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Pause

– Stai con me che mi fumo una sigaretta.

– Va bene madre, allora prendo un sigaro e facciamo le viziose.

Così è stata la mattina tra me e la mamma vecchietta, verso le undici. Lavoravo, poca voglia, molto sonno, colpa del cambio di stagione. Il peggiore tra tutti. Il passaggio dall’estate all’autunno. Il capro espiatorio per l’accidia, il sonno compulsivo, la stanchezza cronica da scalatore di Everest senza bombole, il nervoso cha a tratti sale e non sai perché, il pianto facile, il colon irritato, l’intolleranza al genere umano, l’intolleranza agli specchi, alla sveglia, al clima che cambia come nell’armadio di Narnia che entri con il sandali e il pareo e ti ritrovi in mezzo ai ghiacci antartici, a Jennifer Lopez bona come chi ha venduto le sue cellule al diavolo ma poi ha deciso di diventare paladina delle cinquantenni normocellule  e intollerante quasi a tutto insomma. Nel cambio di stagione puoi. Non è colpa tua. E’ lo sdoppiamento con triplo salto mortale e supercazzola prematurata della personalità. E’ la fine irreversibile delle vacanze, è la fatica del corpo pervaso da zombità e dominato da narcolessia. La mattina mi trovavo appunto in questa condizione di disagio meteoropatico, vinta dal pensiero dell’imminente trasferimento di studio, circondata dalle tristi carte che mi guardavano come un monaco del medioevo che ti ricorda che devi morire e pure male. E così sono andata a trovare la mamma vecchietta, ché su di lei il cambio di stagione ha l’effetto di un moscerino contro il parabrezza di una Ferrari sul circuito di Monza. Intenzionata a bere un po’ del suo caffè freddo per poi tornare immediatamente alle incombenze. Perché nel cambio di stagione disciplina e forza d’animo devono vincere sul male. Ma siccome nella vita le buone intenzioni rimangono nel limbo del “lo faccio dopo”,  il caffè l’ho accompagnato al gelato e poi sono passata al salato e poi la mamma vecchietta mi ha tentata con la lusinga di una pausa prolungata di cinque minuti che sono diventati più infinito. Così siamo andate in salotto e abbiamo fumato. Lei la sua sigaretta, io il sigaro. E mentre ero lì, ho pensato che era la prima volta che facevamo questa cosa qui, la mamma vecchietta ed io, rilassate a chiacchierare, unite dal vizio, come vecchie tabagiste. In realtà la madre monologa, io ogni tanto rispondo, lei sente quello che vuole. Ha l’udito selettivo da saggezza, chiamato impropriamente sordità. In quei momenti ogni paturnia climatica esistenziale è svanita e ogni cambio possibile mi è sembrato superabile davanti a questa donna di ottantasette anni, a tratti naif, che ha sempre argomenti su cui conversare, che fa tutte le parole crociate della settimana enigmistica vergandole di rosso, che compra e legge libri, che si è organizzata il funerale e ride della morte, che ogni pomeriggio alle sei recita e canta i rosari con i preti della televisione e che si è adattata agli ultimi cambiamenti della sua vita, come un monaco zen portato all’improvviso su un altro pianeta.  Poi i nostri vizi sono stati fumati, io ho avuto un rigurgito di responsabilità e sono tornata tra le carte da traslocare. Ogni cosa, però, in quel momento, mi è sembrata più facile.

Tizianeda

A proposito della famigliola ovvero esercizi di ordinaria resistenza

L’ottenne ha voluto testare la maschera da sub e il boccaglio, riemersi da una borsa polverosa nascosta negli anfratti dello sgabuzzino. Li ha infilati in testa e ha riempito di acqua il lavandino del bagno. Fino all’orlo. Poi vi ha immerso la testa respirando dal boccaglio. Ha allagato il pavimento del bagno, ha lavato i capelli, la maglietta e i pantaloni. Ha vagato zuppo e gocciolante per casa, soddisfatto di avere avuto la incredibile intuizione che il lavandino non è un lavandino ma “un simulatore di mare”.

La dodicenne – che quando non è intossicata dai fumi allucinogeni della pre-adolescenza (o già adolescenza?) che la trasforma in Lord Voldemort, è un felice incrocio tra Hermione e Alice nel Paese delle Meraviglie – ha legato una matita bianca a righe nere al filo di lana di una lunga matassa blu e ha attaccato sulla matita un post-it rosa con su scritto “ciao”. Poi ha legato il filo alle inferriate del balcone dei 90 mq e l’ha lasciato penzolare al vento, quasi fino alla strada. Tizianeda si è accorta del pendolo costruito dalla dodicenne, uscendo con la ragazzina dal portone del palazzo. La matita è ancora lì con il suo messaggio amichevole, che oscilla placida. La ragazzina è felice della sua installazione urbana non autorizzata.

Ieri Tizianeda, che ha avuto giornate faticose come una salitona ripidissima percorsa con il vento contrario forza millesettemilioni, ha deciso di uscire nel pomeriggio con l’ottenne e la cugina coetanea che si crede sua sorella gemella. Sono andati in libreria dove Tizianeda aveva ordinato un libro, che appena ha visto le sono venute le lacrime agli occhi e poi ha attaccato bottone con il libraio che forse l’ha presa per matta – “lo sa che di questa artista c’è la mostra a Roma? Io sono andata. Questa è la stampa del suo diario…santo cielo è bellissimo”- ha comprato anche due libri ai due tipi semi-irrazionali che erano con lei, uno per ciascuno. Poi i tre sono andati in piazza, si sono seduti su una panchina e sono entrati ciascuno nel proprio mondo libresco. Poi in piazza li ha raggiunti la dodicenne, e insieme sono tornati a casa, con le loro storie preziose e un bel pomeriggio addosso, di cui Tizianeda aveva bisogno.

Lo Sposo Errante vaga sui treni sbrindellati e le strade malferme per approdare nella città altra dove lavora. Anche lui in questo periodo avrebbe bisogno di pomeriggi fermi nel bel mezzo della settimana. Per ora ci sono le sere, dove nello spazio di 90 mq lo aspettano Tizianeda, due minori e soprattutto lui, il suo grande amore, il fidanzato basso elettrico supersonico.

Tizianeda