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Madre di se stessa

Succede che fra un po’ si va in vacanza, in quel posto montanaro che la famigliola ad agosto sosta ormai da qualche anno. Vanno in quel posto che ci sono una casa, il camino, il giardino, verde, compagnia, cibo, vino, passeggiate, trallallerotrallalà, ma anche silenzio.
Succede che questo silenzio Tizianeda lo cerca come un unguento, come un luogo dove rigenerarsi, ascoltarsi, trovare un punto di incontro, sentirsi solida, madre di se stessa, unitaria e unica. Un luogo dove sorridere placida e dirsi “tranquilla va tutto bene”, come si fa con i bambini quando sono spaventati per qualcosa. Per esempio quando devono disinfettare le ginocchia sbucciate da corse felici, o affrontare il buio di stanze prima di raggiungere l’interruttore della luce. Ecco un silenzio così, cerca, che sappia accoglierla, che sappia insegnarle ad accogliere con ancora più grazia la vita, senza avere la pretesa di comprenderla.

Tiziana madre (alta e soda come sarà nella prossima vita) con Tizianeda figlia è del bravo assai  Domneico Bafometto Loddo

Tiziana madre (alta e soda come sarà nella prossima vita) con Tizianeda figlia è del bravo assai Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda

Dentro al cuore

E succede che la domenica è andata lenta, che la sera prima Tizianeda è stata con lo sposo in un posto pieno di affetto e amicizia, tutti raccolti attorno a una donna, per farle una sorpresa, per dirle il bene che le vogliono. E Tizianeda ha pensato che siamo tutti dentro le nostre vite capovolte che corrono in direzioni non sempre facili e proprio per questo, proprio per questo, ci cerchiamo, per regalarci attimi di comprensione e bellezza. Ed è stato così ed è stato semplice, come sanno essere i bambini. Come quelli che Tizianeda ha visto il giorno dopo, quando ha accompagnato il decenne a una festa di compleanno della sua amica del cuore, M.S., quella bambina che a Tizianeda piace, perché è allegra, bizzarra, coraggiosa e mattissima come le persone che hanno dentro al cuore una libertà speciale. La festa era in un posto con tanti ombrelloni sulla spiaggia e il mare che finisce con delle montagne lontane lontane. E poi la sera quando è tornata per riprendere il decenne e portarlo a casa con lei, ha dovuto aspettare un po’, perché erano tutti in alto mare. Ed è un bel modo di essere in un posto con il mare che ti tocca. E allora Tizianeda ha pensato di togliersi le scarpe e di mettere i piedi nudi sulla sabbia fresca e andare un po’ più vicino alle montagne, che erano bellissime con le luci appiccicate addosso e i contorni che salivano e scendevano e saliva e scendevano a bitorzoli. E c’era la luna sopra che sputacchiava una luce squamata e il mare sotto che si muoveva e muoveva. E poi si è seduta sulla sabbia e ha detto “ora sto un po’ qui in silenzio ché il silenzio in un posto così è più silenzioso”. E però mentre pensava a queste cose profonde, sono arrivati alcuni di questi esseri, tutti a un passo dal lasciare l’infanzia per sempre e le si sono seduti accanto e c’era anche la festeggiata e l’hanno guardata e le hanno chiesto cosa ci facessi lì sola. E Tizianeda ha spiegato che lo ha fatto perché è bello sedersi in silenzio e guardare lontano lontano. E poi ha lasciato il silenzio e hanno chiacchierato un po’ fino a che non sono stati chiamati tutti per la torta con le candeline da soffiare sugli anni che passano. E ha pensato alla sera prima con l’amica tutta bella, che ha soffiato su 50 piccoli fuochi infilzati in un impasto zuccheroso, la somma del suo tempo qui. E poi non ha pensato più. Poi ha guardato la bambina M.S. con i suoi undici anni da lasciare in un soffio, e le ha augurato di rimanere così candelina dopo candelina, con dentro al cuore la sua libertà speciale.

Tizianeda

I fall in love with you

Ciao ragazzina, ciao. Come stai? Stai bene bene veramente, come mi dici sempre? Stai bene come sta bene una ragazzina di quattordici anni che non capisce questa domanda invadente. Che mi dice che noi adulti ci spaventiamo inutilmente dei vostri umori poggiati altrove. E allora ti guardo e ti guardo e te ne accorgi e sorridi e dici “smettila” e sorridi ancora, in quel modo tuo intimo che mi piace. Ma io, non riesco a non guardarti. Mentre attraversi le stanze dei 90 mq, per esempio, o stai muta nel tuo silenzio di quattordici anni, o quando usciamo insieme e improvvisamente infili il tuo braccio sotto il mio e mi sorridi piano. O quando disegni tutte quelle ragazzine come te dagli occhi malinconici, e non vorrei che tu già conoscessi questo sentimento qui, che è presto, troppo presto. Ma tanto, malinconici si è, con quel modo lontano agli altri di appoggiarsi sulle immagini che scorrono, che vanno come i passaggi delle nuvole inquiete, che già sono altro e perdute.
Ciao bella mia bella, morbida e solitaria ragazzina. Che mi hai fatto leggere un messaggio che hai inviato a una tua amica. Le hai regalato la tua visione della vita, la tua percezione di te, il tuo bisogno di spazio e libertà, la tua calma di pensiero. Ti ho chiesto di rileggermelo, per fissarmi le parole. Hai una visione tu, in questi tuoi quattordici anni assoluti. Una visione di sentire, una solidità, che non so quando è sbocciata, ché ti vedo spesso avvolta nella pigrizia dei gesti, in una svogliatezza che rifiuto. E invece, invece, tu sei un mondo che a volte si svela e rimprovera le mie paure di madre che poco si sofferma e molto chiede. Ma quando lo faccio, sì quando mi fermo cado dentro quella pozza calda che stento a chiamare amore, perché io questo insieme di lettere non le so dire. Però è questo che succede. I fall in love with you, ché gli inglesi sono bravi, a volte, con le parole. Quell’inglese che tu parli e comprendi e ami. E non c’è niente da fare. Io sono caduta. L’amore è un inciampo. Lo sgambetto me lo hai fatto tu, ragazzina. Ma non te lo dico, ché non lo so dire, ché non voglio incatenarti. Lo scrivo qui, lo affido a un mondo che fluttua come la malinconia. E intanto continuo a guardarti e a cadere, a guardarti e a cadere.

Tizianeda

Questo girotondo

La ragazzina ha deciso che vuole diventare esperta nella coltivazione di piante domestiche. Ha comprato un libro che spiega come non farle morire dopo soli pochi giorni di permanenza in casa e un quadernone per prendere appunti. Poi per dare un segno tangibile al suo manifestato animo gentile, ha comprato una pianta grassa cosparsa di lunghi aculei rosso fuoco, che se ti infilzi, o muori o subisci spaventose mutazioni genetico/aliene. Ha preso anche in appalto la gestione del nastrino dimenticato sul balcone, il quale abituato all’incuria ha mal sopportato di essere stato più volte annaffiato e spostato a seconda della posizione del sole e ora ha un’aria dimessa e collassata. Allo stato alla ragazzina è stato intimato di ignorarlo.

Lo Sposo Errante, ha riscoperto il primo grande amore della sua vita che esisteva prima ancora del suo fidanzato basso elettrico supersonico, prima ancora di Tizianeda. Con l’amore primordiale ogni tanto esce, scompare per un po’ per poi ritornare appagato e sorridente. E Tizianeda se lo immagina nella sua condizione ideale, la solitudine, andarsene in giro con la sua motocicletta Enduro, che lei ancora, da quando l’ha riparata è l’unica della famigliola a non essere salita, anche solo per un giro attorno all’isolato.

Il decenne è stato iscritto a un campo estivo. Quelli che servono a ridurre i sensi di colpa delle madri, nel saperli altrimenti soli in casa a bivaccare tra il letto e il divano, vittime del padre dei vizi e della modalità Grande Lebowski. Ci andrà con i suoi cugini, che a volte si riversano nei 90 mq, perché qui al sud suddissimo la famiglia allargata è incastrata nell’ellissi del nostro DNA. In attesa, quando è in casa bivacca tra letto e divano, dividendo il suo tempo equamente tra l’ultimo dei sette libri di Harry Potter, la visione di Youtuber più strani di lui e video giochi che Tizianeda quando si cimenta, muore subito schiantandosi sempre contro qualcosa di spaventoso o finendo dentro liquidi che la polverizzano all’istante.

Quanto a Tizianeda è come sempre sul filo, sospesa tra i suoi mondi e a volte pensa che dovrebbe avere più braccia per contenerli tutti senza il rischio di farli cadere. Ma poi, pensa ancora che non sarebbe giusto. Deve essere così che deve andare. Due occhi per guardare. Due braccia da riempire, due gambe per andare. Una la testa per pensare, uno il cuore per contenere. E bisogna coordinare tra di loro questo groviglio di corpo e mente e intimo sentire. Prendersene cura, come di una rosa, oscillare con equilibrio tra il bisogno di ozio e l’inquietudine di fare, tra i 90 mq da curare come un rigoglioso ecosistema interconnesso e quello fuori a cui Tizianeda si aggancia festosa con il suo mondo creativo. Due gambe in fondo sono sufficienti per camminare sul filo, due braccia per mantenere l’equilibrio e una la testa e uno il cuore per contenere questo girotondo.
rosa

Tizianeda

Incomprensibile universo

Il decenne, che ha detto addio alle scuole primarie, per proiettarsi nell’ imperscrutabile mondo delle scuole secondarie, ha presentato, stimolato dalle maestre e insieme agli altri compagni, una tesina. Tutti i bambini hanno discussa la propria nel salone della scuola, in presenza dei genitori. Lui ha parlato dell’universo. Argomento che ama, sin da quando piccino piccino disegnava bambini volanti tra pianeti, stelle, galassie e buchi neri da sconfiggere al posto dei draghi. Quando disegna, conduce il mondo dei suoi affetti nell’universo che contempla, dentro questo movimento cosmico. In questi anni ha portato sua sorella, noi genitori, i suoi cugini, i suoi amici e amiche del cuore. Ci ha fatto vivere avventure spaventose tenendoci per mano, regalandoci sempre un lieto fine. Ci ha reso magici e leggeri e ha accompagnato tutti noi dentro un infinito con le sue regole e logiche precise e misteriose, che lui ama raccontare. Anche a tavola, spesso, la sera, parliamo di universo. In realtà ne parlano i tre della famigliola, ben più a loro agio dentro un cosmo che ci sovrasta tutti, ma che a loro sembra non spaventare. Io sto zitta, mi fermo sulla soglia, mi siedo e ascolto. Io che rischio di perdermi dentro dimensioni ben più piccole del cielo sopra di me.
Ieri c’è stata la cena di fine anno. Proprio l’ultima. Quella che ci si saluta, che ai bambini prende una strana nostalgia, che si misurano con la perdita e il futuro che li chiama. Quella che capisci o ti ricordi o lo si dice, che le maestre sono un patrimonio da preservare, così come la scuola pubblica. Quella che le bambine piangono e anche, vivaddio i bambini, alcuni con molta vergogna, perché ai maschi si insegna che a loro non è dato piangere e non sanno cosa perdono. E si dovrebbe spiegare anche ai maschi, quanto sia prezioso misurarsi con serenità con le emozioni e i sentimenti, senza lasciare sempre a noi donne il compito sacro di traboccare, di concimare di grazia questo mondo piccolo e bisognoso. Anche se poi, ieri, le ho osservate molto le bambine con il loro modo innato di stare dentro le cose del mondo. Come quando hanno consolato un compagno molto contrariato, molto arrabbiato che piangeva. Ho osservato il loro modo di accorrere, di circondarlo e di distrarlo. Poi una di loro se lo è preso per mano, “vieni, oVa di faccio vedeVe una cosa bellissima!”, ha detto. E lui è andato, inerme e fiducioso davanti a tanta sicurezza. L’oggetto delle meraviglie era una piscina, con acqua melmosa dentro, che la suggestione del buio rendeva ancora più affascinante. Sono accorse poi quasi tutte a contemplarla, piene di meraviglia. Mentre io contemplavo loro, il ragazzino che aveva smesso di piangere e il cielo stellato sopra di noi, che non riesco a comprendere, ma in quel momento, cercare di capire sarebbe stato inutile.

Tizianeda

In “medie” non stat virtus

E dimmi, che hai? Niente c’ho la nostalgia. Io mi faccio la domanda, io mi do la risposta. Mi capita ogni tanto, dentro la testa. C’ho la nostalgia e ieri aspettando nel cortile della scuola elementare del decenne l’ho capito. Per lui è l’ultimo anno, poi saranno le scuole medie. Che già il nome. In medio stat virtus dicevano gli antichi. Non è vero niente. Tutto ciò che è medio è delirio. Le terre di mezzo sono un delirio, i figli medi spesso lo sono anche, io lo ero e forse lo sono ancora, se stai a metà devi farti spazio tra quello che vuoi essere e il mondo fuori. E insomma tutto questo per dire che c’ho la nostalgia dell’infanzia che corre via. Come i bambini all’uscita della scuola elementare che lanciano gli zaini pesanti dove capita, per sbarazzarsene in fretta e così correre e corre e correre, in quello spazio di libertà riconquistata che è il cortile della scuola. E siamo tutti lì in attesa, noi genitori. E sarà l’ultimo anno per me di questa attesa, ché poi a scuola, il decenne, ci andrà da solo. Ed è una liberazione, certo, uno spazio riconquistato anche per me. Certo, ma ora mi concedo la nostalgia. Per la ragazzina è stato diverso. Forse perché non era l’ultima, o forse perché per le donne è diverso, noi donne nasciamo già adulte in fondo. I maschi no. Loro nascono piccoli. E lo so che non si dovrebbero fare queste distinzioni sessiste, che crescere fa parte della vita, che bisogna lasciarli andare eccecc e blablabla, certo che lo so. E’ da quando sono nati che lascio andare quei due invasori dei miei pensieri, ma oggi dentro la mia testa, mi concedo questo momento nostalgico. Sarà che è martedì, sarà che ho visto e pensato troppo al mare in questi giorni, sarà il cortile della scuola che fa questo effetto strano, con quel suo spazio vuoto in attesa, sarà questo e quello, sarà che l’infanzia è un luogo definito in cui tutto è possibile, un paesaggio bello da guardare che ferma il tempo. Sarà. Ma in questi giorni, i pensieri girano così.

Tizianeda

Tenera è la notte (e un dettaglio trascurabile)

E’ uscita che erano quasi le due del mattino. Lo ha trovato divertente, come quando fai qualcosa di inusuale e trasgressivo. I due maschi dormivano e lei in silenzio ha attraversato la porta. Fuori l’aria era assorta, era blu e pioveva di quella pioggia che te ne accorgi appena, quasi non volesse disturbare. Guidava pensando al silenzio delle case, alle stanze buie e quiete. Guidava sulle strade svuotate delle vite chiassose del giorno. Di notte c’è un’armonia che manca alla luce e anche le geometrie della città cambiano assetto, come un luogo appena pensato.
Doveva arrivare all’appuntamento, essere pronta, essere lì. Non era la sola con lo stesso pensiero e la stessa urgenza. Quando è arrivata molti erano in attesa, con le proprie vetture, le voci, gli sbadigli, gli occhi assonnati, l’impazienza. E la notte è ritornata giorno, anche se non c’era il sole e il mare vicino non si faceva guardare. Tizianeda si diverte sempre quando ci sono situazioni inusuali, come inusuale è uscire alle due del mattino, guidare sola, parcheggiare a un certo punto la macchina e aspettare. Ma in tempo di gite scolastiche gli assetti naturale di veglia e sonno si sfalsano. Nell’ora delle vite parallele, di chi si riconosce solo nel buio, a volte spuntano i genitori, come degli intrusi. Anche se gli intrusi la notte non la abitano. Gli è solo data in prestito. Il tempo di far ricombaciare ogni padre e madre al proprio figlio. Come con la ragazzina dei 90 mq, eccitata di sonno, piena di parole veloci e di racconti. Il teatro, la commedia greca, la Sicilia, Siracusa, gli attori bravissimi, quello bono e bravo, i compagni, il pullman, i professori. Alle due del mattino. Poi la strada si è svuotata, ogni genitore si è riportato a casa la propria ragione di attesa. La notte è ritornata a chi la sa e la abita e al suo silenzio di sempre.

P.S.: solo per dire che l’impavida Tizianeda, il giorno dopo ha accompagnato il decenne nel punto di incontro per la partenza della sua gita scolastica. Lo stesso in cui è giunta la ragazzina. Ha dormito veramente poco ed è uscita con il figlio felice e baldanzoso. Tizianeda si è sentita quasi uguale alle organizzate ed efficienti madri meravigliose, in tutto questo suo entrare e uscire senza sosta. Il fatto che abbia scoperto poche ore prima che la meta della gita fosse la Sicilia e non la Puglia, lei ritiene sia un dettaglio trascurabile.

Tizianeda

Ogni rovescio ha la sua medaglia

“Ogni rovescio ha la sua medaglia”, così ha scritto un giorno quella meraviglia piena di parole di Marcello Marchesi. Era il periodo in cui con la famigliola ci scervellavamo per trovare il nome del blog. Correva l’anno 2012. Poi la folgorazione. Quale modo migliore per raccontare la terra capovolta partendo da un nome che evoca possibilità. Il 12 maggio “La medaglia del rovescio” è entrata in punta di piedi nella rete e si è accomodato guardando intorno un universo immenso, fatto di parole, suoni, immagini. Avevo un blog, ero una blogger, raccontavo i fatti miei e di chi aveva la ventura di attraversare la mia vita rendendola unica, almeno per me. Ho chiesto alla Tizianeda che ancora oggi (per fortuna) mi abita – anche se ogni tanto ha rischiato di essere sfrattata da un’inquieta Tiziana, con cui ha ritrovato e con fatica un nuovo legame amoroso – di guardare, osservare, sentire e raccontare. La maggior parte dei blog, dicono, non durano più di un anno. A volte subentra lo scoraggiamento, l’incostanza, il disamore. Se mai dovesse succedermi, so che sentirei un certo dolore, una sensazione di perdita. Perché per questo blog che il 12 maggio compie 4 anni, io sento un affetto profondo che mi scalda. Perché le parole si possono amare, perché in quelle parole ci sono pezzi di vita e di vite, le parole sono cuori che battono. C’è la famigliola che mi sorregge come un’amaca gentile, non sempre facile da gestire, ma da cui non posso prescindere. Ci sono i 90 mq e il mondo fuori i 90 mq. C’è il tempo che scorre e va via e quello placido dei ricordi che a tratti si ferma e sosta. Ci sono il luoghi del mio sud suddissimo e i luoghi altri che meritano di essere raccontati. Ci sono i volti e i passaggi di chi ha un peso e una consistenza nella mia vita. Ci sono pensieri che mi fanno accartocciare su me stessa.C’è la leggerezza innata, che mi rende una persona migliore. Il linguaggio è cambiato in questi anni, perché parti di me sono cambiate. E le parole assomigliano a chi le scrive. C’è la scelta di raccontare alcune cose e altre invece di tacerle. Non si può mica dire tutto tutto di sé in un blog. Ci sono pezzi di noi che custodiamo sempre da qualche parte, ma quanto nel blog è scritto è sempre vero e sincero. In un blog si può tacere, filtrare, non dire, scegliere cosa di sé mostrare, ma mai mentire. C’è Tiziana a volte, o forse sempre di più, ma è Tizianeda a condurla per mano dentro le pagine. Non so cosa sarei diventata senza questo blog. Forse un po’ più grigia, un po’ rancorosa verso me stessa per le passioni non ascoltate. La Medaglia del Rovescio mi ha regalato il coraggio di dire e di guardarmi dentro, mi ha amplificato lo sguardo che spesso è un privilegio e a volte un peso. E poi ci siete voi che mi leggete. Il blog è niente, niente, senza i passaggi affettuosi di chi decide di renderlo parte delle sue giornate. Ho ricevuto molto di più, in questi quattro anni, di quanto io abbia potuto regalarvi con le mie parole. Questo post è per tutti voi. Questa donna imperfetta che funambola tra parole e amori, ora vi manda tanti baci.

Tizianeda tra i grattacieli di parole è stata disegnata dalla mano di  Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda tra i grattacieli di parole è stata disegnata dalla mano di Domneico Bafometto Loddo

Tizianeda

Vorrei, anche per te

“Mamma mi sono sentito in imbarazzo! Sai quanto i miei compagni ragionano per stereotipi …”

Lo so decenne, lo so quanto sia difficile dire e fare la cosa giusta. E’ difficile anche per noi adulti raccontare chi siamo, quando capiamo di avere una visione delle cose non allineata. Ma in fondo non è sempre importante che gli altri comprendano.

Così la maglietta l’hai messa nella zaino con il suo pacchetto. Era il regalo per il compleanno di un tuo compagno, che io come al solito compro in ritardo perché sono disorganizzata e incasinata. Lo hai portato a scuola, contento. E  lo immagino il tuo sorriso, quello che mi fa impazzire. E  immagino il momento preciso in cui il tuo amico ha visto  la maglietta con la scritta rosa. E mi sembra di sentirli gli altri, tutti attorno curiosi prenderti in giro, perché il rosa per loro è un colore da femmina e non da maschio. E  vedo te, che non sorridi più, nascondere la maglietta dentro lo zaino per riportarmela a casa. E non è colpa loro in fondo. Perché sin da quando nasciamo ci educano a fare distinzioni nette tra questo e quello, a catalogare, distribuire, dire tu, io, lui, lei, da quella parte, da quell’altra. Ci insegnano causa ed effetto rigide.  Come dire cosa e a chi e questo sì, questo no e fare, stare, dove, quando.  E abbiamo parlato poi, io e te. Ma in fondo non ti ho detto nulla di più di quello che tu già non sappia.  Ma vorrei che imparassi ad attraversare le visioni ottuse e piccole con la forza delle tue convinzioni, con la potenza del tuo sorriso che non può non incantare, vorrei che la tua calma insegni e il tuo stupore sbricioli i pregiudizi.   Vorrei che gli altri bambini, una volta adulti, capissero quante meraviglie si perdono se crescono dentro vestiti cuciti per loro da altri. Si fatica tanto per diventare noi. Ci si fanno i lividi, perché si cade e ci si rialza, perché le parole sanno essere  pietre che dobbiamo saper scansare, perché  imparare a capire e distinguere è spesso un viaggio solitario. Ma poi, una volta intrapreso, quanti incontri e quante possibilità, quanta conoscenza e divertimento e stupore! E magliette con le scritte rosa di cui non farai caso se a indossarle saranno maschi o femmine.

 

Tizianeda

Come un dispetto

Mia nonna si chiamava Ines. Amava la vita, la nonna Ines. La vita si ama nei gesti che indossi e nel modo lieve  con cui la attraversi. Così. Senza clamore, con grazia e momenti da gustare e silenzi da respirare e parole belle da dire a chi vuoi tu.

Ho comprato un cappello rosso, piccolo e leggero, da indossare inclinato su un lato, come faceva lei. Un vezzo da donne, un dettaglio che dice. Se scrivessi un libro, per esempio, io parlerei della nonna Ines e di quanto  lei amasse la vita. L’affetto per i giorni  è un cappello piccolo e leggero indossato sbilenco, è imperfezione che attrae. E’ quella cosa lì che  tiene incollati i piedi al filo del funambolo, anche se sotto c’è il vuoto con la bocca spalancata e ti guarda.  E tu lo guardi  se ne hai voglia e puoi decidere di fregartene.

Ho comprato un cappello rosso piccolo e leggero, così quando lo indosso,  mia nonna Ines mi ricorda da dove vengo e che non sono sola come una lettera messa lì a caso su un foglio bianco. Mi fa credere che c’è un senso di parole e frasi e storie da continuare a scrivere. Mi fa credere che io sono le storie che mi hanno preceduto.

Mia nonna mi ha soffiato nel cuore il suo affetto per le ore, da prima che nascessi, con i suoi geni folli. Io ora lo indosso questo amore. E’ rosso, piccolo, leggero, appena inclinato sulla testa, come un dispetto.

 

Tizianeda