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Zucchero e caffè

La nonna Bianca, la nonna che mi ha lasciato il suono di un nome nuovo, Tizianeda, perché crescendo ricordassi la bambina sghemba che ero, non permetteva alla dimenticanza di non farle  acquistare pacchi di zucchero e caffè, da tenere da parte. Quando è morta, ne trovammo tanti, nascosti e stipati, in un mobile. Mia madre diceva che era stata la guerra a farle avere questa abitudine. La guerra con la mancanza di tutto. E dove ci sono mancanza e sottrazione dentro una frattura che divide il prima dal dopo, si sa, resta un sigillo di paura che ti porti nel futuro. Nascosto,  come i pacchi di zucchero e caffè, che la facevano sentire al sicuro. Così ne faceva salvagente, preghiera, memoria , un po’ come con il pane, che mio padre comprava a chili che non si consumava in giornata e lui poi ci faceva le zuppe con il latte. Le dispense piene sono state la risposta dei nostri avi alla paura scampata per un mondo improvvisamente impazzito, vinto dall’odio e dall’assenza, in cui si sono dovuti reinventare una vita diventata fragile e affamata. Il lutto mai del tutto elaborato, o, forse, solo la reazione dei sopravvissuti, che non avrebbero voluto mai più farsi trovare impreparati.

Mi chiedo, oggi, quando tutto questo nostro pandemonio sarà finito, cosa porteremo nel futuro come sigillo. Qual è la mancanza che ci sta segnando dentro questa strada che ha diviso in due il tempo, come una faglia prodigiosa. C’è una normalità  sottratta sopra un cielo non attraversato da aerei e bombe, dove i padri non sono scomparsi per uccidere altri uomini, dove il dentro e gli schermi dei pc sono il microcosmo in cui organizzare le ore e il fuori è carta velina. Dove il corpo è perimetro prepotente di una nazione di carne da proteggere dagli altri corpi e la fame non risiede nello stomaco, ma altrove.  Non ho risposte. Forse non è necessario averne una.  Non quanto una riserva di zucchero e caffè in dispensa, preludio buono dei primi passi appoggiati su ogni risveglio, in cui dovremmo sentirci astronauti attenti, con il cuore bambino. La nonna Bianca aveva ragione. L’unione alchemica di zucchero e caffè, è, in fondo,  il primo vero atto di fede e di pacere, verso il giorno che arriva. 

Tizianeda

Nonostante noi

La pandemia  mi ha imminchionita. Il primo segnale è arrivato dagli occhiali e dalla mascherina. Il mio incontro ravvicinato con la dimenticanza. Esco. Cammino, guardo il mondo. “Minchia che è strano stamattina”, mi dico.  Ci sono  facce senza contorni che salutano. Non leggo le scritte delle insegne. Tutto ha un suo ordine sfocato. È bellissimo. Capisco. Torno a casa. Tolgo mascherina, cerco gli occhiali, per mezz’ora. Do  la colpa alla gatta che si fotte tutto. Invece sono in un posto nascosto, per evitare che la gatta si fotta gli occhiali. Lo avevo dimenticato. Esco. Le genti mi guardano come fossi l’angelo della morte sceso in terra per portare l’apocalisse. Ho lasciato la mascherina su tavolo. Torno a casa. La famiglia mi guarda come una nuova specie di pesce tropicale su Superquarck.  Loro dicono che ero così pure prima. Io rispondo che è colpa della pandemia che tutti i neuroni si è portata via. Saluto la gatta con più affetto, perché mi sento una brutta umana per averla accusata. Che poi la pandemia mi ha così imminchionita che sono anche diventata total gattara. Così, invece di uscire, sto mezz’ora con Priscilla (Tàlia, ovvero dell’immobilismo,  dorme e se ne fotte del mondo) chiamandola “bella della nonna”, che mi pare troppo pretenzioso dire “bella di mamma”. E così con la mascherina e gli occhiali appannati, sto ancora a casa, ché Priscilla mi ha preso il cuore e ho deciso che è il mio Daimon. “Mi somiglia, vero?”, “Sì sì mamma, uguali”. “Guarda abbiamo lo stesso sguardo tra lo smarrito e il vivace con brio”, “Preciso preciso Tiziana”. “Affettuosa  come me in un mondo di anaffettivi” “Ma non dovevi andare a lavorare?”, “Vero, ma la pandemia mi ha imminchionita”.

Non ci credono ma è così. Sono così imminchionita che la sera alle dieci sto in narcolessia seria. Pure prima quando tutto era meno anormale di adesso, ma ora è peggio. È che dopo una giornata a guardare il mondo, a cercare di leggere le profondità e tutti ‘sti abissi che ci circondano, e, a volte , a sentirmi smarrita per l’umano e il disumano, per l’innocenza tradita e il male che si pulisce sopra le sue suole lorde, ogni neurone che ha partecipato alla visione del ballo osceno, mi supplica di addormentarlo, come una madre buona. Anche se sogno mondi distopici dove tutti sono incazzati e neanche un gatto con cui giocare. Per fortuna poi mi sveglio,  e anche se c’è la pandemia,  i miei libri sono ancora  sul comodino, le gatte hanno fame, i figli sono nella stanza accanto, una mano mi accarezza,  ho sempre voglia di caffè e biscotti  e di vedere come va a finire il giorno, il disordine della casa è lì, a dirmi che gran casino sono,  e il mattino del sud sa ancora una volta di antico, con la sua luce che solo qui c’è, a ricordarci quanto ci ami, nonostante noi, che forziamo il buio.

Tizianeda

Colors

Il tempo si è nascosto negli specchi. Anche io  guardo il mio riflesso, l’immagine si ferma sulla faccia. Invecchierò dentro una mascherina, penso.

Lo spazio si è collassato, si ridisegna, il sotto, il sopra, le prospettive, le strade, le piazze, le parole. I colori sono le spettro di un destino.  Esco dai miei pensieri, entro nel mio spazio abitato.

Agnese è tornata dalla sua casa di universitaria. Le lezioni si faranno a distanza. È qui. Siamo tutti qui nei 90 mq. Spiega la matematica a suo fratello. È tardi, lui studia, lei usa un linguaggio che non capisco. Il linguaggio dei numeri, degli incastri con risultati certi e di un affetto di cellule che loro sanno. Ascolto. Osservo da lontano. È uno spazio e un tempo che posso decodificare questo. Mi quieta. È facile da sentire e vedere.  Fuori il disegno, invece, non mostra i perimetri. È  una macchia scomposta e poco amichevole. “Cosa vedi Tiziana Bianca”, mi chiede il mio psicologo immaginario? Cosa rispondo a questo, mi dico. Io vedo un dito medio alzato. Glielo dico? E se poi pensa che c’ho un disagio?

“Vedo un gattino”, mento. “Hai proprio un disagio” mi risponde scuotendo la testa e scompare.

Vabbè mi corico. Entro nella mia capsula onirica, come il tenente Ripley dopo che ha ammazzato l’alieno. Mi chiedo come faccia a mantenersi figa, salda e con un intimo  Ace candeggina dopo tutto quel bordello. Magari la sogno e glielo chiedo. Ma sì, chi se ne frega. Mi tengo il mio bianco grigioperlato, la mia inadeguatezza, i segni di stanchezza della sera, tanto mica devo ammazzare alieni, io. C’è solo un’esistenza collettiva molto incasinata per adesso, a cui dell’intimo splendido splendente frega ben poco. Ché poi a ben pensarci, io, ce l’ho tutto colorato.

Tizianeda

Per ogni abbraccio non dato

Abbiamo giocato per quasi tre mesi a “un due tre, stai là”. Stai là nella tua regione, stai là nel tuo comune, nella tua città, dentro la tua casa. Lo abbiamo fatto, abbiamo obbedito. Abbiamo comprato farina e lievito, abbiamo impastato e aspettato. Le strade sono diventate cartoline, fotogrammi di deserti western senza pistoleri. E poi noi, nascosti e fermi, abbiamo delegato la nostra libertà, per proteggerci, perché la paura fa fare cose pazzesche all’uomo, così come l’amore. Siamo saliti sulle terrazze, abbiamo lasciato crescere i capelli, ascoltato la matematica dei malati, dei guariti, dei morti. Abbiamo fatto del futuro palline accartocciate.  Poi è arrivato il momento di aprire le porte. Lasciandole socchiuse.  Ci è stata restituita una libertà con i “ma”. Sport all’aperto, ma a due metri da tutti. Locali ni, assembramenti no. Baci? Per carità. Pomiciare? Peggio della morte nera. Chiese forse sì, teatri boh. La saliva non è mai stata così centrale nei nostri pensieri. Gli amici li puoi vedere ma non toccare, in macchina devi stare dietro,  i capelli te li taglia  Dart Fener, ché ti chiedi come minchia fanno i parrucchieri a non farti un buco in testa bardati come sono. Tutto questo per un virus stronzettino che pasteggia dentro di noi con noncuranza, predatore, come predatori siamo noi umani,  da sempre, con la terra dataci in prestito. Siamo disorientati e fragili, ora. Stanchi di uscire come dei giustizieri mascherati solitari. Tutti super eroi, con la kriptonite nelle tasche. Ora patiamo la lontananza e l’assenza dell’altro e forse di noi stessi. Capiamo come questa sottrazione di vita e di vite, è divenuta particella di ossigeno che respiriamo.  Capiamo quanto gli altri sono tutto ciò che ci resta, sono cura, per quanto provvisoria, dei nostri tratti fragili. E stiamo lì a cercarci, come amanti clandestini, nella memoria da ravvivare, di ogni abbraccio non dato.

Tizianeda

Le cose che ci cambiano

La prima volta,  di un sentire  mutato, è fiorita nel  ventre.  La seconda dentro una pandemia. Lei, si è presa le ore dello spazio fuori e la geografia di un fiatare che avevo dimenticato, con un seme di  spavento e di grazia. Un punto e a capo. La  commozione di un altro amare e soffrire. Come la maternità  che ha rimestato  geografie, confini, il corso dei fiumi, il moltiplicarsi delle stagioni. Un meteorite schiantato nell’utero. Ha regalato  annusi allargati. Un mai più come prima. Un inghiottire diverso di lacrime. Da subito. Il pianto di una donna abitata è due, è un raddoppio di fiato, è lo spavento dell’accadimento.

Così la pandemia, ci ha ingravidato i sensi e le ombre. Ci
chiede uno sforzo di attenzione e di gesti, di grazia e tenerezza. Un rimando
di rabbia e rancori. Quando partoriremo questo tempo dal sapore di acciaio, con
le unghie mangiate a furia di nervi, spettinati, piccoli e grandissimi, confusi
e accecati dalla voglia di luce,  forse
migliori, uscendo dalle case increduli, lentamente per non perdere gli istanti,
ci guarderemo dentro gli occhi vicini a sentirci. Le punta delle dita
toccheranno lo strazio della mancanza dei corpi, e forse, in quel momento,
capiremo cosa siamo diventati,  chi
abbiamo trattenuto davvero dentro di noi custodendolo nel segreto del ventre e
chi invece nel delirio dei giorni lo abbiamo lasciato andare, perché la Storia
ci ha rivelati tutti. E scopriremo che le cose che ci cambiano, sono  un parto di vita,  che ci restituisce nudi.

Tizianeda