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Ogni mercoledì sera

Ogni mercoledì sera, salgo su una nave, che mi porta a casa. Il tempo si ferma, il mare sparisce, le voci attorno sono un teatro, le montagne si allargano piano. C’è un nero fuori che è quieto e le onde si muovono sotto i piedi.
Sulla nave del mercoledì sera, sto zitta, insieme al mare, che sembra sparire. E spariscono i pensieri dentro il nero mare che contiene la nave, che contiene me.
Ogni mercoledì sera, su quella nave, attraverso lo Stretto, che è un rimestio di voci e le sento mute e il tempo smette ed è ritorno.
E so che questi attimi sono per la grazia che mi regala l’Isola. Di quando condivido insieme ad altri una passione accesa, seduta attorno a un tavolo nel centro del palco di un piccolo teatro a parlare di vita, in un mischiarsi di architettura e poesia. E forse, ogni mercoledì, lo sogno quell’uomo che è di un altro mondo e sa le parole che incantano e ci insegna suoni e costruzioni nuove, come è la costruzione di un amore. Ed è stupore, ed è lividi e fatica, per quel niente che è la preghiera del racconto, fatto di carne e di sputo nel buio di un teatro. Come il mare quando è notte.
E succede ogni mercoledì. Da due mesi. Dentro lezioni di scrittura drammaturgica, che pensavo “non ci riesco” e invece ci riesco. Alla fine ci riesco, ogni mercoledì.
Ed è questo che sento sulla nave che mi riporta a casa. Che va a dritta, e non ho più paura del mare che si nasconde e posso guardare le montagne che si allargano e vibro, con le onde che mi accompagnano. E’ un racconto imprevedibile questa vita, di lividi e stupore.

Tizianeda

Valicare soglie

– Imparerò a volare. Riprenderò a esercitarmi come quando ero bambina e lo facevo tutti i giorni nella casa della nonna Bianca, lanciandomi da una sedia. Se non ci sono riuscita ancora, è perché non mi sono applicata abbastanza.
– Andrò da Philippe Petit. Busserò alla porta di casa sua, forse sospesa tra le nuvole e gli dirò : “Ciao Philippe Petit, insegnami la tua camminata sfrontata, la tua sfacciata disinvoltura”. Lui, il matto, il visionario, il poeta del vuoto, il funambolo, mi porterà sul filo e imparerò ad amare la paura. Poi, quando sarò pronta, stenderemo una fune tra le montagne dello Stretto di Messina. Se cado volerò, perché nel frattempo avrò imparato a farlo.
– Parlerò nei sogni con le mie nonne, perché a volte mi mancano e vorrei raccontare loro chi sono diventata e i cammini non sempre lineari che mi hanno fatto da strada. Chiederò la loro benedizione, perché dalle loro vite antiche io provengo.
– Viaggerò nel tempo. Tornerò nel passato da una ragazzina appena dodicenne. La troverò seduta vicino a una finestra, a guardare fuori i passaggi del cielo. Andrò per abbracciarla. Le dirò parole che noi sole sapremo. Mi sorriderà con i suoi occhi belli, la porterò via con me, nel mio tempo rinato di donna, accogliendola nel mio cuore. Anche se tutto questo, forse, l’ho già fatto da un po’.
– Andrò nel luogo più sperduto e vuoto della terra. Mi farò trasportare da un battito di mani. Mi godrò il silenzio. Poi però torno a casa ché ho un po’ di cose da fare e molto da dire e da dare e da amare.
– Soddisferò le urgenze del racconto. Salirò su un palco e non sarò da sola. Lo farò perché bisogna credere nei sogni. Perché so che le passioni sono incontri possibili che bussano insistenti alla tua porta e non le puoi ignorare. Perché quando si arrendono e vanno via, poi non tornano più. Lo farò perché non è mai troppo tardi per raggiungere se stessi. Lo farò per me, per chi proseguirà il mio narrare, per chi dal mio respiro e battito ha avuto inizio. Lo farò per le mie nonne. Per quello che loro non hanno potuto fare o essere. Lo farò per quella bambina di dodici anni che guardava sempre dalla finestra i passaggi del cielo e sognava un altrove diverso. Lo farò per dire che è possibile, nonostante la fatica e le complicanze della vita e i nostri limiti uggiosi e a volte malinconici. Lo farò per ricordarmi che ogni volta che si entra in un anno nuovo, stiamo valicando soglie, ci stiamo spostando un passo più in là, celebriamo la possibilità di un cambiamento.Lo farò per celebrare il tempo che passa e con lui le ore e i giorni e i mesi, che ci vibrano attorno come una composizione musicale a volte armonica, a volte dissonante, ma dentro la quale bisogna provare a danzare.

Buona vita a tutti voi. Vi soffio dal 2015 il mio saluto allegro e ballerino.

Tizianeda

E se andassimo in America?

Lo vedeva allegro, finalmente soddisfatto, ma anche più distratto. Lo vedeva controllare spesso i messaggi che gli arrivavano copiosi, lo vedeva stare lì a contemplare fotografie con il sorriso rilassato di chi ha ottenuto ciò che cerca da molto tempo ormai. Insomma aveva capito Tizianeda che qualcosa nell’umore dello Sposo Errante era cambiato, che doveva aver appagato il suo inarrestabile desiderio di ricercare intrecci e legami che andassero ben oltre i 90 mq.

Perché, dopo aver perseguitato i parenti italiani, per i quali probabilmente è diventato l’incubo nr. 1, ha stanato all’interno della sua affollata e iperattiva genia, i discendenti americani. Tutti figli nipoti e pronipoti di zii e zie , prozii e prozie, figli di cugini e cugine che a contare i gradi e le connessioni ti perdi. E i parenti americani invece di intimorirsi dinanzi alla pervicacia del parente italiano, ai limiti dello stalking, di terrorizzarsi per le intrusioni continue di quel tipo sconosciuto che li sottoponeva a miriadi di domande e interrogativi con un’insistenza da sadico agente dell’FBI, lo hanno accolto con entusiasmo giocoso, tipicamente americano e con la nostalgia dell’emigrato italiano, scritta nel loro codice genetico.

E così lo Sposo Errante ha intrapreso con i parenti di oltre oceano, un denso e costante rapporto epistolare attraverso il magico mondo di facebook, li ha inseriti nel ciclopico albero genealogico in rete da lui curato da anni con pazienza e amore, e tutti insieme appassionatamente adesso contribuiscono a far crescere i rami dell’albero ipertrofico, con lo scambio e la condivisione di dati e fotografie.
I parenti italiani potranno stare tranquilli. Ormai lo Sposo Errante è proiettato verso lidi lontani lontani…

“Senti Tizianeda…stavo pensando…” “Dimmi Sposo Errante” “E se andassimo in America?”…

Tizianeda

Nello spazio

Ma se vado nello spazio incontro gli alieni?
Ma i bambini possono andare nello spazio? No? E se li accompagnano i genitori?
Ma per andare nello spazio come si deve essere? Dici che bisogna avere il fisico…ce l’ho! Bisogna essere sani…ce l’ho. Bisogna avere equilibrio e capacità di affrontare le paure…credo che questi mi mancano.
Ma nello spazio si deve andare per forza con il razzo? Ma va veloce? Allora non vado…non è che tu mi costringi?
Mamma, lo sai che l’universo mi affascina? Mi fai rivedere le foto di quel signore su tuitter…Palermitano…sì Parmitano. Ma questo è quello che si vede dal razzo?
Ma le nuvole dove sono messe esattamente? Ma nello spazio fa freddo? E questo cos’è? E questo e questo questo questo questo questo e questo?
Ma lo Spazio è come il mare mamma?
Ma io posso andare in salopette e maglietta verde?
Ma ci vogliono le bombole?
Me le fai rivedere le foto chè lo spazio mi affascina proprio?
Ma pensi che un giorno inventeranno un bottone che toglie la gravità dentro casa, così galleggio e vado a testa in giù?
Mi rimetti le foto, mamma, per favore?
Ma quando si torna dallo spazio come ci si sente?
Te l’ho detto che lo spazio mi affascina?

Tizianeda è molto molto molto contenta della nuova passione del settenne per stelle, costellazioni, comete, gravità, galassie e quant’altro, che lui condivide con la precisione di uno stalker con la sua mamma, che, per motivi sentimentali, non lo denuncerà mai. Forse ogni tanto, però, lei si chiuderà in bagno adducendo becere scuse, così giusto per sopravvivenza.

Tizianeda

Il monolite

“Tizianeda mi hanno chiamato. E’ arrivato. Vado a prenderlo”
“Ok”
Nei 90 mq della famigliola, ce n’era già uno, che lui usava applicandosi come un alunno concentrato. Poi ha esordito dicendo “Sì però è un giocattolo”.
Dopo questo messaggio subliminare, ha riempito il suo comodino di riviste monotematiche, che se le leggi dall’ultima pagina alla prima e viceversa fa lo stesso. Ti annoi.
Un giorno ha anche portato una piccola scatoletta piena di pulsanti – “Che diavolo è” “Un compressore dinamico” “ ??”. E poiché le passioni si nutrono di ossessività, lui lo Sposo Errante, che è un tipo concludente, pratico e risoluto, e prosegue diritto in avanti come le frecce di Robin Hood, ha ascoltato in rete i consigli di ragazzotti compunti, chiesto e richiesto lume al maestro, sobillato di domande e dubbi i rivenditori specializzati, studiato sulle sue allegre riviste e poi lo ha scelto.
Quando è stato chiamato, è andato a prenderselo, lo ha pagato e lo ha portato a casa dentro un’enorme custodia rettangolare chiara, con il manico blu. Una custodia lunga quasi quanto Tizianeda, quindi non moltissimo. Così pesante che dentro potevano esserci pietre, mitra o un basso elettrico degno di Jaco Pastorius.
“Allora che ne pensi” “Bellissimo me lo aspettavo più colorato, un po’ più rock, magari con il fulmine disegnato degli AC/DC, o la linguaccia di quei cantanti che ora sono anziani” “Ma finiscila” “Però cavolo la custodia è bellissima, con questa moquette arancione dentro è fighissima. Sembra di essere negli anni settanta”.
Tizianeda, che non resiste a non fare la scema, non ha detto allo Sposo Errante che in realtà è molto contenta del suo nuovo basso elettrico supersonico, anche se non ha nessun disegno colorato sopra. Ed è contenta che lui si faccia portare da questa passione preziosa, intima e comunicativa, che si chiama musica.
Certo ora dovranno allocare nei loro 90 mq, la custodia lunga e pesante con dentro il basso nuovo e luccicante. Tizianeda ha proposto: sotto il letto, sull’armadio, dietro qualche porta, nello sgabuzzino, ma le sue strepitose idee sono state ignorate dall’uomo adulto di casa. In attesa di una scelta, che teme non ci sarà mai, il monolite con dentro lo strumento riposa con loro nella stanza da letto, vicino vicino allo Sposo Errante e alle sue riviste allegre.

Tizianeda