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Eccomi eccomi vengo

Mia madre parla della morte come se raccontasse una storiella divertente. Per il suo funerale ha scelto la colonna sonora. La canzone d’ingresso in chiesa si intitola: “Eccomi eccomi vengo”. Lo ha scritto su un biglietto custodito in un cassetto. Per lei la vita e la sua fine sono eventi scontati e lineari, come la vecchiaia, il tempo che passa, le belle canzoni, sposarsi, fare figli, imparare le tabelline, i padri che vanno alla guerra, il corpo che cambia, i pidocchi da sfollati, gli amori che iniziano e quelli che finiscono, le malattie, le nascite, il rosario la sera, le paste la domenica, il mare a luglio, il salotto con la porta chiusa a chiave, doppia mandata rafforzativa del concetto. La predica a Don Marco non l’ha scritta, non sta bene dice, anche se io la esorto a farlo ché quel giorno non la può ascoltare. Ridiamo. Non solo della morte, ma anche della vita. Ché io mica l’ho capita la vita e allora se rido con mia madre, mi pacifico di ogni mia mancanza e difetto di nascita. E a volte lei annusa che ho ‘sti dubbi e punti interrogativi nella testa e smarrimenti e mi interroga e io cambio discorso, come i canali della televisione, perché non so come spiegare, perché lei mi sembra da proteggere e basta. Così si parla d’altro, tipo il suo funerale, le sue amiche, il libro che sta leggendo, il corpo che le duole a portarselo sempre appresso e parla, parla tantissimo, che non so dove trova tutte le parole e il fiato per tirarle fuori. L’ascolto, a volte mi assento, a volte mi chiedo che creatura è mia madre. Che creature diventano le madri quando invecchiano e il corpo si accartoccia. Non lo so. Allora sto con lei e giochiamo, siamo due bambine che lanciano dadi sul tavolo. Il tempo diventa un’architettura che capovolge le regole dello spazio. Ridiamo.

Tizianeda

Agli estremi della catena alimentare

“Perché hai quella faccia undicenne?”

“No niente è che a volte ci penso”

Tizianeda, lo sa bene cosa significano la voce con la tremarella e gli occhi  immensi, che invadono   la stanza di quel colore, che non è verde, non è azzurro, non è grigio. Perché anche Tizianeda a volte ci pensava con quello stesso sguardo, in quell’età che sei in bilico su perché irrisolti.

“E’ che a volte penso alla morte mamma e penso che dopo non ci sia niente. Tu che dici mamma”.

“Ecco insomma, è normale che ti poni questa domanda ed è normale che a volte hai paura … e comunque papà dice che qualche cosa ci sarà di sicuro, e papà lo sapete non sbaglia quasi mai, e poi scusa non siamo vissuti per milioni e milioni di anni e ti preoccupi adesso?”

“Però mamma! hai ragione”.

Tizianeda non sa quale intuizione fortunosamente uscita dalle sue labbra non del tutto rilassate, abbia riportato la undicenne nel mondo delle certezze quotidiane. Non sa se è  stata la acquisita consapevolezza della normalità della paura, o la coscienza che il papà ne sa molto più di lei, del tutto ignorante quando si parla di universo, stelle, spazio, buchi neri e roba del genere. O se è stato quel  pensiero filosofico venuto all’ultimo, anche se espresso  in forma primitiva. Ma qualunque sia stata la causa del suo ritorno all’ordinario senza tempo,  la undicenne e l’altro debosciato settenne, dopo si sono persi in complesse e più serene dissertazioni zen-metafisiche.

“Tu in che cosa ti vorresti reincarnare dopo la morte?” Ha chiesto  il fratello alla sorella.

E la sorella, la dolce undicenne dopo molto meditare ha deciso che si reincarnerà in un simpatico animale, che secondo studi fatti dalla ragazzina,  pervicace spettatrice di documentari su belve feroci, è il più temuto della foresta, persino dai leoni che preferiscono stargli alla larga. “In una iena!”.

Quanto al settenne, lui,  trasferirà la sua anima dentro il corpo di un imperturbabile, serafico lento ciccionissimo e felice bruco. Insomma due figli agli estremi della catena alimentare animale che speriamo si rincontrino e si riconoscano.

 

 

Tizianeda