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L’amore di Ines per Antonio

Si racconta, nella mia famiglia, che la nonna Ines fosse mezza donna e mezza santa. Come le sirene, un po’ foreste, un po’ onde.
Si racconta, che vedesse quello che gli altri non vedono mai. Tipo la Madonna, le luci nelle stanze buie, e un santo che si chiama Antonio. Ora questo Antonio che in vita era santo, quando lei gli chiedeva qualcosa, pare che l’ascoltasse. Non sempre però. Perché, si dice, che i santi, per un motivo che nessuno sa, non possano raddrizzare sempre le cose storte. Anzi, pare, che spesso nella vita, ciò che è dritto all’improvviso si torce e tu, non puoi farci niente e non c’è santo che tenga. Così per la nonna Ines, come per tutti. Ma lei, non si arrabbiava mai con Antonio e la vita le piaceva uguale, nonostante gli schianti improvvisi, quello che finisce e non torna più, la fatica, i cassetti da risistemare, le ore allagate, l’incomprensibile delle parole, i giorni che non sono accaduti e quelli che sono accaduti troppo. E se proprio si sentiva triste, preparava una torta, di quelle che lei non poteva mangiare, per colpa dello zucchero che le consumava il cuore, anche se le mangiava uguale. Ma tanto il suo cuore, pure smangiucchiato e dolorante, aveva l’ostinazione. Così, tutto ammaccato com’era, amava. Dalle crepe, dai battiti scoscesi, dalle capriole, dalle corse di gambero, dai giri di altalena, dal battere dei piedi. E non si arrabbiava mai con il santo di nome Antonio, che pure a lui voleva bene, anche se arreso e impotente davanti al dolore dei vivi, e forse, proprio per questo, gliene voleva di più.

Tizianeda

Dal passato

La nonna Ines acquistava riviste di ricette, specie di dolci. La immagino lei diabetica, guardare fotografie di torte e biscotti, sfogliare le pagine, desiderare di maneggiare ingredienti. Era bella la nonna Ines e amava i dolci e la vita. Oggi l’ho vista la sua cucina e le riviste con le immagini. E’ stata una piccola busta di aromi per il pollo, a distorcere fino alla sparizione, i quasi quarant’anni che mi separano da lei. Un regalo del macellaio. I macellai sono persone gentili e stanche. I miei lo sono. Quando l’ho aperta, si è allargato intorno un profumo anni ’70. L’odore anni ’70, come un fungo allucinogeno, ha lasciato che apparissero le riviste con le fotografie dai colori incerti di torte e biscotti, la nonna Ines, la sua cucina che sapeva di verde, la finestra grande, che entrava tanta luce. Mentre preparavo il pollo fritto promesso alla quindicenne, all’improvviso il tavolo, le sedie, il lavandino, i fornelli, il pavimento, i colori di oggi sono spariti, ed è apparsa la cucina della nonna e gli anni ’70 che mi sapevano bambina. Chissà se anche la nonna, dal suo passato ha mai annusato un odore di futuro. Se ha visto la mia cucina, il pollo fritto, sua nipote e la figlia di sua nipote, a cui è stato donato il suo stesso nome. Se è arrivata non vista a darci la sua benedizione da quel tempo finito. Chissà. I morti dal passato tornano sempre, o siamo noi a evocarli, perché benedicano le nostre ore ferme, le nostre cucine odorose, l’urgenza di sentirci parte di qualcosa di grande che ci sovrasta e, in qualche modo misterioso, continua ad amarci.

Tizianeda

Come un dispetto

Mia nonna si chiamava Ines. Amava la vita, la nonna Ines. La vita si ama nei gesti che indossi e nel modo lieve  con cui la attraversi. Così. Senza clamore, con grazia e momenti da gustare e silenzi da respirare e parole belle da dire a chi vuoi tu.

Ho comprato un cappello rosso, piccolo e leggero, da indossare inclinato su un lato, come faceva lei. Un vezzo da donne, un dettaglio che dice. Se scrivessi un libro, per esempio, io parlerei della nonna Ines e di quanto  lei amasse la vita. L’affetto per i giorni  è un cappello piccolo e leggero indossato sbilenco, è imperfezione che attrae. E’ quella cosa lì che  tiene incollati i piedi al filo del funambolo, anche se sotto c’è il vuoto con la bocca spalancata e ti guarda.  E tu lo guardi  se ne hai voglia e puoi decidere di fregartene.

Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso,  mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.

Mia nonna mi ha soffiato nel cuore il suo affetto per le ore, da prima che nascessi, con i suoi geni folli. Io ora lo indosso questo amore. E’ rosso, piccolo, leggero, appena inclinato sulla testa, come un dispetto.

 

Tizianeda