Posts Tagged ‘pensieri’

Le bambine corrono sui tetti

Corrono di notte sopra i tetti delle case. Fanno capriole, ridono spettinate e scalze. A volte si fermano, guardano il lato occulto della luna, ma giusto un po’, per non affondare in cupe malinconie. Sentono il loro respiro adulto. E’ della donna che sono diventate, che dorme sotto il tetto. A volte la chiamano quando si inceppano, perché si prenda cura di loro. A volte chiamandone una accorrono tutte le altre. Si mettono in ascolto, tendono le mani. Corrono le bambine di notte sopra i tetti, mentre le donne che sono diventate sognano dentro respiri stanchi. Corrono, sono come il vento, sono il silenzio della notte che cattura i rumori del buio. Corrono per farsi guardare dagli occhi nascosti della luna e dalle foglie che si rinnovano a ogni stagione e fremono non viste. Corrono per farsi guardare dalle code dei gatti, dalle civette tra gli alberi, dalle scope delle streghe, dalla musica in fuga dalle case, dalle luci accese delle stanze, dai voli degli insetti, dai gesti ripetuti, dalle briciole di pane, dal vino, da presente, dal futuro. Corrono lasciandosi alle spalle quello che sarà, le linee storte, le voci dissonanti, quel momento che, quell’attimo in cui. Corrono per ogni minuto irrigidito, così manipolarlo e comporne un’armonia. Le bambine corrono sui tetti, fanno le capriole, si fanno prendere dal vento, si lasciano posare fiduciose. Sbirciano le vite, con occhi affamati. Guardano dormire la donna che sono diventate, le bisbigliano parole dentro le orecchie, le soffiano sul collo, le prendono la mano, la baciano nel sonno. Le bambine che corrono sui tetti a volte si fermano, stanno in attesa della donna che sono diventate, quella che dorme qualche piano più giù. E quando quel richiamo tacito la sveglia, allora anche lei sale sui tetti. Si siede accanto alla bambina, contemplano in silenzio la notte, pensando che in fondo, da quell’altezza lì, il buio non fa poi così paura.

Questo post è dedicato a una bambina, al nuovo taglio di capelli che l’ha resa torva, alla donna speciale che diventerà anche grazie ai tagli sbagliati, all’arte di riderci sopra che imparerà.

Tizianeda

E’ tutto qui

“Tizianda, ma poi il libro lo avevi trovato!”
“No, signora T., purtroppo no”
“E invece ero convinta di sì, perché era sul tuo comodino”
“Ma proprio quello mio? Quello con la dedica ai miei figli?”
“Sì proprio quello”
“Grazie che sollievo. Se penso che avevo guardato anche lì e non lo avevo visto…”

Tizianeda in questi giorni era convinta di avere perduto il suo libro “La medaglia del rovescio”, quello che è tutto usato, piegato, sottolineato, che dentro ha fogli di riviste con ricette mai cucinate, anche se non ricorda perché siano lì, quello unico con la dedica ai suoi figli. Si sentiva un po’ smarrita, perché ormai con Libro, che è diventato un entità dotata di sua vita e personalità, lei ha un rapporto simbiotico e amorevole. E’ il libro che porta con lei quando va in giro a parlarne, è il suo amuleto nei momenti di tempesta e lontananza, che le racconta una parte intima di sé che a volte dimentica, presa dai deliri dell’esistenza.
Eppure lui era lì, sul suo comodino abitato da molte presenze e non lo aveva visto, cercandolo nei posti più strani della casa. Era lì per i suoi occhi, che invece lo hanno attraversato come un fantasma. E Tizianeda ha pensato a quante volte cerchiamo chissà dove ciò che crediamo di avere perduto per sempre, o smarrito e non ci accorgiamo che è stato sempre vicino a noi, tra i nostri luoghi abitati e familiari. Non vediamo, per chissà quale strano meccanismo del nostro sentire, che offusca e cancella, o distrae anche l’evidente. Succede anche con ciò che materiale non è. Succede con i gesti, con le parole, con le visioni di bellezza, con la felicità. Succede che non cerchiamo dove dovremmo, o non ci soffermiamo dove potremmo. Succede che ricerchiamo altrove quello che è qui e ora. Non è sempre così, ci sono anche gli altrove da raggiungere con il loro apparire sorprendente. Che poi, a pensarci sono degli altri qui e ora da riconoscere, quando arrivano.
Quindi, il suo trofeo della felicità era lì, tacito e presente, mentre lei si struggeva pensandolo perduto. Era lì con la dedica unica ai suoi figli, che anche se, ingrati, non lo hanno letto, con la scusa del “sappiamo già tutto, mamma”, continuano a essere la sua medaglia, il suo rovescio, vero senso della parola amore.

Epilogo delirante

“Però, Libro, quando hai visto che ti cercavo potevi chiamarmi, dirmi per esempio: ehilà sono sotto tutti gli altri”
“Tizianeda, ma sei pazza, come facevo a dirti tutto questo, sono ancora troppo piccolo. E poi eri tu che dovevi vedermi. Io ci sono sempre stato”
“Ho capito. Devo trarne un profondo insegnamento da tutto questo. Cosa, dunque?”
“E’ semplicissimo. Devi essere meno rincoglionita, Tizianeda”
“E’ tutto qui?”
“E’ tutto qui”

Tizianeda

Il Grande Cocomero

“Quindi ricapitolando, amica tutta bella, sulla spiaggia vicino casa tua incontri sempre un signore sotto una specie di capanna”
“Sì, Tizianeda, quando passeggio in riva al mare”
“Questo signore è con la famiglia ”
“Proprio così”
“E quando ti vede, anche se non ti conosce ti offre sempre fette di cocomero”
“Non solo a me, ma a tutti”
“Poi per caso, parlando di questa storia con una tua amica, hai scoperto che è suo zio”
“Sì, pensa un po’ che coincidenza. Mi ha raccontato che ama offrire il cocomero, anche perché lo coltiva lui ed è molto orgoglioso”
“Ma che meraviglia. E stamattina cosa è successo?”
“Oh da non crederci. Proprio mentre stavo per acquistare un cocomero da portare oggi da Antonella per pranzo, è spuntato questo signore con la mia amica, la nipote. E sai cosa aveva tra le braccia?”
“Cosa?”
“Un cocomero enorme. Per me. Quello che poi ho portato qui al mare”
“Ma lo sai che questa è una bellissima storia. Come si chiama il signore?”
“Non lo so. Ero così stupita che ho dimenticato di chiederglielo”
“Il Grande Cocomero esiste ed è gentile, amica tutta bella”
“Sì è vero”
Poi il cocomero del signore senza nome, è stato mangiato in compagnia, nella casa al mare di Antonella. Era dolce e dissetante e aveva il sapore buono della gentilezza. Tizianeda ha pensato, mentre il succo rosso e spugnoso le allietava i sensi, che il mondo sarebbe davvero un affare fastidioso se non ci fossero uomini e donne come il signore senza nome. Quelli che arrivano con la semplicità dei gesti protesi, consolandoti di giornate fredde, o regalandoti semplicemente un po’ di tenerezza.
Il Grande Cocomero esiste, ha ancora pensato Tizianeda. Linus aveva ragione. Ma sbagliava ad aspettarlo soltanto di notte, una volta l’anno, nell’orto dei cocomeri. Forse per questo, lui, ha riflettuto Tizianeda, il Grande Cocomero, non lo ha mai visto.

Tizianeda

La valigia perduta

In uno scambio distratto di valige quasi identiche, stipate nella pancia di un pullman che le stava portando all’aeroporto di Fiumicino, entrambe le ragazze avevano perduto la propria . Una era diretta al sud suddissimo, l’altra chissà dove. La prima si era accorta dello scambio all’arrivo. Piangendo, certa che la valigia con il suo contenuto non l’avrebbe mai più ritrovata, aveva consegnata l’estranea agli addetti della sicurezza. Quando davanti a lei l’avevano aperta per i dovuti controlli, la certezza, per la donna, si era trasformata in dogma. Poche cose, ai suoi occhi di pessimo gusto e inutili. La sua, invece, per i tre giorni a Roma, era stata riempita del suo colorato mondo di donna giovane. Cinque completi intimi, trucchi, vestiti, scarpe, orecchini e collane, una borsetta che le avevo portato da Parigi. Molto carina in effetti.
“Sì ma cinque completi intimi per tre giorni è proprio esagerato. Che ci devi fare con cinque completi intimi?”. Non è che le fossi stata di grande conforto, partendo con il mio pippone che non si deve piangere per gli oggetti perduti, anche se per la borsetta azzurra di Parigi che le avevo regalato, un po’ mi dispiacesse. Né quando eravamo giunte alla univoca conclusione che l’universo non sempre manda messaggi davanti agli avvenimenti della vita. Anzi a volte sembra proprio fottersene. Né quando, dinanzi alla comparazione tra i contenuti delle valigie, le avevo manifestato la certezza che la sua valigia si trovava comoda e svuotata in chissà quale paese straniero.
Poi però è stata ritrovata. E non come avevamo creduto, in un moto di entusiasmo da ragazze dei fiori , perché restituita onestamente dalla scambista di valige. C’eravamo già immaginate biglietti di ringraziamenti e prodigate in discorsi sulla bellezza dell’onestà e comprensione. La tipa, invece, accortasi dello scambio, in un moto di rabbia, l’aveva abbandonata all’aeroporto. Non si era preoccupata né dell’allarme che avrebbe potuto procurare, né della proprietaria e della sua ricerca disperata, chissà dove. La rabbia è piena di stupidità in fondo e conduce sempre verso strade interrotte. Forse era questo il messaggio cosmico che doveva arrivarci? Boh.
Ora la valigia, svuotata del suo contenuto è tornata. L’amica giovane è felice di avere recuperato ciò che credeva irrimediabilmente perso. Una storia a lieto fine, si può dire.
Vorrei trovare un significato in questo succedere. Credo che non lo cercherò, tuttavia. Le cose spesso accadono, tutto qui. A volte, ritengo, sia più saggio osservare i movimenti della vita, fluttuarci dentro, in silenzio, con leggerezza, in semplicità, in bellezza, assecondandoli. A mani nude.

Tizianeda

I telefoni e le stanze

Quando lo sposo un tempo errante ma oggi ormai presente, ha detto con tristezza a Tizianeda, che dovrà disattivare il numero di telefono della casa di nonna santa Gina che non c’è più, lei, che ha avuto la sensazione di una luce che si spegne in una stanza, ha pensato.
Ha pensato ai numeri delle case di un tempo senza cellulari. Un solo numero, per tutti gli abitanti delle stanze. Ha pensato ai telefoni grigi con la rotella, regina della lentezza, poggiati nel mezzo del movimento familiare, nemici della privacy e delle confidenze. Che ci potevi stare una giornata, che tanto si pagava uguale. Poi però i genitori te la facevano pagare loro, per appropriazione abusiva a tempo indeterminato dell’oggetto comunitario.
Ha pensato che ogni numero importante si fissava in testa come una filastrocca musicale. Che era molto più di una sequenza aritmetica. Era una storia, un luogo, un’emozione, era sentimento. Ancora oggi a raccontare numeri antichi che non usi più – perché le case si sono svuotate, o perché semplicemente la vita ti ha condotto dentro altre stanze – insomma ancora oggi quei numeri hanno la magia della evocazione. Perché quei numeri allineati come un filo, riportano dentro stanze abitate, anche se ormai popolate da fantasmi. I numeri di telefono delle case erano una formula magica. Bastava pronunciarli per materializzare le vite cui appartenevano .
I numeri di telefono delle case ripetuti e familiari, erano Natale, Pasqua, compleanni degli zii e dei nonni. Erano la voce di tua madre, erano chiama e poi hai chiamato?, erano il mantra delle feste comandate. Erano i doveri mischiati all’affetto.
E pensa al numero delle amiche del cuore che si stava ore al telefono ché tanto la tariffa era sempre uguale. E si chiamava con la scusa dei compiti da dirsi e si finiva per raccontare tutta la storia dell’umanità. La propria umanità fresca che voleva tante parole.
E ricorda i numeri del tempo della stupideria giovane. Quelli che componevi tremando, solo per sentire la voce del ragazzetto che ti piaceva. Quello che riattaccavi subito, come un paracadute da aprire appena lanciati dall’aereo per paura di precipitare. E quel numero era adolescenza, risate isteriche e batticuore. Era una casa che non sapevi, ed era il volto del tipo ed era la sua mano che teneva la cornetta e le labbra che si muovevano per dire pronto. Ma eri tu a non essere mai pronta e non c’erano selfie e filtri a darti coraggio. C’era quel filo con cui ricamare l’immaginazione e l’amore acerbo e non vissuto.
Oggi Tizianeda porta con sé, come un arto, il suo cellulare, pieno di messaggi scritti, ma senza stanze evocative in cui entrare. E’ il suo tempo liquido, in fondo, con il privilegio di essere raggiungibile ovunque, di avere un numero tutto per sé e di non avere sforzi di memoria aritmetica. E’ il tempo senza fili. Di tutti i numeri di cellulari conservati nella memoria dell’oggetto magico, ne ricorda solo uno. Il telefono di casa lo usa perlopiù per sentire lo squillo del telefonino perso e così cercarlo per le stanze. Non si è mai soffermata a pensare in quale luogo quello squillo la conduca, quali emozioni e sensazioni.
La prossima volta che lo smarrisce e fa questo gioco casalingo, magari si risponde per capire il suo sentire. Anche se già sa che chi l’ha chiamata riattaccherà.

Tizianeda

Qualcosa su mia madre

Ciao mamma, che ti chiamo a volte madre, come una figlia adolescente e più spesso mamma vecchietta e a volte mamma sul pianerottolo, perché sei sempre lì come un agguato, e mi chiedo come fai a spuntare dalla porta di casa tua, quando arriviamo. E non so perché ora ti scrivo. Sarà colpa della festa della mamma che mi ha fatto fermare sui pensieri di noi, o questi giorni di perdita e assenze, che tu sai. Giorni potenti e affranti, che mi insegnano ancora a lasciare andare. Non è questo che ti dice la vita a ogni passo? Un continuo scivolare di mani. E’ così che fa il nostro ventre quando è abitato. Lascia andare, abbandonandosi al vuoto. E’ generoso il ventre di una donna, accoglie e dona, sa la pienezza e l’improvvisa solitudine.
Ce la siamo cavata noi come madre e figlia, continuiamo a farlo? Tu hai avuto sempre difficoltà a lasciarmi andare, io ad accettarti così diversa da me. E dovevi capirlo che non avresti avuto una figlia sonocometumivuoi. Da subito, dalla prima espulsione, che è stata sbrigativa, senza retorica. Avevo troppa fretta di vita. Un parto senza dolore. Il mio primo atto di distanza dai dogmi, imparati a memoria dentro la casa e le chiese. Sono arrivata, piccola, scura, raggrinzita, che al tuo seno non mi sono voluta attaccare e mi sono concessa la libertà di svenire a ogni pianto eccessivo, a ogni emozione e urto. La concessione di una pausa dal troppo che c’è. Mi fingevo morta per il gusto di resuscitare. Così sono cresciuta, in mezzo ai miei due fratelli cercando lo spazio da abitare. E poi l’adolescenza e la rabbia e la parola “ribelle”, che mi arrivava come un rimprovero. Che fatica, mamma vecchietta, per entrambe, lo so. Che poi così ribelle non sono mai stata, non è mai stato un assoluto allontanarmi dal tuo richiamo, un vero osare che mi dovevo, mamma vecchietta, per crescere con la fatica del tempo giusto. Ma per te, così abituata all’obbedienza e a una visione genitore-centrica, lo so, è stato difficile. Dentro lo scontro abbiamo imparato a comunicare il dissenso. Tu con le tazze di camomilla lasciate sul tavolo della cucina, la scatola con le bustine accanto, a rimproverarmi le notti insonni, io a parlare con occhi distanti. Mi hai sempre evidenziato il talento di cambiare sguardo. Un diavolo improvviso dicevi. E al tuo sei sei sei io rispondevo con il miei molti sono. Abbiamo duellato con le armi del sei e del sono, fino al tempo della reciproca indulgenza, del riconoscerci con tenerezza. Abbiamo resistito, senza arrenderci alla tentazione della distanza irrimediabile. Siamo state brave, in fondo. E non è stata la maturità, il tempo, il pensiero fatto solido. Noi la sappiamo la sintesi del nostro essere tesi e antitesi. E’ stata lei che è arrivata per disegnare l’ellisse che ci fa ruotare armoniche, con qualche concessione di impazienza. E’ stata lei, la quindicenne che ti cerca e ti abbraccia come una madre, piano per paura di sbriciolarti.
Ma chi lo diceva a me, mamma vecchietta, che sarebbe stato il mio dono di ventre, il mio primo imparare a lasciare andare, che ci avrebbe fatto cedere l’una all’altra. Questa visione di insieme che sento e so.
Possiamo finalmente arrenderci. Vi guardo e sorrido.

Tizianeda

La toppa sul cuore

L’ha riportata, esattamente dopo un anno. Mi aveva chiesto di dargliela, per trovare una soluzione al pasticcio che avevo combinato. Che in un attacco di casalinghitudine avevo deciso di stirarla. Mai stirare una camicetta nuova, quando sei stanca e inadeguata in certe pratiche. Ho bruciato il primo pezzo di stoffa su cui si è poggiato il ferro troppo rovente. All’altezza del cuore, la mia camicetta color rubino si è rappresa, sfrigolando come un dolore improvviso. Così gliel’ho consegnata, dimenticandola, rassegnandomi alla perdita, certa che una soluzione a quel guaio non l’avrebbe trovato. E’ passato un anno e invece la camicetta è rispuntata con quel colore che sa di felicità. Era raggomitolata dentro un sacchetto di plastica. L’ho sfilata, infilando la mano nel suo contenitore provvisorio. Sembravo il mago pronto a far stupire. Ma la magia non sono stata io a crearla, sono state le mani di Olivia, che nel tempo delle attese hanno ricoperto la ferita della camicetta. Una ferita che non si poteva guarire, ma in qualche modo si poteva consolare. L’offesa, era stata coperta da un pezzo di stoffa azzurro, ritagliato a forma di cuore. Un lavoro imperfetto, a dire il vero, proprio come l’amore che non è in grado di cancellare quel che è, ma che sa essere forte presenza, consolazione delicata, inaspettato gioco di prestigio, una toppa all’altezza del cuore.
E’ così che speri anche nella vita, a volte. Che succeda un prodigio, un gesto piccolo e imperfetto, una magia che spunta da un sacchetto anonimo, un fare che avevi smesso di aspettare per dimenticanza o per rassegnazione, o altro, chissà. Una toppa imperfetta all’altezza del cuore, un gesto d’amore che non può annullare le ferite, ma che le sa coprire come una consolazione, come una madre che rimbocca le coperte, anche se fa caldo.
Domani la indosso questa camicetta felice e non la stiro più, ché poi a furia di mettere toppe mi diventa una coperta patchwork. La indosso con il suo cuore bizzarro, all’altezza del mio cuore, la indosso a rimboccare le coperte della tristezza di questi ultimi dolorosi giorni, mannaggia a loro.

p.s.: la nonna santa Gina, la nonna delle polpette al sugo patrimonio dell’umanità, la mamma dello sposo ormai presente e un tempo errante, si è dileguata da noi umani. Volevo dirvelo, perché lei è stata pezzo importante di questo blog e della vita mia e di molti suoi protagonisti. Il fatto che non ci sia più, mi infastidisce un bel po’. Questo post è per lei.

Tizianeda

Sfida accettata

Sfida accettata.
A ogni risveglio, a ogni appoggio di piedi sul pavimento, che non c’hai voglia di iniziare. E se è lunedì è peggio e se è martedì è uguale.

Sfida accettata.
Quando decidi, invece, che no non ti alzi stamattina e vadano tutti a quel paese. E sotto il piumone, caldo del tuo corpo notturno, continui a starci. Ti fermi lì, arresa, nella beata solitudine di te stessa. Ché non sentirsi indispensabile, è liberazione.

Sfida accettata.
Quando taci. Che le parole, a volte, sono un inciampo, che tanto hai tutto dentro, hai tutto dentro e quello che sei e sai, ha un rifiuto di suono. E guardi e taci e cammini, sulla linea retta del tuo non dire, la tua verità.

Sfida accettata.
Quando non ti arrendi all’incomprensibile, ai gorghi, a te e ai tuoi limiti torvi. Quando non cadi nel tranello dei pensieri e il mondo fuori lo vedi per quello che è, nei suoi racconti e misteri. A ogni passo e suono, a ogni rivelazione di corpo e materia.

Sfida accettata
Quando diventi madre e non importa se di sangue, ma basta che sia di cuore e sentire.Quando un amore, un giorno da sbrigare, un dolore che cola, quando un’idea, un coraggio, un inciampo, una dimenticanza, quando orgoglio e pregiudizio, quando tu, vulnerabile, profondo come un dio e quando il cuore che trabocca e dici e ora? E ora? Quando il tempo che gioca e diventi il suo ricamo.

Sfida accettata, perché non c’è sfida da accettare, da accogliere o fare a pezzi. C’è questa roba strana, questo garbuglio di lana, da farci una sciarpa, un maglione, uno scialle, dei guanti da indossare. E ci siamo noi, ci siamo noi, dono di ventre, unica sfida accettata.

Tizianeda

Pensieri fioriti di marzo e un invito

Il ragazzino, vuole imparare a cucinare. Sa che l’aglio ha un’anima da estrarre, prima che l’olio bollente lo catturi per liberare i suoi profumi. Ha scoperto il prodigio alchemico della farina e dell’acqua. E’ orgoglioso della pasta e lenticchie che ha preparato. Un gesto custodito nelle dispense delle nonne e nella memoria, che viene tramandato come una mappa genetica. Il ragazzino, che un giorno, ha chiesto alla nonna santa Gina l’esatta procedura per la preparazione del sugo e Tizianeda sa che un po’ della loro umanità è dentro quelle ricette e nei gesti di mani, che sanno dire l’amore più delle parole. E Tizianeda lo guarda cucinare e non riesce a non pensare a quanto belli gli uomini siano in questo mantra del gesto, dell’accudimento e del piacere.

Una donna stanca in una sala d’aspetto che Tizianeda conosce, che è madre e moglie e lavora anche e tanto. Che è un corpo a cui tutti chiedono il sacrificio di scomporsi in mille piccoli pezzi, perché tutto sia perfetto, perché gli assetti vengano mantenuti, perché è giusto, dicono. E parlano, parlano lei e la donna. E Tizianeda le dice che no, che la glorificazione del sacrificio è un imbroglio. E vorrebbe parlare al suo cuore donna. E si abbracciano, si abbracciano tanto e Tizianeda vorrebbe portarsela nei suoi 90 mq e accudirla per un po’ e far cucinare per lei un buon piatto consolatorio dall’undicenne, come la “carbonara” che a loro piace tanto.

Un viaggio verso una città del nord, che dicono bellissima. Non da sola ma con la quindicenne, che se le dici partiamo, dopo cinque minuti ha la valigia pronta. Che Tizianeda quando si allontana, combatte con la stanziale provinciale che è in lei e si concentra per non distrarsi, per non dimenticare sciarpe e ombrelli sui sedili, per non far cadere oggetti che regge tra le mani, in un tripudio di ansia da prestazione e sindrome da Dea Kalì. Ma tanto è inutile, quella è la natura e le braccia sono due. E sua figlia sorride e le dice “sei un disastro”, con buona pace della donna imperfetta che è.

La donna imperfetta che sono. Le donne imperfette che sono in me, dentro questo mese di marzo, che è un mese di passaggio, di transizione, di fioriture di mandorli e mimose. E poi dentro c’è l’8 marzo, che a pensarci è un numero bellissimo. Una parola palindroma e duttile come le donne. Che se lo guardi riconosci morbidezze tue, se lo sdrai ti conduce nel gorgo inafferrabile dell’infinito, se lasci andare la cicatrice dell’apostrofo, diventa verbo, azione, corpo che attraversa l’aria con forza. E anche io l’otto marzo lotto. E così in tutti quei giorni in cui il riposo non sarà possibile. Per me, per tutte le donne dentro di me, per tutte le donne fuori e per gli uomini che amando le donne, inconsapevolmente, imparano ad amare se stessi.

P.s.: Oggi 3 marzo, presenterò il libro a Bergamo, nella saletta della Biblioteca “Gavezzani”. Se vi trovate da queste parti, o se siete lontani lontani ma sapete usare il teletrasporto per giungere rapidamente qui, sarò felice della vostra presenza.

bergamo

Tizianeda

Saltare dai palazzi in fiamme

“Ora le mangi tutte e non ti alzi da qui fino a che non hai finito!”
Quando la zia Assunta, mettendomi un piatto profumato di penne al pomodoro fresco sotto il naso, mi impose di mangiarlo, non osai ribattere. Non solo per la perentorietà militare con cui pronunciò quelle parole. Ero talmente affamata, che in fondo speravo che qualcuno mi obbligasse a farlo.
Avevo 18 anni, ero tornata da un campo giovanile estivo, i miei genitori erano fuori città, avevo da mesi deciso di mangiare ai limiti della sopravvivenza, ero magra come un ramo secco, avevo una visione distorta del mio corpo, volevo continuare a perdere peso, forse fino al dissolvimento. Quel giorno, la zia Assunta, vedendo due occhi enormi attaccati a un corpo etereo, si era spaventata a tal punto che sentì un balzo al cuore che le fece dire: ora tu mangi. Quel giorno la zia Assunta mi riportò sulla retta via dell’amore sano e saporito per il cibo. Fui io a prendere la forchetta e a imboccarmi, fu lei a chiedermi di salvarmi.
Quando racconto ai miei figli questa storia che ogni tanto ritorna , penso sempre alla frase preziosa di un libro: “Athos diceva: “Non posso salvare un ragazzo da un palazzo in fiamme. Invece tocca a lui salvarmi dal tentativo; dev’esser lui a saltare a terra””.
E a pensarci, dopo che il corpo impara a camminare, impara a saltare. Capisce subito, che a volte, a volte, per andare avanti non bastano passi quieti. Si salta per sentire forte il calore di ogni cellula che ci compone, si salta per arrivare più lontano, si salta perché il vuoto precede la terra. Si salta come un tuffo in mare, ma senza tapparsi il naso con le dita, anzi, respirando più forte. Più forte dei limiti, della paura, più forte del rumore che abbiamo dentro, più forte della voglia di fermarsi, più della tentazione di ritornare indietro per non parlarci allo specchio. E si salta per salvarsi, per partorirsi nell’urlo del corpo. Si salta, perché a volte, per fortuna, c’è chi ti dice di farlo, mostrandoti la bellezza della vita che ti stai perdendo. Si salta a braccia aperte, per raccogliere lo spazio, avvolgerlo come un velo da sposa usato. La salvezza è racchiusa dentro gesti semplici, dentro il suono di una voce ferma, in un profumo che risveglia il gusto della felicità presente, come un benevolo vaticino. La salvezza, a volte, è preceduta da un fermo gesto d’amore che non vuole troppe parole, ma ti mostra l’altra possibilità, la strada su cui poggiare i prossimi passi, dopo aver provato la liberazione del volo.

Tizianeda