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Scavare

Mi dicono che non scrivo più come un tempo. Che il blog lo aggiorno senza disciplina. E’ vero. Sono passati quasi sette anni da quando ho scritto per la prima volta un post. Esponendomi. Ma poi, in fondo, neanche tanto. Ho soltanto aperto una porta dentro un’altra stanza. La scrittura è questa cosa qui. Ti rassomiglia e cammina dentro di te. Il blog non lo curo come una volta. C’è un sentire mutato che mi ha scavato parole nuove. Non sempre arrivano luminose e lievi. C’è stato l’affondo delle cose e dello sguardo. Non so quanto ancora il blog sarà arredato. Sette anni non sono pochi. Anzi, sono proprio tanti. Ha resistito alle mutazioni. E’ iniziato con uno sposo errante, due figli piccoli, oggi adolescenti. E’ iniziato che un po’ piccola ero anche io. Tizianeda. Ingombrante. Come lo sono i bambini, anche se unici custodi dell’incanto. Così Tiziana, ha solo chiesto a Tizianeda di continuare a proteggerlo questo incanto, questa piccola luce che resiste alle offese, all’incomprensibile, all’osceno di noi umani. Ma volevo aprire nuove porte, per raccontare non solo la quotidianità rassicurante di un interno familiare. E così sono arrivate altre storie. I miei cantieri. Alcuno conclusi, altri ancora aperti. Zuppi di un nuovo furore. Per la vita vissuta in questi sette anni, per le assenze inevitabili, perché ho smesso di essere figlia, per la cura data, per ogni cosa perduta e mai più ritrovata, per ogni cosa vista e ricordata. Per ogni dolore da trasformare. Perché le parole ci accompagnano e ci sanno, e forse, ci salvano.

Tizianeda

L’isola del giorno prima (e un post scriptum)

Siamo seduti attorno alla tavola. In cinque. Tre generazioni. E’ il momento sud suddissimo. La pausa dal delirio. Pranziamo. Saliamo attraverso le scale, di un piano, Olivia e io, tragitto studio/casa. Approdiamo all’isola del giorno prima. Una diciassattenne, due tredicenni, i due cugini gemelli, una trentenne e io. Si parla. Gli argomenti sono vari. Dalle interrogazioni, al ciclo. Dalle prof nervose, alle caramelle di trenitalia. Dai lenti che non ci sono più alle feste, al patriarcato che resiste. Quattro donne e un uomo. C’è sempre questo rapporto sbilanciato tra uomini e donne. Chissà perché.
Parliamo delle mestruazioni, oggi. Una volta la donna che aveva il ciclo era “indisposta”, il dolore bisognava sopportarlo e tacerlo ai maschi. Si andava ugualmente a scuola, anche se invocavi l’esorcista per farti uscire dal corpo. Per le nostre nonne era peggio. Le giovanissime, si sentono fortunate a essere nate in questa epoca qui, in cui si parla con disinvoltura, del nostro appartenere ai moti dell’universo. Di antico ci è rimasto il nervosismo ormonale che incute timore, specie ai maschi, che hanno imparato, con l’evoluzione, a starci alla larga e a non farci incazzare troppo, almeno in quei giorni. Agnese, la diciassettenne, poi prende il cellulare e ci mostra una locandina. Un manifesto fatto da una sezione di Crotone, di un partito che qui al sud, risuona come un ossimoro offensivo. E’ una specie di proclama per l’otto marzo. Lo leggiamo, ne facciamo un’ esegesi. Parla delle donne e del loro ruolo “naturale”, di mogli, madri. Fattrici della patria, insomma. Non capiamo se siamo nel 2020, o al tempo nefasto delle mie nonne, in cui le mestruazioni si nascondevano come una colpa. Siamo tutti turbati dai movimenti reazionari, dalla negazione dell’evoluzione del pensiero.
Oggi, che è l’otto marzo, penso all’ennesimo femminicidio italiano. E alla ragazza violata e uccisa dalla sua famiglia, perché lesbica. E’ un’epoca strana questa. Un’ epoca in cui il ciclo non è più un tabù, vivadio, ma dove ancora la violenza patriarcale e sessista allunga le sue mani velenose. Che vorrebbe la donna proprietà di Stato, oggi, in certe sacche reazionarie, fermo ai tempi delle mie nonne.
E’ tempo di lotta. La si fa anche attorno a una tavola imbandita. Tra donne di generazioni diverse, e uomini illuminati. Lo si fa per le nostre nonne e per le loro sofferenze, e per chi ancora verrà.

p.s.: Oggi nella mia città, Reggio Calabria, a Piazza Italia, dalle 17,00 in poi, ci saranno tanti interventi, presenze, movimenti, pensieri in occasione dello “Sciopero Globale Transfemminista” dell’8 marzo. Ci sarò anche io che leggerò un brano scritto insieme a Eleonora Scrivo (la donna che mi fece conoscere Napoli). Vi aspettiamo con la lotta e la gioia nel cuore.

Tizianeda

Le parole che non so

E’ un periodo che Tizianeda si sente strana. Così strana che si piazza davanti allo schermo del suo pc per scrivere, ma le parole non arrivano. Chi la conosce e le vuole bene, le dice che passerà, che succede, di lasciar perdere, di vivere e non pensarci. Allora lascia che la vita scorra normale. Per esempio la mattina va davanti al mare e cammina. Quaranta minuti a passo veloce, per rafforzare il cuore, il respiro e il silenzio. Ogni mattina saluta il pescatore che vive sulla spiaggia con le sue barche. Il pescatore che le sorride sempre, le dice di essere felice, e di stare attenta a dove appoggia i piedi scalzi sulla battigia. Tizianeda gli è molto grata per questa attenzione di padre. Quando è con i piedi che spostano le onde, pensa che lì è tutto fermo e profumato. Anche se il mare non smette di muoversi mai. E Tizianeda chiede al mare dove siano finite le parole che devono essersi incastrate da qualche parte, che ancora non sa. E allora sbuffa e aspetta. Si siede davanti a lui e sta muta, che per ora il silenzio le viene bene ed è meglio quando le parole si perdono. Si siede e guarda lontano, fino a che gli occhi non inciampano sulle montagne dell’isola di fronte e chissà se lo sguardo le ritorna indietro come una eco. E forse a furia di rimbalzarle addosso, il meccanismo fermo delle parole, riprenderà a girare.
Nel frattempo cammina, respira, sta in silenzio e cerca di non ferirsi con i cocci di bottiglia, che però sulla superficie pulita della battigia, lei non ha mai visto.

Tizianeda

Quando le parole vanno via

E insomma è successo. E’ successo che Tizianeda aveva un mucchio di avvenimenti da raccontare, un mucchio di emozioni, incontri, progetti, persone. Poi però, quando è arrivato il momento di dare loro un suono attraverso le parole, queste non si sono fatte trovare. Scomparse, fuggite, volatilizzate, nascoste in qualche angolo silenzioso che Tizianeda non conosce. E così il post del lunedì non è arrivato e Tizianeda dinanzi allo schermo del pc ostinatamente bianco ha fatto spallucce, si è detta vabbè domani mattina cammino davanti al mare e tutto torna come prima. Ma niente, la parole non si sono presentate alla sua tavola apparecchiata e a Tizianeda le si è piazzata dentro un po’ di tristezza. O forse la tristezza c’era già prima, ché non sempre la vita fuori e dentro e intorno e lontana e vicina scorre come dovrebbe e lei che assorbe e contiene a volte rimane ammutolita. Però ha capito che quando gira così, un po’ bisogna portarsi pazienza e aspettare e aspettarsi. E così ha viaggiato in questa attesa dinamica che è la sua quotidianità, in cui ha riflettuto, chiacchierato, ascoltato, consolato, parlato, in cui si è fatta consolare, in cui ha pensato a un mucchio di persone ché quello è il suo modo laico di pregare, in cui ha accarezzato con gli occhi il mare che ha un cuore grande e pulsante, un cuore dolorante e accogliente come il ventre di una madre, di un’accoglienza di cui abbiamo perso la memoria.

Ecco, questo è successo.

E così non vi ha potuto parlare della donna grande dalla voce calma che si chiama Francesca, che le ha prestato un metronomo antico, fidandosi senza averla mai vista prima, ma che conosceva Tizianeda attraverso il suo blog piccino piccino. E oggi Tizianeda le dice grazie, per lo stupore che le ha donato e per quest’oggetto così poetico che le ha prestato.
E non vi ha potuto parlare di Cristina, che le ha regalato il suo tempo e talento luminoso e il suo sguardo di Ameliè un po’ come il suo. E anche a lei dice grazie.
E di Emmegi, la sua amica tutta bella (grazie Emmegi!), che una domenica mattina ha ospitato nella veranda di casa sua, Tizianeda, Cristina, il novenne e il metronomo di Francesca, per realizzare… e no questo non ve lo posso proprio dire. Non adesso.
Ve lo racconterò prestissimo, però!

Intanto vi bacio tutti tutti.

Tizianeda

Ciao

Parole che mi piacciono:
1. “Ciao”: è una confidenza furtiva, è un bacio sulla guancia. “Ciao” è: “ci rivediamo, vedi”, è un’altalena che va su e poi giù, è allegria, è un sorriso dentro la voce.
2. “Ti voglio bene” e non TVB, eh, che sembra l’acronimo brutto di un canale televisivo, che è sbrigativo come un segno di insofferenza con la mano. “Ti voglio bene” va musicato per intero, nel tempo di più respiri. Va lanciato con calma noncurante e allegria coraggiosa. “Ti voglio bene” con quel modo placido di risuonare ti fa venire voglia di restare. Non è “Ti amo” con la sua perentorietà possessiva, poco generosa. “Ti voglio bene” è molto di più, è un regalo desiderato. Per te.
3. “Ascolta”. Ma solo quando è l’incipit di una frase. Ché è un modo morbido per iniziarla. Ti porta con dolcezza lenta alle parole che verranno dopo. E’ dire: io sono qui per te ora, in cambio ti chiedo di ascoltarmi. “Ascolta” si completa con il silenzio fugace che lo segue. Poi le parole possono susseguirsi, tante e veloci. “Ascolta” è un gesto vocale calmo e rassicurante. E’ un soffio di intimità, prima che tutto il dopo abbia inizio.
4. “Buongiorno”, quando è la prima parola del risveglio. Quando è stropicciata e impastata di sogni e di buio. “Buongiorno” è un parola mai lasciata sola, ché se la pronunci, ti verrà restituita. Ma con un’altra voce, incartata della vicinanza del mattino. Anche lei ugualmente stropicciata di sogni e di buio e di intimità.
5. “Ritornare”. C’è sempre una storia prima della parola “ritornare”. C’è il viaggio, c’è la fisicità, che scompare piano, di chi va via. “Ritornare” è la parola dell’attesa che finisce, è una promessa, è qui e ora che sostituisce la nostalgia, è sapere che da qualche parte, ovunque ti trovi, c’è un luogo che è casa.

P.S: a proposito di ritornare, solo per dirvi che lo Sposo Errante, dalla Normandia, dove è stato per cinque giorni con il suo amico di tanti tanti anni fa, è tornato. Con lui ha riportato storie da raccontare, posti da far vedere ai nostri occhi stupiti, abbracci stretti stretti, ma soprattutto un faro a strisce bianche e rosse, piccolo e solido come un Hobbit nella Terra di Mezzo. La luce dentro c’è e questo significante dettaglio, lo rende un Faro perfetto. Il faro perfetto di Tizianeda.
Ciao.

Tizianeda