Posts Tagged ‘natale’

Ancora

“Mi sento come se non avessi più le braccia”, dice mia madre.
Deve essere così che accade, quando la vita partorisce al contrario presenze consolidate nelle ore e nei gesti. Non si spezza il cuore. Quello è ostinato, continua, con il silenzio e il battito, rumoroso quando tace. Come rumorosa è l’assenza, che si è presa in pegno le braccia di mia madre, diventata figlia a noi figli.
Arriva il momento del rimestio dei ruoli. Un ribaltamento. L’immagine allo specchio esce fuori.
La prendiamo per mano quando usciamo, io e i miei fratelli. Sgraniamo le raccomandazioni delle madri. Trattenendo l’ansia, come si fa con i figli. Non aprire la porta, non uscire con la borsa, stai attenta, copriti, non affacciarti sul balcone a salutare i nipoti per strada quando fuori è freddo, mangia. Lei sorride di queste attenzioni e puntualmente, le disattende. Senza braccia, esce, prende il vento, brucia le pietanze sul fuoco acceso, ci manda a quel paese, parla, parla tanto. I vecchi hanno un bisogno affannato di parole e della nostra pazienza, per ripagare le attese. Per quella tenerezza che ancora una volta ci salva, da questo urlare che è la vita, che ci tiene stretti a un àncora, o a un ancora, come ancora è Natale, come ancora è qui e ora.

Tizianeda

A Natale, ma anche a tutti voi

A Genoveffa e Anastasia perché a quelle due è stato negato un lieto fine.
Al cuore del cervo ucciso dal cacciatore e al cacciatore che pensava di ingannare la regina.
Alla regina di Biancaneve che nessuno ha mai amato, al suo rancore amaro.
Alle matrigne cattive, che non sono cattive, sono infelici.
Alla strega senza nome di Hansel e Gretel, a quando era bambina e si rimpinzava di caramelle, ciambelle, zucchero filato. Al bosco oscuro che le è cresciuto dentro, prima ancora di abitarla fuori.
Al lupo di Cappuccetto Rosso e a tutte le donne che con lui corrono per salvarsi.
Al Brutto Anatroccolo e alla Bestia, all’imbarazzo di stare al mondo, al loro inconsapevole fascino.
A chi non cambia per dover piacere a tutti.
Alla Sirenetta, al delirio della terra, al richiamo dell’acqua.
A chi cerca, a chi non trova, a chi non si ritrova, a chi si perde.
Ai cibi mancanti sulla tavola , alle sedie vuote, ai sapori perduti, alla consistenza labile dei ricordi, alla ricerca ostinata della memoria.
A chi precipita il giorno di Natale. A chi precipita tutto l’anno.
Al silenzioso amore, alle presenze rumorose, alla felicità che spaventa, alla tristezza che si accomoda.
Al cellulare muto all’improvviso, ai messaggi chiusi dentro, agli aggiornamenti mai fatti, all’assenza di suono.
Al riposo delle orecchie, al riposo dalle attese.
A chi si commuove con la matematica e a chi piange per colpa della matematica.
A chi è buono, a chi ha l’attenzione del giusto e la giusta attenzione per l’altro.
Ai bambini, allo stupore di stare, alle loro voci di caramella.
Ai bambini sopravvissuti, agli adulti che sono diventati senza cedere all’amarezza, nonostante.
Al dolore, a quando incattivisce e allontana.
Ai figli e al cuore che espandono nell’attimo di uno sguardo, al loro odore che cambia, a noi che li annusiamo.
Alle dita, agli occhi, ai passi, a chi si svela, a chi sorride, a chi c’è, a chi è andato via, a chi resta, a chi torna, a chi non torna più, alla mancanza, al qui e ora, alle parole, al silenzio, al niente, al tutto, all’attimo che, alle stanze, alle piazze, al mare, alle mattonelle rotte, agli oggetti riparati, alle viti torte, ai buchi nella rete, al pezzo del puzzle in più.
A questo sentire, a questo vedere, a questo mai smettere, all’attesa, al respiro e al battito compagni di avventura, al loro dirsi e tacersi.
A Natale, ma anche a tutti voi.

Tizianeda

Filastrocca di pan d’ora

Un ferro da stiro mi puoi regalare,
mi stiro le lacrime per poi consolare.
Ti abbraccio nel letto con un nuovo pigiama,
mi avvolgo mi scaldo con la sciarpa di lana.
Ti porto con me, così riposiamo
e non ho più paura di dirti ti amo.
Un grembiule fiorito lo lego sui fianchi,
mi asciugo le mani, ti passo davanti.
Così poi balliamo tra letti e divani,
ti rido sul collo, non penso a domani.
E quando la notte si va approssimando
cucino cantando, tu assaggi guardando.
Una donna è di più di una scritta sul muro,
di un regalo non chiesto, di un oggetto dorato,
di un’idea assai irritante di un creativo sbagliato.
Non trattateci sempre come brave bambine,
da tenere ammansite, da vedere asservite.
Siamo pane che cresce sotto teli di lino,
siamo vento e tempesta che si placa al mattino
siamo mosto che bolle nel silenzio di un tino.
Siamo d’ora e di ieri siamo quel che vogliamo
siamo le trasformiste di questo circo assai strano.
Se davvero un regalo ci volete poi fare
cancellate le scritte che ci fanno arrabbiare.
Riscrivete parole che noi porteremo
come acqua da bere nel cammino assolato
come corsa festosa che ti accelera il fiato
come vento che soffia e che ci fa sollevare
come la libertà che conosce il suo andare.
Come un amuleto, come un portafortuna
come un bacio improvviso sotto il vischio o la luna.

Tizianeda

Il mio bacio ancora e ancora di più

Custodite nei cassetti profumati il vostro intimo di donna preferito, ma conservate in un angolo i pigiami per i giorni di tempesta, per gli attimi di ribellione, o di riposo. Arieggiate gli armadi, fate danzare per le stanze gli scheletri, liberandoli per qualche ora. Indossate vestiti che dicono di voi senza pudori, bruciate quelli che non vi raccontano più. Prendete le scarpe che accompagnano i vostri passi nel mondo fuori, ma dentro di voi sentitevi sempre scalze. Sedetevi davanti allo specchio che vi riflette meglio e guardatevi. Guardatevi negli occhi a lungo, riconoscendovi. Nessuno potrà vedervi come voi vedete voi stesse. Lasciate che il vostro volto vi dica chi siete. Sorridete o piangete. È la stessa cosa. Oppure sorridete e piangete raccontandovi di nascosto la vita. Emozionatevi per quello che siete. Scegliete le scarpe che volete calzare. Siate il principe azzurro di voi stesse. Vestitevi di femminilità e uscite.
L’augurio che vi faccio, mie amate donne, per questo Natale, non è di ricevere. I doni arrivano quando devono arrivare, non stateci a pensare troppo. Vi auguro di dare, tanto, con leggerezza, della vostra essenza ritrovata. Di raccontare la vostra visione del mondo, senza paura.
E a voi, miei amati uomini, auguro di esserci (con tutto quello che una parola così potente dice), mentre osservate il vostro incedere tra le cose.
A tutto il resto, pensiamo noi.

P.s.: Tizianeda si ferma per qualche giorno. Ma dopo il 26 dicembre torna, perché non può stare a lungo lontana da qui, ché poi le manca l’aria. Non si riposerà dalle parole. Questa settimana si dovrà concentrare su un progetto importante da concludere. E anche io, Tiziana, vi lancio, come un bacio soffiato, il mio Buon Natale. Soprattutto lo invio a tutti i piccoli della terra, a chi subisce senza potersi difendere, vedendosi stravolta la vita. E ai bambini che sorreggono il mondo con la loro struggente innocenza, il mio bacio, ancora e ancora di più.

Tizianeda

Corrispondenze amorose

Vigilia di Natale:

a pranzo.
La famigliola è stata invitata da amici per mangiare crispelle. In questi convivi succede questo: una persona frigge l’impasto, tutte le altre mangiano. Per par condicio c’era anche una distinta signora nordica immigrata al sud da decenni e da decenni sconcertata per l’attitudine naturale dei meridionali al cibo. Tizianeda allora, in difesa delle usanze suddiste si è abbandonata a una dissertazione sul significato del cucinare e del mangiare, paragonando tale attività a una corrispondenza amorosa. Per dare una dimostrazione pratica ai suoi pensieri, continuava a ingurgitare crispelle cucinate dalla sua amica A. E lo ha fatto con molto sentimento.

a cena.
La vigilia di Natale, nei 90 mq c’erano i quattro della famigliola, i fratelli di Tizianeda con coniugi e figli, i nonni vecchietti, un’altra nonna vecchietta e ancora una famigliola di quattro elementi. Tutti si sono intrattenuti attorno alla tavola in molteplici “corrispondenze amorose” da sud suddissimo. Poi è arrivato Babbo Natale. Miracolosamente, come ogni anno. Era bruttissimo, con gli occhiali, la barba cotonata e aveva una pancia grossa e bitorzoluta come una mongolfiera gonfiata male. I bambini non se ne sono accorti però e hanno regalato il loro stupore anarchico, come tutti gli anni.

Natale.
La famigliola dai 90 mq si è spostata in blocco a casa della nonna santa Gina, la mamma dello Sposo Errante. Lì oltre la nonna, c’era la sorella dell’uomo adulto di casa arrivata da Roma con famiglia, perché a Natale il sud suddissimo si riempie degli indigeni ormai forestieri. Loro, quelli che vanno via, tornano durante le feste nella città sbilenca per ricucire le nostalgie. Almeno per un po’. C’era anche l’altra sorella con marito e figli. Tutti come erano, si sono seduti attorno alla tavola e hanno mangiato. Sempre con molto sentimento.

Gli altri giorni.
E che ve lo dico a fare…

Da domani tisane e mutismo.

Tizianeda

Caro Babbo Natale

Carissimo Babbo Natale, che tra poche ore fluttuerai sopra i cieli di tutto il mondo, a scontare i 364 giorni di ferie, volevo dirti di non preoccuparti per me. Io, mentre tu riposavi in compagnia delle renne, sì, insomma io di regali ne ho ricevuti tanti e inaspettati. Quindi non so proprio cosa chiederti. Anzi volevo dirti, non per spaventarti o per sminuire il tuo meraviglioso ruolo, che il mondo è pieno di personcine come te, anche se non hanno slitta e renne e non volano la notte in mezzo alle stelle sorridendo gioiosi, pensando alla felicità da distribuire…
Ecco, mio mia caro e buono Babbo Natale, in realtà non è proprio così. Babbino mio, in verità, ci sono persone che volano nella notte e sanno riconoscere le stelle e regalano quel sentimento lì immenso, che noi umani abbiamo paura di pensarlo e pronunciarlo e perderlo. Si chiama amore questo sentimento qui, che è una cosa che non ci credi e bisogna essere bambini per contenerlo con leggerezza.
E’ per questo che tu e quelli come te, non sentite freddo ad attraversare la notte invernale, vero? Perché è la vostra coperta di lana, che non è di quelle sempre corte che se tiri da una parte lasci scoperta l’altra. Vero che è così?
Ecco volevo dirti, che io da persone così, piene di questa grazia leggera, in questo anno strano, stranissimo, sono stata avvolta. Alcune c’erano già, altre si sono aggiunte, altre arriveranno. Io lo so. Basta allargare le braccia.
Ora ti saluto, babbino bello e Buon Natale.
E se ti capita di volare, un qualsiasi giorno dell’anno, sopra i miei 90 mq, sappi che la finestra è sempre aperta e la casa è piena di coperte di lana.
E Buon Natale anche a voi miei tutti belli, che mi scaldate un bel po’, ma proprio un bel po’.

Tizianeda

Da 11 giorni

Da 11 giorni i loro ritmi sono cambiati, inevitabilmente. Da 11 giorni hanno preso possesso delle stanze, lasciando ovunque tracce caotiche del loro passaggio, seguite da echi ricolmi di minacce. Da 11 giorni non appena i due adulti di casa abbassano la guardia, la sera assediano il lettone e si addormentano, per non essere costretti alla sistemazione nei propri siti notturni. L’insubordinazione costringe i grandi che li hanno generati ad una diaspora notturna: “E ora che facciamo” “E chi li sposta?” “Ho capito… devo andare a dormire solo nella loro stanza?” “Temo di sì…”. Da 11 giorni dipendesse da loro diventerebbero un tutt’uno uniforme con il pigiama – che li riveste come una seconda pelle- il divano e i plaid, dai quali si distaccano soltanto a seguito di ripetute incitazioni scarsamente amichevoli degli adulti. Da 11 giorni gli orari e la disciplina che li contiene hanno perso la loro compattezza, diventando entità astratte. Da 11 giorni anche tra gli adulti di casa, vista la presenza continua della genia, si è instaurato un rapporto di mera fratellanza, in un clima di Tuttinsiemeappassionatamente. Tizianeda comincerà a cucire ai minori i vestiti con le tende, tutti danzeranno allegre coreografie austro-ungariche e intoneranno sorridenti, inni patriottici, anche se forse al posto di “Edelweiss” canteranno “Calabrisella Mia”.
In questi 11 giorni, i quattro della famigliola hanno anche riso tanto e guardato la sera qualche film, come quello su un naufragio di una tigre ed un ragazzo indiano, in un mare visionario che sembrava popolato dai sogni, o un film su un bambino spuntato dalla terra come un ravanello, che al posto dei peli sulle gambe aveva foglie. In questi 11 giorni sono venuti spesso a trovarli i cuginetti, chè nel sud suddissimo affollamento e famiglia sono sinonimi.
Ancora 5 giorni, e la riapertura della scuola, che si attende come l’esercito della salvezza, restituirà la normalità alla famigliola.

P.s: solo per dirvi che ogni tanto Tizianeda, con il suo nome ufficiale scrive su un giornale on line. Se vi va di sorbirvi i suoi serissimi buoni propositi per l’anno che verrà cliccate su http://www.zoomsud.it/index.php/cultura/61930-2014-i-miei-propositi-per-non-vergognarmi-faro-come-ulisse.html . Un saluto allegro.

Tizianeda

E’ successo in questi giorni

Il giorno della vigilia.

Tizianeda si è svegliata presto presto, quando ancora tutto attorno a lei dormiva e la casa muta galleggiava dentro l’ultimo buio. Si è svegliata all’improvviso, perché sono emersi dai meandri del sonno pensieri natalizi, da lasciare dentro la sua terra capovolta. Ha preso il suo mini computer da sopravvivenza e lo ha acceso. Mentre scriveva la famigliola ha cominciato a ripopolare le stanze, nel frattempo abbandonate dalla notte. Prima il settenne, poi lo Sposo Errante, in fine la decenne. Tutti scalzi e con la stessa faccia sgualcita da sbaciucchio.
Dopo la colazione, siccome il giorno della vigilia ci sono tante cose da fare, tipo completare la spesa, pensare alla tavola da imbandire in attesa dei dieci adulti e dei sei bambini che avrebbero occupato dopo qualche ora i 90 mq della casa, Tizianeda, che è avvocatessa, è andata in Tribunale per fare un favore ad una collega di un’altra città. Che mica poteva farla venire il giorno della vigilia: “ma scherzi ci penso io! Dieci minuti e sono fuori dalle cancellerie”. Ed invece nella stanza della cancelliera Tizaneda è stata più di un’ora, perché la poveretta che quel giorno si sentiva male, che svolge il lavoro per le dieci persone che in quel Tribunale non ci sono, che tra qualche mese andrà in pensione, la vigilia di Natale ha sentito irrefrenabile il dovere di andare al lavoro. “Come faccio se non vengo metto l’ufficio nei guai”. Per questo Tizianeda si è fermata e ha ascoltato questa signora dal corpo generoso e dagli occhi buoni e stanchi. Per questo si è seduta e l’ha ascoltata con pazienza, pensando che l’Italia galleggia perché c’è la cancelliera che non ce la fa più, ma non è riuscita a stare a casa mandando tutti al diavolo.
Poi Tizianeda è ritornata nei suoi 90 mq, ha accertato il persistente stato di devastazione della stanza dei due minori, ha rivolto ai due frasi poco Natalizie, ha lanciato strali e minacce ed è di nuovo uscita.
E’ entrata ed uscita da varie botteghe per comprare viveri, per poi approdare in un negozio piena di latticini gastroterroristici. Lì c’era una sua collega sopravvissuta al quarto parto, con la pelle luminosa da allattamento compulsivo della figlia nr. 4.
“Vi dispiace se passo prima che devo correre ad allattare?”.
Una donna giovane ben vestita ben pettinata ben impellicciata e molto molto bionda, l’ha guardata rilasciando la sua disapprovazione estetica alla pancia della quartipera non ancora rientrata nei ranghi della normalità. Una signora anziana molto cotonata e tristemente truccata, ha avuto un sussulto stizzito che le è partito dall’angolo destro della bocca rossa per espandersi in tutto il corpo. Un signore dal volto dimesso ha cercato di rimpicciolire fino a scomparire. Dal fondo una voce “ci mancherebbe passa pure”. Gli astanti si sono girati all’unisono verso la voce, accomunati dallo stesso sguardo livoroso, che Tizianeda ha accolto con un sorriso serafico. La donna che doveva allattare nel frattempo si è fatta servire ed è andata via.
Tizianeda è poi ritornata a casa dove per pranzo l’aspettava una quantità imbarazzante di crispelle fatte dalla mamma vecchietta. Lei ha mangiato quella morbida pasta di pane fritta, ripiena di alici e pomodori secchi insieme a bicchieri di vino generosamente versato dallo Sposo Errante. Tizianeda così ha proseguito il pomeriggio molto allegramente, sentendosi un tutt’uno armonico con l’universo e leggera come una silfide.
“Ci vediamo l’ultimo film di Harry Potter?”
“C’è “Mai dire Mai”, mamma, che è cattivo!”
“Chi?”
“Mai dire mai, Voldemort!”
“Settenne, si chiama Colui che non si deve nominare, non Mai dire mai!”.
Tizianeda che doveva cucinare per il cenone di Natale, che si era ripromessa mentendo a se stessa, di vedere solo la prima mezz’ora del film, ha iniziato a cucinare due ore dopo, alle cinque del pomeriggio. Ha apparecchiato alle sette di sera, ma per l’ora di cena tutto era miracolosamente pronto. La casa si è riempita dei nonni, dei fratelli di Tizianeda e i loro sposi e spose, di sei bambini e di un casino infernale. E dopo tanto cibo, vino, risate, imposti canti natalizi pedriatici, un tripudio di grida misto ad eccitazione compulsiva, un tipo strano vestito di rosso e la barba bianca, quest’anno alto e magro, dopo regali scartati, carta colorata e nastri sparsi per un pavimento ormai invisibile, anche questa vigilia di natale è stata archiviata nell’armadio dei ricordi allegri della famigliola.

Il giorno di Natale.

Il giorno di Natale, il copione è sempre lo stesso, ma cambiano i protagonisti e la location. C’erano la nonna santa Gina, le sorelle dello sposo errante M ed A, i nipoti belli, hanno mangiato, bevuto, riso tanto, chiacchierato, ricordato e giocato a carte. Tizianeda ha provato un gusto rilassato nel puntare capitali che andavano dai due ai venti centesimi.
Per il resto la giornata è stato un tripudio di ozio e pensieri che oscillavano tra il proposito di iniziare una dieta ferrea e punitiva o mangiare uno dei torroncini al cioccolato che giaceva insieme ad altri in una ciotola della casa. Poi Tizianeda tra la strada ardua e tortuosa piena di spine e serpi che l’avrebbe condotta al paradiso dei magri, e quella piana ed asfaltata che porta verso le anime dannate dai chili di troppo da smaltire, ha scelto. Si è alzata dal suo letto dove giaceva spalmata da tempo immemore, si è avvicinata alla ciotola appoggiata sul tavolo, ha tolto l’involucro dorato dal torroncino, e se lo è mangiato, che tanto la strada della santità non fa per lei.

Tizianeda

Che ci sia

Che ci sia un abbraccio che sciolga la tristezza, come la primavera il ghiaccio che copre la terra.
Che ci sia un sorriso per chi non crede più nell’uomo, come un passaggio magico che ti porta in un altrove colorato.
Che ci siano carezze per i pezzi rotti di una vita, come mani prodigiose che passano sugli oggetti frantumati per aggiustarli.
Che ci siano parole calde e lente per chi non si riconosce più, come un mantra antico o una preghiera arcana che scaldano e consolano.
Che ci sia un incontro lieve per chi ha ricordi che offuscano l’anima, perché il presente diventi la sola storia da conservare nella memoria.
Che ci siano occhi per intercettare la bellezza anche sotto un cielo nero.
Che ci sia stupore che scopre il prodigio dentro l’ordinario, come quando si era piccini .
Che ci siano tepore e mani da stringere per chi attorno alla tavola imbandita ha posti vuoti.
Che ci sia la passione che muove il tempo facendolo deviare, che fa sentire vivo un popolo anche se la storia gli sta implodendo addosso.
Che ci sia l’onestà che sberleffa i potenti chiusi nei palazzi.
Che ci sia la sagacia che non giustifica ma supera e scavalca.
Che ci sia la bontà che salva l’innocenza e che proteggerà il bambino.

Buon Natale dalla terra capovolta. Buon Natale a tutti voi da Tizianeda.

Tizianeda

Allegra e sbrindellata

E’ ritornato nei 90 mq della famigliola dentro il suo contenitore marroncino, lungo e immobile come il sarcofago di una mummia. Lo stesso da ormai dodici anni. Dodici anni in cui mani allegre tolgono i sigilli con stupore innocente, ancora di più oggi che le mani sono diventate otto, ancor di più oggi che l’operazione assemblaggiopezzialberodinatale è diventata un tripudi di caos, risate, grida e brontolii.
I quattro della famigliola, sabato si sono svegliati con in testa l’Albero di Natale che giaceva in tanti pezzi nel soggiorno. Si sono svegliati pronti per l’attività di alta ingegneria che li aspettava, anche se poi non tutti hanno svolto le stesse attività…

1.
L’operaio.
Dei quattro è il più concentrato, il più serio il più metodico. Prende, monta, apre i rami chiusi da un anno, sta attento a non danneggiare mobili pareti e suppellettili, anche se è inutile perché tanto ci sono gli altri tre. Borbotta, monta le luci in modo che l’effetto tripudio luccicante sia il migliore possibile, anche se l’Albero forse è un buco nero che assorbe la luce, scatenando l’ira dell’operaio che ogni anno acquista nuove lucine, inutilmente. Da’ direttive, richiama all’ordine gli indisciplinati, poi si arrende al caos familiare ed all’eccitazione collettiva. Lui è l’uomo adulto di casa.
2.
La rivelazione.
Il montaggio dell’Albero è sempre stata una faccenda che non lo riguardava. Prima si nascondeva tutto il tempo dentro il contenitore svuotato, sordo ai richiami degli altri. Quando l’oggetto natalizio era completo di palle e decori , occupava il suo tempo a spostare gli addobbi , danneggiare, nascondere tra i rami pezzi di casa, scuotere, giocare con le lucine, provare a spegnerle soffiando, rompere qualcosa. Quest’anno invece senza preavviso, e con grande stupore della micro comunità familiare, ha abbandonato il ruolo di devastatore indifferente, per assumere quello di assemblatore zelante di pezzi di albero con il suo papà. Lui è il settenne.
3.
L’elemento glamour.
In mezzo a noi mal vestiti, si aggirava una ragazzina sistemata per l’occasione che spiccava come un fiore in mezzo alla steppa, tra tute consunte, vestaglie azzurre con orsetti, e maglioni over size. Con i suoi pantaloni fucsia e la maglietta brillantinata color tortora, si è aggirata lieve tutto il tempo aspettando che gli uomini di fatica finissero il loro umile lavoro, e dopo aver spostato il ciuffo dei capelli prima a destra e poi a sinistra almeno mille volte, si è dedicata alla successiva attività estetica di collocazione degli addobbi.
4.
La fotografa.
Ha indossato un enorme maglione di pile dello sposo, grossi calzettoni di lana rossi che fanno molto Natale, e si è aggirata in mezzo al caos familiare. Ha fotografato lo Sposo errante mentre assemblava borbottando contro le luci, il settenne sotto il peso dei rami sintetici che trasportava, la decenne seduta che guardava toccandosi con gesti lievi e femminili i capelli, i suoi piedi rossi, i sorrisi di tutti, il movimento, le palline di natale sparse sul tavolo, l’Albero in tutta la sua magnificenza con le lucine che non illuminano mai abbastanza, gli addobbi di forme e colori diversi messi a caso dai minori, tutto molto lontano dalla perfezione armonica che vedi nelle riviste.
“L’Albero di Natale più brutto del mondo” dice ridendo lo Sposo Errante.
“No, allegro e sbrindellato…come noi” gli risponde la fotografa Tizianeda, guardando quel monolite verde, pensando che la felicità è proprio così, sbrindellata e allegra.

Tizianeda