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La nostalgia di gatta Tàlia per le tortore

Tutti giorni dopo che ha svolto le sue principali attività, dormire e mangiare, si avvicina alla porta finestra della cucina e osserva fuori. I suoi occhi distanti di gatta guardano verso l’alto. Si immobilizza così, per un tempo che lei non sa contare e che non conta, per lei. A tratti emette un verso, che non è miagolare. E’ un richiamo, un pigolio di uccello, perché i gatti si sa, sono uno, nessuno e centomila. Gatta Tàlia guarda, verso l’alto, sul tetto del palazzo di fronte. Guarda con il corpo proteso, un attimo prima del balzo. Guarda le tortore, che ogni mattina tornano, chissà per quale architettura di volo. E ogni mattina tutti noi della famigliola, assistiamo inermi alla nostalgia di Tàlia per le tortore lontane. A separarla un vetro, la zanzariera, un balcone, il parapetto, il vuoto, l’altezza. A separarla, il suo essere gatta dentro una casa, che la protegge dal mondo fuori, dandole una vita placida, che però non la preserva dalla nostalgia per le tortore irraggiungibili. Così lei, ostinata gatta, ogni mattina, si ferma, sguardo, zampe, pelo, denti, suono, davanti alla porta finestra, e aspetta. Quando arrivano, freme guardandole. Il vuoto, tra lei e le tortore, che non basterebbe un balzo a farla arrivare, che si sfracellerebbe, molti piani più giù. Che avrebbe bisogno di ali, gatta Tàlia per raggiungerle. Che poi forse, se le mangia pure. Anche se lei è una gatta mite. Ma la mitezza, si sa, in un gatto si ferma davanti ad altri istinti, che potrebbero mostrarci il suo fascino inquieto.
Se potessi, glieli darei a Tàlia un paio di ali, per farla arrivare sul tetto di fronte, senza lo schianto dei piani più giù. Vederla felice così vicina al cielo, a fare agguati alle tortore, mentre sto ferma dietro la porta finestra della cucina, gli occhi puntati sul tetto di fronte, occhi, pelle, mani, sospiri, chiedendomi, chissà se ora torna, chissà.

Tizianeda

In “medie” non stat virtus

E dimmi, che hai? Niente c’ho la nostalgia. Io mi faccio la domanda, io mi do la risposta. Mi capita ogni tanto, dentro la testa. C’ho la nostalgia e ieri aspettando nel cortile della scuola elementare del decenne l’ho capito. Per lui è l’ultimo anno, poi saranno le scuole medie. Che già il nome. In medio stat virtus dicevano gli antichi. Non è vero niente. Tutto ciò che è medio è delirio. Le terre di mezzo sono un delirio, i figli medi spesso lo sono anche, io lo ero e forse lo sono ancora, se stai a metà devi farti spazio tra quello che vuoi essere e il mondo fuori. E insomma tutto questo per dire che c’ho la nostalgia dell’infanzia che corre via. Come i bambini all’uscita della scuola elementare che lanciano gli zaini pesanti dove capita, per sbarazzarsene in fretta e così correre e corre e correre, in quello spazio di libertà riconquistata che è il cortile della scuola. E siamo tutti lì in attesa, noi genitori. E sarà l’ultimo anno per me di questa attesa, ché poi a scuola, il decenne, ci andrà da solo. Ed è una liberazione, certo, uno spazio riconquistato anche per me. Certo, ma ora mi concedo la nostalgia. Per la ragazzina è stato diverso. Forse perché non era l’ultima, o forse perché per le donne è diverso, noi donne nasciamo già adulte in fondo. I maschi no. Loro nascono piccoli. E lo so che non si dovrebbero fare queste distinzioni sessiste, che crescere fa parte della vita, che bisogna lasciarli andare eccecc e blablabla, certo che lo so. E’ da quando sono nati che lascio andare quei due invasori dei miei pensieri, ma oggi dentro la mia testa, mi concedo questo momento nostalgico. Sarà che è martedì, sarà che ho visto e pensato troppo al mare in questi giorni, sarà il cortile della scuola che fa questo effetto strano, con quel suo spazio vuoto in attesa, sarà questo e quello, sarà che l’infanzia è un luogo definito in cui tutto è possibile, un paesaggio bello da guardare che ferma il tempo. Sarà. Ma in questi giorni, i pensieri girano così.

Tizianeda

L’amore al tempo del sud suddissimo

E’ venuto qui nella città sbilenca per la prima volta circa quindici anni fa. O forse venti. Tizianeda non ricorda. Lei con il tempo che scorre ha un rapporto strano. E’ venuto da una città lontana dalla sua. Una città che Tizianeda non c’è mai stata e tutti dicono sia bella, austera, elegante, aristocratica, educata e ordinata. E’ venuto un giorno e della città sbilenca si è innamorato. Perdutamente. Allora ha portato la sua barchetta a vela con cui andava per mare a Genova che è vicina alla sua di città. L’ha caricata sul portabagagli di una Fiat Panda. Ha attraversato strade circondate da un’Italia cangiante a ogni chilometro, l’ha piazzata sul mare del sud suddissimo e lì mentre imparava lo stesso mestiere di Tizianeda, non appena poteva, rinnovava il suo amore per questo posto strambo perdendosi con la barchetta tra onde e vento. Poi è partito, è andando all’estero, ha iniziato a lavorare per un’organizzazione internazionale, in posti dove nessuno ci vorrebbe andare, perché la lontananza perché la solitudine, perché il clima, perché abitudini diverse, perché devi essere bravissimo e preparato, perché in fondo una vita così deve andare d’accordo con quello che sei.
In queste settimane l’amico, che si è preso un periodo di pausa dal suo vagare, ché tanto non ha fretta, è ritornato nella città sbilenca. Così per nostalgia, perché nei luoghi dell’anima si ritorna prima o poi. E sabato sera, nei 90 mq – che c’erano anche la zia Dada e lo zio Peppino con famigliola e i nonni che si festeggiava un compleanno e l’aria era carica di confusione e voci e grida e corse tra le stanze e bambini che interrompevano discorsi – c’era anche l’amico che ama la solitudine, che dalla sua vita è stato per una sera catapultato nel delirio di una famiglia allargata, meridionale, confusionaria.
Poi prima di andare via ha fatto la dichiarazione d’amore più bella che si possa fare a una persona. O a un luogo. “E’ che da voi ci sono una luce e dei colori unici. Anche il caos qui fa parte dell’arredo. E quando vado in giro e guardo gli orizzonti sul mare, li paragono tutti a questo dello Stretto e nessuno, nessuno regge il confronto…”.
Tizianeda lo sa che una cosa è vivere la quotidianità e le fatiche di un luogo e un’altra é starci per un po’ di tempo assorbendone il meglio. Ma sabato sera non si è voluta soffermare su questo. Perché ha provato una gioia piena nel sentire tanto amore per la sua città sbilenca, nel sentirla essere l’eletta di un uomo del nord nordissimo che tanto ha viaggiato. La città sbilenca eletta luogo dell’anima, come lo sono tanti altri per ognuno di noi. Perché non importa da dove vieni, chi sei, come sei stato educato o quale sia la tua cultura. Con i luoghi come con le persone l’amore succede così, all’improvviso. Ed è un’alchimia misteriosa e insondabile. E’ un’alchimia della nostalgia e del ritorno.

Un saluto allegro e innamoratevi!

Tizianeda

Pensieri del lunedì

Ha chiacchierato via skype con un’amica, per ora nella città più bella del mondo, l’amica che vede gente e fa cose. Hanno un progetto in comune e in attesa che ritorni nel sud suddissimo, si sono dovute coordinare. E’ stato divertente. E’ stato bello. Tizianeda, ora, inizia a sentire un po’ di ansia da prestazione per questa cosa che insieme dovranno fare, il 9 maggio. E poi si vedrà.

E’ andata a una festa di compleanno di un bambino di cinque anni, con tutta la famigliola. Lì ha pensato che se dio esistesse, sarebbe un bambino così, che sorride, che ti prende per mano, ti tira forzutissimo, si sdraia a terra perché gli piace, che chiede ai grandi di farlo anche loro, perché insieme sdraiati a terra a guardare il mondo, tutto appare più bello. Perché a stare seduti composti e rigidi in quel modo dei grandi, finisci che la felicità non la vedi. Sì dio, se esistesse, sarebbe un bambino di cinque anni con i cromosomi speciali.

Ha visto signore e signori vestiti di bianco, tutti in piedi su una rotonda affacciata sul mare della sua città sbilenca. Tutti ordinati, tutti composti, tutti a muoversi sincronizzati e lievi senza spostarsi, tutti a fare TaiChi, quella disciplina orientale che sembra un inno alla lentezza, tutti ad accarezzare l’aria, ad addensare il tempo. E a guardarli Tizianeda si è sentita come innamorata.

Ha ascoltato la tredicenne ripetere le lezioni di Storia. Così, passando da una stanza e l’altra dei 90 mq e un po’ di nascosto. Ed è stato strano sentirla narrare eventi catastrofici e drammatici con la sua voce da adolescente, come se tutto si riconciliasse finalmente in quel punto lì, su quella sedia, dentro quegli occhi dal colore senza nome.

Ha ricevuto, grazie al magico e gentile mondo di wathsApp, fotografie del novenne con la divisa scout, lontano, ma non troppo, per un pernottamento. E nel guardarlo così sereno e sporco come devono essere i bambini che si divertono e disordinato come è lui, le è venuto da sorridere tanto e poi le è venuta la nostalgia. E ha pensato che uno dei tanti ingarbugliati sentimenti che si innestano in una mamma non appena il bambino esce dalla pancia, è proprio questo sentimento qui. Che per gettare nella mischia del mondo un figlio, te ne devi proprio separare. Di solito non ci pensi e ti senti una mamma in gamba e quando partono sei anche contenta. Poi ti arrivano improvvise le foto, che tu sei qui e lui è lì, e insomma capisci che sei solo una mamma pappamolla. Una tra le tante.

Vabbè ciao. Un saluto allegro a tutti voi.

Tizianeda

In questi giorni nella città sbilenca

In questi giorni nella città sbilenca di Tizianeda, è festa. E succede che un quadro grande grande, pesante come 200 elefanti indiani, esce da una chiesa, che si trova in alto e bisogna fare tante scale per arrivarci. Poi il quadro appoggiato su una struttura massiccia come una enorme nave ferrosa, lo mettono sulle spalle tantissimi uomini vestiti di bianco con al collo un fazzoletto amaranto, di tutte le età, corporature e indole. E tutti questi signori lì fitti fitti per reggere la struttura con il quadro sopra, faticano, ansimano, sudano, gridano, sotto la donna serafica e immobile, dipinta sulla tela, che sembra riconoscere le varie umanità sotto. E tutto questo per un po’ di ore e chilometri, finchè gli uomini, con la donna in alto, arrivano dentro l’altra chiesa bianca più vicina al mare, che li aspetta seria. E questa festa, ha pensato Tizianeda, le piace anche se lei non è devota e le manca tutto il resto che serve. Ché è una festa antica e appartiene a tutti, anche a quelli come lei. E poi, la città sbilenca si riempie di gente, di colori, di multiforme umanità e odori. Gli odori delle persone e gli odori del cibo cucinato per le strade che ti stordisce già dal mattino, quando hai voglia solo di caffè. E in città, in questi giorni, torna chi è andato via a lavorare altrove, chi è andato via a portare l’intelligenza del sud suddissimo lontano da qui. Tornano per vedere il quadro passare, con l’ansia di sentire la stessa emozione innocente di quando erano bambini, di quando le loro madri commosse li tenevano stretti per mano in mezzo alla folla. E ci sono quelli che invece non riescono a tornare e la nostalgia la sentono più forte battere dentro e gli viene la tristezza, come quando sei ragazzo e hai la febbre proprio il giorno della festa a cui tenevi tanto e mentre stai a letto pensi agli altri che sono lì. E per questo Tizianeda ha capito che questa festa le piace, chè è la celebrazione dell’appartenenza con tutte le contraddizioni che ci sono dentro. E sono giorni di delirio e saudade, di devozione e spettacoli, di silenzi nel chiuso di una chiesa e fuochi d’artificio, di condivisione e riflessioni, di voglia di vedere rifiorire la propria città sbilenca, partendo da noi stessi.

Tizianeda

Senza offesa

“Bello della zia, so che tua sorella è al campo con gli scout, ti manca?”
“Non so rispondere a questa domanda, zia M”…
Se sei un bambino di sette anni, che fa della gentilezza la propria cifra stilistica e che prima di dare un colpo mortale al tuo ego, affabilmente ti preavvisa delle sue evidenti buone intenzioni – “Senza offesa mamma, ma le polpette di nonna santa Gina sono più buone delle tue”, “Senza offesa mamma, ma io ti preferisco con i capelli lunghi”, “Senza offesa mamma, ma questo vestito…no, ti sta proprio male” ecc.. – . Se sei un bambino così, assecondi l’innato e sagace istinto da misurato e cortese Lord Inglese, avvolgendo nel mistero le tue intime sensazioni,così evitando di dare risposte un po’ più esplicative tipo: “Senza offesa per mia sorella, zia, ma a dire il vero la condizione temporanea di figlio unico è una figata pazzesca. Mio papà mi spiega, senza interruzioni esterne, tutte quelle questioni su stelle pianeti quasar buchi neri big ben inclinazione della terra…insomma cose che sa solo papà. La sera a letto, non mi devo bisticciare con lei per avere il posto vicino a mamma che ci fa le coccole, e poi finisce per sdraiarsi in mezzo tra noi due, e ognuno si deve prendere metà corpo di mamma, che invece in questi giorni è mio per intero. Poi mangio spesso pasta e lenticchie, vado alle giostre, guardo i cartoni che piacciono a me. Quindi zia, senza offesa, mia sorella non mi manca tanto, anche se quando la rivedrò sarò molto felice di riavere qualcuno con cui giocare e ogni tanto bisticciare, perché lei è mia sorella e le voglio molto bene, e so che la abbraccerò e anche se lei si sentirà imbarazzata come quando sei innamorato di qualche bambina e gli altri lo scoprono, io le rimarrò avvinghiato come una zecca. Senza offesa per le zecche”.

Tizianeda

Ciao

Ciao.
Come va? Ti stai divertendo? Ti ricordi di lavarti? Hai conosciuto altri ragazzini? Di quali città d’Italia? Sei sempre te stessa, vero? La sera ti addormenti subito? Ti troverò cambiata quando tra sei giorni ci rivedremo? Ci riconosceremo, un po’ meno, un po’ di più? Sali sugli alberi per farti trattenere dalla frescura tremolante dei rami? E la sera intorno al fuoco, ti emozioni, che il tempo sembra rallentare fino a fermarsi e con lui il respiro e i pianeti e le stelle, come la fotografia di un giorno perfetto? Hai confuso la sequenza delle ore: è mattina o pomeriggio…boh? Gli adulti sono autorevoli, entusiasti, solidi? Pensi sempre che tutte le altre ragazzine siano molto molto più carine di te, sciocchina? Quante volte al giorno fai scrocchiare le dita delle mani? Ti pettini? Ti stai divertendo? Questo te l’ho già chiesto, vero?
No, non te le farò tutte queste domande, undicenne, quando ci rincontreremo, anche se saranno passati dieci giorni senza sentirci né vederci, da quando sei salita allegra e serena sul pullman, con il tuo gruppo Scout. Le domande, troppe, imbrigliano e trattengono.
Ti racconto di noi tre? Stiamo bene. Ci siamo trasferiti nella casetta in montagna, tra silenzio pini e ortensie blu.
Tuo padre è in ferie finalmente e con tuo fratello parlano dei grandi sistemi dell’universo. Ora le domande su buchi neri, galassie, velocità del suono, nebulose, colore delle stelle, trovano risposte esatte e puntuali. Lui è felice che questa passione (sì tuo padre ha tante passioni!), misteriosamente sia arrivata fino al settenne, come il movimento circolare del cosmo.
Ieri notte abbiamo visto il cielo stellato, era bellissimo e affollato e vicino vicino a quello che vedi tu dal tuo campo scout.
Il cielo stellato sopra di te, sopra di noi, di cui parlava un filoso che un giorno studierai. Quel cielo che amiamo così tanto, che quando lo guardiamo siamo tutti figli dello stesso stupore fermo, meno distanti, meno confusi e forse, sì forse, più pacificati.
Ciao bella mia. Divertiti.

Tizianeda

Eppure a volte…

“Eppure, Sposo Errante, ne vorrei un altro”
“Come??”
“E’ che a volte mi viene nostalgia, quando guardo le foto di quei due debosciati, piccini piccini. Ecco… mi si smuove un’emozione da qualche parte e penso che lo vorrei un altro figlio. Ma poi mi passa tranquillo”.
Sì per fortuna Tizianeda, riesce a fermare l’onda anomala della nostalgia, sottoponendosi a sedute di autocoscienza. Per bloccare lo tzunami malinconico, le basta far riemergere qualche lontano ricordo: 1) la follia da costante e progressivo stato di intossicazione ormonale. Per nove mesi 2) l’impossibilità di guidare la macchina per evidente alterazione della personalità 3) il taglio cesareo, nefasto come una grave intossicazione da cozze vongole e ostriche 4) i segni indelebili che tracciano la pelle come una carta geologica, volgarmente detti smagliature 4) i ginecologi 5) la mancanza di sonno che trasformerebbe anche le Fate Turchine in Erinni furenti 6) la borsa , stipata di pannolini body canottiere fazzoletti salviette tovagliette e altro, che quando la dimentichi, ti agiti come se avessi azionato il bottone di autodistruzione della galassia 7) l’instaurazione con il marito di un rapporto fratello/ sorella.
E’ grazie al riemergere dalla memoria di questi cupi pensieri, che Tizianeda non si farà tentare da certi istinti primordiali.
Però le basta rivedere le foto di quei due debosciati quando erano tondi e morbidi, le basta vedere un piede a salsiccia, una mano umida di bava. Le basta una foto con uno di quei due in braccio che ride o dorme e anche smoccia. Ecco le basta questo perché da qualche parte dentro senta un sussulto atavico.
Poi se questo succede in una domenica estiva con la temperatura autunnale, dentro un clima rilassato e amichevole, dove c’è anche una donna non più ragazzetta, con una tonda protuberanza che invade lo spazio e non resisti, devi toccare quel corpo abitato. Se questo succede il giorno del tuo compleanno, che si sa i compleanni sono l’avvertimento del tempo che tira dritto strafottente e invece un figlio è il tentativo ottimista di fermarlo, il tempo. Insomma se succedono tutte queste cose insieme, Tizianeda si sente qualcosa dentro che vibra e chiama. Ma poi, poi, per fortuna le passa.

Tizianeda

Era mia zia

Ci sono persone che profumano di bontà, come il pane che trattiene il ricordo del forno caldo.
Ci sono persone che attraversano la loro terra capovolta lievi e sorridenti, come i personaggi strambi di un cartone animato, di quelli che cadono milioni di volte senza mai farsi male, facendoti sganasciare dalle risate.
Ci sono persone con gli angoli della bocca verso il cielo, e gli occhi presidiati da rughe avvolgenti e danzanti.
Ci sono persone con la tavola sempre apparecchiata e piena, perché non si sa mai chi può arrivare all’improvviso.
Ci sono persone con mani pietose pronte a raccogliere e consolare, che hanno il coraggio dei bambini, che fiduciose circondano con il loro gratuito improvviso amore ogni essere vivente che gli capita a tiro, perché per i giusti è così che funzionano le cose.
Ci sono persone che non le puoi frenare o cambiare perché tanto è inutile, e comunque sai che se il mondo sta su, è solo grazie a loro.
Ci sono persone che quando non ci sono più, il pianeta perde un po’ della sua lievità.
Ci sono persone che quando le pensi ti viene da sorridere.
Persone che le devi raccontare, per incastrarle nella memoria.
E c’era una donna che era tutte queste persone messe insieme e molto altro. Perchè la sua casa era un tripudio di accoglienza. Un transito allegro di umanità e vita.La sua casa era anche il rifugio di animali orbi e sciancati che raccoglieva ovunque sentisse il loro richiamo. E se vedeva uomini o donne derelitti rovistare in cerca di cibo, lei, che mai distoglieva lo sguardo, che aveva sempre posti a tavola da riempire, li portava fiduciosa con sé. Lo sapevano e lo accettavano pazienti il marito, le figlie, tre bellissime, e i nipoti.
Questa donna, che ormai da parecchio si è trasformata per noi che l’amavamo in un pensiero bello, si chiamava Teresa, era mia zia. La zia Sisa.

Tizianeda

Quanto è bella giovinezza

Quando mio marito chiacchiera al telefono con i suoi antichi amici cinquantenni sparsi per l’Italia, lo sento ridere, come mai fa con me. Ride come quegli adolescenti maschi che incontri per strada, quando passeggiano in gruppi di tre o quattro elementi, tutti gesti, ammiccamenti e brufoli.
Se melliflua, cerco di carpire i segreti di tanto sganasciarsi, lui risponde evasivo “ Abbiamo parlato di tutto. Niente di particolare”. Che tradotto in linguaggio compiutamente femminile significa : ” cosa vuoi che ti racconti. Non puoi capire tu che sei di un’altra generazione, che non hai vissuto e condiviso i tempi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando eravamo completamente liberi, incoscienti e pazzi. Quando ancora i nostri ormoni erano addormentati e non potevamo sapere che quel tempo di grazia, sarebbe stato sostituito da pruriti e struggimenti amorosi, preludio della perdita della nostra spensieratezza”.
Però lo stesso voglio capire, e lo interrogo avida e curiosa di un mondo che non esiste più.
Lui racconta ed io vedo bambini sparsi per il quartiere e nei cortili, teppistelli rumorosi ed innocui. Li vedo arrampicarsi, come ragni imperturbabili, lungo le impalcature dei palazzi in costruzione, li vedo lanciarsi sui cumuli di terra, li vedo addormentarsi la sera nelle loro case, esausti e sporchi con in testa i giochi del giorno dopo.
Li vedo ancora camminare incoscienti e svampiti e sempre miracolosamente vivi lungo le rotaie della ferrovia, raccogliere lattine di bevande vuote da collezionare, gettate dai finestrini dei treni.
Li vedo qualche anno dopo, ascoltare musica, quando la musica era un tempo da dedicare e non un prodotto da consumare distrattamente. Li vedo prendere tra le dita come reliquie i loro vinili, li vedo lenti e concentrati inserirli nel giradischi per ascoltarli seduti e muti, da soli o in compagnia. Li vedo chiudersi, un tempo indefinito, dentro le cabine dei negozi di musica. Li vedo ascoltare con le enormi cuffie alle orecchie le ultime novità che il più delle volte non avrebbero comprato, eccitati ed increduli per tanta gratuita abbondanza, sotto gli occhi distrattamente rassegnati, del proprietario dell’unico venerato negozio di dischi della città.
Questo è il tempo perduto dell’uomo adulto di casa e dei suoi amici. Loro sanno di non poterlo più riavere, perché è inutile, certe cose non ritornano più.
Allora si tengono stretta la memoria comune ed il cazzeggio privo di ritegno, che li fa sganasciare dalle risate…. senza troppo preoccuparsi di essere capiti dagli altri.

Tizianeda