Posts Tagged ‘pensieri’

Grazie, scusa, per favore

L’ho lasciato in silenzio. Senza parole. Ho chiuso la porta piano, come quando vuoi proteggere il sonno di chi ami, dentro la stanza in penombra. Piano per non fare rumore, per non scuotere i sogni. Un lento, segreto gesto d’amore. Così ho fatto con l’anno che è andava via. Un ultimo sguardo, prima di lasciarlo lì nella stanza. Amiamo celebrare ciò che finisce, per avere la speranza di un inizio. Una tenerezza che si rinnova. Così è per i compleanni. Soffiamo sul tempo trascorso, soffiamo vento sul nuovo che vogliamo, esprimiamo il nostro bisogno di essere, di una vita che ci faccia sentire presenti, cantiamo l’urgenza di abbandonare vecchi e nuovi dolori irrisolti, di rinnovare i prodigi e le felicità, di trovare altre stanze da abitare, o di continuare a entrare in quelle che ci fanno sentire salvi. Una torta di 2017 candeline. Non salutiamo solo l’anno ritornato a se stesso. C’è qualcosa di potente nel bisogno di abbracciarci allo scoccare della mezzanotte, di illuminare la notte, di rompere il silenzio con botti assordanti che spostano l’aria, di ritrovarsi insieme, per dire ciao anno, ciao. C’è qualcosa di umano e vulnerabile e innocente e ti viene da piangere e chiudere gli occhi e stare ancora un po’ in bilico tra chi va e chi arriverà o chi resta ancora accanto a te.
L’ho lasciato in silenzio senza parole. Era il giusto epilogo. L’unico. L’ho riempito di tante lettere questo anno andato via, lui che è stato così pieno di vita e vite. Così pieno questo anno che sono sembrati dieci e forse di più e so che il volto è divenuto geografia tangibile di ogni presente vissuto. L’ho lasciato con poche parole nel cuore. Le più importanti: grazie, scusa, per favore. A ogni cosa, a ogni persona, a ogni incontro, a ogni presenza e a ogni assenza. A ogni ritrovarci, a ogni scontro e abbandono. Per ogni dimenticanza, per ogni gratitudine, per ogni mancanza, la mia. Grazie, scusa, per favore. Ognuno nel mio cuore, a modo suo, per come so. Grazie, scusa, per favore, a te che ci sei e a te che non ci sei. Nel mio cuore. Varco la soglia senza voltarmi, sorridendo, oscillando. Non penso più ai passi da contare. Cammino.

Tizianeda

Stanchi di essere bravi

Letterina a Santa Claus.

Ciao Santa Claus, che tutti ti prendono in giro perché sei grassoccio, vestito male e hai amici strani tipo le renne, i folletti e la Befana.
Volevo dirti che per me, non chiedo niente. Anche perché tu porti i doni ai bambini bravi. E non chiedo nulla, non perché non sono più bambina, perché a volerla cercare, questa bambina dentro di me la trovo. Come tutti del resto. Ma per quei pezzi di “non brava” che sono lì. Non chiedo niente, per tutte le volte che non sono riuscita a capire, a vedere con gli occhi giusti, a dare un nome alle cose, a fermarmi in tempo, ad andare via prima e non dopo. Per tutte le volte che non ho trovato le parole per dire, o quando ne ho lasciato andare anche una sola di troppo. Non chiedo niente per tutte le volte in cui il lamento è stato una guida di pensiero e non avrei dovuto e per quando mi sono persa di vista e non avrei potuto e per quando mi sarei dovuta arrendere invece e non me lo sono concesso. Per tutte le volte che non ho saputo dare risposte, o peggio, non ho cercato la domanda esatta. Non chiedo per quando non ho saputo liberare la generosità del cuore, o non ho saputo dire con forza le offese, allontanandole da me. Per le mancanze verso me stessa, per ogni volta che ho preteso da chi poteva darmi solo quello e nient’altro, per quando non ho usato un tanto così di benevolenza che consola. Non chiedo nulla per quando non ho saputo lasciare andare, e io lasciarmi andare. Non chiedo niente perché in fondo non voglio essere “brava”, che poi non so neanche cosa sia. E non dovremmo insegnare ai bambini a essere bravi, ma buoni sì. Anzi dovremmo imparare da loro la differenza. Loro la sanno. Chi è buono sa riconosce, scava nelle profondità del cuore e della vita. Se sei bravo finisci per accontentare e accontentarti. Quindi Santa Claus, vai dai bambini piccini, che loro sono buoni veramente, mentre gli adulti hanno imparato a essere bravi. Per esempio bravi a fare le guerre, a uccidere, offendere, gettare ombre sull’innocenza.
Vai dai bambini piccini che hanno smesso di chiedere giocattoli, perché se devi sopravvivere non pensi più a giocare. Vai da loro che non hanno più una casa dove festeggiare i momenti di pace e non sanno più i giorni. Vai nei luoghi che sono uno strappo sanguinante di ventre. Prenditi i bambini, portali via da lì, allontanali dagli adulti bravi. Chi troverà il bambino? Lo troverà la bontà , qualcuno ha scritto. Allora portali via con te, ché tu, Santa Claus, un po’ bambino sei, se non ti importa di vestirti in quel modo buffo e credi nelle renne parlanti, nei folletti e la Befana. Portali via con te. Restituiscili soltanto quando gli uomini si saranno stancati, ma stancati veramente, di essere bravi.

P.s.: da qui i miei auguri, per come so e posso. Che sia un tempo di attese serene.

Tizianeda

Accogliersi dentro di sé

“Mamma smetti di guardarmi”
“Ok tesoro, non ti guardo”
“Dai che facciamo in un attimo. E poi siamo tutte donne, stai tranquilla, signorina”
“Lo so, ma io mi vergogno”
“Anche io alla tua età mi vergognavo amore”
“Sì ragazzina, tranquilla è normale, dopo una certa età non ci si vergogna più”

Mentre Tizianeda si trovava in una stanza con due infermiere gentili e con la quattordicenne, lì per un elettrocardiogramma, ha iniziato a pensare al pudore.
Ha pensato, per quelle mirate associazioni che la mente fa, a tutte le volte in cui d’estate si doveva sottoporre, insieme a migliaia di bambini sparsi per le spiagge, al cambio del costume dopo il bagno. Questo per scongiurare d’inverno, febbri, tossi, convulsioni, pertossi , terremoti, tzunami, tornado o la fine del mondo, a quanto pare, visto l’accanimento terapeutico dei genitori. Si è ricordata del compito di sua madre e poi di sua sorella di sorreggere nella spiaggia assolata e piena di ombrelloni, il telo di spugna, per coprire le parti interessate. Era un continuo “stai attenta, non ti distrarre, non mollare, controlla che nessuno guardi”. Già da quei momenti si impara l’arte dell’equilibrio. Se cadevi eri fottuto. E Tizianeda ricorda l’imbarazzo quasi doloroso, quando una volta il telo scivolò sulla sabbia calda. Nessuno probabilmente se ne accorse, ma lei avrebbe voluto scomparire insieme a quel corpo scoperto per un tempo impercettibile nella realtà, ma nella sua fantasia lungo quanto la formazione dei continenti.
Poi cresci e i costumi inzuppati di acqua e sale smetti di cambiarli. Poi cresci e attraversi quella fase in cui il corpo lo mostri a fatica, non per pudore, ma perché non ti piace. Poi cresci e il corpo lo scopri un po’ di più ed è una scoperta interiore. Poi cresci e il tuo corpo è femmina. Poi cresci e succede che diventi madre e il tuo corpo si apre dentro gli occhi e le mani di medici e infermiere e il pudore quel giorno lo butti definitivamente nel cesso. Poi cresci e crescere e inciampare nel tuo corpo, sono il prezzo per rinnovate strafottenze e sicurezze, anche loro da preservare, perché in ogni momento le puoi perdere se non diventi solido dentro il tuo corpo.
Questo pensava Tizianeda mentre si trovava nella stanza con le due infermiere gentili e la quattordicenne. Pensava che crescere è spogliarsi, è non avere paura delle proprie nudità, è guardarle, è anche imparare poco a poco quando svelarle e quando invece usare la risorsa del pudore che non è più vergogna, ma consapevolezza. E’ accettare che a volte si è dovuto camminare su cocci di vetro, per capire tutto questo, per guardarsi nude allo specchio e accogliersi dentro di sé.

Tizianeda

Unire i punti

Adolescenza. Che parola. Spigolosa e ondivaga, contraddittoria anche nel suono. Indefinito, come il tempo che la percorre. Parola consegnata dai progenitori di un tempo ancor giovane. Adolescere, crescere. Tempo di mezzo e transitorio. L’infanzia si trasforma e si dissolve, manipolata dagli ormoni. L’età dei peli, della puzza di ascelle, della voce che piano sprofonda. Il magico si fa inghiottire dall’assoluto: no, sì, bianco, nero, ti amo, ti odio, bello, brutto. Si scopre l’altro, si sente a spese del corpo l’attrazione e si inizia a scontrarsi con le sfumature della vita. L’età in cui non si è sempre allo stesso modo. L’età in cui sei figlio a casa, amico fuori e a volte diverso con ogni amico diverso. L’età in cui ti confronti con i tanti modi di essere di una sola personalità. In cui prendi distanze dai genitori, per trovare una identità originale. Una terra con una sua fragilità, come tutto ciò che è estremo, come i corpi rigidi che possono spezzarsi. Li osservo gli adolescenti, nella loro forza, nelle loro incertezza di pensieri non ancora strutturati, di corpi in divenire, di ricerca di visione solida della vita. Li osservo attraverso la quattordicenne e i suoi amici. Sono belli. Mi chiedo quanto siano sereni, quanto siano arrabbiati, quanto ci sentano distanti e incapaci di comprenderli. Noi, che abbiamo lasciato la memoria della nostra adolescenza in qualche ripostiglio. Che dobbiamo imparare ad annusarli, come gli animali sanno fare. Sono belli gli adolescenti nel loro bisogno di consenso, sono difficili nel loro linguaggio da decifrare. Perché per la prima volta le due generazioni si fanno distanza e devi imparare un nuovo vocabolario interiore. Perché per la prima volta non è solo insegnare grazie, prego, per favore. Le parole si fanno tante. Come i silenzi. E’ capire cosa hanno raccolto, cosa è stato piantato dentro di loro. Per la prima volta bisogna imparare ad ascoltarli sperando che le composizioni di parole si facciano pazienti e reciprocamente clementi. C’è il suono del dolore nella parola adolescenza. L’anima si trasforma e allunga, come le ossa e con loro i muscoli e la pelle. È una terra che conquista i suoi spazi in un silenzio soltanto apparente. Li osservo gli adolescenti e loro osservano noi e osservano la vita, per trovare una coerenza di dire e di fare, i loro puntini saldi da congiungere. Per trovare dentro di loro l’ordine dei numeri, che in un’unione di linee componga gli enigmi. O semplicemente per non sentirsi troppo sperduti davanti alle costellazioni disordinate di punti, messe lì da movimenti misteriosi e continui.

Tizianeda

Todo cambia

Il decenne ha superato il varco delle scuole primarie, e si è teletrasportato nel triennio della scuola media. Non sarà più “ciao maestra come stai?” ma “buongiorno professoressa” e c’è una bella differenza. Ha affrontato il primo giorno di scuola con stoica partecipazione emotiva/corporea e dopo essersi rassicurato che i nuovi compagni non sono dei mostri e le prof hanno le stesse sembianze umane delle maestre, ha inforcato come nuovi occhiali il cambiamento. Il più grande per lui, la conquista della solitudine di strada. Va a scuola lasciando che la sorella esca due minuti prima e torna a casa senza accompagnatori adulti. Solo una volta Tizianeda lo ha aspettato sul balcone, la prima volta, per non perdersi la bellezza del suo passo orgoglioso, di chi ha aggiunto qualcosa di indispensabile al suo procedere.

La ragazza quattordicenne sembra vivere i tumulti mutevoli della sua età, con una certa pigrizia distaccata. Ha un suo mondo consolidato, di cui Tizianeda vorrebbe sapere di più, superando gli ostacoli della estrema sintesi verbale della figlia. Per questo quando le apre il suo universo mutevole, lo accoglie come una rivelazione mistica. Il più delle volte osserva lei e la sua quotidianità, fatta di youtuber, fumetti manga, gruppi nerd whatsapp, piante da curare, disegni, qualche lettura, tutorial che le insegnino a truccarsi (perché sua madre …), versioni di greco e latino e altra roba scolastica che sembra vivere seraficamente, scrittura a più mani con uno dei suoi gruppi social. Tizianeda dal par suo cerca di stare in silenzio accanto a questa ragazzina – tendenzialmente solitaria e che le sembra solida – e sempre che le circostanze e l’urgenza di rapidi interventi vocali, non la trasformino in una matrigna malvagia, come con il decenne, del resto.

Lo Sposo Errante, ha ripreso il suo vagare mattutino sui treni sbrindellati e strade malferme, che lo conducono nel suo altrove lavorativo. Anche per lui stanno per arrivare importanti cambiamenti che già partono da dentro, che un po’ muteranno gli assetti familiari. Dentro una famigliola si sperimenta per la prima volta la percezione della connessione tra persone. Il cambiamento di uno inevitabilmente incide sull’altro, come nella dinamica delle placche terrestri. Ma su di lui non vi dico altro. Arriverà il momento e ve ne accorgerete. Vi accenno solo che Tizianeda è molto contenta “sarà un po’ come tornare giovani” ha detto allo sposo.

Lei i cambiamenti cerca di guardarli nel volto. La resilienza forse fa parte del codice genetico delle donne. Chissà. O forse è la vita che ti educa oppure ci nasci con la resilienza incorporata, come un accessorio di una macchina.
La verità è che tutto cambia in continuazione, anche quando ci sembra che non accada. Cambiano i rapporti tra le persone, cambiano le situazioni, cambiamo noi, cambia il colore dei capelli, il modo di vedere le stesse identiche cose, cambiano le parole, le dinamiche affettuose, il sentire e l’amare, cambia il corpo, cambia l’arredamento di una casa e il colore delle pareti. Cambiano i vestiti dentro l’armadio e il disordine di una stanza. A volte succede lentamente, a volte è un franare improvviso, a volte l’improvviso è solo apparente, perché prima c’è un percorso lento e impercettibile. Capita di spaventarsi, a volte, capita di doversi fermare per riprendere fiato, di starsene in silenzio, o di piangere perché no. Capitano un mucchio di eventi nella vita che moltiplicano i paesaggi interiori ed esteriori e a volte li sostituiscono. Intanto si spera – a furia di stare sulla strada e di camminarci sopra – di non farsi intimorire o fermare dal mutevole e incontrollabile passaggio del cielo e che le gambe diventino forti, il tronco si raddrizzi e lo sguardo rimanga innocente.

Tizianeda

Lontani dagli occhi

I figli si guardano. Impari da subito, è un inizio di battiti dentro un monitor. Il primo sguardo sui figli è sentirli dentro, nel loro nucleo veloce di presenza pulsante.
I figli si guardano quando il ventre li appoggia tra le braccia. Quando sono esistenza rumorosa di carne. Quando dormono nel loro primitivo respiro fragile.
Dei figli si guardano i primi passi vittoriosi e la paura del loro franare a terra. Dei figli si guardano i cambiamenti e le fotografie di quando erano bambini per lasciare andare un tempo finito. I figli si guardano quando non sanno di essere guardati. E’ uno scrutare di occhi per ritrovare il primo sguardo concesso, per svelare racconti non detti. I figli si guardano quando sono felici e di più, quando scoprono gli inciampi dell’anima. Si guardano dalla distanza di un balcone o di una finestra, nella loro prima solitudine di strada. E ancora nel sonno quando il respiro ha una decisione adulta. Si guardano quando svoltano gli angoli senza paura, perché è così che gli hai insegnato. Si guardano quando sono lontani dagli occhi. C’è una memoria pulsante di cuore nella lontananza, il legame di quella prima volta, della visione del nucleo attorno al quale si è costruita la galassia del corpo. I figli si guardano perché non ci appartengono, per tracciare un senso di parole e di sentire che viene da lontano.

Tizianeda

L’onestà del mare

Erano bellissimi. Lui era accanto a lei, con il braccio appoggiato al suo fianco. A un passo della battigia, entrambi fermi rivolti verso il mare. Quando è arrivata sulla spiaggia nel suo giro mattutino di passi veloci, Tizianeda li ha visti così, come due innamorati che non hanno bisogno di parlare per dirsi. Li ha visti avvolti da una lontana malinconia che li rendeva distanti e magici. Un’immagine lieve dentro la luce del giorno e i colori di questo sud azzurro, bianco e rosso delle reti della pesca.
Lui è l’amico pescatore di Tizianeda e lei la sua compagna di viaggio e di raccolto, la barca. La mattina lo incontra quando arriva sulla spiaggia. Si salutano, si sorridono, poi lei prosegue. A volte si ferma un po’ di più, quando capisce che il vecchio pescatore ha desiderio di parole. “Non l’ho vista in questi giorni” “Ero a pescare in Sicilia. Un giorno di questi la porto con me”. E a Tizianeda piacerebbe davvero un giorno di questi partecipare al raccolto del mare con il suo amico pescatore, partire per le onde della Sicilia e sentire lo stupore di un mare ancora pieno.
Ora si porta questa immagine, come un amuleto scaccia tristezza. Si porta l’intimo gesto d’amore del pescatore e della sua barca. Si porta la loro maestosa immobilità. E anche il mare si sarà inchinato davanti alla devozione di chi sa il richiamo delle onde, di chi ne riconosce il linguaggio e i mutamenti, di chi si rivolge alla sua onestà, volgendo le spalle alla terra e alle sue vicende caotiche e incomprensibili.

Tizianeda

Piccolo Buddha

Il decenne resiste all’infanzia. Lei, questa terra piena di magia e stupore, è ancora lì quieta nel suo viso, nei suoi occhi senza malizia, nel suo non avvedersi delle ombre, se non come fugaci ospiti che non lasciano tracce dentro il cuore. Forse è un po’ il carattere, perché si nasce in un certo modo. Quando era piccolo e si muoveva nel suo mondo tra braccia innamorate, o dentro passeggini, lo chiamavamo “piccolo Buddha” per quel suo modo placido di stare, per quel suo sorriso pieno di silenzio riposante.
Mi è ritornato quel periodo lì, mentre stamattina lo guardavo dormire. Appoggiato su un fianco, la mano sotto il viso rilassato, la bocca appena aperta. Un piccolo budda dentro la solitudine piena del suo sonno.
Mi sono chiesta se cambierà. Me lo chiedo ogni tanto. E non solo fisicamente, quando gli ormoni modificheranno i suoi assetti sonori e visivi e le sue urgenze. Mi chiedo se questa essenza sacra dell’infanzia, manterrà il suo nucleo pulito. Quanto le esperienze che farà e gli incontri, molti inevitabilmente urtanti e spero mai drammatici, relegheranno in un angolo insignificante quella parte di lui che oggi lo rende il ragazzino che è. C’è chi dice che dovrebbe fortificarsi. Ma poi la forza cosa è? Non penso sia quella comunemente intesa. Io sento sempre più, in questo mio ricercare fuori e dentro di me, in questo mio inciampare e proseguire, che la forza sta nel non farsi intaccare da un mondo che urla, scalcia, deforma la bellezza, nel non farsi assorbire, attrarre. La forza sta nel saper riconoscere le ombre, a volte provarne tenerezza e clemenza, per poi collocarle in un luogo inaccessibile e lontano dal nostro sentire. Saper voltare le spalle, anche, lasciare andare, valicare altre soglie, abbandonare stanze in cui non si sta più bene. Senza sforzarsi di farci piacere ciò che non ci piace più. La forza è saper dire, a volte, quello che non sopportiamo e mandarlo a quel paese.
Ma è ancora di più sentire dentro di sé che la vera forza, sta nella gentilezza, nel sorriso, nella gratitudine, nella trasparenza dei gesti e del volto, nel sapere riconoscerli come valori dentro di noi. Nel sapere fare silenzio, quando occorre, nel non sperperare parole preziose, nel saper coltivare i semi buoni che vengono piantati nel cuore. Sentire che la forza sta nella curiosità per la vita, e ritrovarci quando ci si sente persi. Nel riconoscerci figli della nostra infanzia, in cui tutto era più semplice, perché semplici eravamo noi, capaci di sorridere come piccoli Buddha. Questo ho pensato mentre il decenne dormiva e lo guardavo e poi non ho pensato più a nulla. L’ho lascio lì a riposare ancora un po’e sono andata a bere un caffè.

Tizianeda

Come attese lasciate a riposare

Ripongo le attese dentro i cassetti dei mobili tarlati. Cassetti senza sogni. I sogni li libero nelle stanze a prendere le misure della vita. Nei cassetti nascondo le dimenticanze, come attese lasciate a riposare. E non aspetto nulla, in un luogo montanaro, dove sono ora con la famigliola. Con i ragazzi, per esempio che sembrano sereni, ché qui siamo tutti più simpatici. Con lo sposo, per esempio, a ritrovarsi a fumare sigari in veranda che sanno di un sapore antico di anice. E poi scambiarsi fumo e baci, fumo e baci, nascosti nella notte. In un luogo costruito dagli alberi che rimandano il silenzio e fremono nel buio e non lo sai e li senti e non lo sai. In un luogo che sa di fuga e mi ritrovo a non sentire più la mia voce, sapendo che lì non serve. Ed è un ascolto continuo, che non è fuori, che è dentro e a volte sono contenta perché irraggiungibile agli umori lontani e a volte chiudo tutto e mi chiudo e cammino sola in un presente senza attese. E viene da dire lasciatemi qui che sto bene e poi ritorno quando so. Ed è profumo di zenzero e tisana, che mi riporterà ogni volta in questi luoghi consolati. Ed è un odore di spezie e pelle e silenzio che pizzica la lingua, come una polvere magica. E capisco che mi basta almeno per ora e voglio che sia così, anche quando tornerò ai giorni che devo ricordare e forse non vorrei.

Tizianeda

In soccorso

E succede che solo per zelo genitoriale vai al pronto soccorso. Sciocchezze. Questioni di zecche sospette che non le sai riconoscere sulla pelle di tuo figlio. Che cerchi le fotografie su internet e pensi che quei punti incastrati sul suo corpo sono altro, ma in ospedale ci vai uguale, ché i genitori a volte fanno queste cose qui. Cose inutili per paura, perché ci si rimprovera il troppo non fatto nella vita e questa no, non te la vuoi dire.
Succede che entri in questo posto qui, abitato da flebo, barelle, corpi. E lì dentro, in mezzo a tutto c’è un ragazzino di dieci anni che fa domande, con un linguaggio preciso, con il sorriso, con gentilezza. In un luogo brutto e provvisorio, un ragazzino interroga come se davanti avesse esperti di zecche. Lo guardano. Sembra che non ce ne siano. La responsabilità di un no definitivo preferiscono spostarlo al sesto piano, reparto pediatria. Usciamo dalla stanza del medico, provvisorio anche lui. Nel corridoio incrocio lo sguardo di un’altra madre. Due occhi da civetta. Vorrebbero aggrapparsi a un appiglio che non c’è. Per pochi secondi si fermano sui miei che scorrono. Ha il figlio uomo su un lettino con gli occhi chiusi contratti, lamenti, una flebo, dei tatuaggi sulle braccia da esibire alle ragazze. Lì non servono. Lì c’è sua madre che gli tieni la mano con gli occhi da civetta in cerca di un appiglio che non trova.
Il decenne è accanto a me e a suo padre. E’ quasi certo che le zecche non hanno scelto il suo corpo per ingrossarsi. Ce lo confermeranno tra un po’. Sorride, forse pensa alle domande da fare anche al pediatra del sesto piano. Io in quel posto provvisorio senza anima e addolorato mi appiglio a lui. Alla sua bellezza inconsapevole, alla gentilezza in mezzo a un fare sbrigativo che lui non sembra percepire, che non sembra toccarlo. Una mia amica dice che non si può vedere il prodigio ovunque, che non sempre è così, che un po’ di razionalità serve. Forse ha ragione, o invece la razionalità ci sta fottendo da secoli.
Torniamo a casa. Lasciamo quel posto offeso, con le sue storie.
Chissà se il ragazzo con i tatuaggi ha ripreso il suo moto giovane. Se sua madre ha smesso di cercare appigli. Ma sì deve essere così, deve essere così.

Tizianeda