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Gracias a la vida

Domenico ha tredici anni, quasi. I ciuffi neri disordinati in testa, come quando era bambino, il corpo ossuto, disinteresse estremo per gli accostamenti cromatici dei vestiti che indossa. Parla solo se necessario, ha la compostezza di un nobile dell’era vittoriana, non dice parolacce, e per smuoverlo dai suoi convincimenti bisogna faticare, non sempre con risultati positivi. E’ riservato, distratto, disordinato, sa custodire le confidenze degli amici, non ha malizia e ha una passione smodata per i video giochi, da contenere quotidianamente. Domenico sorride. E lo fa spesso.
Giorni fa sono stata invitata dalla scuola che frequenta, per parlare di libri, scrittura e libertà. Che prima sono entrata in una classe e i ragazzini si sono alzati ed è stato bello sentire tutto quello strusciare di banchi e sedie. E avevano gli occhi curiosi e il taccuino in mano che gli aveva regalato Manuela, la prof di lettere appassionata, che sa parlare con loro e ha creato un laboratorio di scrittura. E c’era la cugina gemella di Domenico con i capelli a molla che era contenta. E dopo un’ora di chiacchiere lì, sono entrata in aula magna con altri tredicenni e altri occhi e domande che neanche un adulto avrebbe avuto tanta sagacia. E c’era Domenico, che si vedeva che era felice assai. E non potevo stare a guardarlo a lungo, che mi si rivoltavano le viscere e sentivo tutto un rimestio di cuore. E poi è arrivata la mamma vecchietta, che in quella scuola, molti anni prima, era stata insegnante di Italiano. E i ragazzini la guardavano con incanto, come quei personaggi strani che per magia escono dalle pagine di un libro, o di un blog. E anche se le sue orecchie catturano suoni confusi, sembrava anche lei molto contenta. Come i suoi nipoti. Come lo ero io. Perché quando arrivano mattini o giorni o ore così, è un bel vivere, è un bel sorridere a questa esistenza che certo a volte è proprio torva e faticosa e non sai dove poggiarci i piedi, ma poi all’improvviso, succede che arrivano regali inaspettati e per fortuna sorridi e le viscere si rivoltano ed è tutto un rimestio di cuore.

Tizianeda

Buon Inizio

Lui si è svegliato arruffato, con lo sguardo altrove, l’umore lamentoso. Si è seduto sconsolato attorno al tavolo della cucina per la prima colazione, chiudendosi nella dolcezza del suo silenzio contrariato. Ha mangiato biscotti e latte, poi si è vestito con le prime cose che l’armadio gli suggeriva, perché, come dice da sempre, è indifferente allo stile. Sua sorella lo ha criticato, sua madre avrebbe voluto che indossasse la camicia di jeans, che è proprio un bonazzo con quella, ma a lui non piace. Preferisce le magliette colorate e stropicciate. Avrebbe voluto starsene a casa, con i suoi interessi primari, in cui la scuola non è inclusa. Perché lui la scuola non la vive. La subisce, con i compiti, le relazioni con insegnanti e compagni, la sveglia, la disciplina che stoico si auto impone, come un monaco zen. Poi è andato via con lo zaino, i quasi dodici anni, i capelli corti, il corpo ossuto e ancora senza segni di pubertà, la follia ironica e altrove. Ancora si fa abbracciare e baciare, anche se non lungamente. Così sua madre, che nei momenti di distrazione ne approfitta, lo ha abbracciato e baciato, anche se non lungamente, augurandogli “buon inizio” e ricevendo come risposta un mugugno lamentoso.

Lei si è svegliata assorta e silenziosa ancora impastata di sonno. Fa parte di quella incomprensibile setta di umani che la mattina appena svegli non parlano e non vogliono sentire suono umano. Nei 90 mq tre quarti vi aderiscono. Tizianeda è la minoranza discriminata. Quando ha ritrovato il senno e la parola, ha iniziato a prepararsi con gesti sereni. Sapeva già come vestirsi, truccarsi, pettinarsi. Era contenta e curiosa di conoscere gli insegnanti del terzo Liceo Classico. Di iniziare a studiare la filosofia, che Tizianeda spera le servirà ad affinare la profondità di pensiero, a moltiplicare le categorie mentali, a sviluppare la capacità di guardare critica le cose del mondo. Spera anche che impari a non sopravvalutare il pensiero, e a non farsene imbrigliare. Spera che sviluppi il coraggio di mandarlo a quel paese quando diventa nemico della fluidità vita. Sulla porta Tizianeda l’ha abbracciata e baciata e le ha augurato “buon inizio”.
Lei ha sorriso ed è andata via.
Così Tizianeda è rimasta sola in casa con la gatta Tàlia, perplessa per le stanze improvvisamente svuotate dei sue due abitanti preferiti. Poi ha iniziato a fare ciò in cui un gatto eccelle: niente. Tizianeda mentre la guardava raggomitolata e sonnacchiosa sul suo letto, godendo del silenzio delle stanze vuote, ha pensato alle tristi carte che l’aspettavano nel suo studio di avvocata, un piano più giù dei 90 mq. Ha accarezzato la gatta Tàlia persa nel suo magico mondo gatto e ha iniziato la giornata, senza pensarci troppo.

Tizianeda

Le file lasciatele alle madri (e la sedia a me)

Guadagno l’unica sedia presente nel corridoio che gira attorno alle aule. Mi siedo. Non mi capacito che nessuno lo abbia fatto prima. Poggio la borsa sulle gambe e assumo la posizione da anziana in sala d’aspetto. Solo che non sono dal medico, ma ai colloqui scolastici della quindicenne, insieme a un centinaio di genitori, tutti in piedi, tutti in fila dietro le porte, tutti rassegnati all’idea che se tutto va bene, prima che il gallo canti saremo di nuovo liberi. Vabbè si fa per dire liberi.
Provo a leggere un libro, nell’attesa, ma le madri parlano e i padri numericamente inferiori parlano pure. Su ogni porta delle aule con dentro i professori, c’è un foglio attaccato, chi arriva segna il proprio nome e si segue l’ordine. Nelle mie quattro porte sparse attorno al corridoio, io sono l’ultima. Meglio così non devo controllare quando è il mio turno. Ne rimarrà soltanto uno alla fine. Io. Gli altri genitori controllano e se sgarri la fila rischi la lapidazione, il pubblico ludibrio, la gogna, l’isolamento sociale, le madri. Perché diciamolo ai colloqui si è tutti un po’ nervosetti, come dal dentista. Si dovrebbe usare il metodo dei numeri che stacchi dalla macchinetta, come nel banco dei salumi al supermercato. Ogni tanto mi alzo dalla mia sedia per controllare i fogli delle porte che sono ai quattro angoli cardinali del corridoio. Sono sempre l’ultima. Forse riuscirò a tornare a casa, a rivedere i miei familiari, dormire nel mio letto e passare le feste con loro. Mentre ritorno alla mia sedia, osservo un padre. Lo ricordo con i capelli tutti rossi rossi in un tempo senza figli e attese a scuola. Ora i capelli sono bianchi e sembra stanco. Una madre stacca un filo di una cucitura, che sporge dalla felpa della figlia. Stack, fa. È un gesto sicuro quello della madre e intimo, che mica tutti possono staccarti i fili che sporgono dai vestiti così, senza preavviso. E’ un gesto da madre, penso, invadente e amorevole. Un ossimoro, come molti gesti nostri. E’ pieno qui di madri e figlie adolescenti che si somigliano e camminano insieme per i corridoi. Ci sono persino mamme giovani in mezzo a noi primipare attempate e mi chiedo a che età avranno avuto questi figli ora liceali. Non avrò risposta, tanto. Devo tornare alla mia sedia. Ci sono madri stanche, padri con la faccia da eroi rassegnati, qualcuno chiacchiera della scuola, dei figli, dei compiti, la maggior parte controlla i fogli e la fila. Qualcuno sembra pronto a scatenare la guerra dei mondi se si sgarra. La mia sedia è nascosta da file di genitori. Mi avvicino però sempre più alla meta. All’unica sedia presente in quel quadrato di corridoio scolastico. Chiedo permesso, permesso. La intravedo. Supero i muri umani. Sono vicina. Bella la mia sedia immobile e solitaria. La sedia c’è, come dio in autostrada.
Ma no! Non è possibile. Lì sulla sedia, c’è seduto un padre. La minoranza, con le scarpe comode, mi ha preso la sedia. Ma perché, padri, perchè dovete venire anche voi, ai colloqui scolastici. Perchè? Le file lasciatele alle madri, ché tanto loro non si siedono mai.

Tizianeda

Propongo mia madre

– Mamma, per la settimana dello studente, i rappresentanti mi hanno chiesto di proporre qualcosa.
– Bene quattordicenne. E tu cosa hai detto?
– Io ho detto: propongo mia madre.
– Cosa?!
– Sì mamma, tu hai scritto un libro, parli di adolescenti e poi l’altro giorno ti ho ascoltata mentre chiacchierare con G. Ecco tu devi venire in classe e parlare così…
– Ma immagino che i tuoi compagni non abbiano accettato, ti avranno detto che ci devono pensare, che è una richiesta insolita, che tu sei di parte e ne risentirebbe la obiettività…
– No mamma. Sono stati contenti e mi hanno detto subito sì.
– Ma la settimana dello studente, esattamente, tra quante settimane è?
– Esattamente questa. Venerdì mattina. Va bene?
– Santo cielo! Va bene quattordicenne. Grazie…
– Mamma…
– Sì?
– Non vedo l’ora…

L’ora è arrivata, puntuale. Alle 10,00, di venerdì 3 febbraio, Tizianeda si è ritrovata a guardarsi con il portone del Liceo Classico Tommaso Campanella della sua città. Uguale a quello che oltrepassava molti, molti, molti anni fa, con una borsa piena di libri, il diario imbottito di ritagli di giornale, frasi arrabbiate, speranzose, tristi, incomprensibili, allegre, cuori, disegni, adesivi e persino i compiti assegnati. Questa volta lo apriva come mamma di una quasi quindicenne, incosciente, orgogliosa e fiduciosa nelle risorse della sua genitrice. Il comitato accoglienza di fronte al portone sempre lo stesso: il busto del caro Tommaso.
Lo ha fatto con la felicità che deriva da inviti imprevedibili e amorevoli. Lo ha fatto con la concentrazione da mistico sperduto tra le nevi Himalayane, con la consapevolezza di non sapere assolutamente gli esiti dell’incontro e la speranza che non avrebbe sbagliato se avesse fatto l’unica cosa che spesso noi adulti dimentichiamo di fare: ascoltare con la mente libera i ragazzi e le ragazze che stava per incontrare. Nei giorni precedenti ha anche letto, studiato, pensato. Ma più di ogni altra cosa Tizianeda ha invocato come una divinità, quel tanto di buon senso e di empatico sentire, che ci fanno fare la cosa giusta. Perché gli adolescenti sono materia delicata e fragile, ma anche dura e ostica, imprevedibile e affascinante.
E così è entrata in classe, accolta dal sorriso di sua figlia e dagli sguardi curiosi dei suoi compagni. Si sono guardati e studiati per qualche minuto. In silenzio. Poi i ragazzi hanno sistemato le sedie in cerchio spostando i banchi. Nessuna cattedra, nessuna separazione. I protagonisti erano loro e i loro pensieri. Lei ha avuto il compito di stimolare la parola, l’intimo sentire, la consapevolezza di essere ascoltati, il confronto, le paure, i sogni, le recriminazioni, il bisogno di tutte le età di calore umano e comprensione. Le rigidità, le provocazioni, l’impaccio e lo stupore, gli abbracci spiazzanti – perché il corpo è un ostacolo a volte, che fa dimenticare quanto sia potente strumento di comunicazione e racconta quello che le parole non sanno – la voglia incredibile di dire come torrenti in piena.
Due ore così, senza mai distrarsi, dense e veloci. Due ore così, finite con i sorrisi. Poi Tizianeda è andata via, insieme a sua figlia, seguendo la scia degli studenti. Si sentiva spossata, come se avesse fatto una camminata infinita tra le montagne dell’Aspromonte, come se avesse fatto un discorso di dieci ore senza l’acqua, come se avesse dovuto ripetere le tabelline, come se avesse dovuto recitare, senza sbagliare neanche le pause, “Il passero solitario”.
Però ha capito, che era andato tutto bene, da come la stringeva sua figlia, con il braccio infilato al suo, dal modo in cui oscillavano sulla strada, lente, in silenzio, all’unisono.
Non sempre l’adolescenza fa paura.

Tizianeda

La costruzione di un amore

Studio con il decenne la costruzione della terra, il lavoro paziente dei continenti. Il loro unirsi, innalzarsi, scontrarsi, toccarsi per poi cambiare idea e allontanarsi e così fare spazio all’acqua. Studio la geologia e con lei il moto antiorario di alcuni continenti. Un atto di ribellione al movimento costante inverso dell’universo. Un impulso per altri pezzi di terra. La geologia celebra la necessità del distacco, per un assetto adulto degli elementi. Il suo scorrere perenne nelle profondità nascoste, la connessione di ogni singolo pezzo. Il grande dono degli animali marini alle montagne, che con le loro carcasse e i gusci hanno contribuito all’innalzamento dai fondali, dando un senso alla loro stessa morte. Studiare le possibilità della terra in un tempo non toccato dal pensiero degli esseri umani, lascia la sensazione che niente è come sembra. Le rocce nella loro materia impenetrabile sono figlie dell’acqua, di un trapasso sereno di inconsapevoli vite lontane. La terra, nella sua attuale bellezza è un atto di gratitudine al costante movimento, dentro cui ogni elemento è legato all’altro, è parte di un linguaggio semplice, di un donarsi senza nulla chiedere, se non quello di far parte di un tutto che vuole mostrarsi. E oggi il decenne che studia e io con lui in questo moto incessante, in questa danza, dove non c’è un solo danzatore. Perché questo ci racconta le geologia. Ci muoviamo e ci avviciniamo e a volte per crescere ci allontaniamo, dando spazio a un fluire liquido in cui siamo connessi. La terra ci insegna il moto sereno e paziente dei corpi, i loro cambiamenti senza l’ostacolo della paura. E’la storia dell’acqua e delle rocce, così lontane eppure così vicine. E’ la storia del passato che scrive il futuro. La costruzione della terra è la costruzione di un amore, che si offre, che non chiede nulla in cambio, se non di essere guardato e protetto.

Tizianeda

Todo cambia

Il decenne ha superato il varco delle scuole primarie, e si è teletrasportato nel triennio della scuola media. Non sarà più “ciao maestra come stai?” ma “buongiorno professoressa” e c’è una bella differenza. Ha affrontato il primo giorno di scuola con stoica partecipazione emotiva/corporea e dopo essersi rassicurato che i nuovi compagni non sono dei mostri e le prof hanno le stesse sembianze umane delle maestre, ha inforcato come nuovi occhiali il cambiamento. Il più grande per lui, la conquista della solitudine di strada. Va a scuola lasciando che la sorella esca due minuti prima e torna a casa senza accompagnatori adulti. Solo una volta Tizianeda lo ha aspettato sul balcone, la prima volta, per non perdersi la bellezza del suo passo orgoglioso, di chi ha aggiunto qualcosa di indispensabile al suo procedere.

La ragazza quattordicenne sembra vivere i tumulti mutevoli della sua età, con una certa pigrizia distaccata. Ha un suo mondo consolidato, di cui Tizianeda vorrebbe sapere di più, superando gli ostacoli della estrema sintesi verbale della figlia. Per questo quando le apre il suo universo mutevole, lo accoglie come una rivelazione mistica. Il più delle volte osserva lei e la sua quotidianità, fatta di youtuber, fumetti manga, gruppi nerd whatsapp, piante da curare, disegni, qualche lettura, tutorial che le insegnino a truccarsi (perché sua madre …), versioni di greco e latino e altra roba scolastica che sembra vivere seraficamente, scrittura a più mani con uno dei suoi gruppi social. Tizianeda dal par suo cerca di stare in silenzio accanto a questa ragazzina – tendenzialmente solitaria e che le sembra solida – e sempre che le circostanze e l’urgenza di rapidi interventi vocali, non la trasformino in una matrigna malvagia, come con il decenne, del resto.

Lo Sposo Errante, ha ripreso il suo vagare mattutino sui treni sbrindellati e strade malferme, che lo conducono nel suo altrove lavorativo. Anche per lui stanno per arrivare importanti cambiamenti che già partono da dentro, che un po’ muteranno gli assetti familiari. Dentro una famigliola si sperimenta per la prima volta la percezione della connessione tra persone. Il cambiamento di uno inevitabilmente incide sull’altro, come nella dinamica delle placche terrestri. Ma su di lui non vi dico altro. Arriverà il momento e ve ne accorgerete. Vi accenno solo che Tizianeda è molto contenta “sarà un po’ come tornare giovani” ha detto allo sposo.

Lei i cambiamenti cerca di guardarli nel volto. La resilienza forse fa parte del codice genetico delle donne. Chissà. O forse è la vita che ti educa oppure ci nasci con la resilienza incorporata, come un accessorio di una macchina.
La verità è che tutto cambia in continuazione, anche quando ci sembra che non accada. Cambiano i rapporti tra le persone, cambiano le situazioni, cambiamo noi, cambia il colore dei capelli, il modo di vedere le stesse identiche cose, cambiano le parole, le dinamiche affettuose, il sentire e l’amare, cambia il corpo, cambia l’arredamento di una casa e il colore delle pareti. Cambiano i vestiti dentro l’armadio e il disordine di una stanza. A volte succede lentamente, a volte è un franare improvviso, a volte l’improvviso è solo apparente, perché prima c’è un percorso lento e impercettibile. Capita di spaventarsi, a volte, capita di doversi fermare per riprendere fiato, di starsene in silenzio, o di piangere perché no. Capitano un mucchio di eventi nella vita che moltiplicano i paesaggi interiori ed esteriori e a volte li sostituiscono. Intanto si spera – a furia di stare sulla strada e di camminarci sopra – di non farsi intimorire o fermare dal mutevole e incontrollabile passaggio del cielo e che le gambe diventino forti, il tronco si raddrizzi e lo sguardo rimanga innocente.

Tizianeda

Incomprensibile universo

Il decenne, che ha detto addio alle scuole primarie, per proiettarsi nell’ imperscrutabile mondo delle scuole secondarie, ha presentato, stimolato dalle maestre e insieme agli altri compagni, una tesina. Tutti i bambini hanno discussa la propria nel salone della scuola, in presenza dei genitori. Lui ha parlato dell’universo. Argomento che ama, sin da quando piccino piccino disegnava bambini volanti tra pianeti, stelle, galassie e buchi neri da sconfiggere al posto dei draghi. Quando disegna, conduce il mondo dei suoi affetti nell’universo che contempla, dentro questo movimento cosmico. In questi anni ha portato sua sorella, noi genitori, i suoi cugini, i suoi amici e amiche del cuore. Ci ha fatto vivere avventure spaventose tenendoci per mano, regalandoci sempre un lieto fine. Ci ha reso magici e leggeri e ha accompagnato tutti noi dentro un infinito con le sue regole e logiche precise e misteriose, che lui ama raccontare. Anche a tavola, spesso, la sera, parliamo di universo. In realtà ne parlano i tre della famigliola, ben più a loro agio dentro un cosmo che ci sovrasta tutti, ma che a loro sembra non spaventare. Io sto zitta, mi fermo sulla soglia, mi siedo e ascolto. Io che rischio di perdermi dentro dimensioni ben più piccole del cielo sopra di me.
Ieri c’è stata la cena di fine anno. Proprio l’ultima. Quella che ci si saluta, che ai bambini prende una strana nostalgia, che si misurano con la perdita e il futuro che li chiama. Quella che capisci o ti ricordi o lo si dice, che le maestre sono un patrimonio da preservare, così come la scuola pubblica. Quella che le bambine piangono e anche, vivaddio i bambini, alcuni con molta vergogna, perché ai maschi si insegna che a loro non è dato piangere e non sanno cosa perdono. E si dovrebbe spiegare anche ai maschi, quanto sia prezioso misurarsi con serenità con le emozioni e i sentimenti, senza lasciare sempre a noi donne il compito sacro di traboccare, di concimare di grazia questo mondo piccolo e bisognoso. Anche se poi, ieri, le ho osservate molto le bambine con il loro modo innato di stare dentro le cose del mondo. Come quando hanno consolato un compagno molto contrariato, molto arrabbiato che piangeva. Ho osservato il loro modo di accorrere, di circondarlo e di distrarlo. Poi una di loro se lo è preso per mano, “vieni, oVa di faccio vedeVe una cosa bellissima!”, ha detto. E lui è andato, inerme e fiducioso davanti a tanta sicurezza. L’oggetto delle meraviglie era una piscina, con acqua melmosa dentro, che la suggestione del buio rendeva ancora più affascinante. Sono accorse poi quasi tutte a contemplarla, piene di meraviglia. Mentre io contemplavo loro, il ragazzino che aveva smesso di piangere e il cielo stellato sopra di noi, che non riesco a comprendere, ma in quel momento, cercare di capire sarebbe stato inutile.

Tizianeda

In “medie” non stat virtus

E dimmi, che hai? Niente c’ho la nostalgia. Io mi faccio la domanda, io mi do la risposta. Mi capita ogni tanto, dentro la testa. C’ho la nostalgia e ieri aspettando nel cortile della scuola elementare del decenne l’ho capito. Per lui è l’ultimo anno, poi saranno le scuole medie. Che già il nome. In medio stat virtus dicevano gli antichi. Non è vero niente. Tutto ciò che è medio è delirio. Le terre di mezzo sono un delirio, i figli medi spesso lo sono anche, io lo ero e forse lo sono ancora, se stai a metà devi farti spazio tra quello che vuoi essere e il mondo fuori. E insomma tutto questo per dire che c’ho la nostalgia dell’infanzia che corre via. Come i bambini all’uscita della scuola elementare che lanciano gli zaini pesanti dove capita, per sbarazzarsene in fretta e così correre e corre e correre, in quello spazio di libertà riconquistata che è il cortile della scuola. E siamo tutti lì in attesa, noi genitori. E sarà l’ultimo anno per me di questa attesa, ché poi a scuola, il decenne, ci andrà da solo. Ed è una liberazione, certo, uno spazio riconquistato anche per me. Certo, ma ora mi concedo la nostalgia. Per la ragazzina è stato diverso. Forse perché non era l’ultima, o forse perché per le donne è diverso, noi donne nasciamo già adulte in fondo. I maschi no. Loro nascono piccoli. E lo so che non si dovrebbero fare queste distinzioni sessiste, che crescere fa parte della vita, che bisogna lasciarli andare eccecc e blablabla, certo che lo so. E’ da quando sono nati che lascio andare quei due invasori dei miei pensieri, ma oggi dentro la mia testa, mi concedo questo momento nostalgico. Sarà che è martedì, sarà che ho visto e pensato troppo al mare in questi giorni, sarà il cortile della scuola che fa questo effetto strano, con quel suo spazio vuoto in attesa, sarà questo e quello, sarà che l’infanzia è un luogo definito in cui tutto è possibile, un paesaggio bello da guardare che ferma il tempo. Sarà. Ma in questi giorni, i pensieri girano così.

Tizianeda

Non pervenuta

Domenica sera.

“Sei agitata tredicenne?”
“Sì mamma, ora mi sento agitata”
“Ma no tesoro vedrai che andrà tutto bene, lo sai quello che devi fare, non avere fretta, rifletti e poi scrivi…mi raccomando la grafia, la consecutio temporum, le ripetizioni, la punteggiatura, i periodi non troppo lunghi…”
“Mamma…lo so”
“Ok, ora però vai a dormire”
“Spero di riuscirci”
“Vuoi che mi sdraio un po’ con te?”
“No, tranquilla”
“Novenne, anche tu lavati e vai a letto ché domani inizi il campo estivo e ti devo svegliare prima del solito”
“Mi devo fare la doccia?”
“Tu che dici?”
“Mamma…”
“Sì novenne?”
“Domani c’è anche il dentista!”
“Domani, ragazzi, sarà una giornata lunghissima”

Lunedì mattina.
La tredicenne si è alzata dal letto, si è lavata, vestita di nero, ha mangiato un po’ di frutta, ha preparato lo zaino, per rilassarsi si è stesa sulle unghie lo smalto “tredicenne anche lo smalto nero?” “certo mamma” . Tizianeda anche se non lo fa ormai da un pezzo, l’ha accompagnata a scuola, ma si è fermata un po’ prima, si sono abbracciate e poi l’ha guardata fino a che non si è confusa con la massa di adolescenti pronti per l’esame di terza media. Le ragazze stavano fitte fitte a parlarsi in gruppo, alcuni ragazzi hanno iniziato a giocare a pallone. Poi sono stati disturbati dal richiamo degli esami. Il pallone non si sa dove sia stato sistemato.

Lunedì pomeriggio
Anche il pomeriggio è stato bellissimo. Tizianeda dopo svariati incastri è andata con il novenne dal Signor Hopauradite Dentista, per curare due delle quattro carie che crescono allegre tra i suoi denti. Lì i bambini entrano soli nella stanza del dottore, dopo essere stati preparati negli incontri precedenti. Così ha fatto il novenne e quando è uscito vittorioso ha corso per la sala d’aspetto, ha saltato, gridato, per poco non ha abbracciato la mamma sbagliata e ha iniziato a parlare vorticosamente anche se aveva del cotone in bocca. “Che sostanze gli avete dato? Parla quattro volte più del normale…santo cielo!” “Signora che fatica con suo figlio, solitamente con l’anestesia i bambini si rilassano” “Ehm mi spiace assistente paziente…ma per quanto tempo ancora sarà sotto l’effetto delle droghe?”.

Domani gli esami e le prove continuano. Un po’ per tutti. La tredicenne si è esercitata con numeri e altre diavolerie strane, il novenne continua a parlare senza sosta, lo Sposo Errante, sceso dai treni, ora suona con  il suo fidanzato Bassoelettricosupersonico, Tizianeda si sente non pervenuta.

Però un saluto allegro ve lo manda uguale!

Tizianeda

Finiti da un pezzo

“Tizianeda, la partenza è a mezzanotte”
“A mezzanotte?! Santo cielo! Ma perché … non ho più l’età per uscire a mezzanotte. Gli anni ’90 mi sono finiti da un pezzo”
“Dicono che è un orario strategico, così a Torino arrivano per l’ora di cena”
“Fantastico, che fortuna, viva le strategie!”
E’ tempo di viaggi di istruzione, i ragazzi partono per località Italiane o estere. Salgono su pullman, treni o aerei. Arrivano nelle città di destinazione per assorbirne le bellezze, l’arte, la cultura. Almeno lo crede e spera un certo ottimismo irrazionale.
Quanto ai genitori l’ingrato compito di riempirli di raccomandazioni, mentre ai ragazzini l’ingrato compito di annuire tele trasportando altrove la mente, ché certe strategie di sopravvivenza sono innate negli adolescenti.
Così Tizianeda tutta assonnata è uscita da casa con la tredicenne, perché lo Sposo errante con le sue levatacce ha il privilegio di essere risparmiato da certi deliri e spostamenti dei minori : “no no tu dormi, vado io …” “ok bella, grazie allora vado al letto…” “sì, vai tranquillo, ci tengo, non è un problema in fondo è divertente e vintage uscire a quest’ora (sigh!)”
Poi è arrivata nel luogo designato, per il grande incontro. Con ragazzini di terza media in preda all’iper-eccitazione e al desiderio di partire al più presto, con gli insegnanti coraggiosi e sprezzanti del pericolo e con gli altri genitori, per lo più stanchi, per lo più preoccupati, per lo più perplessi, per lo più nostalgici. Fino alla partenza dei pullman, ai saluti con le mani in aria, ai ragazzini girati verso i finestrini. Sorridenti, distratti e con il desiderio di lontananza.
Quanto al rientro è andata molto ma molto meglio, essendo gli adolescenti riapprodati nella città sbilenca in un orario più vicino all’alba che alla notte fonda. Nello slargo illuminato dai lampioni, c’erano gli stessi volti della partenza, in un clima surreale sempre assonnato e sempre perplesso.
Poi sono arrivati, sono scesi dai pullman, hanno risvegliato le strade vuote, hanno recuperato le rispettive valigie e i genitori i rispettivi figli. Erano le tre e mezzo del mattino.
La mente e il corpo di Tizianeda ancora non si sono ripresi.
Del resto gli anni ’90 le sono finiti da un pezzo.

Buon fine settimana a tutti voi. E vedete di recuperare ogni tipo di fatica. Io dormo (forse).

Tizianeda