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Con le mani in tasca

Bello, sei bello con le mani sempre in tasca, che giri per casa e ti guardo, di nascosto, anche se a volte te ne accorgi e ti giri e mi dici “che c’è?” e io “niente” e ci sorridiamo e poi torniamo ognuno alle nostre cose. Un attimo innamorato, che ricompone le nostre esistenze provvisorie. E io a darmi strane spiegazioni al tuo improvviso modo di stare e muoverti, così scanzonato e indifferente. Ci ho ricamato sopra un’interpretazione autentica, un trattato sulla crescita, sulla complessità della natura maschile, quando complesse e non interpretabili finiamo per essere sempre noi. Ma non è colpa nostra se questo corpo di donna è un meccanismo ciclico ed ellittico difficile da disegnare e voi siete una linea retta sulla quale rotoliamo sopra. E te l’ho chiesto, undicenne, perché cammini sempre con quelle mani in tasca, che mi fai impazzire gli occhi. Ed ero certa, ero certa che nella tua risposta avrei scoperto il mistero di tutti gli uomini, che da un po’ osservo da lontano come una studiosa, per scoprire anche parti di me sempre ignorate. E tu, mio amore, che ti allontani con le mani in tasca, hai sorriso, come sai fare. “Che domanda è questa, mamma”, mi hai detto. “Rispondimi” ti ho detto seria, come fossi sulla soglia di una scoperta nuova, di quelle rivoluzionarie che ribaltano i dogmi precedenti.
“La risposta è semplice, mamma”, hai detto senza fretta, con bellezza. E’ così che ci fregate. Questa tenerezza. Mi hai guardata come si guarda un essere stano e poi hai risposto, indifferente ai dogmi che ho la presunzione di ribaltare: “cammino così, perché ho le mani fredde”.
E poi sei andato via. Con le mani in tasca, lentamente, tranquillo, semplicemente.

Tizianeda

Fare l’amore

Ne hanno parlato quasi tutti. Ne hanno decantato le meraviglie, lo hanno denigrato, hanno fatto intendere delusioni tramutate in cinismo, gli hanno dato la forma di nostalgie e assenze. E anche chi lo ha taciuto, in fondo, lo ha voluto raccontare, perché il silenzio è un ricamo lieve attorno al suo nome.
Tizianeda, avrebbe voluto condividere sui social, una frase, una canzone, infilare una poesia, una fotografia. Niente di niente. Le è venuto il pudore davanti a un sentimento così potente, come le cose immense a cui non sa dare una definizione, come l’universo, soggetto alle regole della gravità, dove tutti i corpi si attraggono combinando casini cosmici affascinanti. Anche se a lui ha pensato tutto il giorno, anzi dalla sera prima, quando ha poggiato sui piatti ancora vuoti della cena dei tre abitanti dei 90 mq, dei cuori di cioccolato e meringa.
Ha pensato a questa cosa impalpabile che si chiama “Amore”, che è come l’acqua nel corpo umano: occupa buona parte dei nostri pensieri e condiziona i nostri passi e dà a ognuno di noi un differente sguardo sul mondo fuori, spesso incomprensibile agli altri. E non parlo solo dei grandi sistemi dell’amore, quello che i poeti da sempre raccontano come una profezia misteriosa con il loro sguardo da rabdomanti, tramutando questo sentimento sfuggente in immagini, che ci lasciano senza fiato. Parlo anche dell’amore che si insinua di nascosto nella piccola vita minuta. Che è nei gesti, nelle parole, negli sguardi della quotidianità ripetuta. Un sorriso, un ciao, un come stai, la mano su una fronte calda, un pensare senza dire, un gesto che protegge senza sapere. Cose così. Fugaci e immanenti, che lasciano un suono invisibile, come quello delle onde gravitazionali nel cosmo. Oggi provo a starci più attenta. Oggi dell’amore non parlo. Oggi l’amore si ascolta e si fa.

Tizianeda

La risposta inesatta

– Mamma come si chiama quella cosa lì che ti batte forte il cuore all’improvviso?
– Si chiama amore, tredicenne.
– Mamma, smettila! Dammi la risposta giusta.

La risposta giusta è “tachicardia”, tredicenne. La risposta inesatta è “amore”. Perché l’amore è inesatto e sfalsato, in questa nostra esistenza bizzarra. E prima della risposta “amore”, c’è sempre una domanda sbagliata o inesatta anche lei. Le domande hanno la pretesa di definire e l’amore, amore mio, imparerai che definire non si può. O forse è lui la domanda e per questo non può essere contenuto in una risposta. Però il cuore c’entra con l’amore. Quando io vedo te o tuo fratello e vi guardo che voi non mi vedete ché siete assorti in qualcosa, per esempio, il cuore mi batte forte. E quando mi emoziono, il cuore accelera la corsa come se si volesse staccare, sussulta attirato da un oggetto misterioso. Poi ho capito perché il cuore impazzisce quando si ama. Perché ogni cuore attrae, contiene, custodisce. E così i battiti si moltiplicano. E non ti sto parlando solo degli uomini, che un giorno incontrerai e che so faranno scalciare il tuo cuore di donna. Parlo del mondo fuori e della grazia che te lo farà sentire. Parlo del tuo universo dentro, che dovrai curare come un giardino segreto, di cui far percepire la freschezza dei suoi profumi. Però non chiedermi mai cosa sia l’amore, perché io ancora non l’ho ben capito. Mi sembra di intuirlo a volte, di sfiorarlo, ma rimane sfocato, come i sogni della notte remota, che sei sveglio e cerchi di ricomporli. Però sono certa, che pur non potendolo definire, se tu non dovessi più sentirlo, te ne accorgeresti. Sarebbe come un silenzio che all’improvviso diventa rumore, una solitudine scomposta, una corrispondenza interrotta. Per questo ti dico, custodiscilo dentro di te, qualsiasi cosa diventi la tua vita. Apri le braccia, amore mio. Diventa tu la risposta inesatta.

Tizianeda

Sarà tutta colpa del gender

Una ragazzina di sedici anni, Juno (Giunone), fa l’amore con un coetaneo, una volta sola. Rimane incinta. Da qui parte la storia. “Juno” è un film, di qualche anno fa, visto in televisione in presenza di un novenne totalmente assorto nei suoi pensieri e una tredicenne apparentemente assorta in altro. Il film è intelligente, ironico, cinico, tenero, ribalda stereotipi e ti fa pensare. Specie se hai figli adolescenti o che lo diventeranno a breve. Specie se sai che parlare di sesso e sessualità con dei ragazzini in ricorsa dentro la vita, potrebbe avere lo stesso effetto di una fastidiosa eruzione cutanea. E mi chiedo cosa sappiano del sesso e della sessualità i nostri ragazzini, come vivono i loro corpi in divenire, insieme ai pensieri e allo sguardo sul mondo fuori. Se ne parlano tra di loro oppure no. Con i genitori non lo fanno e spesso ogni tentativo da parte dell’adulto teoricamente esperto, diventa un sforzo goffo che finisce subito con una frase del tipo : “non ne voglio parlare, grazie”. Con sollievo, in fondo, di entrambi.
Perché un genitore è geneticamente incapace a farlo, almeno una buona parte dei genitori. Noi che siamo campioni di cambio canale in televisione, al primo sospetto di strusciamento corporeo. Che deglutiamo in silenzio in preda all’imbarazzo, guardando di sbieco le reazioni dei figli, quando i dialoghi in un film si fanno espliciti. E sarebbe un gran sollievo per tutti se a scuola si introducesse l’educazione sessuale tra le materie da insegnare. Ché il corpo e i suoi meccanismi biologici ed emotivi dovrebbero essere un argomento da trattare non con fatica, ma con gioia e stupore, perché da lì, dalla conoscenza serena, dalla consapevolezza di quello che siamo, di come funzioniamo, impariamo il rispetto, impariamo ad amarci e ad amare. Mi chiedo se mia figlia abbia cognizioni distorte sulla procreazione e annessi e connessi, come l’avevo io alla sua età e anche dopo. Io che pensavo che il preservativo fosse una polverina tipo il cicatrene e che incinta si potesse restare con un bacio, ma proprio un bacetto. Un po’ come credere che un bambino nella pancia arriva con il pensiero o il teletrasporto. Come ho dipanato le mie ignoranze non lo ricordo. Io irrimediabile bacchettona. Forse grazie a qualche compagna più sgamata. Che il cielo benedica le compagne più sgamate. So che molti pregiudizi e stereotipi, che nascono dall’ignoranza e dal silenzio imposto dall’educazione, li ho lasciati andare dopo molto tempo e con fatica.
So che i tentativi criminali, in Italia, di impedire progetti volti a insegnare il rispetto, le regole del corpo, la bellezza della diversità, fanno un gran male ai nostri ragazzi. So che l’istigazione a paure irrazionali, attraverso la menzogna reiterata, attraverso la formulazioni di teorie inesistenti che solcano e corrompono i pensieri degli adulti, affossano le possibilità di volo dei nostri figli. Che imbrigliare il sesso e la sessualità dentro concetti affatto scientifici e dogmi, nega i meccanismi meravigliosi del corpo, nega ai nostri ragazzi la loro stessa identità. L’educazione sessuale non insegna solo la meccanica del sesso, come si vuole far credere attraverso la invenzione di una fantasiosa “teoria del gender”, che profetizza scene apocalittiche (e mi chiedo quale mente deviata possa aver inventato una roba del genere). Chi ha uno sguardo così povero di significati, dovrebbe porsi qualche domanda, interrogarsi, guardarsi dentro. L’educazione sessuale è molto di più. Il corpo è molto di più. Le vite dei nostri ragazzi valgono molto di più.

p.s.: solo per dire, che benché sia una irrimediabile bacchettona, sono riuscita a scrivere la parola “sesso” una quantità innumerevole di volte in questo post. E’ decisamente una rivoluzione. Sarà tutta colpa del gender.

Tizianeda

Se rinasco

Se rinasco, rinascerò donna.
Se rinasco rivoglio questo corpo, con le morbidezze madri delle donne.
Più alta, se possibile.
Oppure se rinasco con questa altezza qui, mi basterebbe un mondo rinato con le cose messe in basso.
Se rinasco, rivoglio tutto quello che fa una donna.
Ridere, per esempio. In quel modo che il corpo vibra, in quel modo che si spargono segreti che concimano di leggerezza la terra.
Se rinasco, rinascerò con le sindromi pre, durante e post. Quelle che incutono terrore a tutti, ma non alle donne.
Se rinasco mi riprenderò l’emotività oscillante delle donne e il diritto di cambiare idea in pochi secondi. Il diritto di piangere per un motivo, nascondendone mille altri.
Rinascerò donna, perché non mi piace giocare facile.
Se rinasco, rinascerò donna per parlare degli uomini con le altre donne, perlopiù male, perlopiù amandoli di un amore tenero.
Rinascerò per riavere un corpo che sa fare spazio ai corpi in divenire, per condividere parti vive di me, essere pane che si spezza con le mani.
Se rinasco farò gli stessi sbagli forse, ma sarò più clemente e mi saprò perdonare.
Se rinasco mi amerò da subito, senza perdere tempo, senza dover aspettare.
Se rinasco mi osserverò allo specchio per trovare la saggezza di una vita già vissuta, diventandomi figlia.
Se rinasco cercherò chi ho amato quando ero un’altra me. Li troverà la nostalgia. O mi riconosceranno loro, in qualche modo.
Cercherò i miei figli e li osserverò da lontano, se rinasco, per non spaventarli.
Se rinasco mi porterò gli incontri femmina, i riti, i linguaggi, i lanci e gli slanci, gli inni di libertà e le liberazioni, le confidenze, le mani, gli occhi, l’incedere dei passi, la birra, la sfrontatezza sorridente, il ritrovarsi, il capirsi, il non giudicarsi, l’accogliersi, i silenzi e le parole. Li porterò con me, dentro una valigia leggera.
Se poi rinasco uomo, mi toccherà improvvisare.

Tizianeda

Famigliola days

La famigliola di Tizianeda è composta da una mamma, un papà, una tredicenne e un novenne. Una famigliola come tante, nulla di straordinario. Tizianeda sa che nella sua famigliola ci sta bene. Certe volte vorrebbe fuggire in un posto lontano e irraggiungibile, è vero, ma sa che quei 90 mq sono il luogo dove vuole tornare sempre. E sa che il fatto che la sua famigliola sia una famigliola come tante altre, non è tuttavia l’unico modo di essere famigliola. Mica il mondo gira attorno ai 90 mq! Cosa che sarebbe molto molto terrorizzante, a ben pensarci. Tizianeda sa, come lo sa lo Sposo Errante e lo sanno quei due minori che vagano per le stanze, che ci possono essere altri modi di essere famiglia con la stessa essenza e cuore della loro. E’ famiglia quando c’è un solo genitore, perché l’altro non c’è più, per uno dei tanti motivi della vita bestia. E’ famiglia quella in cui i figli non sono arrivati. E’ famiglia quella che ci si sposa nella certezza propria di un sacramento religioso e quella che ci si sposa nella certezza propria di un rito civile e anche quella che si decide di non volere né l’uno né l’altro ma insieme si sta bene uguale. E’ famiglia quella in cui ad amarsi sono un uomo e una donna, due donne o due uomini. Per non parlare di tutti i modelli di famiglia che ci sono nel mondo. Ma mi fermo qui per sintesi. L’importate è potere scegliere, l’importante è avere tutti gli stessi diritti, l’importante è sapere di essere in una società inclusiva, dove un modello diverso dal nostro (ma poi diverso in che senso?) è considerato normale, perché ognuno calza la scarpa che si adatta al proprio piede. Almeno così diceva mia nonna. Che poi ve le immaginate tante persone in giro a camminare, correre, guidare e sbrigare le mille faccende della vita con scarpe enormi o strette strette. Sarebbe un gran disastro, tutti a sentirsi scomodi e fuori posto, tutti di cattivo umore, tutti a camminare sghembi con un passo che non è il proprio o pieni di piaghe doloranti. Provate voi ad andare in un negozio e comprare delle scarpe di una misura non corrispondente alla vostra o a farvi convincere dal commesso zelante a farlo. Sarebbe una follia, una cattiveria. Sarebbe ingiusto. Sarebbe un furto al benessere dei propri piedi e del proprio passo unico e inimitabile. Come se per esempio imponessi alla cugina tacco 12 di indossare le ballerine. Me le lancerebbe contro. E non potrei proprio biasimarla.
Un saluto allegro a tutti voi e indossate le scarpe che vi piacciono. E poiché i tempi sono come sono, mando un bacio a tutti ma proprio a tutti.

Tizianeda

E sarà bello

Ehi ciao. Come va? Che periodo questo. Vero? Cose che accadono. Non tutte ci piacciono. Anzi alcune sono una gran bella schifezza. Ma per me è diverso, per me che la resilienza l’ho capita subito e imparata presto. Tu lo sai. Sarà che sono donna o è la visione della vita che è differente che mi porta a cercare la bellezza, incessantemente, anche nelle pieghe di bruttezza e nelle stanze buie. A cercare parole come coperte che consolano.
Questo tuo viaggiare, da un po’, ti è diventato pesante come un cappotto stretto indossato fuori stagione. Non sempre i treni continuano verso la direzione che ci sembra giusta, che ci piace. A volte deviano mentre siamo sopra in corsa.
Io sono chi resta nei 90 mq a sbrogliare la giornata, a compattare il tempo. Tu sei chi  sa l’alba. E’ più difficile per te o più facile? Non importa in fondo. E’ così.
Io  quella che  rimesta nei cassetti a cercare risposte e visioni. Tu che sei i piedi per terra, tu che sei a fuoco e irremovibile come roccia, come tu sai, come a volte quasi mi spaventa. Però io che sono qui e incoraggio e rido e ballo sfrontata sul filo del funambolo che oscilla e vibra, che ondeggio il corpo e i pensieri, sai io a volte ho paura. Non per te, troverai il modo di sorprendermi anche in questo tempo qui incerto. Io lo so. Ho paura di questi miei progetti che tu sai, in questo spazio con contorni nuovi, e che non so dove mi porteranno. E’ che a volte il mondo sembra immenso. Ma il più delle volte fin troppo piccolo. E allora continuo pensando a questi ultimi tre anni che mi hanno salvato restituendomi la mia essenza. No, non è stata solo la scrittura, questo uscire dalla tana mostrando il volto e la voce senza troppi pudori. C’è stato altro e tu lo sai. C’è stata, come c’è da sempre la fame di vita, c’è stato che ho chiamato per nome i lupi nascosti nel bosco. E poi c’è, da un quando e un dove che non so, la voglia incessante e vorace di sapere come questa immensa e prodigiosa storia andrà a finire.
Ora ti saluto. Gli incastri sai. Poi un giorno di questi lo prendo io un treno all’alba. Vado via due giorni da mia cugina che mi reclama da troppo tempo. Sì per due giorni voglio essere solo cugina. Per due giorni smetto di essere quotidianità. Poi ritorno da voi e sarà bello, come sono belli i vostri sorrisi.

Tizianeda

Fughe, attese e il cappello di paglia

I quattro della famigliola hanno lasciato i 90 mq, così, per due giorni. Hanno percorso in auto per due ore le strade del sud suddissimo e sono giunti in una casetta di un paesello ordinato. Si sono fatti accogliere, coccolare, sfamare dai loro amici, perché a volte, hai proprio bisogno di questo fuggire. E così si sono incontrati con quest’altra famigliola che ha la casetta nel paesello, che era lì per qualche giorno, ma che vive dalla città più bella del mondo. Loro sono un papà, una mamma, un figlio di un anno più grande del novenne che parla tantissimo e una figlia che ha lo stesso nome della tredicenne, che di anni ne ha 12 e che, come la tredicenne, è nata nel mese di febbraio. Lì hanno passeggiato per borghi antichi che a ogni angolo c’erano panni stesi con sapienza, a sventolare nell’aria. Tizianeda a guardare quell’attesa di stoffe e acqua e quella quieta bellezza, ci sarebbe stata ore, ché solo nei posti di un antico surreale si vedono cose così.
Sono anche stati in un luogo che c’è il mare di cristallo e si mangia il gelato più buono del mondo. Lì Tizianeda ha acquistato un cappello di paglia vera con le falde larghissime. Lo ha acquistato e indossato immediatamente, come una turista che viene da lontano lontano a godere delle bellezze rigogliose del sud assolato. E si è sentita un po’ più svedese e un po’ meno hobbit, con questo cappellone magico sulla testa, con questo accessorio dal potere trasfigurante. Un po’ Jacqueline Kennedy glamour come lei non è e non sarà mai.
E mentre vagolava vicina al mare placido e sereno, ha pensato che ogni donna dovrebbe regalarsi un cappello di paglia vera con le falde larghissime a proteggerla, a lasciare che gli occhi stiano spalancati sul mondo fuori che gira con il suo fare insolito e bizzarro. Lo dovrebbero avere le bambine e le ragazze e le donne mature e quelle che il tempo gli è passato tanto. Tutte a indossarlo quando gli pare, a sentirsi protette e tutte un po’ sorelle. Così , come in una magia, sapersi vere e leggere. Le più giovani a ricordare lo stupore di una vita in divenire, l’impaccio di un corpo che cambia e che sperimenta, le più grandi a comprendere e insegnare con la forza accogliente di chi la vita l’ha conosciuta, con la pazienza e la clemenza di chi ha guardato i propri limiti e mancanze e quelle con millemila rughe sul volto, a preservare la memoria di un passato che non c’è più e così farne dono. Ciascuna a regalare alle altre qualcosa di sé e nessuna, nessuna a giudicarsi. E tutte a cercare di capire anche le distanze, così inevitabili e leggerle quelle distanze, decodificarle come un messaggio segreto, una formula magica, un rito antico, senza ragionarsi addosso, classificarsi, imbrigliarsi in schemi arrivati chissà da dove e chissà da chi.
Così tra passeggiate, visioni, chiacchiere e pensieri, i due giorni sono trascorsi veloci. La famigliola è ritornata nella città sbilenca con la vita da sbrigare e un cappello di paglia vera con le falde larghe in più.

Tizianeda

Dopo dieci anni

Rimandava di anno in anno, con un prima o poi, con lo farò l’estate prossima, con questa è l’ultima volta che, con un mi sento pronta ma. Poi di anni ne sono passati dieci e lei ogni estate si è ritrovata a indossare i soliti che la rassicuravano, la avvolgevano in quei punti lì, la coprivano da sguardi giudicanti tutti a osservarla (perché è così che si rappresentava il mondo fuori…). Non ascoltava i consigli dello Sposo, delle amiche tutte a dirle sei esagerata, del novenne che quella parte del suo corpo la trova bella e accogliente, della sorella saggia. Perché lei quella parte lì sulla spiaggia assolata e piena non voleva mostrarla, quella parte così cambiata e disegnata. Poi è successo che una mattina si è svegliata, che si è sentita ottimista e con la primavera dentro, che gli occhi giudicanti erano spariti ed era rimasta lei con il suo sguardo e basta, che era sabato, che era una giornata di sole, che probabilmente aveva dormito bene quella notte, che non era affetta da sindromi pre post durante che la trasformano in Maga Magò, nella strega di Biancaneve, nella matrigna di Cenerentola, in Voldemort, Sauron, nella Regina di Cuori che vuole tagliare la testa a tutti.
Così è uscita, ha passeggiato sulla via principale cittadina, senza fretta o ansia, guardandosi attorno. E’ uscita e sorrideva forse, anzi sorrideva sicuro. E’ entrata in tre negozi e poi ne ha scelto uno. Lo ha indossato nel camerino, ha guardato la sua pancia imperfetta con quei segni che oggi trova né belli né brutti, ma suoi, come un racconto intimo, come i disegni preistorici impressi nelle rocce, come la vita che accade e mentre accade lascia tracce, lascia parole scritte sulla pelle. E poi, poi dopo dieci anni ha acquistato il bikini provato davanti a uno specchio in cui si è guardata con attenzione e ha riletto la sua storia di questi ultimi dieci anni.
E basta. Fine della storia. Anzi no. Inizio della storia direi!
Un buon fine settimana a tutti, ma ancor di più a tutte voi!

Tizianeda

Cambiamenti

Ieri Tizianeda ha affrontato una di quelle imprese casalinghe che il solo pensiero incute terrore e scoramento, come a un asmatico la scalata dell’Everest, a un idrofobo un pacchetto omaggio di sedute di talassoterapia, a un bambino la parola “lavati”: ilcambiodellarmadio.
Ilcambiodellarmadio è il “metti la cera togli la cera” in versione “togli i vestiti invernali dall’armadio, metti i vestiti estivi nell’armadio” e ti senti Daniel Larusso con quella faccia vorreiesserealtrove. E anche se non hai il maestro Miyagi a farti cazziatoni per tutte le volte che ti distrai, c’è comunque il montarozzo informe da sistemare, di vestiti, gonne, pantaloni, giacche e giacchette sul letto che incute lo stesso timore reverenziale.
Eppure ieri, Tizianeda, mentre modificava gli assetti interni dell’armadio, mentre riponeva i vestiti leggeri tra grucce e cassetti, mentre selezionava gli abiti estivi e invernali che invece non avrebbe messo mai più, chiudendoli in due sacchetti, ha pensato che ilcambiodellarmadio, è qualcosa di più di una tediosa attività casalinga.
Ilcambiodellarmadio è la misura del cambiamento. Il tuo. Mentre selezioni i vestiti, questo sì questo no, mentre scarti la giacchetta bon ton, il pantalone colorato, la maglietta troppo accollata o la gonna di quella forma strana lì, prendi la misura di quello che sei oggi, di quello che non sei più, di quello che sei diventata. Non solo cambiamenti fisici, intendo, ma proprio interiori. Perché i vestiti in fondo un po’ ci rappresentano e quando non li indossiamo più è perché hanno smesso di farlo. Perché siamo cambiati o la percezione di noi stessi è cambiata o semplicemente perché quel capo lì lo abbiamo acquistato in un momento di distrazione cerebrale. E quando riponi nel sacchetto un abito, è il momento in cui ti dici “santo cielo questa Tizianeda qui, non c’è più” e la saluti senza troppi convenevoli. E’ un modo lievi di lasciarsi alle spalle il passato, quello che è andato e che non torna.
Ora ci sono due sacchetti pieni pieni in un angolo dei 90 mq. Lei li guarda sorridendo, li guarda con indulgenza. Sono cambiate tante cose in fondo in questi anni. Ora il sua armadio fluttua più leggero, proprio come si sente lei adesso.

 

Tizianeda