capiscono e le danno le coordinate guardandola con rassegnazione. Dimentica di andare dall’estetista e dal parrucchiere, spedire le raccomandata e cosa ha fatto cinque minuti prima. Dimentica il catechismo del mercoledì. Anche se lì c’è la mamma vecchietta che la chiama per assicurarsi che non si sia dimenticata. Dimentica quello che le dice di fare lo Sposo Errante dalla città altra e lui ha paura che si dimentichi. E lei gli dice sì sì tranquillo mi ricordo e invece no si dimentica. Non si dimentica i nomi dei suoi figli. Quelli no. E neanche il loro volti belli. Ha paura di dimenticarli da qualche parte, però. A volte ha un sussulto e si accerta che tutti siano a casa. E quando non li vede si spaventa. Ma poi ricorda che sono da qualche parte e che tutto è più o meno sotto controllo. Prova a non dimenticare mai di dire grazie, prego, per favore e di essere gentile. Non dimentica le persone che ama. Anche se a vote le trascura. Dimentica di struccarsi la sera. Anche se lei si trucca pochissimo. Non dimentica mai che il novenne, il sabato da scuola esce a mezzogiorno. Ma soltanto perché lui prima di andare via glielo ricorda. Almeno tre volte. Perché sa che ha una madre che dimentica. Non dimentica di abbracciare e di baciare. E non dimentica come si fa ad abbracciare e baciare. No questo non se lo dimentica. Dimentica gli ombrelli nei luoghi in cui si ferma. Ci sono decine e decine di ombrelli che Tizianeda ha dimenticato negli anni. Lascia tracce del suo passaggio nei giorni di pioggia. Lascia la certezza che se l’ombrello è stato dimenticato, quel giorno e in quell’attimo preciso, ha smesso di piovere. Non dimentica di scrivere per il blog. Non dimentica di scrivere un po’ ovunque, per fermare i pensieri e non lasciarli andare, farli rapire dalla dimenticanza. Ricorda i gesti protesi, dimentica le offese. Ricorda proprio quell’attimo lì di un giorno qualunque e ne dimentica tanti altri, senza sapere il perché. Non dimentica di stupirsi e ricorda la parola “prodigio” e il suo significato profondo. A volte si dimentica che la vita è fatta di attimi di fugace bellezza, da cogliere senza pensarci troppo. Ma c’è sempre chi glielo ricorda, per fortuna. Lei ricorda e dimentica. La sua memoria è selettiva. Ultimamente di più. Seleziona moltissimo. Starle accanto a volte è faticoso. Ma per fortuna, chi lo fa, sembra dimenticarsene.

Tizianeda

Cunta e Canta

“Che dici Sposo Errante partecipo?”
“Certo, cosa aspetti?”
“Ma è un contest, che non ho mai capito cosa significhi esattamente, so solo che devo scrivere un post che parli della mia terra, pubblicarlo sul blog e inviarlo all’associazione Calabresi Creativi… se non ricordo male… l’associazione provvederà a pubblicarlo nella pagina fb ufficiale “Cunta e canta”… chi vuole entra lì e se gli piace il tuo articolo manifesta con un click il suo apprezzamento”
“E quindi?”
“E quindi questa cosa qui mi mette ansia anche perché non riuscirei a dire a nessuno entra e metti “mi piace”…non ci riesco, sarò limitata ma non ci riesco”
“Ma quanti problemi ti poni, se è una cosa che vuoi fare, partecipa….”
“Oh sì, avrei l’occasione di parlare del mio sud suddissimo con questo post, raccontarlo in modo diverso…anche se in fondo già lo faccio da quasi due anni… e poi chi viene selezionato, sarà la voce narrante di un Festival itinerante per le lande Calabresi, dovrà raccontare i luoghi, la gente le tradizioni il cibo, dovrà assaggiare il cibo nostro buonissimo…ok mi hai convinto partecipo!”
“Brava. E di cosa parlerai?”
“E di che vuoi che parli…Melicuccà”.

Ecco parlerò di Melicuccà, il paese dove è nata la nonna Bianca, lei che mi chiamava Tizianeda, la mamma della mamma vecchietta. Parlerò del suo paesello, che improvviso ti appare come da un incantesimo. Quello che per arrivarci devi percorrere strade ondivaghe protette dai corpi vivi e silenti degli uliveti, legati tra di loro da una danza di reti rosse e verdi a colorare la terra antica. Arriverò con le parole fino alla casa del mio bis-nonno Carlo, così sorprendente e iperbolico in tutto. Racconterò la sua forza fertile – povera bis-nonna Teresa di 21 anni più giovane per 12 anni gravida- la cultura profonda intelligente affettuosa, la passione per la letteratura e per la gente e i canti popolari che narrano la sua terra e i sogni e la tristezza e il dolore e l’amore. Il mio bis-nonno di tanto tempo fa, che ha scelto di vivere a Melicuccà, piccola isolata troppo amata, come si ama una donna persa, della cui nostalgia non puoi guarire se non ritrovandola. Lui che esercitava la professione di medico a Gioia Tauro un paese più grande importante, ma che poi ha scelto la casa bianca con le stanze ariose, con le finestre di sole, sospesa tra fontane cieli nuvole e campanili. Quella casa che molti anni dopo, attraversando placida il tempo, quando il mio bis-nonno era un ricordo in chi lo aveva amato, è diventata il luogo dell’appartenenza. Il luogo in cui il passato ha continuato ad abitare nella memoria delle due figlie signorine, le sorelle della nonna Bianca, rimaste lì ancora per molti anni a narrarcelo e nelle fotografie sparse per le stanze consunte dal tempo. Il luogo che ora abita in noi nipoti e pro-nipoti. Perché il rapporto con la propria terra è profondo e indissolubile. Il mio bis-nonno questo lo sapeva.
Sapeva questo amore che riversava nell’urgenza di raccogliere i canti del suo popolo, per non disperdere la bellezza sincera dei sentimenti. Lui, che mi immagino concentrato in quello sforzo amoroso che è la scrittura. Il bis nonno Carlo di tanto tempo fa, che per come ho ritrovato in un libricino prezioso che si intitola “D’Amuri e di Sdegno”, scriveva che i canti “sono un tesoro, una religione di amore e dolore, di sdegno e di gioia. In quei canti s’impara ad amare il popolo, a comprenderlo a stimarlo; si sente l’inno del suo sorriso e de’ suoi sospiri, la musica e il mistero della sua mestizia, il sogno delle sue speranze come l’impulsiva veemenza del suo carattere, lo schianto del suo dolore, il ruggito felino dei suoi sdegni”.
E io qui ora, a sentirmi parte naturale di queste lande assolate e rigogliose, delle rue sperdute, degli uliveti contorti nello sforzo di invecchiare, del vento che rimesta la memoria.

Tizianeda

La prima volta

La prima volta che ho visto l’arcobaleno, avevo sette anni. Ero incastrata tra un banco ed una sedia , la maestra parlava e io guardavo fuori dalla finestra. Lui galleggiava colorato nell’aria. Era bellissimo e l’ho osservato fino a che non si è dissolto. Da quel giorno non ho più smesso di guardare attraverso le finestre.

La prima volta che sono stata colpita dalla maledizione: “quando sarai madre anche tu capirai”, avevo trentaquattro anni. Piangevo senza ritegno alla prima recita di mia figlia. In un colpo avevo delegittimato le proteste dell’adolescenza, verso le plateali manifestazioni emotive di mia madre. Ancora oggi mi commuovo vergognandomi come l’adolescente di allora. Solo che la mamma questa volta sono io.

La prima volta che ho capito che i nonni non sono immortali, avevo dieci anni. Le mie cugine giravano tristi tra le stanze di casa mia. La nonna delle torte, da quel giorno non l’avrei più rivista, se non nei sogni.

La prima volta che ho capito che non avrei più riavuto il mio corpo da ragazza, avevo 35 anni. Dentro di me si muoveva un bambino bello e grande. Uno spazio prepotente in un corpo inadeguato. Questo pensavo, mentre osservavo i raggi che dall’ombelico si irradiavano ondivaghi sulla pelle, sbucati a tradimento sulla mia pancia pronta ad esplodere.

La prima volta che ho sentito la libertà e la bellezza della giovinezza avevo 21 anni. Era estate, c’erano ragazzi e ragazze della mia età intorno a me, tutti sull’isola di Ventotene. Il tempo, in quei cinque giorni, si è addensato, regalandoci attimi di fresca perfezione.

La prima volta che ho capito che feste frizzi lazzi e uscite senza orari, dovevano essere archiviati per un tempo indefinito, avevo trentatré anni. Ero seduta in macchina con lo Sposo Errante, tenevo tra le braccia un corpo caldo avvolto da strati di coperte, una piccola femmina in divenire. Tornavamo a casa. Fuori nel buio delle strade il fermento giovanile dei veglioni di capodanno che stavano per iniziare.

La prima volta che un oggetto mi ha salvato la vita, avevo quattordici anni. L’oggetto era un libro e quando mi sono separata da lui perché la storia che mi aveva regalato era finita, per reggere il vuoto ne ho dovuto aprire un altro e poi un altro e poi un altro ancora. Fino ad oggi. Io a quel libro sono grata. Per questo lo tengo sul mio comodino senza rileggerlo. Per non deludere l’incanto di quella prima volta.

La prima volta che ho parlato con lo Sposo Errante, non la ricordo. Però lui sì. E questo mi basta.

La prima volta che ho sentito che stavano invadendo i miei spazi intimi e vitali, osando dove nessuno avevo mai osato , ero nuda e stesa su un lettino, in preda ad una logorrea compulsiva. Quattro mani cercavano tra costole e polmoni, i miei, di consegnare alla sua prima volta, una bambina seduta sulla mia vescica e con la testa appoggiata sul mio stomaco. Poi hanno estratta anche lei nuda e furente, e ci siamo guardate, per la prima volta.

Tizianeda

Melicuccà nel cuore

Melicuccà. Un posto. E appartenenza, famiglie, memoria, giardino, cancello, fontana, racconti, infanzia, lumache, nonni e bis-nonni, fotografie sbiadite, tante, alberi, rose, ortensie, acqua che scorre, occhi persi nel tempo, credenze odorose, braciere, Pasqua, estate ma anche inverno, raduni festosi, scalinata di pietra, addii, Zia Lulù e zia Lena. E poi, gli uliveti custodi silenti di intrecci e storie e una casa ariosa nel verde, che se spalanchi le finestre – immense come timide gigantesse – rimane sospesa tra cielo nuvole e campanili.
Melicuccà e il bis-nonno Carlo, che era il medico di quei posti lì, della Piana, che ha visto la casa bianca, che c’era il giardino e c’era tanta acqua dentro un ruscello. E quel posto, lo ha sentito era suo, indissolubile e carnale. E in quella casa si è fermato. Ha portato la sua famiglia, in quella casa. Ha portato la moglie e tutti quei figli, c’era la mia nonna Bianca la primogenita, lei che mi chiamava Tizianeda. Ha portato i loro destini, il mio bis-nonno, in quella casa, i destini di tutti loro, e un po’anche i nostri, di noi che siamo venuti dopo. E loro, quelli prima di noi, quelli che hanno raccontato, hanno ammansito il tempo e lo spazio, facendo viaggiare questo amore qui, senza imprigionarlo muto in quegli anni lontani. Noi, nipoti e pro-nipoti, abbiamo raccolto le storie che ci appartengono. Le abbiamo raccolte dai nostri nonni, dai nostri genitori, le abbiamo raccolte dalle nostre zie, le sorelle della nonna Bianca, che non ci sono più, Lena e Lulù, che lì a Melicuccà, e nella casa ariosa sono rimaste, custodendo, come antiche vestali, il linguaggio amoroso delle vite in divenire, facendo entrare le loro parole nei nostri gesti e sguardi, lasciandoci un posto dove tornare, anche solo con la testa, ci hanno dato radici, solide come gli alberi di ulivo. Ci hanno lasciato l’amore per la vita, per i mattini e i giorni, l’amore per la conoscenza che deve essere umana e intelligente. Ci hanno lasciato il racconto di una terra che sa essere forte e luminosa.
E questo post è tuo, Elisabetta, che sei parte indissolubile di questo intreccio amoroso e Melicuccà, tu, la portavi nel cuore.

Tizianeda

Della normalità e del prodigio

Raccontare l’ordinario, la normalità di un interno familiare, un universo minuto…

. Sabato o dell’eccezione che conferma la regola.
“Teniamoceli con noi questo sabato. Stiamo tutto il giorno insieme sotto il piumone. Che ne dici?” – “Va bene bella”, ha risposto lo Sposo Errante con il suo sorriso da ragazzo.
Che è una cosa che non facciamo mai, perché non si fa. Le regole, la disciplina, la scuola che non si può mica saltare così per un guizzo, un capriccio o il desiderio di due genitori di disorientare il tempo, giusto per un giorno. Però ogni tanto… ogni tanto, l’eccezione, ha il gusto delle cose belle che improvvise tornano. Come un dolcetto buono che non mangiavi chissà da quanto, o una musica allegra che ti riporta a un tempo leggero, in cui tutto era possibilità allo stato brado.
Per questo il sabato i due minori non sono andati a scuola. “Eccezionalmente bambini”. Che poi sotto il piumone ci siamo veramente stati tutti e quattro la mattina ad oziare e scherzare, giusto un po’. “Ora però si esce”. “Ok. Maschi con i maschi e femmine con le femmine”. Così ci siamo divisi, noi ragazze a bighellonare in giro, ad estorcere caffè e pan brioche alla zia panificatrice per passione, la zia A, sorella dell’uomo adulto di casa, che sforna per la gioia di tutti noi, famelici ammiratori di pane, biscotti, pizze, brioche, torte, e quanto di stupefacente si può creare con farina e lievito. Lei che ha quello madre, che deve nutrire come un bambino, un Tamagotchi che ribolle dentro il suo frigo, che se va in vacanza se lo deve portare, come si fa con i criceti, le tartarughe o i canarini.
I maschi invece, notoriamente più seri, sono andati dalla nonna santa Gina, per accompagnarla al cimitero, dal marito, che per lei è importante. Chè viene da un tempo in cui il culto dei morti è un vincolo sacro, in cui i fiori messi davanti alle fotografie sono lettere d’amore, che commuovono anche a chi crede che la vita sia solo qui e ora e che dopo, dopo boh, chissà. Il settenne, ha dato anche lui il suo contributo, aggirandosi tra tombe e loculi, spostando le cose, mettendo acqua nei vasi, chiedendo quando andiamo via, e poi il nonno dov’è, il nonno se gli parlo mi sente, ma è dentro la scatola con i fiori, quando andiamo via, ma è in una navicella spaziale, perchè io non lo vedo, perché io non lo sento e quando andiamo via.

. Domenica ovvero apologia della normalità.
“Devi fare i compiti di matematica” “Ma sono stanco ed ho fame” “Hai finito di mangiare un’ora fa. Non è possibile” “Mamma, io digerisco subito”.
I compiti di matematica che il settenne, avrebbe potuto fare in mezz’ora, vista la sua inspiegabile facilità nella gestione di numeri ed astrazioni, hanno invece usurpato tre ore di un pomeriggio domenicale, minando o forse rafforzando il sistema nervoso di Tizianeda.
Perché tra moltiplicazioni, addizioni, sottrazioni, , tra la scomposizione di numeri, tra la risoluzione di problemi, e la costruzione di figure geometriche, ci sono state 1. una quantità imprecisata di lamentele e richieste: sono stanco, ho sete, ho fame, mi fa male la gamba destra, mi fa male la gamba sinistra, se giro il collo mi fa male qui, se sollevo il braccio mi fa male lì, mi duole la pancia, devo fare pipì, devo fare la cacca, non è giusto, quanto minuti mi restano per giocare alla wii, non trovo la penna rossa, ma uffaaa 2. Un paio di tentativi di fuga “dove sei…ma che fai, ti leggi Topolino invece di studiare?”
E dopo, con i compiti finalmente svolti, la decenne ritornata dall’uscita con gli Scout, la cena preparata, anche la domenica si è arrotolata su sé stessa, ordinaria e prodigiosa, con il suo universo minuto.
E domenica, che era “La giornata della memoria”, che la decenne ha disegnato una farfalla con le ali a strisce nere e bianche, per ricordare i bambini nei campi di concentramento volati chissà dove, dopo due giorni così, pieni di una normalità avvolgente, alla quale Tizianeda si aggrappa per sentirsi salda, ha pensato a quella stessa normalità sottratta e profanata molti decenni fa. Scarpe, occhiali, borse, argenteria, libri, giocattoli, nomi, fotografie, tracce di un ordinario disintegrato, che un giorno sei nel tepore della tua casa ed il giorno dopo nel freddo umiliante di una baracca.
E pensando a tutto questo, al mondo che a volte prende la strada della follia disumana,del gesto che disintegra, Tizianeda benedice la sua vita così ordinaria e per questo prodigiosa, benedice il suo ricco universo minuto.

Tizianeda